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sabato 21 maggio 2011

Armilla

Mi sembra così scontato che tutti sappiano che c'è da votare sì  al referendum per negare la privatizzazione dell'acqua, e invece mi sono accorta che pofferbacco,  no, molti non ne sanno niente.
Arcipofferbacco.


"....dei corsi d'acqua incanalati nelle tubature d'Armilla sono rimaste padrone ninfe e naiadi.
Abituate a risalire le vene sotterranee, è stato loro facile inoltrarsi nel nuovo regno acquatico, sgorgare da fonti moltiplicate, trovare nuovi specchi, nuovi giochi, nuovi modi di godere dell'acqua.
Può darsi che la loro invasione abbia scacciato gli uomini, o può darsi che Armilla sia stata costruita dagli uomini per ingraziarsi le ninfe offese per la manomissione delle acque. Comunque, adesso sembrano contente, queste donnine: al mattino si sentono cantare."



Italo Calvino  "Le città invisibili"

E se privatizzassero l'acqua, le ninfe di Armilla morirebbero come meduse lasciate sul bagnoasciuga, si seccherebbero come foglie riarse, e della città  resterebbero solo tubi e ruggine e silenzio.


venerdì 22 aprile 2011

Zobeide

Erano pochi, ma davvero pochi,  quelli che avevano la grazia nella mano.
Invidiavo la capacità straordinaria di mettere sul foglio le immagini mentali (l’interno di un appartamento,  l’iperuranio platonico,  la sinuosità di una fanciulla mentre corre in un campo di papaveri).
I più erano bravi copisti (scopiazzatori)  e assemblatori, o tecnici della matita e delle squadrette.
(E figura disegnata,  la materia del ritrarre dal vero le  veneri  in gesso senza naso, e i corpi semimobili dei compagni scelti a turno, e delle modelle - l’informità  pesante avvolta nel cappottone con collo di pelliccia della modella grassa e la rigidità spigolosa, occhiali quadrati compresi, di quella magrissima.) 
Anni di ruggine. 
E poi d’un tratto, una voglia irrefrenabile di disegnare.
Un fremere della mano.  Come inseguire  un antico sogno.
“Nella disposizione delle strade ognuno rifece il percorso del suo inseguimento;  nel punto in cui aveva perso le tracce della fuggitiva ordinò diversamente che nel sogno gli spazi e le mura in modo che non gli potesse più scappare. Questa fu la città di Zobeide in cui si stabilirono aspettando che una notte si ripetesse quella scena. Nessuno di loro, né nel sogno né da sveglio, vide mai più la donna. “
Italo Calvino  - Le città invisibili.

Non riuscirò mai a disegnare Despina, né Sofronia.

Ottavia

"Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città ragnatela. C'è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c'è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s'intravede più in basso il fondo del burrone.
Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno. Tutto il resto, invece d'elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con fogliame pendulo.
Sospesa sull'abisso, la vita degli abitanti d'Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge."

Italo Calvino - Le città invisibili



Invece, appollaiati fin sopra la bocca del vulcano, sugli argini dei fiumi,  su declivi franosi, gli abitanti di qua pensano che il cemento armato  fissi la città alla terra, come una patella allo scoglio, come una zecca al quadrupede peloso.
La loro vita è più incerta che in altre città. Ma non lo sanno, perchè non sanno che più di tanto la rete non regge.

domenica 17 aprile 2011

Nomen omen (Cloe)

Per lungo tempo non ho potuto fare a meno di provare insofferenza - a prescindere -  per le Susanna e i Clemente.
La prima Susanna - finta tutta panna -  che ho conosciuto da bambina,  era un'insopportabile pettegola.
Clemente, poveraccio, era un bacchettone brutto come la peste e con l'alitosi, e non c'era verso di fargli capire che si poteva parlare pure a 50 centimetri di distanza, ti si appiccicava contro (face to face).
E ancora associo ad un nome brutto come Imelda -  Imelda, che terribilità - la quintessenza della dolcezza.
(son tutte dolci le Imelde del mondo)

Intanto.
Il nome ce lo portiamo appresso senza che nessuno ce lo abbia chiesto.
Nominati così.
Supponte talvolta.
Nomi ereditati dai  nonni (il piccolo Onofrio, Oni per i compagni d’asilo), consacrati dalle mode del momento (quanti Diego Armando hanno adesso tra i 25 e i 20 anni), dalle devozioni popolari (le giovanissime Mariarca e i Pio, i santuari della madonna dell'arco e di Pietralcina tirano, tirano).

Da piccola non amavo il mio nome. Neanche ora, ma ormai mi appartiene, come il neo sulla gamba, il dito torto, come ogni pezzetto del mio corpo.
Ci si abitua e ci si riconosce.
Ma non mi dispiacerebbe chiamarmi Cloe.

"A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono.
Al vedersi immaginano mille cose uno dell'altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi.
Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s'incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
(....)
Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d'inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d'urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe."

Italo Calvino - Le città invisibili.