sabato 29 agosto 2026

Cose turche.

It's not my cup of tea.
Non la Turchia, ma la modalità attraverso la quale l’ ho sfiorata, ovvero in tour di gruppo organizzato: Istanbul, Izmir, Pamukkale, Cappadocia, Ankara, Istanbul.
Lo sapevo già che i tempi, le situazioni, i contesti mi sarebbero stati troppo stretti, ma o così o niente.
Al di là del fatto soggettivo, la Turchia richiede lentezza. 
Istanbul è una città smisurata, enorme, caotica, iperaffollata (quasi 16 milioni di abitanti  a cui si aggiunge un’esagerazione di turisti),  occorrono almeno 5 giorni per avere una minima visione di insieme: le poche ore destinate alla visita di Moschea blu, Palazzo Topkaki, Cisterna basilica, Grande bazar, Torre di Galata etc etc non rendono giustizia alla complessità del luogo. 
Le moschee ad esempio, e i minareti. 
Non c’è scampo dallo svegliarsi per  il canto del muezzin, anche se si alloggia nella zona più europea e più moderna della città, ragazze panze di fuori e gonne sotto il culo. 
Approfittando del tempo vuoto  in attesa del volo di ritorno, ho cercato  di  vedere altro rispetto alle tappe fisse (che poi sono praticamente le stesse di tutti i  viaggi organizzati da qualunque tour operator, a prescindere dal costo del pacchetto).
E così, alla Moschea blu tripudio di colori e luci e turisti di ogni nazionalità, si sovrappongono le immagini della Moschea di Camlica, che sovrasta l’omonima collina nella parte asiatica.
E’ una struttura nuova, inaugurata nel 2019. La più grande moschea della Turchia. Al di là del simbolismo architettonico [moschea grattacielo, in una città di grattacieli] è la vita che ci circola dentro e fuori che mi impressiona. 
Sotto la moschea vi è un museo di arte islamica, gratuito, che prevede ad orari prefissati giochi di luce nelle sale. 
Nel gigantesco spiazzale panoramico, a cui si accede attraverso ascensori o scale mobili,  bambini corrono coi pattini. 
Dentro, bambini giocano, anche con la palla, gruppetti di persone chiacchierano, come se fossero non in luogo di culto,  ma in un gigantesco salotto. 
E’  obbligatorio naturalmente il dresscode: piedi scalzi, gambe e spalle coperte e  per le donne anche il capo.
Rifletto, pensando alla moltitudine di gonne azzurre indossate dagli uomini e veli e gonne azzurri indossati dalle donne nella Moschea Blu,  dove vengono distribuiti in gran quantità all’ingresso, a quanto sia “cialtrone” il turismo di massa. 
[- Prof, sono andato a Dubai.  - Ah, bello! Vuoi dirci dov’è, com’è? - Si va con l’aereo. C’è un McDonald grandissimo]


Rifletto anche  sull’arte del farsi i selfi e del farsi fare le foto. Che pose! Che inquadrature! 
Che rompimento di coglioni zigzagare cercando di non rovinare l’essenza dell’immortalamento altrui, e aspettare che modelli e modelle liberino un attimo lo spazio per osservare strade, paesaggi e monumenti. 

Forse è invidia la mia. C’è molto di più nella mia  memoria personale, passato direttamente dalla retina ma non scaricabile né condivisibile,  che nella memoria del cellulare.
Come faccio a dire che della crociera sul Bosforo mi ha colpito moltissimo, incastrata tra due alberghi e giardini  megalussuosi, una zona franca con baracca e tetto in lamiera, copertoni d’auto impilati, sedie sgangherate sotto la tettoria? Non ho le foto, e non l’ho immaginata. 


Il circuito del tour  Istanbul e Cappadocia, date le grandi distanze, ha tappe strategiche. 
Smirne, ad esempio, equidistante tra le antiche città di Pergamo e di Efeso, siti archeologici che raccontano della Turchia greco-ellenistica e romana. 


Di
Pergamo [Bergama adesso – un nome che non sa proprio di sud], ricorderò gli ottomila gradi centigradi percepiti sotto il sole delle due del pomeriggio, la corsa del gruppo verso l’ombra regalata dalle fronde di pochi alberi per raccogliersi intorno alla guida, parole come Esculapio, centro di cura con musica e acqua, un  piccolo teatro (odeon, ma del tetto nisba)  con i musicisti che allestiscono il palco (è in programma il Bergama Tiyatro Festivali), una fila di colonne. 
E fuori dal sito (l’area archeologica è molto vasta, ma discontinua)  il nulla dei piazzali del parcheggio e lo scarrupo di una sottospecie di negozio di souvenir commerciali e bibite. 
Forse l’acropoli e il grande teatro sono più curati, ma la loro visita non è nel programma. 

Di Efeso ricorderò la fiumana di persone sulla bianca e sdrucciolevole via dei Cureti (guarda dove infizzi il piede tra i mille piedi che ti stanno davanti), la bellissima facciata della biblioteca di Celso (di cui ho innumerevoli foto in cui in primo piano campeggiano innumerevoli visi sorridenti di selfisti), l’ Ephesus Experience Museum, condivisa con un truppone di persone con la visione finale della statua (una copia, che l’originale è perduta) della Artemide efesina,  una divinità che richiama i culti della grande madre,  la dea dalle cento tette. 
Ed è tutta in marmo bianco, a differenza di quella conservata al Mann di Napoli,  collezione Farnese recuperata a villa Adriana a Tivoli,  che è nera.  
Oibò. 


Smirne, invece. 
Digitare su google Smirne o Izmir, prego. Selezionare immagini.  Il motore di ricerca restituisce la foto di una piazza con  un  monumento al centro. E’ la torre dell’orologio in piazza Konac. 
E’ l’unico luogo visitato, anzi intravisto. Tempo concesso, 15 minuti. 
Posso più dire sulla località vicino a Smirne  dove c’era l’albergo. 
Aliağa..
Arriviamo presto in albergo, avete tempo per fare il bagno, avete portato i costumi?
La lunga spiaggia libera, attrezzata con docce e spogliatoi, prati oltre la striscia di sabbia [ occupati da tribù di famiglie accomodate su tappeti e fornite di vettovaglie di ogni tipo, una mappatella beach turca], con il caldo di quel pomeriggio sarebbe stata una piacevole opportunità.
Di certo, se non mi avessero demotivato l’acqua torbida e la visione delle raffinerie a punteggiare l’arco del golfo, non sarebbe stato un problema  non aver portato il costume: mi sarei buttata a mare vestita, come tutte le donne. 
Tutte, tranne 4 in castigato costume intero. Poche in burkini, la maggior parte con i vestiti e il velo indossati per strada, che si azzeccano al corpo come il sudario del Cristo Velato. 


Pamukkale, altra tappa prima della Cappadocia e del ritorno. 


Quante, quante meravigliose immagini del castello di cotone, della montagna bianca con le terrazze/piscine colme d’acqua azzurra, che splendide visioni!
La particolarità del luogo non colpisce solo il moderno passante: le acque calcaree che depositandosi conferiscono alla roccia lo straordinario aspetto, impressionò anche in passato, tant’è che in età ellenistico-romana fu fondata  Hierapolis (ma già era centro di culto per i Frigi), famoso centro termale e di cura. 
La cura dell’acqua, che non è detto funzioni, considerando l’enorme necropoli rinvenuta nella zona.  
La visita del castello di cotone è in combo con le rovine dell’antica città, della quale, dato sempre il risicato tempo a disposizione per scorrazzare nel sito, ho visto  niente.
Camminare sulle concrezioni calcaree attraversate da rivoli di acqua calda è una bella esperienza sensoriale. 
[marò, speriamo non mi venga una micosi, con tutti questi piedi in ammollo]
Bella è la percezione visiva anche se  le vasche sono quasi  tutte vuote. 
Non c’è da stupirsi della serpentina di formichine umane che percorrono il crinale: è il richiamo della bellezza e tant’è.


Sosta in un caravanserraglio prima dell’arrivo a Uçhisar, in Cappadocia. 
Sultanhani
Occorre una buona dose di immaginazione per calarlo nelle rotte commerciali carovaniere, immerso nella steppa, una grande fortezza bianca, invece che circondato da strada e locali commerciali. 
Ma il portale è maestoso, con la bella decorazione muqarnaṣ, che mi ha portato con la memoria alla cappella Palatina e al sottovalutato, ma meraviglioso palazzo della Zisa di Palermo. 
E’ così bello il portale da fare da sfondo ad una coppia di promessi sposi in posa davanti al fotografo. 
Festa di fidanzamento, come spiega la guida, perché la ragazza non indossa l’abito bianco ma un ricco ricamato e pesantissimo abito in velluto damascato  nero.
Grande pegno d’amore, a  40 °.



Seconda sosta prima dell’arrivo a Uçhisar, in Cappadocia.  
Città sotterranea di
Saratli. Viste le catacombe di san Gennaro, san Gaudioso, e la Napoli sotterranea, poco effetto mi fanno i cunicoli e le “stanze”. Ma è il contorno a colpirmi. 
Il villaggio scarrupato. 

L’ingresso e uscita dal sito turistico in due punti differenti, entrambi assediati da donne e ragazze che urlano 5 euro cercando di vendere bamboline e animaletti in stoffa o in maglia d’uncinetto.
Comprendo la foga del gruppo all’ingresso: le probabilità che i turisti si fermino per l’acquisto sono minori rispetto al gruppo che ha le  bancarelle poste all’uscita della città sotterranea. 
Mi chiedo con quale criterio vengano assegnate le postazioni, se le venditrici appartengano alla stessa famiglia, se i ricavi vengano divisi a fine giornata, a quanto è dura la loro vita, al fatto che le bamboline – ho contribuito al sostentamento dell’economia di zona, nonostante la bruttezza dell’oggetto – non sembrino per nulla  fatte a mano.  
Sono le uniche donne che vedo indossare il şalvar, il pantalone alla turca. 


E finalmente si arriva. Le mongolfiere e la Cappadocia
Mongolfiere di ogni foggia e dimensione e materiale: in tessuto, pelle, plastica, ceramica. 
Miriadi di mongolfiere, tranne quelle vere, che restano sgonfie all’alba per il diniego al volo da parte dell’autorità preposta. Ho monitorato poi. Per 5 giorni consecutivi le mongolfiere non si sono levate dal suolo. 
E’ un errore però pensare alla Cappadocia come luogo iconico del volo delle mongolfiere (anche a Trakai, in Lituania, e persino in provincia di Benevento si vola coi palloni), perché è un’area naturale e antropica bellissima anche al livello del suolo. 
Le rocce, severe e plastiche,  si ergono come cilindri e coni, spesso traforate da porte e finestre, o hanno forme che ricordano animali.
Tante cose viste in poche ore: valle dei piccioni, valle dell’amore, valle dell’immaginazione [definizioni date dalla guida, sic!],  complesso di monasteri bizantini e alcune chiese/ospedali scavati nella roccia, il castello e le case rupestri. 
Ora le immagini si sovrappongono e si fondono, ed è Nevşehir l’unico riferimento geografico che compare nella memoria del cellulare. 


Ci sarebbe voluto tempo, molto più tempo. Più albe e più tramonti. 
Dico sempre che il tramonto rende bello pure il cielo di Scampia. 
Ma il paesaggio della Cappadocia, con la luce rosata dell’alba e quella arancio del tramonto, è davvero un incanto. 

Anche il lago salato, sosta tra la Cappadocia e Ankara, sarebbe stato bello vederlo con la luce obliqua del tardo pomeriggio. 
Sarebbe stato bello camminare sulla terra croccante di sale fino ad arrivare all’acqua del lago. 


Ma pure questa sosta è stata così breve da consentire solo un’epifanica visione. 


Di Ankara posso dire  che ci sono grattacieli e grattacieli, manifesti di Erdogan che celebrano il 25 anniversario della fondazione del suo partito su tutti i lampioni delle larghe strade, manifestoni di Erdogan sui palazzi, manifestini di Erdogan in tutti gli angoli. 
Presenza ingombrante e pervasiva, direi. Oltre questo, Ankara è stato  un superficiale e quindi inutile passaggio al museo delle civiltà anatoliche. 


Nelle lunghe ore trascorse nel bus per il trasferimento dalla Cappadocia ad Ankara e poi ad Istanbul, ho cominciato un gioco: guardare  finestre e balconi alla ricerca di persone affacciate. 
[contiamo tutte le macchine gialle! ]
Pochissime persone, così poche da potersi considerare irrilevanti, dato il numero di finestre e balconi osservati. 
E alle finestre tende spesse. 
Mi ha fatto strano, perché nella visione partenopea la finestra e il balcone sono luoghi di chiacchiera, di incontro, di inciuci, di apertura verso l’esterno. 
(diffida da chi si inserra dentro, qualcosa nasconde)
Pure nel Nord, penso ai Paesi Bassi, ai Paesi Baltici, anche alla fredda Germania, i balconcini, i davanzali, i microcortiletti sono ipercurati e iperattrezzati, pronti ad aprire la casa all’esterno appena il raggio di sole consente. 
Finestre come mura trasparenti. Mi fa impressione, più che strano. 


Ultima nota: l’aeroporto di Istanbul. 
Meglio non arrivarci troppo stanchi: le distanze per arrivare ai gate, una volta che compare l’indicazione sui tabelloni, possono essere sorprendentemente lunghe. E’ un aeroporto gigantesco, super curato, con svariate terrazze – spazi per fumatori tutte molto affollate – anche dopo i minuziosi doppi controlli. 


Conclusione. 
E’ valsa la pena visitare in forma mordi e fuggi la Turchia? 
Risposta. 
Si.
Anche se, in modo più marcato che al ritorno di altri viaggi, sento che si dovrebbe tornare. 
Almeno in Cappadocia.