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giovedì 5 settembre 2013

12 uova e un filo(che) di memoria

Sembra  un’assurdità trasformare un evento tragico come l’assedio di Leningrado  in una avventura rocambolesca, poetica e anche ironica,  in una formidabile storia di amicizia e di amore. 
(e di amore per la vita). 
David Benioff ci è riuscito. 
E’ un giovane scrittore e sceneggiatore americano di origini russo/ebraiche. 
Sua è anche la sceneggiatura di X-Men le origini – Wolverine. 
(urca, Logan) 

Due vite in cambio di 12 uova da trovare in meno di sei giorni, una missione che pare impossibile in una Leningrado assediata dai nazisti,  stremata dalla fame,  ridotta a sciogliere le coste dei pochi libri sopravvissuti alle stufe per ricavare dalla colla delle  stecchette dolciastre; una città dove tutto fa brodo – anche la carne umana- , pur di mangiare. 
Tzè,  12 uova fresche. 
Lev, di padre scrittore portato via dalla polizia segreta russa, e di madre e sorella sfollate, ha solo 17 anni.
Un ragazzino, ebreo, per giunta,  che gioca a fare la resistenza antiaerea sul tetto del suo palazzo. 
Kolja è di poco più grande, è un cosacco birbante e strafottente, un tombeur de femmes, ma anche il suo opposto – ah, il segugio nel cortile - ; è un soldato dell’armata, ma  il richiamo del pisello ( la cazzite va sempre curata)  che  gli ha impedito di ritornare in tempo al suo battaglione, lo ha trasformato in un disertore. 
Entrambi finiscono nel carcere sulla Neva, disertore l’uno, ladro di beni di cadavere tedesco piombato dal cielo l’altro.

I soldati muoiono e i civili anche, a meno che non siano figli di generali e di comandanti in capo. 
Quelli, i generali e i comandanti in capo,  hanno la pelle e la panza al sicuro sempre, e possono permettersi lussi inauditi, per sé e per i propri, e anche capricci,  come offrire a un ladro e a un disertore la possibilità di avere salva la vita se riusciranno a trovargli 12 uova. 
Nei brevi lunghissimi giorni che Lev e Kolja trascorreranno insieme alla ricerca del mezzo magico per guadagnarsi il passaporto dei viventi, ne vedranno e ne faranno che manco gli X-men (e chi ha veramente subito la guerra),  impareranno a diventare amici, anzi, a volersi bene;  uno dei due troverà l’ammore, una partigiana cecchina ( e rossa di capelli)  che avrebbe potuto insegnare a  Zajcev, l’altro invece... 

Il libro inizia con pagine che sembrano (sono?) autobiografiche. 
L’autore va a trovare i nonni e si fa raccontare di Leningrado. 
“Quando ha terminato il racconto, l’ho incalzato sui dettagli: nomi, località, condizioni atmosferiche di certi giorni. Lui ha tollerato fino a un certo punto, ma alla fine si è chinato in avanti e ha schiacciato lo stop del registratore. “E’ stato tanto tempo fa” ha detto. “Non mi ricordo com’ero vestito. Non mi ricordo se c’era il sole”.
“Volevo solo essere sicuro di non sbagliare niente.”
“Non sbaglierai”.
“Questa è la tua storia. Non voglio mandare tutto a puttane”.
“David…”.
“Ci sono un paio di cose che ancora non tornano…”
“David” ha detto, “sei tu lo scrittore, inventa”.

E ha inventato bene, proprio bene, perché nonostante il picaresco e lo humor,  la sensazione claustrofobica dell’assedio e delle sue conseguenze, lo sdegno e la rabbia per le prepotenze, la compassione per la sofferenza, quelli ci sono tutti.
Ma c'è Kolja.
Kolja, caro delizioso ragazzo, è davvero un  personaggio chiave,   pietra d’angolo  della vita che si erge al di sopra di tutto, anche  delle più orrende paure.  
L’alleggeritore dei drammi. 
(il tombeur continua a colpire)

Io non so valutare quanta invenzione e quanta realtà ci siano nel romanzo, e neanche me ne fotte.
Mi è piaciuto  assai abbastanza, questo libro "ammericano".
Mi piacerebbe però se davvero fosse nato così,  da un racconto del nonno su cui l’autore  ha fatto ricami. 
Per un attimo ho pensato che  se fossi stata una scrittrice avrei potuto ricostruire lo sbandamento dei soldati italiani dopo l’armistizio e la fuga attraverso le montagne e le pianure, per giorni, settimane, pur di tornare a casa, dalle mogli, dai figli, dalle madri, prendendo spunto dai radi e scarni racconti di mio nonno. 
Lui, uomo di mezza età con famiglia già numerosa a carico, indifferente alla politica e per natura ostile alle guerra, catapultato in Yugoslavia con un fucile in mano, quando l’unica arma che conosceva era la canna per soffiare il vetro,   che manipolava con maestria, facendo venire fuori dalla massa infuocata oggetti leggeri come l’aria, fu un soldato in fuga. 

E’ tardi, ormai per registrare la sua voce.

(E  ça va sans dire,   non sono una scrittrice)