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lunedì 23 luglio 2012

Il (mio) gioco del mondo


Ho impiegato molti mesi per leggere Rayuela.
A zompi e a salti, naturalmente, intervallandolo  con  altre letture.
Però sono stata molto compìta, ho seguito buona buona tutte le indicazioni di Cortàzar:
A suo modo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. 
Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo.  In caso di confusione o poca memoria, basterà consultare la lista seguente (…) “
Segue la lista dei capitoli, da leggere secondo l’ordine che Cortàzar ha predisposto, e che mescola tre dei molti libri: “Dall’altra parte” il cui scenario è  Parigi, fino al capitolo 56; “ Da questa parte” , il cui scenario è  Buenos Aires; “Da altre parti” , dove lo spazio e il tempo (le unità aristoteliche) non hanno alcun senso:  è composto da capitoli che integrano le parti  precedenti, da citazioni, da false citazioni.  

Ma come è possibile, date la premesse, che chi arriva a leggere il primo libro, dove pure ci stanno  passi pallosissimi e  capitoli incomprensibili,  come  il 34, non continui a leggere pure il resto?
E’ uno sfottò, o appunto, una sfida.
Di fronte a moltissime pagine, mi sono sentita come la Maga: viola.
Tutte le volte che qualcuno si scandalizzava delle sue domande, una sensazione viola, una  massa viola ecco l’avvolgeva per un attimo. (…)  poco le potevano importare i sospiri di qualcuno quando faceva una domanda, però restava comunque  la macchia viola per un attimo, voglia di piangere, un qualcosa che durava il tempo di scuotere una sigaretta con quel gesto che rovina per sempre i tappeti, ammesso che ci siano.” (pag. 131)
Le discussioni dei componenti del Club del Serpente, che balooons stratosferici, tutti quei Grandi intellettualoidi inchiavicati dentro una stanza a sfumacchiare e bere e parlareparlareparlareparlare di arteletteraturamusica, marò, pura sega/segatura mentale.
E che dire del  mitico capitolo 34, che si legge a righe alterne, dove in un rigo vi è  il testo di un romanzo che il protagonista sta leggendo, e nell’altro i pensieri e le riflessioni del personaggio stesso nell’atto del leggere?
Una roba da atturcinare gli occhi e lo stomaco, proprio.
(e anche l’incontro con Berthe Trèpart).

Naturalmente, non nutro incertezza alcuna sulla originalità dell’opera, una vera pietra miliare dello sperimentalismo letterario, della ricerca di cosa sia e cosa possa essere la letteratura, raggiungendo livelli di vorticosità assoluta  (penso al libro La Luce della Pace del Mondo di Ceferino Piriz o al capitolo 68, un vero orgasmo linguistico) e di poeticità straziante (la lettera a Rocamadour/capitolo 32, o il vuoto nella parete di mattoni/capitolo 66).
Meraviglia.

Sono un lettore femmina (senza trattino) 
E accettando fino in fondo  la sfida, la terza lettura l’ho dedicata a costruirmi il mio Rayuela, e mi sono arrogata pure il diritto di levare, di togliere.
Ho ucciso il capitolo  34 (e anche altri), senza rimorsi di coscienza.
Non era forse questo che intendeva Cortàzar quando scriveva:
"E noi, che non vogliamo essere lettori-femmina, a che cosa serviamo se non ad aiutare in quanto possibile quella (della letteratura) distruzione?”

In giallo i capitoli che ho trovato più belli, indimenticabili.
(forse li rileggerò per la quarta volta)

Il gioco del mondo