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domenica 23 agosto 2015

Il Genio dell'abbandono

Vincenzo Gemito era chiamato “lo scultore pazzo”.
Febbrile, nervoso, teso alla ricerca di una verità che sottende la pelle, bramoso di cogliere il guizzo, l’essenza.
Consapevole della forza della materia che lui, solo lui riusciva a torcere (non a caso il marmo, non caldo e vibrante come il bronzo, non era il suo materiale prediletto).
Una delle figure di artista in cui è labilissimo il confine tra genialità e follia.

Era stato abbandonato alla nascita e affidato alla ruota dell’Annunziata.
Un esposto, Vincenzo Genito, diventato Gemito per un errore di trascrizione.
(il Gemito: il lamento, il pianto, l’insoddisfazione, ‘a rraggia)

Viciè, e chi se ne fotte del sangue delle origini? Cazzate. E vedi il caso tuo. Non hai avuto padre e madre naturali, ma una forza del fato. Per te c’è stato un genio, il genio dell’abbandono, Viciè. Perché se non ti abbandonavano tu forse non saresti mai diventato Gemito, il grande sculture Vincenzo Gemito!

Non è pura verità però, perché appena abbandonato fu subito adottato; allattato e cresciuto amorevolmente da Giuseppina Baratta, che stava andando al brefotrofio a vendere il latte che suo figlio, nato e morto quasi subito, non avrebbe potuto sucare.
Amato più di un figlio naturale da Giuseppina e dal suo primo e anche dal secondo marito, Mastro Ciccio.

Il libro della Marasca racconta della vita di Gemito in medias res, dalla fuga dal manicomio.
Flash back ricostruiscono la storia della famiglia adottiva, l’ infanzia di Vicienzo, l’apprendistato nelle botteghe di maestri che insistevano a fargli fare il disegno delle “recchie”, la maturazione artistica (il vero, il vero, rincorso nei pescatorielli e nei lazzari, Gemito lazzaro tra i lazzari, un soldo per una posa immobile dentro alla grotta/laboratorio) i rapporti con gli altri artisti e con i mecenati, la passione turbinosa verso Mathilde Duffaud, l’esperienza parigina.
Sono pagine bellissime, dinamiche e vitali, sul cui sfondo c’è una Napoli vivace e vaiassa, miserabile e creativa, densa e fonda e luccicante.
Come la lingua che usa la Marasco, corposa, plastica, espressionistica come un bronzo o un disegno di Gemito, annegata nel dialetto e nel popolare ma mai sciatta.

Wanda Marasca  Gemito
La seconda parte del romanzo, in cui si racconta l’autoreclusione dell’artista nella stanza laboratorio di via Tasso (diciassette anni di segregazione) - il suo diario, allucinato, atturncinato, scumbinato, e il discorso diretto libero che molto più di frequente incide nella storia – è più pesante e faticosa.
Riflette comunque la condizione mentale dell’artista il cui ego ipertrofico si arrocca sullo scoglio.
(Manco della morte della madre se ne addona. E cerca a tutti i costi di resuscitare Nannina, perché lui doveva, lui come Dio, fare il miracolo della vita)
Eppure Gemito non fu mai solo o abbandonato.
Gli facevano visita amici artisti e intellettuali, pure Scarfoglio e Donna Matilde che “ pare n’ommo. Tiene grandi zizze ma pare ommo”.
La moglie Nannina e la madre quando erano vive, Mastro Ciccio e la figlia Peppinella (che teneva i segni della mano paterna, il bitorzolo sulla fronte e sul naso, sbattuta sul muro quando era neonata perché chiagneva), ne avevano sempre avuto cura premurosa.
L’ingresso in casa della Duchessa Elena D’Aosta , la richiesta di una commessa “reale” che cancellasse l’onta di Capodimonte - le mazzate d’è guardie e il trionfo in oro e argento mai portato a compimento - lo liberò dalla autoreclusione.
Gemito continuò a cercare, inquieto, a Parigi e nei vicoli e ovunque, il vero che sta oltre la cortina della pelle e dello sguardo, fino alla morte.
Un funerale ciclopico, quello di Gemito.

Non fu mai solo e mai venne abbandonato.
Eppure le tante persone che lo circondavano erano per lui fantasmi, ombre, pantomime.
L’unico vero ingombro, la sola vera presenza, pur se inafferrabile, era quello del genio.
Questo genio dell’abbandono, oltre che a Napule gli era andato dietro pure a Parigi, pure dint’’o manicomio? Era prestigio o dannazione? Questo genio che cazzo vuleva ‘a isso?
Se lo figurò come un Dio travestito da zengara o ommo d’’o puorto. Portandolo a Napoli, lasciandolo sulla ruota, lo aveva consegnato a una materia alchemica che parteva dall’argilla e ferneva all’oro.

Ah, l’artista.
Che bel romanzo, che passione e quanta vibrazione.
Che bello pensare che un lazzaro ignorante potesse parlare a tu per tu con i re e con gli intellettuali.
Gemito aveva l’Arte nelle mani e il Genio nella mente.

(Meglio non essere artisti, ci sta da essere assai infelici, più di quanto è concesso alle vite semplici. E anche quella infelicità è troppa)