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lunedì 16 giugno 2014

Il castello dei destini incrociati

"Il mondo non esiste - Faust conclude quando il pendolo raggiunge l’altro estremo, non c’è un tutto dato tutto in una volta: c’è un numero finito d’elementi le cui combinazioni si moltiplicano a miliardi di miliardi , e di queste solo poche trovano una forma e un senso e s’impongono in mezzo a un pulviscolo senza senso e senza forma, come le settantotto carte del mazzo di tarocchi nei cui accostamenti appaiono sequenze di storie che subito si disfano." 

La citazione è tratta da “La taverna dei destini incrociati”, il secondo dei due  testi che compongono il volume “Il castello dei destini incrociati”
La citazione ben rappresenta, secondo me, il senso ultimo del libro. 
(Il senso ultimo della nostra esistenza.) 

Come in molte altre opere  di Calvino  (il pensiero giunge immediato a “Il sentiero dei nidi di ragno”) , la nota dell’autore è fondamentale,  perché non è solo prefazione o postfazione, ma ha una connotazione  a raggio molto più ampio rispetto al testo  che  vuole  di-spiegare:  è  racconto di un’esperienza, è riflessione personale oltre che metaletteraria.
Erano gli anni dello strettissimo connubio con  l’OuLiPo;   erano tempi di sperimentazioni stilistiche: l’apice della letteratura combinatoria.

Le due parti che compongono il libro [matrici di ogni gioco di scrittura creativa, di cui sono piene ormai anche le  antologie per ragazzi - costruisci una storia combinando almeno 6 dei seguenti 10 elementi], sono  un insieme di storie costruite utilizzando le interpretazioni che la successione di tarocchi  offrono:  nel Castello e nella Taverna dei destini incrociati,   i viandanti  che ivi si ritrovano dopo aver peregrinato nei boschi, hanno perso la parola  e,  scegliendo dal mazzo di carte le figure e i simboli che costituiscono i segmenti della loro storia, la “raccontano”.
Gli astanti – il narratore -  la “decodificano”.
Nel Castello il mazzo di tarocchi su cui si fondano le storie è quello miniato da Bonifacio Bembo per i duchi di Milano nella metà del 1400, mentre nella Taverna  le “tessere” del mosaico sono costituite dai tarocchi marsigliesi, molto più popolari e diffusi.
Stante la mia ignoranza assoluta riguardo i tarocchi, arcani minori e maggiori e compagnia cantando, posso affermare che poco importa conoscerli ai fini della comprensione del testo: sono “immagini/segno”  la cui combinazione  genera significati diversi che vengono tutti esplicitati nel racconto. 

Nelle intenzioni di Calvino, al Castello e alla Taverna sarebbe dovuto seguire il Motel dei destini incrociati,  le  cui tessere sarebbero dovute essere costituite da strip (destrutturate) di fumetti. 
(il linguaggio figurativo della modernità)
Come le matrici dei segmenti delle storie sono diverse, diverso  è lo stile: 

La taverna  poteva  avere un senso solo se il linguaggio dei due testi riproduceva la differenza degli stili figurativi tra le miniature raffinate del Rinascimento e le rozze incisioni dei tarocchi di Marsiglia. Mi proponevo allora d’abbassare il materiale verbale, giù giù fino al livello di un borbottio da sonnambulo. Ma quando cercavo di riscrivere  secondo questo codice pagine su cui si era agglutinato un involucro di riferimenti letterari, questi facevano resistenza e mi bloccavano.”

Echi letterari. 
Soprattutto l’Ariosto (la lettura dell’Orlando Furioso di Calvino è  del 1970), ma anche Boccaccio (la  storia/cornice  che contiene le storie), e rimandi ad  altre opere  dello stesso Calvino, in particolare al  Le città invisibili,  edita nel 1972.
Calvino non porterà a termine il progetto di completare il ciclo dei destini incrociati con il motel.
Il  mio interesse teorico ed espressivo per questo tipo di esperimenti si è esaurito. E’ tempo (da ogni punto di vista) di passare ad altro.
Dopo Le città invisibili, una vera punta di diamante, penso proprio che sia impossibile dargli torto. 

Il Castello dei destini incrociati non  aggiunge molto al valore complessivo della produzione letteraria di Calvino.
Tra i due testi che lo compongono  ho preferito di gran lunga la Taverna: nonostante “la resistenza dei riferimenti letterari”, la materia narrata è più “terrestre” e al tempo stesso più suggestiva. 
Ho trovato bella  la Storia dell’indeciso,  di cui riporto un breve passaggio    (galoppa, pensiero, galoppa): 

"...ogni scelta ha un rovescio cioè una rinuncia, e così non c'è differenza tra l'atto di scegliere e l'atto di rinunciare."

Interessante  è la confessione di Calvino,    un po’ triste, amarognola e  sconsolata,  sul suo mestiere di scrittore, nella storia “Anch’io cerco di dire la mia”.
I tarocchi della sua storia sono il Re di bastoni,  il Due di Denari e  le coppe, che “non sono altro che calamai prosciugati aspettando che nel buio dell’inchiostro vengano a galla i demoni  le potenze infere i babau gli inni alla notte i fiori del male i cuori della tenebra, oppure vi plani l’angelo melanconico che distilla gli umori dell’anima e travasa stati di grazia e epifanie.
E della sua storia dice: 
Scarta un tarocco, scarta l’altro, mi ritrovo con poche carte in mano.  Il Cavaliere di Spade, l’Eremita, il Bagatto (…).  Per sentieri d’inchiostro s’allontana al galoppo lo slancio guerriero della giovinezza, l’ansia esistenziale, l’energia dell’avventura spesi in una carneficina di cancellature e fogli appallottolati. E nella carta che segue mi ritrovo nei panni d’un vecchio monaco, segregato da anni nella sua cella, topo di bibioteca che perlustra a lume di lanterna una sapienza dimenticata tra le note a piè di pagina e i rimandi degli indici analitici. Forse è arrivato il momento d’ammettere che il tarocco numero uno è il solo che rappresenta onestamente quello che sono riuscito a essere: un giocoliere o illusionista che dispone sul suo banco da fiera un certo numero di figure e spostandole, connettendole e scambiandole ottiene un certo numero di effetti.

Non è uno dei migliori libri di Italo Calvino: è  interessante, ma non bello.  
Solo per Calvinisti convinti.