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domenica 17 maggio 2015

Morte a Venice

Dovrei leggere Mann per capire se c'è  debito. 
Intanto ho scoperto un'altra Venezia, al di là dell'oceano.

Ai vecchi tempi Venice, in California, aveva molto da offrire a chi si compiaceva di tristezze. C'era nebbia quasi ogni sera e c'era il brontolìo delle macchine petrolifere lungo la riva, e lo sciabordìo dell'acqua scura nei canali e il sibilo della sabbia contro le finestre quando il vento s'alzava e cantava negli spiazzi aperti o nelle passeggiate deserte.
Erano i giorni in cui il molo di Venice si sgretolava nel mare, e al mutare della marea si intravvedeva fra le onde lo scheletro di un immenso dinosauro — le montagne russe del vecchio luna-park — languire nell'oceano.

E’ in quest’atmosfera decadente che l’amico della Morte, Compare Sconforto, fa collezione di Solitari.
L’amico della Morte ha un alito gelido e alticcio, puzza di sudore e di notte si ferma davanti alle porte e lascia mucchietti di alghe. 
E’ un giovane scrittore che campicchia vendendo racconti di  mistero e fantascienza ai giornali, il primo a sentire il suo alito. 
Il primo ad avere la premonizione della sua pericolosità.

Il romanzo è  un giallo atipico, farcito di omaggi  diretti e indiretti al mondo del cinema, della musica, della letteratura,  costruito con  un ritmo hard boiled  ma puntinato di struggente melanconia. 
Bella l’ambientazione,  le suggestioni sollevate dalla descrizione degli spazi;  affascinanti  i personaggi  strambi e surreali che popolano il romanzo:  l’investigatore filosofo che vive attorniato da una giungla, la diva sepolta nella villa sul mare con il suo cast personale incorporato,  e soprattutto gli abitanti del palazzo di  Los Angeles, un microcosmo di umanità fuori dalle regole e dai giochi: il cieco, Sam,  l’elefantiaca cantante lirica Fanny.
Se molto mi sono piaciuti lo stile e la caratterizzazione dei personaggi, qualche perplessità  mi ha lasciato l’articolazione della trama: vero è che si è fuori dai canoni ordinari del genere, e che il movente non è un movente reale ma una “tesi”, tuttavia questa tesi  mi pare contrastare troppo  con il respiro intero del libro.
L’immaginazione e la paura possono essere   salvezza  e condanna;  lasciarsi andare , arrendersi, arruginire come i dinosauri del luna park è sempre una condanna.
Un Bradbury insolito, una strana lettura che  analogia ardita e irriverente mi ha richiamato alla mente questo, che è impossibile da incorporare (ma anche impossibile da dimenticare, una volta visto) : 

https://youtu.be/oDVNJDSNt7E