Visualizzazione post con etichetta Sunset Park. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sunset Park. Mostra tutti i post

mercoledì 10 giugno 2015

Sunset Park

Non avevo mai letto niente di Auster. 
E dire che lo vidi parlare –  senza capire  cippa,  immagino dovesse avere anche senso dell’humor, date  le risate a bocca larga della mia amica che comprende l’inglese,  mentre io dovevo aspettare la traduzione, in  differita sintetica, stanti i dieci minuti di parlata dello scrittore e i tre della traduttrice.
Sunset Park,  Premio Napoli per la letteratura straniera 2011 (nel periodo in cui  - maledizione, le cose belle durano poco - il premio Napoli ha significato qualcosa, partecipazione popolare e  non salotto per iniziati)
E’ da allora che stazionava nella libreria. 
Sono contenta di averlo letto.  

I personaggi hanno spessore, sono “rotondi”, rotondissimi. 
[Ognuno  di loro mi ha detto qualcosa.  In ognuno di loro ho trovato un mio  frammento]
Ho  apprezzato il modo in cui Auster li ha legati a doppio filo, attraverso la Casa in Sunset Park  che diventa nodo e snodo. 
Era una casa abbandonata, una catapecchia.
Bing Nathan, il “guerriero dell’indignazione, il campione del malcontento, il detrattore militante della vita contemporanea”, il riparatore di oggetti tecnologicamente obsoleti,  decide di occuparla. 
Squatter. 
Non è da solo. 
Nella casa vivono abusivamente Hellen e Alice,  e in un primo tempo anche Millis, la compagna di Bing. 
Lì troverà asilo  il protagonista del romanzo, Miles Heller, dopo un’assenza da New York durata sette anni.  
Nella casa abusivamente abitata gli occupanti cercano di ritrovare una barra e una direzione per le loro vite irrisolte. 
E’ lì’ che cominciano a fare veramente i conti con se stessi. 
E’ lì che cominciano a coltivare desideri, sogni.
E’ lì che pianificano l’idea del futuro. 
Non è un caso che il romanzo inizi con altre case, quelle nelle quali Miles lavorava come addetto allo sgombero. 
Miles fotografava i resti della desolazione, i segni del fallimento, prima che la squadra di sgombero di cui faceva parte cancellasse ogni traccia delle vite trascorse tra le mura abbandonate.
 “Per non avere progetti, cioè non nutrire desideri o speranze, accontentarti del tuo destino, di quello che il mondo ti dà da un’alba a un’altra – per vivere così devi volere molto poco, il meno che sia umanamente possibile.
Così aveva vissuto Miles nei sette anni della sua fuga  dal mondo e da se stesso.  
Il meno che sia umanamente possibile è un desiderio incancellabile, è nel non essere soli. 
E’ nell’abbraccio. 

[E’ nel ritrovare suo figlio, per Morris Heller , il personaggio che ho amato di più, straordinario,  l’uomo delle lattine.
E’ Pilar, per Miles. 
E’ nello sguardo del pubblico, per  Mary Lee Swann.
E’ in un  figlio che non è mai nato, per Hellen]

Il corpo umano non può esistere senza altri corpi umani. Il corpo umano ha bisogno di essere toccato  - Non solo i corpi umani piccoli, ma anche quelli grandi. 
Il corpo umano ha la pelle. “

Ma basta un attimo perché tutto precipiti o muti direzione:  un incontro casuale,  uno spintone, un pugno.
Vite irrisolte nella perdita.

...e si chiede se valga la pena sperare in un futuro quando non c’è futuro e d’ora in poi, si dice, non spererà più in niente e vivrà solo per questo, questo momento, questo momento che passa, l’adesso che è qui e poi non è qui, l’adesso che se ne è andato per sempre.” 

[e ora altri, Mr. Auster. Vediamo quanto dura il feeling]