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domenica 23 aprile 2017

Homer & Langley - Edgard L. Doctorow

Disposofobia, o disturbo da accumulo, accumulo patologico seriale, accaparramento compulsivo, o "sindrome dei fratelli Collyer".


I fratelli Homer e Langley Collyer, nati rispettivamente nel 1881 e 1885, furono ritrovati cadaveri nel 1947 nella casa di Harlem dove vivevano segregati e soffocati da tonnellate e tonnellate di oggetti, mobili scassati, giornali, copertoni, immondizia.

Palta.

Una storia che deve aver tenuto desta l’attenzione della cronaca del tempo per giorni e giorni, anche perché il corpo di uno dei fratelli fu ritrovato solo dopo un mese, poco distante da quello dell’altro, sepolto da cumuli di monnezza.

Pensavo che il libro Homer & Langley di  Doctorow, ispirato alla storia dei Collyer, fosse assimilabile al genere di cui “A sangue freddo” di Capote è fulgido esempio.
E invece no, a partire dallo scambio di personalità: Langley non è il minore né il musicista.
La cronaca è davvero solo un pretesto.
I due fratelli vivono anni di disagio e di enormi vuoti: quello che conduce all’ossessione per “l’autosufficienza”- di cui ossessione secondaria è l’accumulo di oggetti - è la mancanza di senso nella vita.
“Cosa poteva esserci di più terribile che venire trasformati in un aneddoto leggendario?”
Sono le parole di Homer,  il protagonista del libro di Edgard L. Doctorow, uno dei due "esuli"dal mondo. 

L’aneddoto si dilata fino a coprire quasi un intero secolo: dagli inizi del Novecento alle passeggiate sulla luna e oltre, passando per le due guerre mondiali, il Vietnam,  gli hippie, le stragi in Salvador.

Il trauma di Langley risale alla prima guerra mondiale, vita e morte in trincea: è dopo quell’esperienza che comincerà a formulare la Teoria dei Rimpiazzi, “il suo modo per definire l’amarezza, la disperazione della vita”, e il progetto del giornale unico per tutti i tempi, quello definitivo, quello che fissa per sempre la Storia dell’Umanità, collezionando tonnellate di giornali da cui estrarre, catalogare e sistematizzare miliardi di notizie solo apparentemente diverse.
Il trauma di Homer è nella cecità che lo colpisce sin da ragazzo. Impara ad orientarsi nel mondo usando l’udito, ma anche il tatto, riconoscendo gli oggetti da come respingono l’aria.
Quando diventa anche sordo, e quando la casa gli si richiude intorno con gli ingombri delle masserizie accumulate dal fratello, non gli restano che le parole per “sentire”, parole per supplire alla mancanza dei sensi.


La loro casa diventa il centro del mondo: entrano Harold, i coniugi giapponesi, Mary Elizabeth che diventerà suora e martire, il gangster Vincent e la sua cricca, i figli dei fiori.
E se ne vanno.
Le persone escono dalla tua vita, e a te non rimane che il ricordo della loro umanità, una povera cosa discontinua senza alcun potere, proprio come la tua.”
Una vita, anzi due che tentano disperatamente di ritagliare uno spazio in cui potersi “muovere” senza dover dipendere da “sistemi” stabiliti e organizzati da altri.

Non sono fenomeni da baraccone Homer e Langley.
Sono due persone che di patologico hanno solo il reciproco irragionevole sostegno.
Entrambi soffrono di un esasperato bisogno di amore e di senso, che surrogano in modi diversi: Homer conservando la memoria, prima degli spazi che non vede più, poi degli eventi e delle persone attraverso le parole.
Langley conservando le cose, giornali, macchine da scrivere, strumenti musicali, maschere antigas, armi, torce, fino ad implodere.

[“C’è stato uno schianto, l’intera casa ha tremato. Dov’è Langley? Dov’è mio fratello?”]

Un bel libro davvero: inaspettato, sorprendente.

sabato 1 aprile 2017

La confraternita dell'uva, ovvero la Coscienza di Henry.

Primo sottotitolo: La coscienza di Henry. Focus su La morte di mio padre.
Secondo sottotitolo: Padre padrone.
Terzo sottotitolo: La famigghia.
(Potrei continuare ad libitum: da Mazz e panell fanno i figli belli a Parenti serpenti.)

La storia è narrata in prima persona da Henry Molise, cinquantenne scrittore apparentemente smarcato da molti anni dall’asfittico “imperio” dei genitori: a venti anni lascia il focolare materno e la fornace paterna.
(Alter ego dello scrittore John Fante)

Sai che cos’è un uomo? Un uomo lavora. Suda. Scava. Martella. Costruisce. Prende un po’ di dollari e li mette da parte. Senti chi parla, ironizzavo io. Non c’era risposta per quel dago da trivio, per quel wop abruzzese di umili origini, per quel bruto d’un bifolco, quel ruzzolamerda, quel leccaculi.
Il wop abruzzese etc è il padre, Nick Molise.
Nick martella, costruisce, si ubriaca, sperpera i soldi al gioco e picchia la moglie.
Un campione di moralità e tenerezza.

Henry è chiamato a casa dal fratello per sedare una situazione scottante – il paventato divorzio dei genitori, [e chi si  tiene papà il babbo??], ma credo soprattutto per fare in modo che un po’ di acido affetto genitoriale ricada su di lui, l’unico figlio ad essersi realmente emancipato dagli intingoli di mammà e dalle carocchiate di papà, 
Henry si ritrova incastrato nell’ultima irragionevole volontà paterna: costruire un affumicatoio in montagna con il suo aiuto come manovale.
La fatica, il coma diabetico e l’ultima colossale bevuta nella vigna di Angelo Musso coi suoi “confratelli” conducono il vecchio Molise al tavuto, e la inconsolabile vedova a stare quieta.
Non mi diceva mai niente. Ogni sera mi chiedevo se sarebbe tornato a casa. E ora è finita. Non mi devo più preoccupare. So dov’è.”

Non è solo un libro sul conflitto generazionale, e sul gap che l’integrazione produce tra immigrati di prima e seconda generazione [adesso invece capita che gli immigrati di seconda generazione, perfettamente integrati, rinverdiscano il peggio della “cultura” del paese dei genitori].
E’ soprattutto un libro sulla corrosiva permanenza dei legami familiari, nonostante da questi si faccia di tutto per allontanarsi, siano essi catene, o abbracci.
Ero anch’io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quando ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio. “.

Si può non essere genitore, ma non si smette mai di essere figlio.
Si è per sempre figlio di qualcuno.
E quel qualcuno, in qualunque modo sia, lascia molto più di un corredo genetico.
Non è un libro che dimenticherò facilmente, tanto repellente e odiosa è la famiglia Molise: non solo Nick la bestia, la cui vera famiglia è quella dei compagni di bevute, la confraternita, ma pure la querula sua consorte, e i figli tutti, scrittore compreso.

[molti hanno una fortuna e un tesoro che non vengono apprezzati se non quando è troppo tardi.]

lunedì 27 febbraio 2017

Lettera a [da] una professoressa

Cari ex ragazzi della scuola di Barbiana,
la lettera che vi aspettavate arrivò, arrivò molto prima di questa mia.
Quante cose sono cambiate dagli anni ’60, per fortuna.
Quante cose sono cambiate dagli anni ’80, quando ero dalla stessa vostra parte della barricata e i Gianni avevano le stesse opportunità dei Pierini.
Da quasi vent’anni sono dall’altra parte.
Dalla parte di chi ora si sente - ed è, per moltissimi fattori – la parte scamazzata (da martello a incudine).

Cari ex ragazzi di Barbiana, chissà che uomini siete diventati - [lo so, mi sono informata, siete tipografi, sindacalisti, infermieri, Francesco Gesualdi è uno scrittore e saggista] – chissà cosa ne pensate della scuola dei vostri nipoti.
Adesso non si insegna solo l’educazione civica ma l’educazione alla cittadinanza e costituzione che contempla centomila altre educazioni, alla salute, all’ambiente, alla legalità, alla melanzana fritta; agli esami di terza media non ho mai visto un bocciato – e ormai sono venti anni – , anzi qualche pargoletto ha ricevuto l’onore di essere svegliato da prodi professori che pur di non fargli perdere l’anno sono andati fino a casa a prenderlo e a portarlo a scuola, dal letto dove dormiva beato dopo aver fatto bagordi e impennate notturne con il motorino; conta chi balla, chi canta, chi suona, chi è atleta e chi rappa e strappa.

Leggendo il vostro atto d’accusa, il vostro sputo sul sistema educativo degli anni ’50, così giusto, così sacrosanto rispetto a quel che era la scuola di un tempo – ma adesso dovendo fare il calcolo delle mie ore di lavoro, oltre alle 18 in classe e alle altre contrattuali, si perde il conto di quelle  impiegate per preparare e per diversificare le lezioni, per produrre materiali diversi per i bes, i dsa, i ragazzini da potenziare, altro che ripetizioni a pagamento - ho pensato marò, ma perché poi da un eccesso si deve passare ad un altro?

Chissà, ex ragazzi della scuola di Barbiana, se qualche volta vi è capitato di rileggere il vostro libro.
E dire. Ahh, altri tempi, proprio altri tempi.

Riporto solo una frase che riassume ciò che il libro può dire adesso.

Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui.
 Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli.”

Si può essere in larga parte d’accordo, ma in larga parte anche no.

sabato 11 febbraio 2017

Il partigiano Johnny

Il partigiano Johnny è un libro sulla Resistenza, e si sa.

E’ un libro in larga parte autobiografico e neorealista: Johnny è Beppe Fenoglio, sbandato come lui dopo l‘8 settembre, arruolatosi come lui prima nelle file di partigiani rossi, poi in quelle degli azzurri, i  badogliani: i capi partigiani, le vicende della città di Alba e dei paesi delle Langhe, le non-azioni degli inglesi e quelle dei repubblichini e dei tedeschi sono reali, storicamente documentate e anche
questo si sa.

Il partigiano Johnny è stato pubblicato postumo: l’assemblaggio dei capitoli è dovuto ai curatori che hanno “manipolato” varie “versioni” fenogliane del testo, e anche questo si sa.
E allora, perché leggere un libro di cui già si sa?

[Soprattutto, perché leggere Il Partigiano Johnny avendo letto altri romanzi brevi che in qualche modo sono una costola del suddetto?]

Dire che è bellissimo potrebbe bastare, ma anche no.
Ci sono temi e tracce presenti in altri racconti lunghi, Primavera di bellezza e Una questione privata,  ma in questo romanzo l’accento è calcato sul senso di disfatta, di “sbandamento”, che non è - in riferimento all'uso del termine nel racconto - solo il momento in cui le formazioni partigiane si scompongono dopo il massiccio attacco dei repubblichini e dei tedeschi: è una condizione intima, individuale e collettiva, di fronte alla necessità di fare e alla disperata consapevolezza di poter fare poco più che pochissimo o niente.
[se pochissimo può dirsi liberare un paese sapendo di non poterlo “tenere” per più di 15 giorni, se pochissimo può dirsi offrire cibo e alloggio rischiando la vita, se pochissimo può dirsi affrontare il nemico ed esser certi della disfatta, se pochissimo, attualizzando e assolutizzando, può dirsi sopravvivere alle bufere della vita].
Oltre a Johnny, oltre ai suoi  compagni, ci sono i contadini. 
Quanta dignità, quanta. 
La vecchia della Langa e la sua cagna sono indimenticabili. 
(Vecchia a cinquantanni, urca)

Straordinario, rispetto ai romanzi brevi,  è il linguaggio: incrostato di parole ed espressioni anglofone [il mellow sole e la mareante erba], di aulicisimi [nictalopa curiosità e rapinosa tristezza], tessuto in fili di lancinante poetica bellezza.

Johnny andò verso una tetra notte previa d’un goalles giorno vuoto e fremitoso, e senza fine. Nel greve cielo dove le stelle erano, appuntate come sul velluto, un aereo gemeva, con una infinita coscienza di minuscolità, sempre sull’orlo del naufragio. Era un apparecchio di sconosciuta nazionalità, forse waged e pilotato da un moderno aeronautico capitano Nemo, che la voce popolare asseriva mitragliasse tutte le luci violanti l’oscuramento, in una fanatica istanza di tenebra assoluta.

venerdì 27 gennaio 2017

I sommersi e i salvati




Primo Levi muore suicida nella sua casa l’11 aprile del 1987.
Il Centro Internazionale di studi Primo Levi non prende in considerazione l’ipotesi di caduta accidentale come si suppone altrove.
Durante la lettura de I sommersi e salvati, come in un pendolo il mio pensiero è oscillato tra le parole dell’autore e la sua morte.

Mi sentivo innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. (…)
Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. E’ questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco (…). Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto.; ma sono loro, i “mussulmani", i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione.”

Nel saggio non c’è risentimento, rabbia, sentimento di rivalsa.
Nessuna maledizione per chi dimentica, nessun “i vostri cari torcano il viso da voi”.
Vi è anzi un tentativo di rispondere a chi, soprattutto tra le generazioni più giovani – la deformazione della memoria – non riesce a capire come sia stato possibile, perché sia stato accettato.
Levi spiega e analizza con pacatezza, con lucidità.
Scava anche in quella terribile zona grigia in virtù della quale vittime si sono fatte carnefici, in quella zona da cui sono venuti fuori molti dei salvati.
Spiega perché tra i sistemi concentrazionari quelli nazisti hanno avuto una specificità che li connota come fatto unico nella storia dell’umanità.

Dipana la differenza tra violenza utile e violenza inutile: la seconda caratteristica propria del nazismo e dei suoi campi di sterminio.
Riconosce, già ad inizio capitolo, quanto sia provocatoria una tale analisi.
E’ difficile accettare anche solo l’idea di una violenza utile, figurarsi quella inutile.
Però Levi non si nasconde dietro il dito, e apre il sipario su una realtà che proprio perché è stata tale non può essere né dimenticata né equiparata ad altre.
[E’ utile tagliare la testa ad un ostaggio filmando l’atto affinchè venga visto da tanti?]

I nazisti cercarono di cancellare le tracce.
Nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma anche se qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà.”
Levi, che ha fatto della testimonianza l’ammenda della colpa di essersi salvato, si è ucciso poco tempo dopo la pubblicazione de I sommersi e i salvati, e tre mesi dopo aver scritto l’articolo pubblicato su La Stampa riguardo la banalizzazione della strage nazista, l’equiparazione ai gulag, ad esempio.

Ho provato oppressione e disagio. E anche un po’ di vergogna.
Perché io, - anche io, so di non essere sola - ho spesso sbottato di fronte alla retorica del giorno della memoria.


martedì 8 novembre 2016

L'Invisibile ovunque

I Wu Ming e la  Storia. 
Binomio quasi imprescindibile, da Q a sempre. 
E’ una Storia che si sottrae  da logiche narrative ovvie e scontate:  osservata  da prospettive oblique, si infila  in pieghe semisconosciute.

E’ ciò che succede in modo ancora più  marcato in L’invisibile ovunque
La  Prima Guerra mondiale, gli uomini, i pazzi, gli artisti. 

Dice il collettivo  nel post del 9 settembre 2015 su Giap, il  loro sito: 

L’Invisibile ovunque si pone oltre l’arco ventennale che va da Q a L’Armata dei Sonnambuli. Una volta scesi dall’arco, non cerchiamo la pentola d’oro […], ma altri modi di raccontare. Utilizziamo le armi che abbiamo affilato nella scrittura di romanzi storici per fuoriuscire dalla forma del romanzo storico, dopo averla esplorata, forzata, deformata. Abbiamo piegato le sbarre e siamo fuggiti. Suonano le sirene, si sguinzagliano i cani, i fasci dei riflettori perlustrano la notte, ma noi siamo già altrove.
L’Invisibile ovunque mette in scena una progressione in quattro movimenti dalla narrativa pura (Primo, secco come lo schiocco di una fucilata in mezzo ai campi) al romanzo-in-forma-di-saggio (Quarto, con obliqui omaggi a Cortázar e Bolaño, che in fondo è l’anagramma di Boloña, dove viviamo), attraversando il romanzo di frammenti (Secondo, una tragedia degli equivoci su psichiatri e «scemi di guerra») e il non-romanzo surrealista (Terzo, quasi un controcanto a Nadja di Breton).”

Dei quattro movimenti, quelli che proprio non mi è piaciuto è proprio il terzo,  il non-romanzo surrealista:  ha uno stampo troppo intellettual mode per rientrare nelle mie corde (e  dire che posseggo pure i prerequisiti, avendo letto Nadja di Breton.)

[che si  riportino nella prigione del romanzo storico, o morte!]

Coi Wu Ming comunque, alla fine dei giochi    qualcosa s’impara sempre. 
Mica sapevo di tutta la letteratura sugli scemi di guerra (fà ‘o sciem ppe nun ‘i a guerra – pietra miliare del lessico familiare);  mica conoscevo i Camoufleurs, mai mi ero posta la quaestio delle divise mimetiche e delle arti del camuffamento militare.
[vivere dando per scontato che i rambo e i nord vietnamiti con le fronde in capa siano sempre esistiti]. 

E così ho scoperto anche il pittore Lucien-Victor Guirand de Scévola,  il pioniere del camuffamento militare, e ho scoperto  che le avanguardie e le tecniche delle avanguardie artistiche, soprattutto quelle cubiste, sono state piegate alla logica della guerra, sebbene con il fine di salvare quante più vite: il paradosso del fare la guerra e sottrarsene. 



sabato 15 ottobre 2016

Atlante delle isole remote.

Judith Schalansky insegna  tipografia al Potsdam Technical Institute dal 2008.
Così dicono le note biografiche nel sito del Premio Salerno Libro  d’Europa di cui è stata vincitrice. 
Tipografia. 
La prima cosa che mi viene in mente è un piccolo opificio rumoroso, intriso di acre odore di inchiostro e solventi.
Non penso al prodotto della tipografia, magari un'elegante e candida brochure. 
Chissà come e cosa insegna nello specifico, Judith Schalansky. 
Forse la tecnica legata alla stampa degli incunaboli, i caratteri gotici, il segno sottile e arcuato delle lettere. 
L'estetica della tipografia. 
Non potrebbe essere altrimenti, pensando alla cura tipografica del suo libro, 
Atlante delle isole remote

Judith Schalansky, Atlante delle isole remote

Copertina pan di zucchero, dorso in tessuto nero, sui risguardi il mondo, disegnato con un elegante e complesso segno di tratteggio a matita su sfondo arancione. 
Oltre la prefazione, le 50 isole dell'atlante si dispongono solo sulle pagine dispari. 
Isole talora piccolissime, talora inaspettatamente grandi - il mio metro di paragone è stato Procida - per lo più situate nelle enormi distese oceaniche. 

L’isola è nell'immaginario collettivo qualcosa più di una piccola terra emersa circondata dal mare.
E’ dove sognare di andarsene quando non ce la si fa più, è l’atollino con la palma dove vive il naufrago delle barzellette della settimana enigmistica, è un luogo separato e lontano.
Remoto, appunto.
“…le isole non sono che piccoli continenti e che i continenti, a loro volta, non sono altro che isole molto, molto grandi.
E’ impressionante come le 50 isole dell’atlante di Judish Schalansky siano o siano state toccate, per quanto minuscole o respingenti o disabitate, da vicende umane che varcano i confini del loro ombelico: esploratori, naufraghi, sognatori, sfruttatori, distruttori calpestarono, hanno calpestato e calpestano il loro suolo.

Nessuna isola, per quanto remota e lontanissima, è veramente “isolata”.
Nell’era della globalizzazione, dell’internet, del google view (il mio atlante preferito, quello che percorro con le dita sulla tastiera quasi ogni giorno per vedere luoghi dove non sono mai stata e dove non andrò mai), il lontano è un’idea assai astratta per gli abitanti della terra, la casa con googolplex di stanze.
Accanto alle isole, sulle pagine pari, le parti testuali  forniscono  informazioni relative alle dimensioni, alle distanze da altri luoghi, ai “tempi” della loro scoperta, e di ogni isola l’autrice dice qualcosa.
Lo fa con una modalità che non è saggistica, non è narrativa, non è storiografica, non è scientifica.
Non c'è definizione appropriata, si deve inventarla.

Geopoetica, ecco.

venerdì 30 settembre 2016

Harry Potter e la maledizione dell'erede - Il Potere Oscuro del Marchio

Poi dicono che la magia non esiste.
Su Harry Potter e la Maledizione dell’erede è stato scagliato un Salvio Hexia che neppure tutti i maghi concentrati ad Howgart avrebbero potuto lanciare per difendere la scuola da mangiamorte, dissennatori e soprattutto da babbani curiosi.

Mai incantesimo di protezione più potente è stato esercitato sulla rete, dove è impossibile invece evitare la diffusione virale di video privati e la gogna e l’umiliazione.

Dell’opera teatrale di cui il libro è il copione, non c’è alcuna traccia sul web se non un collage di immagini scattate dal fotografo Manuel Harland.



Nessuno spoiler, ovviamente.
E riguardo il libro, il divieto di riprodurre in modo totale o parziale, di salvare in banca dati e di trasmettere in qualunque forma e con qualunque mezzo senza la previa autorizzazione scritta dell’editore suona assai minaccioso.
(Ho la tentazione irresistibile di copiare pagine intere e di copioncollarle qui e là.)

Il libro, ormai questa è una delle poche cose note, non è un romanzo e non è scritto dalla Rowling nonostante il suo nome campeggi in caratteri cubitali sulla copertina.

E’ un copione in quattro atti suddivisi in una cuofanata di scene.
Già solo le otto scene iniziali hanno ambientazioni diverse: stazione, binario nove e tre quarti, treno, sala grande di Hogwarts, ufficio del ministero della magia, casa Potter, stanza di Albus in casa Potter, capanna su scogliera.
Circa 500 battute, molte delle quali costituite da singole parole,  moltissime da frasi da tre o quatrro parole di estrema forza  incisiva come “Ha un bel caratterino” , “Si, scusa.” oppure “Non vedo l’ora.”

Azz, e che grande stregoneria, mi sono detta, come avranno mai fatto a concentrare su un palco in pochissimi minuti una tale varietà di luoghi.
Dalle sparute immagini dello show teatrale deduco che molto è lasciato all’immaginazione e alla memoria.
Ma non posso blaterare su ciò che non ho visto.

Ho letto, invece.
Un’indagine Doxa afferma, tra le varie altre cose, che la generazione Harry Potter ha maturato un sistema positivo di valori: il senso dell’amicizia, il coraggio, la lealtà, il rispetto verso gli altri.

http://www.doxa.it/news/leredita-di-harry-potter-un-classico-che-fa-crescere-i-lettori-doxa-2016/

Questa architettura di “valori positivi” nella "saga base" è tuttavia sottesa.
Sono il meraviglioso, l’avventura, l’immaginazione come cifra del mondo a rendere appassionanti i romanzi della Rowling.

Il cosiddetto ottavo libro si è rivelato invece un pippone querulo incentrato sulle dinamiche genitori/figli, e i valori amicizia/amore/lealtà/bontà/ sacrificio/comprensione/rispetto sono sbandierati così come in uno sceneggiato o in una telenovela sudamericana.
Guarda caso – SPOILER SPOILER - spunta pure la figlia di Voldemort concepita con Bellatrix Lestrange [chissà dove chissà quando chissà come], la quale, core de figghia, cercherà grazie alla giratempo di mutare la storia per riportare in vita il suo paparino e rivelargli, al momento dell'incontro, quanto gli vuole bene.

L’avventura annanz e arete nel tempo, nella foresta per il Torneo Tre Maghi nel 1995 e a Godric’s Hollow nel 1981, serve a “sciogliere” il rapporto conflittuale tra Harry Potter e suo figlio Albus Severus.

Ne “La maledizione dell’erede” la “magia” è un pretesto: domina la filippica morale, troppo esplicita, davvero troppo.
Non posso sorvolare neanche sul registro linguistico orripilante.
E il pretesto del target non regge, la differenza di stile tra questo e i primi sette libri della saga è abissale.
Riporto qualche battuta a mò di esempio e a caso, tra le poche che vanno oltre le tre parole.

(dialogo tra Scorpius, figlio di Draco Malfoy, e Albus Severus Potter. I due ragazzini sono amici del qqquore. Non ho aggiunto o omesso nulla. I puntini sospensivi ci sono davvero. Pag. 167)

Scorpius:
Questo è bello….è una bella cosa da dire.
Albus:
E avrei dovuto dirtela molto tempo fa. A essere sincero, sei la persona migliore che conosco. E non hai, non puoi avere, una cattiva influenza su di me.
Al contrario, mi rendi più forte. E quando papà ci ha costretto a stare lontani, senza di te…
Scorpius:
Neanche a me è piaciuta tanto la vita senza di te.

Forse ora comprendo perché tanta blindatura riguardo La maledizione dell’erede.
A conoscere la verità…
(i puntini sospensivi qui ci vanno per forza).

Ho diffuso senza alcuna autorizzazione una parte del testo.
Ho violato gli incantesimi di protezione.
Ora attendo che vengano a prendermi per portarmi ad Azkaban.

lunedì 5 settembre 2016

La famiglia Fang.

Il film -  mi dicono -  è  una semiboiata.  
Il libro invece ha un suo perchè. 

Agli ammmericani,  e non solo, il tema della famigghia  come covo di istruzione e distruzione deve essere caro assai.
Per un nanosecondo  mi sono passati davanti agli occhi i Franzen, le Oates, i Roth (poi mi sono obbligata a deviare la mente altrove per evitare la valanga di macedonia di pagine)
Anche Wilson Kevin, giovane autore ammericano, scrive fondamentalmente del rapporto genitori/figli, di genitori che non sono pronti ad avere figlie e  delle percussioni che le loro azioni  hanno sui poveri pargoletti destinati a diventare adulti fragili e problematici, della difficoltà che i figli incontrano nel tentativo  di liberarsi dal peso che i genitori hanno loro piazzato sulle spalle.
Tuttavia  lo fa in modo tale da far sembrare, ma soltanto sembrare, che il problema  riguardi esclusivamente   i  personaggi del romanzo.
Cosa sia l’arte, dove possa spingersi il concetto di creazione artistica e l’avanguardia, che pure appaiono come nodi portanti del romanzo, sono solo pretesti per mettere in gioco altri fattori.

Caleb e Camille Fang, artisti,  prima professore e alunna, poi compagni nella vita e nell’arte, sono  i genitori di A e B, ovvero di Annie  e Buster.
La loro idea dell’arte è una concezione globale, che investe la vita e che ha come scopo la destabilizzazione, il caos, il disordine e il disorientamento.
Le loro opere sono performance evenemenziali esplicate nei luoghi più apparentemente lontani dalla fruizione e dalla azione artistica: supermercati, gallerie commerciali, ristoranti.
Ordinari luoghi di comune frequentazione.
Luoghi dove il pubblico è suo malgrado spettatore e attore.
(uhh, ma nelle gallerie commerciali  davvero  il “pubblico” è spettatore e attore, a prescindere dai Fang!)
A e B, i due fratelli,  diventano pedine indispensabili perché l’evento abbia luogo.
Pedine, prive di capacità decisionali, di capacità oppositive:  oggetti strumentali alla realizzazione del  progetto di vita e arte dei propri genitori.
La famiglia Fang è essa stessa un prodotto “artistico” – creativo.
Falso e falsato, naturalmente, come gli oltre trenta  matrimoni di Caleb e Camille.

Aspettative, proiezioni, investimenti e ricatti emotivi.
Famiglia Fang o famiglia Pinco Pallino, il risultato talvolta non cambia.

[ “aggio fatt ‘e cucchiarelle pe nun me scuttà ‘e mmane”, diceva una nonna (non La Nonna mia) riferendosi alle figlie femmine ]

sabato 14 maggio 2016

In Blade Runner gli androidi sognano pecore elettriche?

Ho visto cose che voi umani…

Ho rivisto il film:  nella memoria non rimanevano che brandelli. 
[Il primo dopo vari anni. In sei round, vabbuò. Merito della lettura è.]

Brandelli che non coincidevano affatto con il disegno del libro di Philip K. Dick a cui è liberamente ispirato Blade runner
Non è solo per le differenze nell’ambientazione, nei personaggi, nella struttura narrativa. 
Sono due “oggetti” diversi,  con prospettive e visioni dell’uomo  secondo me abbastanza  differenti.
L’unico sottotesto comune è una  domanda. 

Cosa è l’umano? 

In Blade runner l’umano ha a che fare con il Tempo. 
Il passato  rende all’umano la sua identità  – non a caso i ricordi impiantati sono l’ultima frontiera degli androidi Nexus 6 – , l’esperienza da trasmettere è ciò che costituirà il passato di quel che verrà, in una traiettoria tesa all’infinito.



 “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. […] E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Le parole pronunciate da   Roy prima che il suo tempo finisca, sono  la rivendicazione  del diritto alla vita e alla prosecuzione della vita. 
Gli androidi ribelli vogliono tempo. 
Vogliono vivere più a lungo, senza scadenza. 
Vogliono emanciparsi dalla loro condizione di prodotto,  ovvero di oggetto, ovvero di  schiavo.  
Roy uccide suo padre,  il costruttore, che lo ha imprigionato in una scadenza. 
Roy è l’angelo ribelle, è Lucifero.
(anche l'iconografia del personaggio rimanda all'angelo ribelle, il biondo portatore di luce)

Il simbolo della libertà è il tempo.  
Immortalità.
La ricerca della pietra filosofale,  l’aldilà dei paradisi, il desiderio a tutti i costi di avere figli. 
L’uomo ha sempre rigettato, in un modo o nell’altro,  l’idea di essere a termine, di avere una scadenza.
Avere una scadenza è la schiavitù dell’uomo. 
Uomo o  cloni dell’uomo.

Non è così nel libro di Dick.
Umano è ciò che è in grado di provare empatia verso l’altro. 
I cacciatori di taglie individuano i soggetti da “ritirare”  attraverso un test che misura la capacità di empatia. 
Anche i modelli Nexus 6, i più avanzati, nonostante tendano ad assimilarsi agli uomini, ne difettano. 
Ma gli uomini?  Tra edifici che si decompongono  e automobili volanti, ne sono rimasti volontariamente pochissimi. 
(altro che babele di lingue e di razze del film di Ridley Scott)
Alcuni non possono emigrare verso le  colonie extraterrestri: sono i cervelli di gallina, marchiati dagli effetti della guerra mondiale del 1992 che ha ridotto il mondo in palta e lo ha ricoperto  di polvere. 
John Isidore è uno di loro.
(Il mio personaggio preferito. Nel film non c’è.  E’ stato  inserito  invece il genetista giocattolaio, con funzione meramente strumentale)
Isidore è l’unico inquilino di  un enorme condominio abbandonato. 
Lavora come conducente di furgone  per la Clinica per animali Van Ness
Gli animali veri, viventi, sono pochissimi: chi non può permetterseli, si accontenta di quelli artificiali. 
Prendersi cura di un animale  è segno di empatia. 
[Mi sono venuti in mente i Furby e i  Tamagotchi ]

Ma anche il desiderio di possedere un animale è un falso desiderio, perché in realtà, tranne per Isidore,  che non  vede la differenza tra quelli  veri e quelli artificiali,  rappresenta solo uno  status symbol.
E’ una grande truffa anche il mercerianesimo, la “religione” di Mercer, che attraverso 
una scatola si mette in contatto con tutti i seguaci - in una catena che abbraccia tutta l'umanità - affinchè  condividano  gioia e   sofferenza, soprattutto sofferenza. 
(sulla valenza simbolica della scatola empatica, su Mercer, sulla voce unica che viene trasmessa da radio e tv,  sul rapporto tra il cacciatore di androidi e sua moglie Iran ci sarebbe da scrivere un papiellone)

Sognano gli androidi le pecore elettriche? Sognano ciò che sognano gli uomini, possedere un animale, che sia un cavallo, una capra, un ragno?
Desiderano gli androidi entrare in empatia con gli altri?

Nel libro il problema non sono gli androidi. 
Sono gli uomini. 
Sono loro che si avvicinano alle macchine,  a  “oggetti”,  a cose. 
Palta.

Il futuro immaginato da Dick è molto più claustrofobico e inquietante di quello consegnato alla memoria collettiva dal film di Ridley Scott.

Diversi, diversamente bellissimi. 

sabato 30 aprile 2016

Open - Andre Agassi

Open parentesi. 
In principio furono degli occhi verdi gatteschi e una montagna di ricciolini castani. 
E fu anche la fine. 
Che vuoi vedere la pallina, c’era il palleggiatore che  occupava tutto l’orizzonte, e così prima ancora di iniziare finì la mia esperienza sportiva come tennista. 
Vabbuò, c’è anche da dire che assai controvoglia mi piegai, adolescente, al campo di terra rossa.  
Preferivo di gran lunga l’acqua clorata della piscina. 
Ma piscina e campi erano  entrambi lontani  da casa:  mammà faceva  chauffeur  per la prole, doveva  accontentarne due su tre, e dopo un paio di anni di strepiti, lacrime, mal di pancia improvvisi e sottrazioni di costumi e di cuffie dalla borsa,  i due ebbero la meglio. 
Closed parentesi. 

Odio il tennis. 
Ma per davvero, mica come dice Agassi – a chi la vuoi dare a bere – nella sua autobiografia. 
(Odio anche guardare le partite: gli spettatori sono il vero spettacolo, le cape oscillanti in un continuo no, no, no, no)
Molto prevenuta  dunque mi sono avvicinata a questa lettura. 
Da La fine, ovvero dal capitolo con cui inizia il libro,  e almeno fino alla metà del libro, sono stata presa nella rete.
Quanta solitudine, quanta inadeguatezza. 
Bisogna sforzarsi di immaginare  le star – a qualunque campo afferiscano,  letteratura  sport o cinemà – nude e fragili e insicure.  
Agassi - Open
La fama del personaggio copre  la persona. 

Ho provato compassione per il bambino Andre privato dei giochi e costretto a palleggiare per ore con il drago, diabolica invenzione di un padre che rovescia nel proprio figlio le proprie ambizioni di successo. 
Ho provato  orrore per il regime carcerario della Bollettieri Accademy e simpatia per l’adolescente Andre finto ribelle, per i suoi innocui moti di protesta. 

Quando si dice un bravo ragazzo. 
Troppo bravo ragazzo. 
Così bravo ragazzo da iniziare la  relazione   con Brooke Shields (solo perché caldamente suggerita) via fax.   
Così bravo ragazzo – ragazzo  per modo di dire, a 29 anni! – da necessitare del sostegno dell’amico sensale per avvicinarsi a Stefanie Graff. 

Poi è cominciata la parabola discendente. 
La parte finale del libro mi ha ammorbato, sia per il quanto è bravo e quanto è altruista e quanto è generoso  -  ma che bella iniziativa la scuola Agassi (e ancora devo capire il senso del racconto della mancia che lascia al posteggiatore il suo rivale Pete Sampras,  anzi, la verità l’ho capito e mi pare proprio un inserto meschino) sia per la cronaca puntuale di tutti gli incontri, set per set, servizio per servizio, punteggio per punteggio. 
Uno sfracello di palline. 

Un libro che è  davvero  autobiografico: inizia bene, si piazza benissimo, ma quando sarebbe il caso di  ritirarsi continua, continua, fino allo spappolamento della colonna vertebrale. 


venerdì 8 aprile 2016

Dall’astrattismo alla critica astrattista. Il critico d'arte e gli altri cinquantanove racconti di Buzzati.

Buzzati, Buzzati.
Che ne so io di Buzzati, dopo aver finito di leggere  i Sessanta racconti e oltre alla vaga reminescenza de Il deserto dei tartari letto nel cenozoico e a non significativi cenni biografici?
Niente.
Sarebbe il caso di studiare, di cercare, di andare oltre la semplice lettura dei racconti , poiché così, a sentimento, quasi tutti mi hanno ispirato collegamenti anche arditi, arditissimi.
[Ma poiché non devo fare esami e non mi devo sottoporre a nessuna valutazione, non devo tenere seminari e manco una lezione, anche stavolta passerò oltre, o cazzeggerò invece di approfondire]

Buzzati - Il critico d'arte
Il filo rosso che lega tutti i racconti, pure nella varietà e nella multiformità, è una vena di inquietudine.
Quasi tutti sono ricoperti di un sottile velo di disfatta, sia che parlino di storie d’amore , sia che raccontino di epidemie che colpiscono le automobili.
Non mi soffermerò su tutti i racconti,  e neanche sui miei preferiti che sono, in ordine di apparizione, "L’assalto al grande convoglio"
 "Sette piani"
 "Il borghese stregato
"Sciopero dei telefoni" - una vera chicca, nel quale vi è anche l’intuizione del potere delle chat "E ciascuno credette di parlare con donne giovani e bellissime, ciascuna si illudeva che dall’altra parte dei fili ci fossero uomini di magnifico aspetto, ricchi, interessanti…"
"Grandezza dell’uomo".

Ma qualche parulella almeno sul racconto Il critico d’arte, non solo perché è un’arguta e ironica riflessione sullo strapotere della critica e sul rapporto tra codice artistico figurativo e sua transcodificazione nel linguaggio, ma anche per altri rimandi.

Il critico d’arte è Paolo Malusardi che alla Biennale, davanti alle opere di Leo Squittinna, ha uno sbandamento: il nome gli ricorda vagamente qualcosa, i suoi quadri non gli dicono invece proprio nulla.
S’incorna e rischia: decide comunque di scrivere un articolo, sperando di rivelarsi scopritore di talenti passati inosservati, e far così schiattare di invidia i colleghi.
(quali nobili intenzioni!)
Cosa dire, però.
Potrei dire che Squittinna è un astrattista. Che i suoi quadri non vogliono rappresentare niente. Che il suo linguaggio è un puro gioco….

Poi l’illuminazione: far nascere dall’astrattismo una critica astrattista, infrangendo tutte le catene del linguaggio.

“"Il pittore" scrisse, padroneggiato da un incalzante raptus”di del dal col affioriccio ganolsi coscienziamo la simileguarsi. Recusia estemesica! Altrinon si memocherebbe il persuo stisse in corisadicone elibuttorro. Ziano che dimannuce lo qualitare rumelettico di sabirespo padronò. E sonfio tezio e stampo egualiterebbero nello Squittina il trilismo scernosti d’ancomacona percussi. Tambron tambron, quilera dovressimo, ghiendola namicadi coi tuffro fulcrosi, quantano, sul gicla d’nogiche i metazioni, gosibarrre, che piò levapo si su predomioranzabelusmetico, rifè comerizzando per rerare la biffetta posca o pisca. Verè chi…

Chiossape, mi sono chiesta, se Fosco Maraini e le sue fànfole….

E mi sono chiesta anche quanta laicità vi sia in Buzzati: pensando ai racconti "Il cane che ha visto Dio", "I reziari", "L’uomo che volle guarire", "24 marzo 1958", "Le tentazioni di Sant’Antonio", "Il disco si posò": mi è sembrato molto presente un sentire religioso, ma più che come anelito, come ingombro.

Un altro motivo di inquietudine, tra i tanti senza forma e senza nome che popolano i sessanti racconti.

sabato 2 aprile 2016

Se ti abbraccio non aver paura - Fulvio Ervas

A volte un libro diventa importante non per come dice e neanche per cosa dice, ma perché diventa strumento.
O esempio.
"Se ti abbraccio non aver paura" è uno di questi libri.

Fulvio Ervas racconta l’esperienza vissuta da Franco Antonelli e da suo figlio Andrea.
Un padre e un figlio on the road, in un viaggio che dura molti giorni, senza programmi, alberghi, prenotazioni.
Un coast to coast, dalla Florida, punto di partenza, fino al Pacifico, con tante deviazioni e ancora in Messico, Guatemala, Belize, Costarica, Panama, e Brasile.
Senza meta e senza obiettivo, a tentoni, spinti da imprevisti, costrizioni o meravigliose scoperte.
Così come è la strada della vita che Franco percorre con suo figlio.
Quanti figli desidererebbero un’esperienza così? E quanti padri?

Ma Andrea è autistico.
Il deserto entra ed esce dai miei pensieri. L’associazione tra deserto e autismo è immediata. La scarsità di relazioni, l’apparente monotonia. Il silenzio. L’essenzialità. La vita che si fa strada sgomitando, distante dall’esplosione delle foreste, infilata tra la sabbia, dentro le fessure delle rocce, che non disdegna mimetismi, adattamenti estremi, che accetta di perdere parti di sé pur di resistere.”

Per entrare nel deserto di Andrea ho provato tante volte a imitare i suoi gesti: saltare sul posto, sfregare forte le mani con il suo ritmo, correre da un punto all’altro e tornare subito indietro, guardare sbilenco.

Ho provato emozioni molto forti e mi sono sempre dovuto fermare perché arrivavano lacrime così grandi che non si possono trattenere.

Dell’autismo non si conosceva nulla fino alla metà degli anni ’50 del secolo scorso.
Dell’autismo si conosce pochissimo ancora oggi.
Non si sa perché accade, non si sa che cosa siano l’ecolalia, i gesti scomposti, le ripetizioni, i comportamenti strani.
Dell’autismo non conoscevo nulla se non la versione patinata (e platinata) interpretata da Dustin Hoffman in Rain Man.
Dell’autismo ora so, perché ho avuto N., e altri ragazzini autistici sono nella mia scuola.
E’ difficile, molto difficile entrare in contatto, intuire i bisogni, riuscire a immaginare i sogni.

Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà.

Andrea vuole guarire.
Ciao.”

E’ uno dei biglietti che Franco si porta dietro nel viaggio, un biglietto scritto da Andrea sotto la guida della madre.
Io non so quanto di Andrea ci sia in questo messaggio. Quanta consapevolezza del senso delle parole.
Mi chiedevo, guardando il mio N. , quanto c'era di suo in quello che scriveva al computer  e quanto invece era   prodotto di ciò che noi volevamo che lui scrivesse.

Ecco, è tutto bello per lui. È solo una meccanica ripetizione? Oppure significa che ciò che riesce a filtrare e ricomporre lo apprezza talmente da percepire la magnificenza di ogni scheggia dorata che arriva dal mondo? Io voglio illudermi che sia così.”

Io voglio credere che sia stato così il viaggio per Andrea, che sia così la sua vita.
Anche se molto lontanamente, posso comprendere ciò che prova un padre (una madre).
Ci vuole un coraggio enorme a intraprendere un viaggio come quello che hanno fatto insieme Franco e Andrea, contro il parere dei medici, contro la convinzione che le novità “destabilizzino” ancora di più gli autistici.
(mi si stringe il cuore quando vedo l’educatrice premere G.. sulle spalle, sotto il collo, quando la vedo guidarlo come un burattino, mentre G. vorrebbe correre e correre. )

Franco e Andrea hanno fatto un’esperienza bellissima.
Difficile, ma forse non più difficile dell’affrontare la vita quotidiana.

Ho capito che non avrei vissuto con un continuo pianto senza lacrime, con una smorfia o con un ghigno. Davanti a questa prova della vita avrei imparato a sorridere: l’avrei affrontata con fatica, ma anche con responsabilità, con intenzione. Con positività. Non sarei rimasto lì a inghiottire vicoli ciechi in salsa di palude.”

domenica 13 marzo 2016

La vera storia del pirata Long John Silver, Larsson Björn


Quindici uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di rum.




Pochi mesi fa ho letto L’Isola del tesoro.
Da adultissima.
Eppure la canzuncella dei pirati la conosco da sempre. La cantava pure il nonno a fine pranzo, su quello della staffa con il liquore dopo  tanti bicchieri di vino.
(il rum no, quello  era buono solo per il babbà)
Potere degli sceneggiati televisivi in bianco e nero.
E potere delle storie di pirati, emblema della vita libera e avventurosa.
(andar per mare senza saper nuotare)

Tra tutte le tipologie piratesche,  la figura del quartiermastro John Silver, che ha avuto i suoi natali nel  “L’isola del tesoro” di Stevenson, è quella più enigmatica.
[Johnny Deep è quella più.  Più più più. Vabbuò]

Silver è ambiguo:  abilissimo cuoco, espertissimo marinaio,  buon compagno,  ma   anche spietato e crudele, tale  che  la sua aurea  diabolica  lo accompagna prima e dopo  il suo manifestarsi.
(un  prototipo  del  dottor Jekyll e del signor Hyde)

Silver ha ispirato la mano di  Larsson – così  immagino, 
cantami  oh Silver  la vita, l’arme il mare  e la morte
- affinchè registrasse il suo diario, un’autobiografia scritta quando ormai il corpo  non seguiva più il guizzo vitale.

I ricordi delle  sue avventure -  più di un gatto con sette vite, sopravvivere al giro di chiglia, a due mesi incatenato come schiavo nella stiva della nave negreria,  agli arrembaggi e agli ammutinamenti, alle tempeste e alle lunghissime bonacce -sono  racchiuse in pagine di puro piacere romanzesco.

Le sue pause -  le riflessioni rivolte a  Defoe/Johnson, il cronista dei pirati,   a Jim il protagonista del libro di Stevenson ,  la letteratura che parla con la letteratura,  – hanno un sapore più  malinconico.

E’ difficile  appendere al chiodo, soprattutto quando si è molto vissuto.
E’ ancora più difficile quando si è molto voluto vivere,  in piena libertà e seguendo solo la propria bandiera - anche a costo della vita degli altri.

Una  vita che non sopravviva alla propria morte, in un modo o nell’altro, sulle pagine di un libro o sulla bocca della gente, non è che una cacatura di mosca. O rugiada che evapora al sole.

E’ solo una questione di stile, lo si può dire in modo prosaico o poetico, la sostanza è la stessa.
Non c’è grande differenza tra  una cacatura di mosca e una goccia di rugiada che evapora al sole.

(Ma secondo me non c’è neanche grande differenza tra una vita che sopravviva alla propria morte e  un’altra. Almeno per chi è morto.)

Bella lettura d’evasione e non solo.

Se c’è una cosa da cui ci si deve tenere lontani, se si vuole restare sani di mente, è proprio la scrittura”.

domenica 28 febbraio 2016

Così in terra, Davide Enia

Fàit
Non è che ci credessi molto, quando me lo raccontava mio padre, che gli ammericani si divertivano a guardare ‘e guagliuncielli di sei e sette anni tirare di boxe, combattere tra loro, in cambio della
cioccolata. 
Fàit
E invece forse andava così. Lo racconta  Davide Enia nel suo romanzo: accadeva anche a Palermo. 

Enia, classe ’74, quasi coevo di quell’altro siciliano che della pesantezza fa cifra formale e contenutistica dei suoi libri – che differenza, marò – racconta una bella saga familiare che si snoda tra la Sicilia, l’Africa e la Germania, e che dura cinquant’anni. 
C’è la Storia - dalle bombe della seconda guerra mondiale a quelle della mafia, dai campi di prigionia alla prigionia del lavoro da immigrato - intrecciata a storie di amicizie profondissime e di odi ciechi, di amori imperituri e silenziosi. 
E poi c’è la boxe. 

Fàit

La boxe mi pare crudele, cattiva, e non mi hanno vaccinato i molteplici Rocky e Adrianaaaaa che hanno costellato la mia giovinezza, né la voce razionale che vuole esaltare la nobile arte, e le caratteristiche richieste ai praticanti: coraggio, forza, intelligenza e velocità. 
[Il fine ultimo è massacrare, còrcare, o non essere massacrato.]

Il Maestro Franco cercò di spiegarmi l’implacabilità del pugilato di Umbertino. Il termine di paragone che usava era il mare, ”che pioggia o sole, vento o bonaccia, il mare se ne fotte, perché il mare non è mai la sua superficie, il mare è ciò che sta sotto e non si vede. Giovane, tuo zio è stato il pugile più forte che avessi mai visto, fino alla comparsa del Paladino. Come fai a prendere a pugni il mare? E’ troppo più grande, troppo più forte. C’è acqua sotto altra acqua. Il mare si basta da solo.

Il giovane a cui il Maestro Franco cerca di spiegare è Davidù, il narratore , il protagonista principale. Suo padre era il Paladino, morto prima della sua nascita.
La metafora che usa il maestro Franco è buona per definire tutti i personaggi del romanzo: sono tutti un mare, quello che c’è sotto non si vede. 
Persino Umbertino, in apparenza una bestiaccia odiosissima, si rivela pieno di tenerezza sorprendente. 

E’ stato proprio bravo, Davide Enia, a costruire un romanzo appassionante e tenero, ricco di ironia
 ( su alcuni passaggi ho proprio riso a bocca larga) nonostante tutte le asperità della lotta, lotta sul ring e lotta per la sopravvivenza.
Mai avrei pensato che un romanzo il cui filo conduttore è il pugilato potesse piacermi così tanto. 

Forse se avessi saputo che c’entrava la boxe non l’avrei proprio comprato . 

Mi chiedo comm’è che l’abbia comprato, invece. Di sicuro l’ho comprato, perché e percome resta un mistero. 

Un altro mistero è il titolo. Davvero non so cosa ci appizzi con la storia, a meno di non voler aggiungerci il come in cielo e pensare allo spirito del Paladino e all’angelo custode Caterino Gerruso. 
L’angelo di Gerruso, l’amico di Davidù. 
Gerruso, Paride. Il personaggio più bello del libro. 
Lui non boxa. Ma è un incassatore straordinario.

domenica 3 gennaio 2016

Memorie di un'astronauta donna

Chissà se lo ha letto Samantha Cristoforetti. 
(chissà se gli astronauti hanno letto nella loro infanzia  romanzi di fantascienza. forse per gli astronauti adulti i romanzi di fantascienza sono romanzi comici) 

naomi mitchison
Naomi Mitchison è stata una longevissima scrittrice (ha campato 102 anni), e si è cimentata in molti generi letterari. 
Anche nella fantascienza. 
Memorie di un'astronauta donna è un romanzo del 1962.
L'autrice, recita la quarta di copertina, “è stata (…) intensamente impegnata nell’attività politica e nella difesa dei diritti civili.
Memorie di un’astronauta donna – in verità quel donna  avrebbe dovuto già far scattare un campanello d’allarme , sarebbe bastato l’apostrofo, e quel donnafestadelladonnavivaladonna  è una marcatura spropositata –  dice sempre la quarta di copertina, “è una delle opere fondamentali della fantascienza speculativa”. 

L’astronauta Mary, esperta in comunicazione,  racconta dei suoi viaggi su altri pianeti e del suo lavoro, che consiste nell’avviare la  comunicazione con altri esseri senzienti: marziani, esseri radiali, bruchi e farfalle e altre ventricolate specie, e delle regole che guidano gli scienziati, prima di tutte evitare interferenze.
I terresti sono vegetariani e  aborriscono la violenza;  le femmine guidano le missioni spaziali, si scelgono i  fattori coi quali  ingravidarsi per avere dei figli di cui hanno cura solo un anno. 
Mary di figli ne ha vari, anche  ibridi - una concepita con un marziano - , e innesti. 
Mary è libera di scegliere la sua maternità, quando come e con chi. 

Per l'anno della pubblicazione del libro, forse fantascienza. 

Purtroppo il romanzo è  solo una traduzione in veste fantascientifica delle istanze femministe dell’autrice. 
(e vabbuò, pure quelle legate ai diritti civili in generale, volemosituttibene)

Sulla struttura narrativa pesa come un asteroide l’intento didascalico. 
Non sono l’impegno civile e la difesa dei diritti ad essere un errore, l’errore è pensare una storia rendendola esclusivamente  “veicolo”. 
Il risultato è un romanzo di  una noia mortale, aggravato dal fatto che  il linguaggio e lo stile, altro che piacere della comunicazione, rasentano il livello 0, io tarzan tu jane. 

Certo bisogna contestualizzare, siamo agli inizi degli anni ’60.
Però Solaris (che non ho ancora letto, ma conosco un pochino Lem) è del 1961. 
Naomi Mitchison sta a Stanislaw Lem come  la serie tv Spazio 1999 sta al film  2001: Odissea  nello spazio.

Forse è meglio che la Cristoforetti non lo legga. 

martedì 27 ottobre 2015

La giornata d'uno scrutatore, Calvino Italo.

Una volta, per un referendum che poi non raggiunse manco il quorum, feci da scrutatrice all’ospedale Cotugno, padiglione malattie infettive.
Cinque o sei elettori votanti, forse sette. In pigiama.
Nessun seggio volante, per fortuna.
[Temevo il contagio.]

Ad Amerigo Ormea , protagonista de “La giornata di uno scrutatore”, non va liscia.
Era iscritto al partito, questo sì, e per quanto non potesse dirsi un “attivista” perché il suo carattere lo portava verso una vita più raccolta, non si tirava indietro quando c’era da fare qualcosa che sentiva utile e adatto a lui. In Federazione lo consideravano elemento utile e di buon senso: ora l’avevano fatto scrutatore
(ma negli anni ‘50 si sceglievano gli scrutatori in base alle simpatie politiche?)

Il suo compito, da svolgere al Cottolengo, è di vigilare affinchè non accadano brogli, o meglio, affinchè i “pazienti” non vengano “sollecitati”, pur se incapaci di intendere e di volere, a votare per la DC.
Si trattava per i partiti del governo di far valere una nuova legge elettorale (la legge-truffa, l’avevano battezzata gli altri), per cui la coalizione che avesse preso il 50% + 1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi…

[la legge fu abrogata l’anno successivo: alla tornata elettorale in cui il personaggio Amerigo fu scrutatore non scattò, perché la coalizione di governo ottenne il 49,8% dei voti. Nonostante le “sollecitazioni”.
Eh, ai politici son sempre piaciute le “correzioni” e i porcellum]]

Un seggio non troppo composito, il suo: il presidente vecchio, timoroso, indeciso ma formalista, la crocerossina in blusa bianca, lo scrutatore smilzo e defilato e gli altri (democristiani tutti, “tesi a smussare i contrasti”) , una compagna “arancione” (socialista, la verità) dura e pura e cacacazza.
E poi lui, Amerigo.
Si sentiva troppo scoraggiato per sperare di prendere qualsiasi iniziativa. La sua battaglia legalitaria contro le irregolarità e i brogli non era ancora cominciata e già tutta quella miseria gli era calata addosso come una valanga. Che facessero presto, con tutte le loro barelle e stampelle, che s’affrettassero a compiere questo plebiscito di tutti i vivi e i moribondi e magari anche i morti: non era con le ragioni formali di cui disponeva uno scrutatore che la valanga poteva essere fermata.

La vera valanga per Amerigo è però il contatto- contagio con gli abitanti del Cottolengo, che scuote l’intero apparato delle sue certezze e convinzioni.

Costretto per un giorno della sua vita a tenere conto di quanta è estesa quella che vien detta la miseria della natura(…) sentiva aprirsi sotto ai suoi piedi la vanità del tutto.”

E la valanga precipita sui concetti astratti di giustizia, libertà, bellezza, Dio e annessi e connessi, sulla sua condizione concreta e reale (una storia sentimentale complicata, fuggevole; un figlio, forse) e sulla quaestio massima: cosa è l’uomo, cosa è l’umano.
Ad Amerigo tocca anche il seggio volante, che lo porta nel cuore nascosto del Cottolengo, tra i ragazzi pesce e le monache morenti.
E’ soprattutto un padre che schiaccia le mandorle al figlio idiota, che fa scattare la consapevolezza di un legame tra il suo mondo e quello ora disvelato.
Il “genere di amore come una reciproca e continua sfida o corrida o safari , non gli pareva più in contrasto con la presenza di quelle ombre ospedaliere: erano lacci dello stesso nodo o garbuglio in cui sono legate tra loro - dolorosamente , spesso (o sempre) – le persone.”

Una breve, fulminea rivelazione: “l’umano arriva dove arriva l’amore, non ha confini se non quelli che gli diamo.

Sarebbe potuto essere un secco racconto “neorealista” sulla condizione degli “espulsi” dalla società perché “diversi”, o un incazzato racconto di denuncia sulla questione del malcostume politico e sociale.

Ma Calvino è sempre ‘a mostro, e questo libro non è solo un racconto “neorealista” e un pamphlet , ma un terremoto: un coacervo di domande senza risposta, un dirompere di dubbi, di incertezze.
(anche la breve fulminea rivelazione non “sistematizza” il mondo)
E mi è piaciuto assai.