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mercoledì 5 febbraio 2014

Alberi erranti e naufraghi

Tre famiglie, gli Arca, i Nonne e i Branca,  intrecciano le loro storie in una Sardegna che conserva nomi di città, Arbatax, Lanusei, ma che si trasfigura nei boschi, in un tempo che sembra il presente ma che ha retaggi antichi che vengono tratteggiati da doveri, da codici di comportamento dal sapore preindustriale.


E’ un racconto in cui assente è la “società”: non c’è sfondo, se non picchiettato da brevissimi tratti
evanescenti – un ufficio postale, una piazza cittadina, un negozio di merceria -  e anche l’ambiente naturale è in qualche modo “astratto”:  un mare d’inverno al quale si arriva dopo  lunghi giorni di camminata nei boschi, un luogo segreto  dove nascosti dalla selva vivono  bambini orfani ed erranti radunati in banda.

Il fuoco è tutto dentro le caratteristiche dei protagonisti:  hanno poco di realistico, sembrano quasi  personaggi di una fiaba, rigidamente rinchiusi nel proprio ruolo.
Surreale e poetico, il principe/semola che salva la fanciulla dalle fauci dell’orco, è Giuliano Arca, che  lega una sedia sulla schiena e per anni gira l’Ogliastra, boschi e paeselli, alla ricerca di suo padre,  e surreale è anche Maddalena Branca, personaggio “cerniera”, che crede di innamorarsi di un tarpatore di ali e di sentimenti.
Grottesco è  Edoardo Branca, la cui moglie adorata e adorante è volata come fogliolina ingoiata dai cattivi pensieri,  rigidamente ottuso  e cattivo è Michelangelo Nonne, come lo è suo padre Sebastiano.
Cogli l’attimo felice, che del doman non c’è certezza, e  scappa, mettiti in cammino come fanno gli aranci in inverno, e fuggi da chi vuol farti diventare ramo stecchito.
Questa sembra la morale della favola ecologica – i buoni tessono legami con animali, piante, giardini, pioggia e vento -  di Albero Capitta.

Però c’è qualcosa che non mi convince, in questo romanzo.  
E’ diseguale,  non inteso solo come qualcosa che ha alti e bassi, che ha momenti di picco e altri di caduta.
L’impressione è quella di un mosaico che nell’insieme non ha tenuta.
I singoli frammenti, le singole tessere del mosaico hanno una certa originalità, ma l’immagine rappresentata dall’insieme è piatta, e  risaltano troppo le crepe e le smagliature dovute ad una cattiva coesione delle tesserine.
Qualche frammento però è davvero bello.
(Un bell’esercizio di stile.)   


E’ l’inverno che cammina sopra di lui. Alza gli occhi e ne vede la pianta dei piedi, l’inverno della città. (…) Poi la sera si apre e diviene azzurra di stelle che cadono lungo tutto il nevicato. Altre luci, di villaggi, di fioriture invernali, lo circondano; nel corso della camminata un ramo gli ha sferzato una guancia, solo ora ne percepisce il dolore. Un piccolo rosso gli si è disegnato sul volto. Un poco di calore sulla pelle assiderata, una ferita fresca su quel corpo già segnato. Sul viso di Giuliano è apparsa la scomparsa di suo padre.”