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lunedì 9 giugno 2014

Giulia 1300 e altri miracoli.

Io: - Ma secondo te, si può definire Giulia 1300 e altri miracoli un "libro dedicato all'amicizia"?
Lui: - Come definizione non è la più calzante, secondo me, anche se può starci.
Io lo definirei più come "libro dedicato a chi ne ha le palle piene, a chi vuole fuggire dai consueti schemi della quotidianeità e cerca - o spera - in un riscatto che possa dare un senso, il più semplice e genuino, alla propria vita".
E ci pensavo a questo scambio di battute. 
Diventa difficile dare un senso, o anche solo "riscattarsi",  rimestando nella stessa pastura di “amicizie” e nello stesso acquario nel quale, come pesci – muti anche – si ci trova a sguazzare. 

Cambiare vita, cambiare aria, cambiare. 
Se dietro tutte le proposte (le mie, anche) “molliamo ogni cosa  e ci apriamo un agriturismo”, fossero seguiti i fatti, non ne resterebbe neanche uno, di casale catapecchia stalletta. 
Diego, la voce narrante dominante, venditore (ex) di auto, uno "sfigato" agli occhi degli altri, così pensa prima di cominciare l'avventura:
“E’ il miraggio di una vita migliore, più sana, con più tempo a disposizione. Più tempo per pensare e scoprire che sei infelice lo stesso, che il lavoro non c’entrava  un cavolo e nemmeno la città: hai traslocato e la prima cosa che hai messo in valigia sono stati i tuoi problemi.”
Eh, di questo ne sono convinta. 
Però capitano i miracoli.

Giulia 1300 e altri miracoli è esso stesso un piccolo miracolo: raramente capita di leggere un’opera prima così godibile, scoppiettante e briosa, leggera ma non vacua.
Diego, Fausto e Claudio, cooprotagonisti, in fondo  sono tutti  degli “sfigati” (per gli  occhi dei paesani sono tutti  semplicemente  “ricchiuni”).
Si ritrovano  nelle campagne del casertano attratti da un annuncio immobiliare: un casale con terreno annesso, luogo ideale dove far sorgere un agriturismo e una nuova prospettiva di vita. 
Lo  acquistano  insieme, tre estranei che sembrano animali di specie diverse. 
Dopo qualche tempo al terzetto si aggiunge Sergio,  che in ruvidezza, capatostaggine e impulsività si magna il mondo sano.
(je l'adore!!)
L’alacre lavoro di ristrutturazione attira i camorristi: è noto  che in certi luoghi anche le pulci per zompare devono avere la “prutezione”.
Ma c’è chi dice no. 
Da questo momento in poi la narrazione ha delle impennate  davvero sorprendenti.
Entrano nel gioco l’autoctono Vito, il ghanese Abu, principe guerriero temporaneamente raccoglitore di pomodori con i suoi due amici Samuel e Alex, ed Elisa,  la scompaginatrice di arredi, di menù e di cuori. 
E naturalmente la Giulia 1300,  grazie alla quale  l’agriturismo vivrà momenti di vera gloria e fama. 
Val la pena di leggerlo, il libro di Bartolomei, è davvero un’oasi dove si può coltivare il sogno di una vita diversa, sorridendo. 
(e dove gli echi della vita reale assumono tutt'altro peso, la strage di Castelvolturno, ad esempio).

Tornando alla questione iniziale, se può essere considerato un libro sull’amicizia, mi viene da dire che sì, lo è. 
Perché non è l’agriturismo in sé a porsi come motore del cambiamento. 
E’ il condividere un progetto “buono e bello”, trasformare l’idea in fatti, in cosa, è mettere dietro le spalle i vuoti e riempirli di bellezza.
Da soli, da soli è impossibile.
(i pensieri vecchi non si scollano)
E’ aprirsi a persone che immaginavamo anni luce lontane da noi e osare sfaldare la crosta di abitudini, di pre-giudizi, è mettersi a nudo dalle menzogne anche quando vengono solo usate a scopo di difesa.
Io, se in questo momento mi guardo attorno devo dire che i miei unici amici sono un negro e un camorrista!”. Beve malinconicamente un’altra sorsata. “Esclusi i presenti, certo”.
“Certo” dice Sergio.
“Certo certo” confermo. 
“Che poi c’è da ridere… un negro, un camorrista, due sfigati e un comunista del cazzo! Ma che è? Una barzelletta?”. 
Non è una barzelletta. 
E’ una cosa bella, invece.