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domenica 15 settembre 2013

Le notti bianche

Il protagonista di le notti bianche è un sognatore, un timido, un esiliato dalla vita sociale.
Eppure, come tutti i sognatori e i romantici, non disprezza gli uomini, il contatto umano, l’ammore.
Anzi, nonostante non parli con nessuno, non abbia amici, desidera  così ardentemente “l’altro”  che gli pesa la Pietroburgo vuota, coi suoi abitanti riversi nelle dacie in campagna a godersi l’arrivo della primavera, e si riduce a scambiare parole coi palazzi,  quasi fossero animati.
E’ così tanto bisognoso di “umanità” che,  incontrata una ragazza durante una passeggiata, complice un evento casuale,  attacca bottone.
Lui, il timido, l’esiliato.  
Le parla di sè, oibò, le tiene la mano.
(lui, il timido, l’esiliato, il sognatore)
Lei, Nasten' ka, ricambia le attenzioni.
E’ legata con una spilla da balia alla nonna, e da una promessa ad un uomo.
(Ahh, quanto è volubile l’animo delle donne, qual piuma al vento…)
Chi di sogno ferisce di sogno perisce:  l’eroe romantico  aiuta la fanciulla  a ritrovare l’antico e  non del tutto perduto amore  spingendola a scrivergli una lettera e recapitandogliela.
L’illusione di un amore possibile, anche se per una delle parti è solo un amore di ripiego  [chiodo schiaccia chiodo,  e che palla tutti quei " vi amo quanto vi amo vi amo come fratello perchè non vi amo quanto amo lui] è presto cancellata dalla disillusione. 
Tuttavia, quanta generosità, quanta bontà e riconoscenza, per tre notti di sorrisi e di strette di mano.
"Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell'intera vita di un uomo?..."
Risponderei con il cinismo che mi è proprio, sì, è troppo poco un attimo soltanto di beatitudine.
Proprio non sono una sognatrice.
[Nemmeno un cronopio, purtroppo per me, a volte un tantinello fama]
Comunque, anche se  non è stata una lettura di quelle che m’hanno fatto eco, una di quelle che mi hanno  rimbombato negli interstizi della mente e della panza,  con  piglio di burocrate mi tocca fare ammissione di originalità almeno su alcuni aspetti  del racconto: la scenografia ridotta all’osso, la presentazione  semi-monologante dei due unici personaggi  (Racconta! Ascolta!)  tale che il romanzo sembra aver  un impianto teatrale: la scena con il ponte, la scena con la panchina.
Il tutto funziona come una sorta di occhio di bue che sfonda le gabbie toraciche e le scatole craniche dei protagonisti: la donna mobile e il sognatore.

Però mi chiedo se non l'avesse scritto Dosto, ma che so, Novikov Aleksey cosa si sarebbe detto di questo libro, romanzo sentimentale.
Certo, alcuni temi della sua poetica  vi si intravedono in nuce, ma quanta distanza dalla produzione matura.
(il sognatore, così ben disposto verso l’umanità, mi pare un Aljosa imperfetto)
Non so.

Forse è tutta una questione di archetipi (o di condizionamenti).