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martedì 5 luglio 2011

Golconda (Golgota)

Ho aperto la finestra, stamattina.
Non entrava il sole,  eppure era  ben oltre l’alba.
Tutte le finestre chiuse, tutte uguali, tutte della stessa dimensione.
(La dimensione omologante della città)
Cosa c’è dietro le finestre? Non posso sbirciare, le tende sono chiuse. Dovunque sono chiuse.

Le finestre sono uguali, anonime. Eppure c’è  movimento,  lo so, dietro quelle tende e dietro quei vetri.
E dietro quelle  croci.
Una finestra, una croce.
(Golgota, non Golconda)

Oggi pioverà, forse.
E si andrà al lavoro,  stretti nelle strade e nella  folla,  anonimi dietro  il colletto della camicia e il tesserino. Sotto il mio, il tuo, il suo , il loro  cappello a bombetta staranno chiusi i pensieri, come dietro le croci dei vetri delle finestre.
Golconda, è la città indiana dell’oro e della luce. Ma non c’è luce, oggi. Solo un cielo grigio.  Sembra che voglia piovere.  Sarà una pioggerella fitta e fine, gocce tutte uguali e ritmiche.
Sembra che voglia piovere, oggi.
L’aria è stagnante,  come in attesa.  Con le nostre bombette, omini ini ini,  indifferenti gli uni agli altri, chiusi nelle nostre divise, non protetti dal vetro e dalle tende delle nostre finestre, saremo come sospesi,  né in cielo né in terra, anche se parremo muoverci, scendere, salire (fare agire).
E’ ora di andare.
Piove, adesso.  


[Chissà a cosa pensava Magritte quando ha dipinto Golconda.
A me non fa venire bei pensieri.]