sabato 11 febbraio 2017

Il partigiano Johnny

Il partigiano Johnny è un libro sulla Resistenza, e si sa.

E’ un libro in larga parte autobiografico e neorealista: Johnny è Beppe Fenoglio, sbandato come lui dopo l‘8 settembre, arruolatosi come lui prima nelle file di partigiani rossi, poi in quelle degli azzurri, i  badogliani: i capi partigiani, le vicende della città di Alba e dei paesi delle Langhe, le non-azioni degli inglesi e quelle dei repubblichini e dei tedeschi sono reali, storicamente documentate e anche
questo si sa.

Il partigiano Johnny è stato pubblicato postumo: l’assemblaggio dei capitoli è dovuto ai curatori che hanno “manipolato” varie “versioni” fenogliane del testo, e anche questo si sa.
E allora, perché leggere un libro di cui già si sa?

[Soprattutto, perché leggere Il Partigiano Johnny avendo letto altri romanzi brevi che in qualche modo sono una costola del suddetto?]

Dire che è bellissimo potrebbe bastare, ma anche no.
Ci sono temi e tracce presenti in altri racconti lunghi, Primavera di bellezza e Una questione privata,  ma in questo romanzo l’accento è calcato sul senso di disfatta, di “sbandamento”, che non è - in riferimento all'uso del termine nel racconto - solo il momento in cui le formazioni partigiane si scompongono dopo il massiccio attacco dei repubblichini e dei tedeschi: è una condizione intima, individuale e collettiva, di fronte alla necessità di fare e alla disperata consapevolezza di poter fare poco più che pochissimo o niente.
[se pochissimo può dirsi liberare un paese sapendo di non poterlo “tenere” per più di 15 giorni, se pochissimo può dirsi offrire cibo e alloggio rischiando la vita, se pochissimo può dirsi affrontare il nemico ed esser certi della disfatta, se pochissimo, attualizzando e assolutizzando, può dirsi sopravvivere alle bufere della vita].
Oltre a Johnny, oltre ai suoi  compagni, ci sono i contadini. 
Quanta dignità, quanta. 
La vecchia della Langa e la sua cagna sono indimenticabili. 
(Vecchia a cinquantanni, urca)

Straordinario, rispetto ai romanzi brevi,  è il linguaggio: incrostato di parole ed espressioni anglofone [il mellow sole e la mareante erba], di aulicisimi [nictalopa curiosità e rapinosa tristezza], tessuto in fili di lancinante poetica bellezza.

Johnny andò verso una tetra notte previa d’un goalles giorno vuoto e fremitoso, e senza fine. Nel greve cielo dove le stelle erano, appuntate come sul velluto, un aereo gemeva, con una infinita coscienza di minuscolità, sempre sull’orlo del naufragio. Era un apparecchio di sconosciuta nazionalità, forse waged e pilotato da un moderno aeronautico capitano Nemo, che la voce popolare asseriva mitragliasse tutte le luci violanti l’oscuramento, in una fanatica istanza di tenebra assoluta.

venerdì 27 gennaio 2017

I sommersi e i salvati




Primo Levi muore suicida nella sua casa l’11 aprile del 1987.
Il Centro Internazionale di studi Primo Levi non prende in considerazione l’ipotesi di caduta accidentale come si suppone altrove.
Durante la lettura de I sommersi e salvati, come in un pendolo il mio pensiero è oscillato tra le parole dell’autore e la sua morte.

Mi sentivo innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. (…)
Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. E’ questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco (…). Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto.; ma sono loro, i “mussulmani", i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione.”

Nel saggio non c’è risentimento, rabbia, sentimento di rivalsa.
Nessuna maledizione per chi dimentica, nessun “i vostri cari torcano il viso da voi”.
Vi è anzi un tentativo di rispondere a chi, soprattutto tra le generazioni più giovani – la deformazione della memoria – non riesce a capire come sia stato possibile, perché sia stato accettato.
Levi spiega e analizza con pacatezza, con lucidità.
Scava anche in quella terribile zona grigia in virtù della quale vittime si sono fatte carnefici, in quella zona da cui sono venuti fuori molti dei salvati.
Spiega perché tra i sistemi concentrazionari quelli nazisti hanno avuto una specificità che li connota come fatto unico nella storia dell’umanità.

Dipana la differenza tra violenza utile e violenza inutile: la seconda caratteristica propria del nazismo e dei suoi campi di sterminio.
Riconosce, già ad inizio capitolo, quanto sia provocatoria una tale analisi.
E’ difficile accettare anche solo l’idea di una violenza utile, figurarsi quella inutile.
Però Levi non si nasconde dietro il dito, e apre il sipario su una realtà che proprio perché è stata tale non può essere né dimenticata né equiparata ad altre.
[E’ utile tagliare la testa ad un ostaggio filmando l’atto affinchè venga visto da tanti?]

I nazisti cercarono di cancellare le tracce.
Nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma anche se qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà.”
Levi, che ha fatto della testimonianza l’ammenda della colpa di essersi salvato, si è ucciso poco tempo dopo la pubblicazione de I sommersi e i salvati, e tre mesi dopo aver scritto l’articolo pubblicato su La Stampa riguardo la banalizzazione della strage nazista, l’equiparazione ai gulag, ad esempio.

Ho provato oppressione e disagio. E anche un po’ di vergogna.
Perché io, - anche io, so di non essere sola - ho spesso sbottato di fronte alla retorica del giorno della memoria.


martedì 8 novembre 2016

L'Invisibile ovunque

I Wu Ming e la  Storia. 
Binomio quasi imprescindibile, da Q a sempre. 
E’ una Storia che si sottrae  da logiche narrative ovvie e scontate:  osservata  da prospettive oblique, si infila  in pieghe semisconosciute.

E’ ciò che succede in modo ancora più  marcato in L’invisibile ovunque
La  Prima Guerra mondiale, gli uomini, i pazzi, gli artisti. 

Dice il collettivo  nel post del 9 settembre 2015 su Giap, il  loro sito: 

L’Invisibile ovunque si pone oltre l’arco ventennale che va da Q a L’Armata dei Sonnambuli. Una volta scesi dall’arco, non cerchiamo la pentola d’oro […], ma altri modi di raccontare. Utilizziamo le armi che abbiamo affilato nella scrittura di romanzi storici per fuoriuscire dalla forma del romanzo storico, dopo averla esplorata, forzata, deformata. Abbiamo piegato le sbarre e siamo fuggiti. Suonano le sirene, si sguinzagliano i cani, i fasci dei riflettori perlustrano la notte, ma noi siamo già altrove.
L’Invisibile ovunque mette in scena una progressione in quattro movimenti dalla narrativa pura (Primo, secco come lo schiocco di una fucilata in mezzo ai campi) al romanzo-in-forma-di-saggio (Quarto, con obliqui omaggi a Cortázar e Bolaño, che in fondo è l’anagramma di Boloña, dove viviamo), attraversando il romanzo di frammenti (Secondo, una tragedia degli equivoci su psichiatri e «scemi di guerra») e il non-romanzo surrealista (Terzo, quasi un controcanto a Nadja di Breton).”

Dei quattro movimenti, quelli che proprio non mi è piaciuto è proprio il terzo,  il non-romanzo surrealista:  ha uno stampo troppo intellettual mode per rientrare nelle mie corde (e  dire che posseggo pure i prerequisiti, avendo letto Nadja di Breton.)

[che si  riportino nella prigione del romanzo storico, o morte!]

Coi Wu Ming comunque, alla fine dei giochi    qualcosa s’impara sempre. 
Mica sapevo di tutta la letteratura sugli scemi di guerra (fà ‘o sciem ppe nun ‘i a guerra – pietra miliare del lessico familiare);  mica conoscevo i Camoufleurs, mai mi ero posta la quaestio delle divise mimetiche e delle arti del camuffamento militare.
[vivere dando per scontato che i rambo e i nord vietnamiti con le fronde in capa siano sempre esistiti]. 

E così ho scoperto anche il pittore Lucien-Victor Guirand de Scévola,  il pioniere del camuffamento militare, e ho scoperto  che le avanguardie e le tecniche delle avanguardie artistiche, soprattutto quelle cubiste, sono state piegate alla logica della guerra, sebbene con il fine di salvare quante più vite: il paradosso del fare la guerra e sottrarsene. 



sabato 29 ottobre 2016

Referendum, Riforma e soprattutto No.

A me piace il referendum. 
Mi sembra davvero uno strumento di democrazia popolare, molto più di altre votazioni, soprattutto quelle con il barra o scrivi il nome del candidato, dove le cordate, i voti parenterali, amicali, di piacere, di simpatia, di obbligo, a pagamento etc etc vincolano alcuni anzi tanti anzi troppi. 
Il mancato quorum nelle precedenti consultazioni dice tutto  riguardo passione e partecipazione.
Ah, il Cuorum
Se  ci fosse stata la stessa risonanza, rimbombanza, schiamazzanza  mediatica nelle passate tornate referendarie, forse…

Stavolta il problema del quorum non si pone proprio: non importa se votano tre persone, decide la maggioranza dei tre per tutti. 
Quanto mi secca, quanto mi secca. 
Se fosse stato necessario il quorum   non sarei andata a votare. 
E invece ci devo andare per forza e marò quanto mi secca, mi indispone proprio dovermi allineare su posizioni che sono anche pirlusconiane, destrorse, apparentemente reazionarie. 
Ma come, non vuoi ridurre i costi della politica? Non vuoi maggiore snellezza, non vuoi evitare gli empasse, tu non vuoi andare avanti?
Avanti popolo. Avanti addò?

Se la buona costituzione dovesse rivelarsi anche  solo simile, negli esiti, alla   buona scuola, allora voglio la penna e il calamaio, le pergamene, i papiri, la clava e la caverna. 
Di quella, della buona scuola, solo chi c'è dentro può capire il baratro che è nascosto da tanti proclami, slogan e blablabla.
Quella mi è piovuta tra capo e collo. 
Ora  dovrei dare l’assenso.  
Sticazzi che lo do. 
Non mi fido. 
Ecco cos’è, non mi fido per niente, e poiché non mi fido neanche degli sbandieratori del no, prima di decidere  ho cercato di capire da sola,  di districare la domanda codicilla, di andare direttamente all’origine e non al riassuntino.
Ho provato a leggere il testo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016.


Sticazzi doppi. 
Una caterva di articoli costituzionali vengono toccati, e in tre ore sono riuscita a leggere e compararne solo una decina. 
Marò. 
E come si può immaginare che un italiano medio possa avere le competenze per comprendere fino in fondo tali cambiamenti? 
Perché mai dovrei dare l’assenso su qualcosa che non mi è chiaro,  su qualcosa di cui non posso prevedere la portata? 
(se quelli che hanno “disegnato” la riforma costituzionale sono della stessa paranza dei promotori della  buona scuola, credo che manco loro ne abbiano pienamente idea)

Poi ci sono molte cose che non mi piacciono. 
Ad esempio riguardo le leggi di iniziativa popolare.  
Adesso è necessaria la firma di almeno 50.000 elettori per  una proposta di progetto di legge.  
Con la riforma costituzionale ce ne vorranno 150.000. 
Le proposte di legge di iniziativa popolare  finora sono state  bellamente ignorate, rimpallate a destra e a manca fino a scadenza termini. 
Ammesso sia  vero che semplificando l’iter, anche le leggi di iniziativa popolare potrebbero avere  un migliore destino, perché mai alzare così tanto il tiro, imponendo il triplo delle firme  per avviare le proposte? 
Come se ogni giorno si facesse raccolta firme, firme a piè sospinto. 
Metti 1 davanti e  passa la paura. 

No, non posso dare il consenso.
Non mi fido. 
NO. 

sabato 15 ottobre 2016

Atlante delle isole remote.

Judith Schalansky insegna  tipografia al Potsdam Technical Institute dal 2008.
Così dicono le note biografiche nel sito del Premio Salerno Libro  d’Europa di cui è stata vincitrice. 
Tipografia. 
La prima cosa che mi viene in mente è un piccolo opificio rumoroso, intriso di acre odore di inchiostro e solventi.
Non penso al prodotto della tipografia, magari un'elegante e candida brochure. 
Chissà come e cosa insegna nello specifico, Judith Schalansky. 
Forse la tecnica legata alla stampa degli incunaboli, i caratteri gotici, il segno sottile e arcuato delle lettere. 
L'estetica della tipografia. 
Non potrebbe essere altrimenti, pensando alla cura tipografica del suo libro, 
Atlante delle isole remote

Judith Schalansky, Atlante delle isole remote

Copertina pan di zucchero, dorso in tessuto nero, sui risguardi il mondo, disegnato con un elegante e complesso segno di tratteggio a matita su sfondo arancione. 
Oltre la prefazione, le 50 isole dell'atlante si dispongono solo sulle pagine dispari. 
Isole talora piccolissime, talora inaspettatamente grandi - il mio metro di paragone è stato Procida - per lo più situate nelle enormi distese oceaniche. 

L’isola è nell'immaginario collettivo qualcosa più di una piccola terra emersa circondata dal mare.
E’ dove sognare di andarsene quando non ce la si fa più, è l’atollino con la palma dove vive il naufrago delle barzellette della settimana enigmistica, è un luogo separato e lontano.
Remoto, appunto.
“…le isole non sono che piccoli continenti e che i continenti, a loro volta, non sono altro che isole molto, molto grandi.
E’ impressionante come le 50 isole dell’atlante di Judish Schalansky siano o siano state toccate, per quanto minuscole o respingenti o disabitate, da vicende umane che varcano i confini del loro ombelico: esploratori, naufraghi, sognatori, sfruttatori, distruttori calpestarono, hanno calpestato e calpestano il loro suolo.

Nessuna isola, per quanto remota e lontanissima, è veramente “isolata”.
Nell’era della globalizzazione, dell’internet, del google view (il mio atlante preferito, quello che percorro con le dita sulla tastiera quasi ogni giorno per vedere luoghi dove non sono mai stata e dove non andrò mai), il lontano è un’idea assai astratta per gli abitanti della terra, la casa con googolplex di stanze.
Accanto alle isole, sulle pagine pari, le parti testuali  forniscono  informazioni relative alle dimensioni, alle distanze da altri luoghi, ai “tempi” della loro scoperta, e di ogni isola l’autrice dice qualcosa.
Lo fa con una modalità che non è saggistica, non è narrativa, non è storiografica, non è scientifica.
Non c'è definizione appropriata, si deve inventarla.

Geopoetica, ecco.

venerdì 30 settembre 2016

Harry Potter e la maledizione dell'erede - Il Potere Oscuro del Marchio

Poi dicono che la magia non esiste.
Su Harry Potter e la Maledizione dell’erede è stato scagliato un Salvio Hexia che neppure tutti i maghi concentrati ad Howgart avrebbero potuto lanciare per difendere la scuola da mangiamorte, dissennatori e soprattutto da babbani curiosi.

Mai incantesimo di protezione più potente è stato esercitato sulla rete, dove è impossibile invece evitare la diffusione virale di video privati e la gogna e l’umiliazione.

Dell’opera teatrale di cui il libro è il copione, non c’è alcuna traccia sul web se non un collage di immagini scattate dal fotografo Manuel Harland.



Nessuno spoiler, ovviamente.
E riguardo il libro, il divieto di riprodurre in modo totale o parziale, di salvare in banca dati e di trasmettere in qualunque forma e con qualunque mezzo senza la previa autorizzazione scritta dell’editore suona assai minaccioso.
(Ho la tentazione irresistibile di copiare pagine intere e di copioncollarle qui e là.)

Il libro, ormai questa è una delle poche cose note, non è un romanzo e non è scritto dalla Rowling nonostante il suo nome campeggi in caratteri cubitali sulla copertina.

E’ un copione in quattro atti suddivisi in una cuofanata di scene.
Già solo le otto scene iniziali hanno ambientazioni diverse: stazione, binario nove e tre quarti, treno, sala grande di Hogwarts, ufficio del ministero della magia, casa Potter, stanza di Albus in casa Potter, capanna su scogliera.
Circa 500 battute, molte delle quali costituite da singole parole,  moltissime da frasi da tre o quatrro parole di estrema forza  incisiva come “Ha un bel caratterino” , “Si, scusa.” oppure “Non vedo l’ora.”

Azz, e che grande stregoneria, mi sono detta, come avranno mai fatto a concentrare su un palco in pochissimi minuti una tale varietà di luoghi.
Dalle sparute immagini dello show teatrale deduco che molto è lasciato all’immaginazione e alla memoria.
Ma non posso blaterare su ciò che non ho visto.

Ho letto, invece.
Un’indagine Doxa afferma, tra le varie altre cose, che la generazione Harry Potter ha maturato un sistema positivo di valori: il senso dell’amicizia, il coraggio, la lealtà, il rispetto verso gli altri.

http://www.doxa.it/news/leredita-di-harry-potter-un-classico-che-fa-crescere-i-lettori-doxa-2016/

Questa architettura di “valori positivi” nella "saga base" è tuttavia sottesa.
Sono il meraviglioso, l’avventura, l’immaginazione come cifra del mondo a rendere appassionanti i romanzi della Rowling.

Il cosiddetto ottavo libro si è rivelato invece un pippone querulo incentrato sulle dinamiche genitori/figli, e i valori amicizia/amore/lealtà/bontà/ sacrificio/comprensione/rispetto sono sbandierati così come in uno sceneggiato o in una telenovela sudamericana.
Guarda caso – SPOILER SPOILER - spunta pure la figlia di Voldemort concepita con Bellatrix Lestrange [chissà dove chissà quando chissà come], la quale, core de figghia, cercherà grazie alla giratempo di mutare la storia per riportare in vita il suo paparino e rivelargli, al momento dell'incontro, quanto gli vuole bene.

L’avventura annanz e arete nel tempo, nella foresta per il Torneo Tre Maghi nel 1995 e a Godric’s Hollow nel 1981, serve a “sciogliere” il rapporto conflittuale tra Harry Potter e suo figlio Albus Severus.

Ne “La maledizione dell’erede” la “magia” è un pretesto: domina la filippica morale, troppo esplicita, davvero troppo.
Non posso sorvolare neanche sul registro linguistico orripilante.
E il pretesto del target non regge, la differenza di stile tra questo e i primi sette libri della saga è abissale.
Riporto qualche battuta a mò di esempio e a caso, tra le poche che vanno oltre le tre parole.

(dialogo tra Scorpius, figlio di Draco Malfoy, e Albus Severus Potter. I due ragazzini sono amici del qqquore. Non ho aggiunto o omesso nulla. I puntini sospensivi ci sono davvero. Pag. 167)

Scorpius:
Questo è bello….è una bella cosa da dire.
Albus:
E avrei dovuto dirtela molto tempo fa. A essere sincero, sei la persona migliore che conosco. E non hai, non puoi avere, una cattiva influenza su di me.
Al contrario, mi rendi più forte. E quando papà ci ha costretto a stare lontani, senza di te…
Scorpius:
Neanche a me è piaciuta tanto la vita senza di te.

Forse ora comprendo perché tanta blindatura riguardo La maledizione dell’erede.
A conoscere la verità…
(i puntini sospensivi qui ci vanno per forza).

Ho diffuso senza alcuna autorizzazione una parte del testo.
Ho violato gli incantesimi di protezione.
Ora attendo che vengano a prendermi per portarmi ad Azkaban.

lunedì 5 settembre 2016

La famiglia Fang.

Il film -  mi dicono -  è  una semiboiata.  
Il libro invece ha un suo perchè. 

Agli ammmericani,  e non solo, il tema della famigghia  come covo di istruzione e distruzione deve essere caro assai.
Per un nanosecondo  mi sono passati davanti agli occhi i Franzen, le Oates, i Roth (poi mi sono obbligata a deviare la mente altrove per evitare la valanga di macedonia di pagine)
Anche Wilson Kevin, giovane autore ammericano, scrive fondamentalmente del rapporto genitori/figli, di genitori che non sono pronti ad avere figlie e  delle percussioni che le loro azioni  hanno sui poveri pargoletti destinati a diventare adulti fragili e problematici, della difficoltà che i figli incontrano nel tentativo  di liberarsi dal peso che i genitori hanno loro piazzato sulle spalle.
Tuttavia  lo fa in modo tale da far sembrare, ma soltanto sembrare, che il problema  riguardi esclusivamente   i  personaggi del romanzo.
Cosa sia l’arte, dove possa spingersi il concetto di creazione artistica e l’avanguardia, che pure appaiono come nodi portanti del romanzo, sono solo pretesti per mettere in gioco altri fattori.

Caleb e Camille Fang, artisti,  prima professore e alunna, poi compagni nella vita e nell’arte, sono  i genitori di A e B, ovvero di Annie  e Buster.
La loro idea dell’arte è una concezione globale, che investe la vita e che ha come scopo la destabilizzazione, il caos, il disordine e il disorientamento.
Le loro opere sono performance evenemenziali esplicate nei luoghi più apparentemente lontani dalla fruizione e dalla azione artistica: supermercati, gallerie commerciali, ristoranti.
Ordinari luoghi di comune frequentazione.
Luoghi dove il pubblico è suo malgrado spettatore e attore.
(uhh, ma nelle gallerie commerciali  davvero  il “pubblico” è spettatore e attore, a prescindere dai Fang!)
A e B, i due fratelli,  diventano pedine indispensabili perché l’evento abbia luogo.
Pedine, prive di capacità decisionali, di capacità oppositive:  oggetti strumentali alla realizzazione del  progetto di vita e arte dei propri genitori.
La famiglia Fang è essa stessa un prodotto “artistico” – creativo.
Falso e falsato, naturalmente, come gli oltre trenta  matrimoni di Caleb e Camille.

Aspettative, proiezioni, investimenti e ricatti emotivi.
Famiglia Fang o famiglia Pinco Pallino, il risultato talvolta non cambia.

[ “aggio fatt ‘e cucchiarelle pe nun me scuttà ‘e mmane”, diceva una nonna (non La Nonna mia) riferendosi alle figlie femmine ]

mercoledì 24 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: l'epilogo. Gibilterra, Cordoba, Consuegra [ 9 ]

Granada o Gibilterra?
La  risposta al quesito, per coerenza verso l’extra andaluso, sarebbe dovuta essere Granada.


E invece, complice la Brexit - chiossape poi se diventa uno scassamento di balle maggiore varcare il confine - ma soprattutto complici le bertucce – le scigne! - viene preferita Gibilterra.  
Mi piego alla scelta, maggioranza assoluta stavolta,  per un motivo parasentimentale, per qualcosa che si lega a un'idea romantica di vicinanza.  

Dalla rocca la vista  abbraccia due continenti e tre nazioni. 
All’Europa Point, vicino al faro  c'è una moschea.  
[Ho scoperto che è stata finanziata dai sauditi. Disappunto].

E’ bruttina  Gibilterra
Contiene in un territorio minuscolo ogni capadicazz del Regno Unito : distretto militare con tanto di filo spinato e carrarmati; la strada dello shopping, il distretto portuale e quello  industriale, le red cabine telefoniche che in  UK stanno solo nel museo, i casermoni dei quartieri popolari, le villette eleganti dei milord di campagna, i pubs, le casette a schiera addossate nella bellissima Sandy Bay e pure la riserva naturalistica, ovvero la cosa più famosa di Gibilterra, ovvero The Rock.
Vi si accede con la funivia, con i taxi, con i pulmini e i bus turistici, con le auto dei residenti o a piedi. 
Ponte sospeso Rocca di Gibilterra
Si opta per quest’ultima economica e salutare   soluzione.
Dal monumento alle colonne d'Ercole è un salire  bello, ombreggiato, anche faticoso e spesso offuscato dalle nuvole di smog emanate dai taxi, dai pulmini, dai bus, dai camioncini che in un via vai continuo trasportano i culi pesanti all'Apes Den, dove ci sono le scimmie, che nonostante gli avvisi - do not feed the macaques (ma non erano bertucce???) - sono indifferenti ai turisti, stanno lì  a fare mostra di sè mentre si spidocchiano o saltellano sugli alberi o sui parapetti. Se cogitassero...
 Chiossape che penserebbero delle torme di turisti che guardandole fanno oooh.
(embè? Non ti sei mai guardato allo specchio?)
Continuare oltre l’Apes Den è impossibile.
Troppo caldo.
 Il ritorno lo si fa passando per  la Royal Anglian Way, ma soprattutto per il  ponte sospeso inaugurato il 21 giugno di quest’anno, che oscilla, marò e quanto vibra, e offre una veduta al cardiopalma spettacolare.





A Cordoba c’è ancora più caldo che a Minas de Rio Tinto. 
(al peggio non c’è mai fine)
Fa lo stesso effetto che si prova aprendo un forno in cui sta cuocendo il pollo, solo che il getto di calore è costante, continuo. 
Eppure, nonostante le sfavorevoli condizioni climatiche, trovo Cordoba incantevole. 
Ha conservato più di altre città andaluse un'impronta orientale, araba.
La mesquita/cattedrale è bellissima. 
Gli elementi cristiani, baldacchini, statue, altari,  sono appiccicati sopra, quasi posticci. 
Ciò che incanta sono  la selva di colonne, il giardino di aranci, le decorazioni ad arabesco, i ricami di oro e gli intarsi. 
Sono i  patii con le mattonelle dipinte e le piante e i vasi e i larghi lampadari  in ferro battuto.
In nessun luogo della Spagna ho visto tante famiglie di  turisti "musulmani'- è  facile riconoscerle dalle donne con il chador o il velo.
Chissà "come" pensano alla cattedrale di Cordoba. 
Chissà se si sentono   come un italiano davanti alla Gioconda al Louvre.  
Ma fa caldo. 
Fa così caldo che non si riesce a gustare appieno la silenziosa bellezza delle viuzze fiorate, strette strette, serpentine di luce e di ringhiere. Portoni ritorti e lavorati.
Fa caldo anche di notte,   sul ponte romano, pieno di gente che va avanti e indietro. 
Nessun ristoro è dato dalla vicinanza con l'acqua; il Guadalquivir,  cupo verde sul giallo dei grandi contrafforti, non spegne il bruciare dell'aria.
Nella piazza de las Tendillas   ci sono getti di acqua che fuoriescono dal pavimento, come a Salisburgo, ho ricordato.
Bambini in costume da bagno giocano a spruzzarsi, a farsi spruzzare, a schiacciare con le manine la colonna d'acqua. Vorrei essere bambina.
Ma la consapevolezza dei miei anni non mi ferma più di tanto, faccio una passeggiata tra i flutti, qualche spruzzetto giova all'umore.
La piazza della Corredera si sta attrezzando per la sera. 
Ora è vuotissima: un rettangolo enorme ( ah, ste piazze di spagna!) totalmente chiuso dai palazzi.
Gli edifici  hanno file di balconcini o finestre tutti uguali: sembrano i palchi di un teatro.
La piazza è  palcoscenico.

L’ultimo tratto della strada  verso il ritorno si fa calcando i luoghi del Quijote.
La Mancha. 
A Consuegra c’è il castillo de la Muela, ma soprattutto ci sono i dodici mulini giganti che hanno ispirato Cervantes.
(mi chiedo se il caldo  abbia influito sulle allucinazioni del Chisciotte)
Sono in fila sul crinale di un rilievo solitario nella vasta piana assolata. 
Fanno un gran bell’effetto. 
La strada del  Quijote rimane incompleta. Sarebbe dovuto essere ancora El Toboso,  dove c’è la casa in cui visse la donna che ispirò il personaggio di Dulcinea, e Campo de la Criptana.
Non tutto è prevedibile in anticipo. 
E’ ora di rientrare davvero.

Tutto è iniziato con un libro e si interrompe con un libro. 
Anche se non si è più in Portogallo.

La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.”    
Josè Saramago -  Viaggio in Portogallo




Le tappe precedenti

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-e-oltre-1.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-porto-2.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-aveiro-costa-nova.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-obidos-peniche-4.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-lisbona-5.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-lisbona-sintra.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-algarve.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-parentesi.html

martedì 23 agosto 2016

Viaggio in Portogallo [parentesi andalusa]: Minas de Rio Tinto, Siviglia, Cadice, Tarifa [8 ]

Si deve tornare, ma non subito.
Tra il percorrere il Portogallo a ritroso e l'arrivare a Barcellona attraversando l'Andalusia e la Mancha, la tribù a maggioranza relativa sceglie la Spagna.
[Josè, non è  un tradimento, capisciammè: la democrazia non è un'opinione]

Sull’autostrada il passaggio dal Portogallo alla Spagna è segnato dalla presenza, nella parte ispanica, di piante e fiori nello sparticorsie, e di festosi cartelli di benvenuto e arrivederci.
(olè,olè, andale andale)
Prima di arrivare a Siviglia, una delle città della parentesi andalusa, si fa deviazione verso Minas de Rio Tinto, Huelva.  
E’ stato ancora l’errare lungo le strade virtuali di google view a spingermi verso questo luogo:  il fiume rosso, il paesaggio extraterrestre.

Rio Tinto, Minas de Rio Tinto

A Minas de Rio Tinto c’è un museo, anzi più precisamente un parco minerario  davvero molto interessante e ben organizzato.
http://parquemineroderiotinto.es/?lang=en
L'impiegato  alla biglietteria ė gentilissimo. 
“No parlo italiano, ma parlo lento e ci entendiamo.”
( ha una voce  suadente, calda)
La fondazione Riotinto ha recuperato alcuni chilometri della vecchia linea ferroviaria che ora vengono percorsi da due antiche  locomotive con vagoni  restaurati.  
Si sale sul treno,   ultimo vagone, quello aperto.
Nonostante il cielo  coperto e qualche goccia di pioggia, fa un caldo allucinante.
La voce della guida giunge da un altoparlante e  accompagna durante  tutto il percorso. 
Spiega in spagnolo.
Non parla lentamente, non s’intende un cazz. 
Un’intera vallata scavata, scheletri di edifici e carcasse di impianti, montagnelle di detriti, di traversine di ferro e legno, di  pietre,  di sabbia. 
Alcune caprette si aggirano davanti ad una casupola sgangherata.
Di tanto in tanto fa capolino, come un serpente, il fiume.

Minas de rio Tinto
Una lingua violacea orlata di rosso. 
Il treno si ferma: mentre il macchinista cambia verso alla locomotiva, si ha il tempo di scendere e di passeggiare lungo il corso del rio Tinto. 
Non è vero che sembra di stare su Marte, come avevo letto da qualche parte, a meno che non si guardi il fiume senza il contorno: il contorno sono   gli  alberi. 
Piuttosto questo luogo ha qualcosa di luciferino, di infernale, per la furiosa commistione tra il  rosso e il blu violaceo del fiume, il giallo sulfureo della terra  e il verde degli alberi,  e per il caldo che soffoca e brucia. 
Un luogo  affascinante e inquietante. 
Indimenticabile.  

Si arriva a Siviglia accompagnati dal  calore terribile. 
Tremo al pensiero di girare in  cittá. 
(dovrò comprare un ombrello parasole, come fanno i cinesi, penso). 
E invece  tanto caldo non fa. 
Eh, le aspettative tradite. 
Immaginavo  Lisbona dolce e  l'ho vista caotica,  immaginavo Siviglia caotica e l’ho vista dolce. 
Siviglia si sveglia tardi.
 Alle 9 e mezza non c'è nessuno per strada.
Anche i monumenti sono chiusi, aprono tra le dieci e  le undici.
In  Calle Fray Ceferino González, accanto alla Cattedrale, alcune ragazze in abito da flamenco ripetono infinite volte gli stessi tre passi:  c’è  una troupe cinematografica al completo, si gira per un videoclip di una famosa (?) cantante indiana. 
Bollywood in trasferta.

Per dire di qualcosa di enorme, di gigantesco, nella lingua mia si dice “’na piazz ‘e Spagna”.
Penso che la plaza de Espana a Siviglia sia il riferimento più calzante.
Tra tutte le piazze di Spagna è la massima espressione di grandiosità e magnificenza, .
I vicoletti del barrio Santa Cruz sono deliziosi  e le vie del centro sono  ombreggiate grazie a  teloni bianchi  tirati da palazzo a palazzo. 
Un bel passeggiare e guardare.  
(altro che file sotto il sole cocente lisbonese, e sgomitamenti tra frotte di turisti)
Poi alla Triana,  sulla riva destra del  Guadalquivir,  dove restano le vestigia di tanti negozi di ceramica  ormai chiusi.


Sul lungofiume, vicino alle scale, un cartello di divieto che non ho mai visto in nessun altro luogo. 
Divieto di orinare. 
[Vale solo per i maschi?]





The tall ships race, la parata delle  grandi navi a vela,  si è spostata a Cadice
[Una persecuzione]
Forse Cadice offre meno attrattive di Lisbona, visto che la ressa non è solo sul molo, ma anche al suo esterno.
I vigili  regolano l'afflusso umano sin dai marciapiedi di fronte all'ingresso al molo.
Di Cadice, vista in modalità mordi e fuggi, oltre al castilo di Santa Caterina, ai gabbiani che hanno eletto i lampioni come casa, un gabbiano per lampione [guardiani], ricorderò un albero gigantesco, anzi due.
Ficus enormi. 
Le loro chiome ombreggiano l'intera piazzetta.
Ombrelloni  e tetto per i barboni.

Tarifa è il punto più estremo dell'Europa, con l'Africa di fronte, il Marocco a quattro bracciate.
Lì si incrociano Oceano Atlantico e  Mediterraneo.
Chissá se hanno un diverso colore, pensavo.
Acqua e acqua,  divisi dal ponte e dall’ isla de Palomas, acquisita ad uso militare e perciò impraticabile, oceano e mare hanno lo stesso colore, tuttavia tra il lato mancino e il lato destro cambia il  paesaggio:  l'Atlantico lambisce con le sue onde una spiaggia enorme, larghissima, dove dimorano alghe e surfisti;  il Mediterraneo bagna immobile,  quasi un lago,  una cala affollata di ombrelloni e bambini, e più il là, il porto.

Vorrei tornare qui. 
In inverno però.
Il tramonto sull'oceano -   e ancora più tardi, quando solo un alone rosa separa la notte dal giorno, e pochissime sagome si muovono nere sull'orizzonte -  è un incanto.
https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-algarve.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-lepilogo.html

domenica 21 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: Algarve [ 7 ]

Non è estate se non si va al mare. 
A fare il bagno, naturalmente.
Senza muta, possibilmente. 
Dunque si va in Algarve, dove la temperatura dell’acqua dell’oceano non è ghiacciata. 
Ci si muove da Lisbona attraversando il lungo ponte sospeso sul Tago  che collega la capitale portoghese  con l’altra sponda, con Almada.  
E’ il ponte  25 de Abril, ribattezzato così dopo la rivoluzione dei garofani: prima aveva il nome di chi ne aveva voluto la costruzione nel 1966. 
Ponte Salazar. 
Ah, i dittatori e le opere faraoniche!
[perché penso al  ponte sullo stretto di Messina da tanti agognato?]
Dall’altro capo del ponte la statua del  Cristo-Rei - una brutta imitazione del Cristo brasiliano -  e gli impianti industriali  accolgono a braccia aperte. 

Si attraversa poi la regione dell'Alentejo  che accoglie a campi aperti.
Chilometri e chilometri di autostrada senza vedere un paese, una fattoria, una casa. 
[Chissà quanto tempo impiegano i dipendenti delle stazioni di servizio ad arrivare sul posto di lavoro. 
L’Alentejo è una regione da scoprire…]

Armaçao de Pera
Più che a Peniche, più che a Nazarè beach, mi impressiona il marasma edilizio. 
La speculazione edilizia ha assembrato sulle straordinarie coste dell’Algarve dei palazzoni orripilanti, modello 167 Secondigliano se “popolari”,  modello Miami beach se di lusso.
Aveva ragione già trent’ anni fa Saramago, a cercare il vero Portogallo nei paesielli sperduti dell'interno.

Il viaggiatore torna verso la costa. Adesso è in viaggio per Silves, e, siccome ha tempo, ricapitola luoghi, immagini, volti, parole. Ricorda Albufeira, Balaia e Quarteira, manifesti per le strade, insegne e targhe, banconi di ricezione, menu e avvisi, e fra tante lingue, o nell’uso costante di alcune, non sa più quale sia la propria. (…). Il viaggiatore non discute di convenienze, discute di servilismo.”*

Pensavo che alle regioni meridionali dell’Italia fosse toccato il peggio.
[La speculazione edilizia sta uccidendo il Portogallo.]



Ad Armaçao de Pera  ciò che resta dell’antico paese  è la Forteza.
Non ha affatto l’aspetto di una fortezza:  delle mura modeste,  quasi una recinzione  della chiesetta e della piazzetta al centro della quale si erge solitaria una palma,  il cui fusto è decorato da merletti all’uncinetto.
Patrimonio dello stato, avvisa una targa sulle mura, accanto alla porta.
 (giù le mani dall'ultimo baluardo dell'identità)



A Pera, qualche chilometro all’interno, c’è  Fiesa, il Festival delle sculture di sabbia, il più imponente al mondo  per estensione e per quantità di sabbia utilizzata. 
E’ un festival tematico: quest’anno, come l’anno scorso, il tema è la musica. 


Pera, Fiesa
Avevo visto a Kristiansand, in Norvegia, delle sculture di sabbia bellissime. 
A Pera non sono da meno. 
Ma quello che è davvero impressionante non è tanto la fattura, né la quantità , comunque esagerate, ma la “cornice”, non intesa come localizzazione – l’esposizione si trova lungo una strada anonima, priva di attrattive – ma proprio come spazio di cornice: anche la cinta, il muro che racchiude l’esposizione stessa, è  fatta di sabbia  lavorata a bassorilievo;   è lo sfondo  su cui si stagliano le opere  tridimensionali. 
La musica è ripercorsa e interpretata in tantissime sfumature:  dalla musica etnica, con le sculture di strumenti suonati da musicisti con abiti e lineamenti delle varie parti del mondo, alla musica nel cinema, nella letteratura, nei fumetti, dal rapporto tra danza e musica alla  “traduzione”scultorea  in sabbia de The Wall dei Pink Floyd. 
Val la pena vederle, forse più di giorno che di sera, quando il multicolor delle luci piazzate deforma e storce l’eleganza e la precisione delle sculture. 

Le coste dell'Algarve sono bellissime.
Falesie giallastre a picco sul mare, faraglioni, immense  dorate spiagge  che si allungano ancora di più con il ritirarsi della marea, lasciando scoperti altri scogli, altre grotte, altri anfratti tra i faraglioni. Meravigliosi i miradouro, i sentieri sulla cima e sui bordi delle falesie.
Anche qui, come a Peniche, non si possono voltare le spalle al mare. 
Alle spalle del mare  brucia  la ferita inferta della modernitá.

Tre giorni  di mare, tre spiagge diverse oltre quella di Armaçao, troppo carnaio per i miei gusti.

Praia di Benagil, Lagoa.
 jrodphoto305 via flickr
Dalla praia di Benagil partono le imbarcazioni che fanno  il tour delle grotte. 
(20 euro a cranio, seduti incatastati con il giubbotto salvagente arancione, un’ora di scarrozzamento)
Chi può, fa meglio  ad arrivarci a nuoto, alla meraviglia della natura che è  grotta di Benagil. 
Anche senza pinne. E’ proprio dietro la falesia.  
Basta non avere paura di essere arrotati dalle onde e dalle barche. 
Sulla spiaggia ci sono montagne di conchiglie, e tante turbinano nelle onde che si schiantano a riva.
Giganti, bellissime.  

Praia de Marinha, Carvoeiro.

Dal parcheggio, alle nove del mattino non ancora pieno,  due stradine: una  conduce ad lunga scalinata per arrivare in spiaggia, l’altra ad un sentiero per le capre. 
Ovviamente  stavo per  intraprendere il sentiero, chiedendomi come cazz avessero fatto le cinque persone in spiaggia a portare giù pure l’ombrellone e le sedioline, e come avrei fatto io ad arrivare al mare senza scassarmi il collo o la spina dorsale, prima  che un camperista mi mettesse  sulla retta strada. 
Ancora grotte, faraglioni, tantissimi uccelli, non solo gabbiani, ma anche specie che non ho mai visto. 
E poca gente. 
(evidentemente il sentiero per le capre sembra andare per la maggiore, e di fronte alla difficoltà, si desiste)



Praia de Rocha, Portimao.  

L'ho ribattezzata la meravigliosa.
Davanti ad una delle insenature fra le falesie, un faraglione. 
Ha una cavità come una  porta,  sembra che dica entra, entra, benvenuta nell’oceano.
(e oltre la porta scompare il mondo) La spiaggia ha la sabbia  sottile come talco. 
Si infila dovunque, complice un gradevole venticello che non fa pesare i raggi del sole. 
[abbrustolita come sardina]


Si deve lasciare il mare, purtroppo. 
Anche il Portogallo. 
Iniziano le manovre di rientro. 
Ripresa l'autostrada che porta in Espana, si vedono solo campi, colline segnate da tratturi e niente paesi, fattorie , case.  
Poi un’epifania.
Un carro trainato da cavalli che trasporta  contadini e contadine, quest’ultime coi fazzoletti in testa. 
Ma è un attimo, l’auto sfreccia veloce. 


* Viaggio in Portogallo - Josè Saramago



Le altre tappe







venerdì 19 agosto 2016

Viaggio in Portogallo. Lisbona: Sintra, Belém [ 6 ]

Pozzo iniziatico
Pozzo iniziatico
 Sbariando su Google  alla ricerca di qualcosa di interessante da vedere nei  dintorni di Lisbona, mi ero imbattuta nelle foto di una costruzione assai strana, una specie di torre rovesciata: il pozzo iniziatico della Quinta della Regaleira. 
Prima reazione: stupore. 
Seconda reazione: incaponimento. Ci devo entrare dentro assolutamente. 
La quinta della Regaleira è uno dei “siti monumentali” che si trovano a  Sintra
Ignoravo l’esistenza di Sintra. 
A Lisbona  è la prima meta proposta dei tour operator per visite fuori città.
La Quinta de la Regaleria è fuori dal circuito del parco di Sintra: ha una gestione separata. 

Palacio Nacional




E’ l’unico sito, assieme al Palacio Nacional, raggiungibile a piedi senza sconocchiamento. 
Una scarpinatella piacevole, perché la vista  è allietata da bei panorami e da belle sculture moderne lungo la strada dalla stazione al centro della cittadina,
Da Sintra alla Quinta la strada, non troppo in salita,  prosegue fresca e alberata.






Una coppia di pazzi sfrenati, il ricchissimo Carvalho Monteiro - che comprò la tenuta nel 1893 - e l’architetto italiano Luigi Manini sono gli artefici della Quinta, così come si consegna agli occhi dei visitatori. 
(Il nucleo originario è molto più antico)

Quinta de la Regaleira
Massoneria, esoterismo, occultismo, riferimenti alla mitologia, alla letteratura – da Virgilio a Dante a de Camões a Milton - simbolismi di ogni genere intessono il disegno della tenuta. 
Nel parco vi sono  grotte e labirinti, tunnel, gruppi marmorei, fontane, statue, rocche e castelletti, scale e scalette, e il pozzo iniziatico, scavato nella roccia per oltre 27 metri, immagino da assai attoniti manovali.
Un’esperienza inquietante arrivare al fondo,  sia  che si giunga dai tunnel  che dalla scala  - una vera discesa agli inferi – nonostante i tanti visitatori che inevitabilmente - foto, chiacchiericci, foto, chiacchiericci, foto a murì,- allentano la tensione  e depotenziano l’ emozione. 

Il fascino dell’antro della Sibilla a Cuma è altra cosa, ma il mondo iniziatico creato da Monteiro ha pur sempre un secolo, e non è certo assimilabile ai magicword contemporanei, nonostante la sottile sensazione di artificiosità e di posticcio che ogni tanto mi pervade. 
Sperimentare la visita del parco doveva fare tutt’altro effetto agli ospiti di cento anni fa. 
Più di cinque ore a girare tra anfratti e salotti. 
E comunque ancora tempo avrei voluto, ancora tempo per osservare i particolari, per guardare da altre prospettive…

Mi chiedo come sia possibile visitare tutto il circuito di Sintra in un giorno solo (dalla Quinta si vedono piccoli piccoli  il palacio de Pena e il Castelo dos Mouros, arroccati sul cocuzzolo di due montagnelle). 
Bella esperienza. 
Gli altri palazzi e castelli di Sintra li riservo al prossimo viaggio in Portogallo;  non posso lasciare Lisbona senza vedere Belém.  

A Praça do Comercio nel tram 15 - meno fascinoso del 28, ma infinitamente più comodo, pure  con l'aria condizionata – ho un saggio sull'efficienza della polizia  portoghese.
Due poliziotti si guardano in giro.
Hanno gli auricolari. In un lampo bloccano cinque uomini, tutti pelati, tutti con gli occhiali, tutti con pantaloncini e maglietta bianca. Li mettono da un lato, chiedono documenti e frugano negli zaini. Poi la mi folla che ha riempito il tram mi  impedisce di vedere il prosieguo dell'azione.

Lisbona è una città sicura - mi aveva detto  Fernando. 
Fernando:  6 anni in Italia con un buon lavoro fino alla chiusura della ditta,  5 lingue parlate fluentemente,  ritornato a casa,   per vivere  fa il vu comprà di mattina nei pressi del castello di San Jorge e la sera procaccia clienti per i ristoranti del Barrio Alto, mentre sta per conseguire la licenza di guida turistica che ha svolto abusivamente prima di essere beccato e multato.
Grazie alla polizia turistica Lisbona è una città sicura: niente scippi e rapine, solo borseggi, furti di destrezza
Ne ho avuto prova. 
[Grande destrezza. Fernando alla fine mi ha venduto tre braccialetti] 

Il tram 15 ferma davanti al monastero dos Jerónimos. È molto più grande di quanto non sembri dalle foto viste in internet. C'è un ammasso di gente davanti:  un nugolo di formiche davanti ad un forrmicaio ostruito.
Decido di passare al ritorno, la torre di Belém dista parecchie centinaia di metri.
Strada secca e assolata. 
Molto assolata. 
Molto caldo, moltissimo.
Il monumento alle scoperte è in restauro. 
Solo nella parte superiore non ci sono impalcature.
Un blocco in ri- costruzione sotto il sole.

Dall'esterno la torre di Belem è bellissima. Si riflette ondulata nell'acqua in cui vorrei spjaccicarmi.  
Torre di Belém
Sul pontile che conduce alla torre c’è una fila lunga. 
Armata di santissima pacienza, mi metto in coda. 
[guardo i pescioni nuotare ad un centimetro dalla riva, e la regata di barche a vela che sfila sul fiume e penso a distese di iceberg per ingannare il caldo].
Un'ora di attesa sotto il sole bruciante prima di arrivare al botteghino. 
E’ fatta, penso. 
Sbaglio.

Ancora fila, biglietto alla mano,  nella prima terrazza della  fortezza. Mi sento quasi una deportata, una prigioniera.  
[Le maleparole escono incontrollate dalla mia bocca. Cerco ristoro infilando la capa tra i merli della fortezza, dove c’è un’anticchia di ombra.]
Mezz'ora ancora, poi finalmente si entra nella torre. 
All'ombra, ma ancora in  fila. 
Dieci minuti di attesa, poi sempre in fila (indiana stavolta)  si sale rapidi rapidi una scala a chiocciola di 96 gradini. 
In cima alla torre un’altra  terrazza; il panorama non è  un granchè.
La discesa: in fila.
Davanti alla porticina c'è un semaforo. E’ rosso. Appena scatta il verde, la fila indiana  scende la scala e termina la visita.
Due ore per cosa? 
Sarebbe stato molto meglio  trascorrerle in estatica contemplazione  dell’esterno della torre, coi piedi in ammollo, o sdraiata sull’erba sotto un ombroso albero, e immaginare assalti e battaglie…

 “Il viaggiatore sta per concludere questo suo giro per Lisbona. Ha visto molto, ha visto
quasi niente. Voleva vedere bene, forse ha visto male: è il rischio costante di qualunque viaggio.”*

Forse Lisbona si deve visitare in inverno, o in autunno, o in primavera.
Forse avevo aspettative troppo alte, forse immaginavo qualcosa di diverso. 
Forse ho soltanto visto male, come mi suggerisce Saramago, o forse Porto  mi ha fatto innamorare così tanto riempire troppo i miei occhi.
Porto è Portogallo. 
Lisbona è il Portogallo dei turisti.





mercoledì 17 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: Lisbona [ 5 ]

Lisboa, la città di Pessoa. 
[La città dell’inquietudine e della suadade?]
Una città certamente frenetica. 
Cantieri, ristrutturazioni, gru, strade interrotte.
Lavori in corso mentre mappate di inglesi, francesi, italiani, tedeschi sciamano dovunque. 
[Gestire un massiccio flusso turistico probabilmente inaspettato è sicuramente un problema]
Nelle zone ad alto tasso di interesse turistico si sente parlare la babele di lingue e pochissimo  il portoghese. 
Aver preso un appartamento in un quartiere residenziale dove ci sono case popolari forse è una fortuna, ma anche no: nottate segnate non dal canto del fado ma da allucchi e maleparole. Rigorosamente in portoghese.


Non si può visitare Lisbona senza fare almeno un viaggio sul tram 28. E’ quello che faccio subito, da capolinea  a capolinea.  
Un occhio al cartello multilingue avvisante del pericolo di borseggio – borsa ben stretta, si rischia davvero  -, e ooohh alle semi strusciate lungo i muri dei palazzi dei vicoli stretti dell’Alfama, aaaahh ad ogni curva a recchia, uuuhh ad ogni auto parcheggiata di traverso sui binari che costringe il conducente a snervanti soste impreviste. 
(mai potrei fare il conducente di tram elettrico 28. Le macchine ferme sui binari le trascinerei via senza se e senza ma)

Poi la Baixa, il Chado
Folla smisurata nella Rua Augusta, folla nelle traverse ortogonali,  folla  nella Praça do Comércio - doveva fare un gran bell'effetto arrivare dal mare  e trovarsi di fronte la statua di re Giuseppe e l'arco e il lunghissimo boulevard . 
Si va verso l’elevador de Santa Justa, che voglio prendere assolutamente perché in teoria l’ascensore è un mezzo di trasporto come un altro ed è compreso nel costo del biglietto giornaliero per i trasporti pubblici. 
Primo tentativo. Una fila impressionante. Si gira la  la capa al cavallo.
Secondo tentativo idem.
Al terzo tentativo, ormai di sera, almeno non sotto il sole, mi  arrendo alla fila.
40 minuti per entrare nell’elevador,  6 secondi di salita per arrivare sul ballatoio di ferro che mette in comunicazione la Baixa con il largo do Carmo, dove c’è la chiesa “scheletro”

A Lisbona non sono mai piaciute le rovine. O le ripara con pietre nuove o le rade al suolo per costruire edifici che rendano. Il Convento do Carmo è un’eccezione. La chiesa è ancora, essenzialmente, come l’ha lasciata il terremoto. Di tanto in tanto si è parlato di restaurarla e ricostruirla. La regina Maria I fu quella che si spinse più avanti nel restauro, ma, o per mancanza di denaro o per infiacchimento della volontà, le aggiunte si ridussero a poco. Meglio così.” *

Un dislivello di sette  piani circa, a farlo a piedi   con calma si impiega molto ma molto meno tempo.
I lisbonesi non prenderanno mai l’elevador de Santa Justa per necessità: non è più un mezzo di trasporto. 
( Viaggiare anche solo per la decima volta sul tram 28 sminuisce  notevolmente il suo fascino)

Il viaggiatore, nelle sue vaghe riflessioni, considera che la ricostruzione pombalina fu un violento taglio culturale da cui la città non si è ripresa e che dimostra continuità nella confusa architettura che, a ondate disordinate, si è diffusa nello spazio urbano.”*

E’ dai miradouri, dalle terrazze panoramiche,  che la considerazione di Saramago assume una valenza definitiva. 
Dal Miradouro di Nostra Senhora Do Monte, uno dei più alti punti della città (più  del Castelo de Sao Jorge, altro scheletro)  si può osservare il tramonto sulla cittá comodamente seduti sulle panchine,  ignorando le frotte di turisti che si ammassano alle ringhiere, turisti giunti in gran parte  con le auto elettriche aperte che in tripla e quarta fila sono parcheggiate ai margini della terrazza. 
Le gru e certi brutti  palazzi moderni rovinano un  pò lo skyliner.

Dalla terrazza del Panteão Nacional si gode un altro panorama. 
Molto più esteso, fino al ponte XXV Aprile ed al Cristo Rei. 
Nato come  chiesa, la chiesa di Sant’ Engracia,   250 anni di lavori per  terminare la costruzione, ora il Panteão Nacional è il tempio dei grandi portoghesi di tutti i tempi. 
Accoglie le tombe degli eccellenti: da quella  di Vasco de Gama a  presidenti, generali, filosofi, scrittori  (no, Pessoa non c'è. E neanche Saramago).
Alla tomba di Amalia Rodriguez, attrice e cantante di fado,  la cui voce registrata accompagna i visitatori dall’ingresso alle scale, si rende omaggio con mazzi di fiori. 
Premura che è riservata solo a lei e al  calciatore  Eusébio da Silva Ferreira (!!!).
Le tombe sono al piano terreno. Ai piani superiori ci sono il centro di documentazione e mostre temporanee. 
Adesso c’è una mostra fotografica:  luoghi abbandonati o destinati all'abbandono o alla ri-conversione. 
Luoghi morituri fissati in foto bellissime.

Come  è umano, tanto umano, il Panteão Nacional.
Niente folle oceaniche di turisti. 
Ressa invece sulla banchina di Santa Apolònia per i giganti a vela del mare convenuti a Lisbona per “The tall ships race”.
C’è anche la nave scuola “Amerigo Vespucci”. 
Si potrebbe anche salire a bordo, come su altri velieri aperti alla curiosità dei visitatori, ma non ho fatto la fila quando era all’àncora al porto di Napoli, non la farò di certo a Lisbona. 
[Se fossi una cadetta preferirei avere la divisa uguale a quella maschile, pantaloni e scarpe basse piuttosto che gonna e scarpa con tacchetto] 

Il viaggiatore è andato al Bairro Alto. Chi non ha altro da fare alimenta le rivalità popolari fra questo quartiere, il Bairro Alto appunto, e Alfama. È tempo perso. Sia pur peccando di quell’esagerazione che sempre contengono le affermazioni perentorie, il viaggiatore dirà che sono due quartieri radicalmente differenti. Non è il caso di suggerire che sia migliore questo o quello, supponendo che si finirebbe per dedurne che cosa significa essere migliore in paragoni del genere: fatto sta che Alfama e il Bairro Alto sono agli antipodi, nell’aspetto, nel linguaggio, nel modo di camminare per la strada o di stare affacciati alla finestra, in una certa alterigia presente in Alfama e che il Bairro Alto ha scambiato per sfrontatezza. Con mille scuse per chi ci vive ed è tutt’altro che sfrontato.”*



Alfama, di giorno.  Vicoli strettissimi e tra porticine e finestrelle suggestivi scorci  che rivelano il  fiume. Odore di sardinhsa assadas, sardine di stoffa colorata appese tra i palazzi. Voci di bambini che giocano. 
Sant’Antonio sul trono decorato, vestigia della devozione popolare che a giugno infiamma il quartiere.


Bairro Alto, di sera. Un disegno ortogonale di straduzze piene di localini, di gggiovani, di procacciatori di clienti che abbordano per offrire fado e baccalau.  
Movimento, musica, odore di cibo.
(ah, il fado. Impagabile l’esecuzione spontanea tra tre abituè di una tasca nel quartiere popolare dove è l’appartamento)
Per capire  se Bairro Alto e Alfama sono ancora agli antipodi dovrei  fare  l’inverso, Alfama di notte e Bairro Alto di giorno. 
In 35 anni – il Viaggio in Portogallo di Saramago è stato pubblicato nel 1981 –  molte differenze si riducono.