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sabato 5 gennaio 2013

Del perchè alcuni sì e altri no.


Nimbo, Volo e Raggio sono miei coetanei. Hanno 11 anni,  nel 1978.
Sono i protagonisti del libro di Giorgio Vasta,  Il tempo materiale.
Sono i componenti della cellula eversiva che in una Palermo  abitata da gatti e cani randagi  mette in atto una serie di attentati e azioni terribili.
[L’orrore, l’orrore.]

Del delitto Moro mi ricordo che in classe, una mattina, la prof. ci obbligò ad un minuto di silenzio.
Era strano il minuto di silenzio, non per il silenzio in sé, tanto ci toccava sempre stare zitti, ma per la faccia della professoressa. Era lei che faceva il silenzio e le espressioni gravi e contrite.
Nimbo dice di sé che era “ideologico, concentrato e intenso, un ragazzino anti-ironico, refrattario. Un non-ragazzino.”
Io ero concentrata e intensa, refrattaria,  e sicuramente solitaria. 
(ideologica no, e manco anti-ironica)
Il giorno del minuto di silenzio, come tutti gli altri giorni,  mi appoggiavo alla parete su cui avevo disegnato un’isola con una palma e lontana, ma non troppo, la terraferma: il mio banco e il resto della classe.
(il cazziatone. “da te proprio non ce lo aspettavamo”)
Non ho memoria della tensione da terrorismo, dei proclami dei volantini delle Brigate rosse e dell’impostatura dei politici e di tutto il resto, eppure sono sicura che la televisione era sempre accesa, in cucina. 
(e mica c’era tutta la scelta di adesso, quella era la minestra)
I telegiornali, come i discorsi dei grandi, non mi interessavano granchè, come non interessano agli undicenni di adesso.
E’ per questo che  proprio il paradosso narrativo di Vasta  non mi va giù,  anzi,  mi assilla, mi tormenta?
Belli fatti, a dire che la Letteratura osa tutto, il ribaltamento dei ruoli, delle convenzioni, delle certezze. 

Eravamo bambini. 
Riempivamo gli spazi coi trasferelli,  guardavamo Spazio 1999, alcuni giocavano al going, tira tu e tiro io, una reiterazione infinita del movimento di lancio e respinta (urca, l’infezione mi ha contagiata, adesso vedo il going investito da  chiarissime allusioni sessuali!)
Avevamo sogni. 
“La parola lotta contiene sesso, rabbia e sogno......Quello che che le Br hanno capito… é che il sogno deve legarsi alla disciplina, diventare duro e geometrico e proiettarsi verso l'ideologia.” 
Un sogno duro e geometrico? Naaaaa.
Non è affatto nella natura del sogno. 
Il sogno è libero, vago,  fluido, imprevedibile . 
La disciplina non è sogno, è tortura, è  costrizione. 
Forse sono troppo bloccata dai limiti delle convenzioni linguistiche, il pane è pane, il fango è il fango, la cacca è cacca, e dai limiti legati alla mia esperienza personale.
Ma anche no.
Adoro Queneau e  Perec,  che con la  lingua – significanti e significati - fanno capriole, e ho amato moltissimo anche Vian (la schiuma, sì, la schiuma dei giorni) , e il Cortàzar dei cronopi e dei famas. 
Allora, perché Il tempo materiale no?  
Non dipende dall’iperrealismo (surrealismo? antinaturalismo? ) dei personaggi. 

“In questa polaroid siamo tutti ironici. E a me l'ironia fa male. Anzi, la odio. Non solo io, anche Scarmiglia e Bocca. Perchè ce n'è sempre di più, troppa, la nuova ironia italiana che brilla su tutti i musi, in tutte le frasi, che ogni giorno lotta contro l'ideologia, le divora la testa, e in pochi anni dell'ideologia non resterà più niente, l'ironia sarà la nostra unica risorsa e la nostra sconfitta, la nostra camicia di forza, e staremo tutti nella stessa accordatura ironico-cinica, nel disincanto, prevedendo perfettamente le modalità di innesco della battuta, la tempistica migliore, lo smorzamento improvviso che lascia declinare l'allusione, sempre partecipi e assenti, acutissimi e corrotti: rassegnati.
Quindi con un aculeo di filo spinato sfiguro Chiri, sfiguro Gugliotta, sfiguro D’Avenia, sfiguro me e sfiguro lo Spago, perforando gli occhi e allungando le bocche.”

E no, non ci siamo proprio. L’ironia è un’arma, corrode  dall’interno. 
L’ideologia irrigidisce e irreggimenta, ma quale libertà, quale lotta, quale rabbia.
Ecco,  sono i presupposti ad essermi insostenibili,  e non ce la faccio a farmi piacere  un libro così anche ammesso che in fondo in  fondo non sia altro che un  mettere  sull’ideologia la lapide. 
E’ una questione di leggerezza.
Mi viene voglia di fare il gioco dello sfiguro, senza filo spinato, solo con il pennarello nero su queste foto qua. Anzi, no, solo su una.