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martedì 22 aprile 2014

La città e i cani: spine.

Spina.
Quando era obbligatoria la leva, le matricole dette spine si dovevano stare, secondo la legge del “chi è più grande (in grado, o in esperienza)  è masto  e vatte”. 

Vargas Llosa, la città e i cani
Nel romanzo di Vargas  LLosa  i cani sono le spine, i cadetti del primo anno della scuola militare Leoncio Prado.  La città  è Lima, ambito sogno dei consegnati a cui è preclusa la libera uscita (e basta arrivare ultimi all’adunata), ma in modo più ampio la città -   o meglio gli ambienti sociali esterni alla scuola – è/sono l“altrove” da cui provengono e a cui ritornano i cadetti, una  variabile che incide in modo indelebile sul loro destino. 
Essere montanaro, ad esempio,  è già un discrimine, un marchio. 
L’altrove, e l’adolescenza, si perdono nelle ferree regole del collegio e nelle sue infrazioni.
Infrangere le regole  diventa un obbligo per i cadetti,  così come strafottersene delle regole della civile convivenza, per applicare quelle del branco, del machismo e del nonnismo. 

[ho pensato a latere ai fischi durante il giuramento, nel 2009, verso le donne ammesse per la prima volta alla Nunziatella: non perchè donne, ma in quanto il loro ingresso determinò la decisione di punire con rigidità gli atti "goliardici". 
E mi sono sempre chiesta quanto ci sia di "goliardico" nel fare una doccia d'acqua gelata a un poveraccio che dorme in branda, giusto per fare un esempio. 
Quanto sottile è il filo che separa  goliardia e nonnismo?)

Furti, violenze, sopraffazioni,  e soprattutto omertà:  il collegio militare è un vero inferno, soprattutto per chi è fatto di pasta buona.
Essere un grande bastardone  è un vantaggio stratosferico. 
Essere un timido, un riservato, un refrattario alla violenza e al codice omertoso  è uno svantaggio che si può  pagare  con la morte. 
Essere un poeta,  ma abbastanza sfaccimmuso  ed estroverso da piegare a proprio vantaggio la propria abilità può da un lato salvare, dall’altro porre in condizione di farsi troppe domande, e  di sentire, al fine, il peso gigante dell’ingiustizia.
Essere un militare troppo ligio alle regolamento che deve essere anch’esso piegato alle esigenze del prestigio e del decoro e dell’onore anche a svantaggio della giustizia, può causare infiniti danni, e i militari, è cosa nota,  in America Latina (e non solo) hanno fatto  il brutto e anche il cattivo tempo e ben ci tengono, fino a che possono,  a tenere nascosti dentro gli armadi tutti gli scheletri e i cadaveri.

Il romanzo di Vargas LLosa,  molto interessante anche dal punto di vista  stilistico, perché  si susseguono voci narranti diverse anche nella forma del discorso diretto libero, conferendo alla storia una poliedricità di prospettive, è da un lato una denuncia spietata della “mentalità militare” e della scuola che lui stesso fu costretto a frequentare su obbligo del padre, e dall’altro una dolente rappresentazione dell’adolescenza strappata,  un romanzo di formazione  dove solo i più forti, o i più furbi, o quelli che  riescono  a scendere  a compromessi,  possono sopravvivere uscendone quasi indenni. 

E passata la bufera, conquistato l'agognato diploma, meglio dimenticare, innamorate comprese.

"Come poteva avere una fiducia cieca nelle autorità, dopo ciò che era successo? Forse la cosa migliore sarebbe stata quella di comportarsi come facevano tutti. Senza dubbio, il capitano Garrido aveva ragione: i regolamenti devono essere interpretati razionalmente, bisogna pensare soprattutto alla propria sicurezza, al proprio avvenire."