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lunedì 5 maggio 2014

Arriverà la primavera.

John Fante - Aspetta primavera, Bandini
La speranza di un cambiamento, di una “rinascita”,  è sempre l’ultima a morire. 
Soprattutto quella dei migranti. 
Non si lascia la propria terra se non c’è la speranza di trovarne una migliore.
Svevo Bandini lo aveva fatto. 
Dall’Abruzzo fino in America. 
Lui, ad esempio, era un italiano puro, di una stirpe contadina che si perdeva nella notte dei tempi. Tuttavia, ora che aveva ottenuto la naturalizzazione, non si considerava più italiano. No, era un americano; talvolta si faceva vincere dal sentimento, e preferiva urlare orgogliosamente le sue origini; ma per il resto era americano, e quando Maria gli parlava di quel che facevano “le donne americane” o dei vestiti che indossavano, quando accennava alle abitudini di una vicina, “l’americana in fondo alla strada”, andava su tutte le furie. Perché Svevo era molto sensibile alle differenze di classe e di razza, alle sofferenze che sottintendevano e vi si opponeva con tutte le forze.

I suoi figli si sentivano americani, soprattutto Arturo, anche se doveva frequentare una terribile scuola cattolica gestita da suore pietose (o pietose suore). 
Però, in fondo,  i  Bandini non  erano americani.
Non perché italiani o figli di italiani.  
Altri, come Rosa, figlia di un minatore italiano,  stavano alcuni gradini più in alto rispetto ai Bandini, con i loro regali di Natale sotto l’abete e  guanti alle mani e caldi cappotti sulle spalle. 

Poveretta. Sua madre, una poveretta. Quelle parole lo ridussero a una disperazione tale da riempirgli gli occhi di lacrime. 
Ovunque, la stessa storia, sempre sua madre, la poveretta, sempre povertà e povertà, sempre quella parola, dentro di lui e intorno a lui. E all’improvviso, in quell’aula semibuia, s’abbandonò al pianto, singhiozzando per espellere la povertà, piangendo e ansimando, non per quell’espressione, non per lei, per sua madre, ma per Svevo Bandini, per suo padre, per l’aspetto del padre, per le mani nodose di suo padre, per gli attrezzi da muratore di suo padre, per i muri costruiti da suo padre, per i gradini, i cornicioni, i cenerai e le cattedrali, tutti bellissimi.

E’ sempre la povertà che fa la differenza, non l’etnia, o  la razza, o la stirpe, o la provenienza o qualunque altro accidenti. 


Il racconto, pur essendo in terza persona, si muove prevalentemente su due punti di vista, quello del padre, Svevo, e quello del figlio primogenito, Arturo. 
Entrambi aspettano la primavera, la stagione bella, quella in cui i muratori trovano più facilmente lavoro, quella in cui i ragazzini che sognano di diventare campioni di baseball possono lanciarsi sul campo e afferrare una palla. 

Ah, la primavera! Ah, lo schiocco secco della mazza da baseball, il prurito della pallina a contatto con le dita. Inverno, tempo di Natale, stagione dei bambini ricchi: loro avevano stivaletti alti, sciarpe colorate e guanti foderati di pelliccia. Ma a lui non importava granché. Il suo momento era la primavera. Niente stivaletti alti, niente sciarpe eleganti sul campo da gioco! Non si faceva una battuta vincente solo perché s’indossava una cravatta di lusso.”

La posticipazione della felicità. 

Aspettare, aspettare, e nell’attesa rodersi il fegato e campare di rabbia e frustrazione, fino a lasciarsi comprare da un'arrapata vedova americana, fino a rubare l’unico gioiello di famiglia. 
Però, tra un senso di colpa smisurato e l’autocommiserazione  c’è sempre una scusante, un' autogiustificazione, un autoassolvimento,   altrimenti come si potrebbe aspettare la primavera senza farsi divorare dal presente?
(si potrebbe quasi impazzire, eh, Maria, altrimenti) 


Non è il primo libro che leggo sulla  condizione degli immigrati italiani in Ammerica che fanno riferimento ad un’ esperienza personale –   pure Fante ha gustato l’amaro sapore della povertà . 
Mi sovviene ora il purtroppo poco noto  Cristo tra i muratori  di Pietro Di Donato,   dal taglio più “politico”. 
Ma questo romanzo di Fante mi è piaciuto davvero  molto. 
E’ in un certo senso  ”intimista”.
Al realismo dello sfondo su cui si muovono i personaggi,   si accompagna una notevole introspezione caratteriale. 
Molto interessante lo svelamento delle pulsioni interiori che guidano i personaggi nelle dinamiche relazionali: il rapporto tra i coniugi Bandini, tra genitori e figli, tra i tre fratelli, tra i compagni di classe di Arturo, tra Svevo e la signora Hildegarde. 
Rabbia  soprattutto,  ma anche slanci di vendetta e di ripicca e  polle di tenerezza.
Soprattutto, una  grande contraddizione tra il dovere, il potere e il volere fare.
(come è quasi sempre)

Arturo, che è il più grande dei fratelli, ha poi un dolore in più: oltre alla povertà e al senso di colpa per tutti i peccati mortali e veniali che commette, ama Rosa, non ricambiato. 
Il suo  amore ipotetico si modella su quello che ha a portata di occhio: sul rapporto tra suo padre e sua madre. 

John Fante, che dice  del suo libro " Ho paura, non sopporto l’idea di vedermi sotto la luce della mia prima opera. Sono certo che non la rileggerò più." lo dedica ai genitori: 

Questo libro é dedicato a mia madre, Mary Fante, con amore devozione; e a mio padre, Nick Fante, con amore e ammirazione”.

Ho pensato molto a questa dedica, dopo. 
Sono gli stessi sentimenti verso i genitori  che scuotono l’animo del personaggio  Arturo Bandini.
Ai suoi occhi, la madre, sottomessa e fedele e fragile, merita amore e devozione, e il padre, autoritario e intraprendente, merita amore e ammirazione.  

Sei un uomo in gamba, papà. Stai uccidendo mamma, ma sei magnifico. Tutti e due
lo siamo. Perché un giorno farò anch’io così, e lei si chiamerà Rosa Pinelli.”

Di fronte alle delusioni, ancora una volta, non c’è che da aspettare la primavera. 

A qualcuno potrebbe bastare  la fede.
La signora Bandini, vi ricorre per far fronte al dolore ordinario.  
Anche lei aveva la sua via di fuga, un varco verso l’appagamento: il rosario. Quella fila di grani bianchi, quei minuscoli anelli consunti in una dozzina di punti e tenuti insieme solo grazie a cordoncini di filo bianco, che a loro volta si spezzavano regolarmente, rappresentavano, grano dopo grano, la sua placida fuga dal mondo. Ave Maria, piena di grazia, il Signore é con te. E Maria cominciava a salire. Grano dopo grano, la vita e il mondo sparivano. Ave Maria, Ave Maria. Sogni senza sonno la inghiottivano. Passioni disincarnate la cullavano. Amore senza morte, cantava la melodia della fede. Era lontana; era libera; non era più Maria, americana o italiana, povera o ricca, con o senza lavatrici o aspirapolvere; ormai era giunta nella terra dove si possiede tutto. Ave Maria, Ave Maria, senza mai smettere, migliaia, milioni di volte, preghiera dopo preghiera, il sonno del corpo, la fuga della mente, la morte della memoria, l’annientamento del dolore, la fantasticheria, profonda e silenziosa, della fede. Ave Maria e Ave Maria. Ecco la sua ragion d’essere.”


[Nell’obitorio dell’ospedale, la mia amica era prosciugata e tesa come una corda di violino.
Io che sono atea non avevo che abbracci da dirle, nessuna parola per avvolgerla. 
Però, quando l’hanno trascinata nella cappellina e hanno intonato un mantra di preghiere, tono alto e tono basso, sussurro e picco,  anche io, da fuori, ho  avvertito un intorpidimento dei sensi, un blackout della ragione, una culla in cui adagiare la tensione. 
Una sospensione del tempo. ]

Ma il tempo non si ferma. 

Presto arriverà la primavera” disse.
“Certo!”
In quello stesso istante, qualcosa di freddo e minuscolo gli sfiorò il dorso della mano.
Lo guardò sciogliersi, un piccolo fiocco di neve, a forma di stella..."

Arriverà la primavera. Non solo per i Bandini.