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lunedì 30 dicembre 2013

Tutta n'ata storia.

Il primo concerto vero, enta anni fa, più o meno, forse più.
Al teatro tenda,  sic et sempliciter,  c’era Pinuccio, prima che occorressero gli stadi e piazza del Plebiscito fino a Toledo e oltre.
Il Palapartenope  e Fuorigrotta non sono più come un tempo.
Ma cosa lo è?
Qualcosa migliora invecchiando (non solo il vino), ma  in genere, come diceva la nonna mia, ogni scarpa addiventa scarpone.
(Meno male che ci stavano tanti scarponi,  più scarponi che guagliuncielli, che altrimenti, eh)

Il concerto è preannunciato dal pazzariello.
Un incipit difficilmente esportabile, e non mi dispiace, che le radici, anche se aeree,  non sono acqua.
'O pazzariello lo dice, ci stanno le guests stars, ne prendi tanti al prezzo di uno.
Certo, anche al momento della prevendita, si sapeva che il concerto sarebbe stato Pino Daniele + special guests.
Tante.
Nel calderone ci sono entrati  Clementino (che è davvero nu guaglione checazzo),  Eugenio Bennato, sempre con la stessa espressione sfasteriata di chi ha passato un guaio nero,   Lina Sastri e Teresa de Sio che seppur ottimamente conservate  hanno modificato in pernacchie le voci, Raiz e Osanna, i padri del progressivo, la cantante celtico-napoletana (!!!) Jenny Sorrenti,  il burdellaro  Tullio De Piscopo e il mistico (accussì li ho sempre chiamati in capa mia) Tony Esposito, ‘o vucione di James Senese e il maestro Rino Zurzolo e mò mi sfugge una  paranza di nomi, ma tant’è.
Tre ore di musica, una scaletta che manco mi ricordo più.
Ahh,  la Nuova compagnia di canto popolare, quella  che dato inizio, con la Tammurriata nera.
“Eh, però – dice l’amica mia – io volevo sentire il concerto di Pino Daniele”.
Ci sta, ci sta.
Ma.
Mi chiedo se riuscirebbe a tenerlo da solo, un concerto intero.
Mi chiedo se ce la farebbe ancora, a cantare e suonare anche per soltanto mezzora  filata, mentre a uno a uno,  a gruppi, in combinazioni insolite (Tullio De Piscopo e gli A67  fanno scintille) vecchi e nuovi compagni di strada, la carica dei trecento,  tengono da soli il palco, oppure lo accompagnano o si fanno accompagnare nei  pezzi forti.
E non c’è niente da fare,  Pinuccio quando tocca la chitarra è sempre un masto, e  si impone, tra gli strumenti e sulle voci degli altri,  il caldo e roco e profondo e dolente timbro  della sua voce.
Quasi quella di una volta.

Tra tutti i pezzi, alla faccia del rock progressivo, quello da brividi ‘ncuollo, da buco nel lago del cuore, è fatto da voce e  chitarre.
Solo voce e chitarre.
Appocundria.

Una  bella botta.