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sabato 15 settembre 2012

Idioti e piedi, santità e maledizioni.



“Questo che segue è il calendario di un mese; ogni giorno porta la vita di una specie di santo, che patisce e gode come i santi tradizionali. Poi il nostro mese finisce, perché a questo mondo tutto deve finire, anche le nostre brevi vite di idioti.
Che mese sia quello che viene dopo, nessuno con sicurezza lo sa; se in prevalenza ad esempio si dovrà ridere o piangere, se saremo soli o in una gran compagnia. Ci sono solo supposizioni. Alcune impressionanti.
C’è chi sostiene che il mese che segue non finisce mai più; è un’idea stravagante, e solo a pensarla ci si sente già stanchi.
C’è invece chi dice che si ricomincia sempre da capo, forse su un altro pianeta; ma ogni volta l’umanità è di un gradino più idiota. Finché in un lento progresso, di pianeta in pianeta, si giunge all’assoluta e totale idiozia, in cui nessuno ricorda più niente, neanche le cose più elementari, come ad esempio sentirsi qualcuno diverso da un sasso o da un meteorite. Questo sarebbe lo stato beato.
Qualcuno ha detto che è uno stato somigliantissimo al piombo.”

E’ la dedica al lettore che precede le Brevi vite di idioti di Ermanno Cavazzoni.
A leggere solo questa, assieme alla quarta di copertina, magari appoggiati allo stipite, in piedi, in libreria,  è capace che si faccia  uaaaa, perché è una premessa  pregna di stimoli e suggestioni. Invece i racconti non sono stati all'altezza delle mie personali aspettative. 
Tranne pochissimi, in generale non m’hanno fatto né caldo né freddo.
Anzi, a dir la verità m’hanno fatto un poco ammosciare.

“C’era un tale che si riteneva scrittore realista.”
“Una donna grassa di nome Paola Parletta aveva ogni tanto una forte diarrea.”
“Un idiota di nome Sereno Bastuzzi viveva dentro  a un pagliaio.”
“C’era un signore impressionato dalla velocità a cui va la Terra.”
Sono alcuni incipit. Sembrano o non sembrano incipit di limerick ?
Ecco, a me sono sembrati tutti dei limerick in prosa, soprattutto per l’intimo non-sense che li accomuna.
Gli estimatori di questo genere li troveranno gustosissimi.
Io no, fatta salva qualche eccezione.
Il martire dei piedi, ad esempio, il dottor Dialisi.
Un idiota super.
S’accatta un paio di scarpe accussì strette che per cercare di allargarle non se le toglie più, ma quelle, che cotiche erano e cotiche rimangono anche dopo tre anni di sofferenza ininterrotta, gli fanno marcire i piedi, portandolo alla morte.
“Ma il dottor Dialisi aveva maturato alcune idee generali sull’uomo e sulla predestinazione: la testa ci è data per potere pensare – diceva – la bocca per respirare; le braccia e le mani per abbracciare e accarezzare gli oggetti; le gambe, volendo, per camminare; e i piedi, così esposti e sensibili, ci sono dati per tenere a freno l’orgoglio, l’invidia e la concupiscenza; altrimenti avremmo gli zoccoli , come i cavalli.”
Le scarpe diventano il perno della sua vita morale: tiene  a freno i piedi attraverso la sofferenza, e sarà santo (pensa, l’idiota)

Mò, se diventassi idiota, santificherei questo fetente di  callo che manco con l’accetta se ne viene via e mi voterei ad una ascetica e moralmente notevole esistenza.
Ma non ci sta pericolo, spero.
Nel frattempo butto maledizioni a destra e a manca e confido in un podologo che sappia fare il suo mestiere.