mercoledì 19 agosto 2020

Viaggio in Grecia al tempo del Covid: il mare. Lefkada. (2)

Dopo una settimana a zonzo con l'auto, tra Meteore e paesi di pietra della Zagoria e altri ameni luoghi dell'Epiro (qui il racconto),  la prima tappa al mare è di decompressione: programmate 48 ore di totale stravacco, macchina a riposo,  taverna localizzata a due passi a piedi dall’appartamentino quasi sulla spiaggia, tra Ligia e Riza.

Penso allo sperpetuo che avrei dovuto patire per fare il bagno di prossimità secondo le indicazioni governative  e regionali anticovid: prenotazione con app  per le spiagge libere, magari in un recinto azzeccato ad altri enne recinti, oppure esborso di cifre esorbitanti per l’affitto di ombrellone e sedie in un lido [sugli stabilimenti balneari che vantano diritti sul mare di tutti potrei tirare una pippa infinita], incasellata pur nel rispetto della distanza di un metro in una soffocante teoria di altri ombrelloni. (senza contare il parcheggio, il traffico, etc etc)
Il mio ombrellino rosso è l’unica macchia di colore in una lunghissima spiaggia. Altro che distanziamento. Mi sento Robinson Crusoe.
Ed il tramonto è di una bellezza struggente.

Last but not least, Lefkada, l’isola non isola dell’arcipelago delle  Ionie. 
C’è una laguna tra la terraferma e l’isola,  uno strettissimo braccio di mare a separarle e un piccolo ponte ad unirle. 
Il ponte, che si solleva ad ogni ora per il passaggio delle barche, non c’è.  E’ smantellato, in manutenzione, sostituito dal ventre di un traghetto messo di traverso che a prua ingoia le auto e a poppa le sputa sull’isola. 
Ingegnosa alternativa.
Non mi è bastata una settimana per esplorare tutte le calette e le spiagge dell’isola: preambolo al desiderio già urgente di ritornarvi. 
Base d’appoggio a Sivota, una baia incuneata a sud dell’isola, protetta dai venti e dal caos: porto turistico per barche a vela che navigano solo a motore;  diportisti, pochi,  soprattutto inglesi - tutti impunemente e arrogantemente in ogni luogo anche chiuso senza mascherina – che sbarcano per accomodarsi in una delle tante tavernette che punteggiano il borgo.  
Nonostante sia un porticciolo,  l’acqua è trasparente, invitante. Forse non sarebbe stato un errore riservare uno spazio della baia alla  balneazione: ci sono solo due piccoli angoli lasciati liberi dagli ormeggi. 
Ma ci sono tante spiagge nei dintorni, ed una selvaggia ed aspra proprio sulla penisola che limita Sivota dal mare aperto.
Percorrendo le strade principali di Lefkada e anche le cittadine costiere,   l’edilizia visibile ha  un aspetto dimesso: costruzioni semplici e modeste, almeno negli esterni.
Non si vedono, ma ci sono: le superville sono nascoste dal verde. 
Tantissime, davvero extralussuose,  sono  in costruzione. 
Ho pensato alla strategia lontano dagli occhi e dalle scoppettate, dall’invidia altrui. 
[La strategia opposta alla pacchiana e volgare ostentazione della ricchezza.] 

Lefkada è un’isola bella perché ha  una gran varietà di paesaggi: falesie impressionanti, come quelle che sovrastano le spiagge di Egremni e Porto Katsiki, dove il mare è di un turchese da paura, calette scogliose e calette con i sassolini, spiagge dal sapore lagunare,  strisce di ghiaia addossate ad alberi, baie tranquille e baie movidose, e la lunghissima  brulla e ventosa spiaggia di Agios Ioannis, paradiso dei  kitsurfisti e windsurfisti. 
E il mare - una costante – trasparente, bellissimo. 
Ad Afteli mi sembrava di essere in un acquario: decine e decine di pesci – ma grandi! Enormi! Da griglia, non da frittura! – mi ruotavano intorno come i pellegrini alla Kaʿba.
E quanto verde! A breve distanza da Nidri, ci sono le cascate. 
L’estate non è il periodo migliore per visitarle, sono poco più di un rigagnolo e la gola è asciutta, ma il luogo è ameno, fresco, ottimo per una pausa da abbrustolimento solare. 
Lungo la strada che percorre l’isola da nord ovest a sud,  si attraversano zone montuose completamente rivestite di boschi. 

Avrei voluto visitare i villaggi dell’interno: lungo la costa i borghi di tradizionale hanno conservato solo le stradine/mulattiere, un mortacci ad ogni mezzo chilometro. [ah, Evgiros!]
Ma il mare è il tesoro esposto di Lefkada, difficile rinunciarvi anche solo per un pomeriggio, soprattutto se non vi sono accidenti quali piogge e temporali.
Non ho fatto in tempo neanche ad andare sugli  isolotti prospicienti Nidri, Meganisi & Co, se non attraverso la fugace vista dal mare dal barcone che fa crociera giornaliera. 
Anzi, Meganisi soltanto, perché Skorpios e Madouri sono isole private, la  prima ex proprietà Onassis.
Eh, c’è chi può e chi si deve incarrettare sui barconi per strappare un tuffo nell’unica baietta di Skorpios  alla quale  si può accostare. 

Sul barcone però ci ero andata per vedere Itaca, altrimenti irraggiungibile se non in tempi lunghissimi. 
Il “traghetto di linea” Lefkada – Itaca, causa Covid è stato soppresso, e la crociera giornaliera prometteva sosta a Cefalonia e Itaca, oltre che alla spiaggia di Egremni, non accessibile via terra. 
In realtà, la sosta è solo a Cefalonia,  un’ora per intrattenersi a Fiskardo, un manipolo di case tramutate in negozi di souvenir e di taverne che attendono lo sbarco dei turisti  per sbarcare il lunario, mentre alla petrosa Itaca si  getta l’ancora davanti ad una parete rocciosa, dove s’incunea una spiaggia, per un rapido bagno. 
Non è certo questo il luogo in cui Ulisse ha fatto ritorno a casa. 
(dunque si sappia: le crociere giornaliere non portano di fatto ad Itaca)
Però dal barcone guardo la punta di capo Lefkada, la lingua di roccia da cui – il mito vuole – si lanciò Saffò, e immagino che il vento e le onde, così  incisive quando lo si doppia, l’abbiano trascinata lontano lontano.

Durante i sette giorni trascorsi a Lefkada non ho avuto tempo neanche per vedere la penisoletta di Geni e Desimi, pur tanto vicine alla mia base.
Però. 
Meglio poco che niente. 
E quest’anno, date le contingenze, il poco è davvero tantissimo: poco stress, poca spesa per la massima sicurezza e il distanziamento sociale estremo  in luoghi incantevoli.  
Quasi un miracolo. 

martedì 18 agosto 2020

Viaggio in Grecia al tempo del Covid: Meteore, Zagoria, Ioannina. (1)

Covid o  non covid, noi, arriveremo in Grecia…
Così cercavo di tenermi su, quando al tempo del lockdown riguardavo con scoramento l’itinerario organizzato in ogni dettaglio. 
Meteore, Zagoria, Joannina e poi  Lefkada. 
Una settimana tra monti, città, villaggi,  lago e fiume  così come piace a me e l'altra al mare così come piace a lui, per non scontentare nessuno. 
[lei dice in uno si è in pochi, in due si è in troppi]
Viaggio in nave prenotato a novembre, prezzo più che allettante ma non rimborsabile  [il verdoniano Furio delle vacanze che è in me si mette in  azione mesi e mesi prima della partenza]
Cancellare le altre prenotazioni  non sarebbe stato un problema ma e’ desolante veder sfumare ciò che a lungo è stato covato.
Grande sospiro di sollievo alla notizia dell’apertura dei confini greci ai turisti dal primo luglio, un poco di rottura di cazz nel dover compilare i moduli di registrazione uniti all’ansia del tampone random (e se allo sbarco alla lettura del codice mi incolonnano tra i tamponandi? sicura sono di essere negativa, ma non ho mica piacere a trascorrere in autoisolamento le prime 24 ore - o peggio, se lo sbagliano e mi dichiarano positiva? marò, 14 giorni in un albergo covid a spese greche, un’esperienza – mi dice lei – ma non certo quella che voglio fare io)
E invece tutto è filato liscio, anzi liscissimo. 
Nonostante, o meglio,  proprio grazie al covid, a tre settimane dal ritorno (ah, il petulante frastuono della routine quotidiana!) posso con assoluta certezza affermare che è stata la vacanza con l’ indice di distanziamento sociale (e mentale) più elevato: tutti i luoghi goduti nella più assoluta tranquillità, senza file, senza folle, senza ingorghi. 

Si comincia con il traghetto Brindisi – Igoumenitsa. Mai fatto un imbarco più veloce, due ore prima della partenza già in cabina. 
Pochissimi i turisti, in verità, sia all’andata che al ritorno. Una nave traghetto piena di tir, di panze e di lingue slave.
Sbarco rapido, lettura rapida del codice e via (fiuuuuuuuuuu), verso la prima tappa. 

Meteore
La strada per arrivare a Kalambaka, o Kalampaka, è deserta. Vabbè che sono le sei del mattino, ora locale, ma davvero non si incrocia anima - auto viva.  Pioviggina, il cielo è scuro, le meteore, giganti e irregolari cilindri di pietra,   si stagliano all’orizzonte  maestose e inquietanti. 
 
Ai piedi della meteora su cui svetta il monastero di  Agías Triádos c’è un sentiero di trekking che conduce sulla sommità. 
La roccia è talmente irta e brulla che mi chiedo come si possa arrivare sulla vetta senza fare il freeclumbing. Non riesco proprio ad immaginare il primo anacoreta avventurarsi lassù,  né l’inizio della costruzione dei monasteri.
Il sentiero è in un bosco fitto, il percorso è segnato da freccette rosse. 
C’è un silenzio ovattato, interrotto da qualche abbaiare di cane che non si vede e dal mio respiro corto (mesi di Dad, condotta sul divano h14/24,  hanno ottenuto il loro sporco risultato). 
In realtà il sentiero, che si percorre in poco più di un’ora (i 40’ descritti nelle guide sono calcolati su spiriti agili) arriva a metà del viale lastricato che porta al monastero dal comodo parcheggio sulla strada ad anello che circumnaviga tutte le meteore. 
Restano da salire le scale scavate nella roccia. Tante scale. 
E in cima il portone chiuso.
Fortunatamente l’attesa è breve, qualcuno apre e scompare lungo un’altra scalinata. 
Nel monastero fervono lavori di ricostruzione, manutenzione, rifacimento. Comprendo che quella che credevo una teleferica turistica, guardandola dal basso,  è un montacarichi sospeso che trasporta materiali e operai. 
Dall’altra prospettiva, dall’altra  altura, in serata, due donne inviano al papàs solitario che annaffia il giardino, un gigantesco cocomero e dei sacchetti previa telefonata. 
(neanche gli anacoreti sfuggono alla modernità)
Ma all’apertura  vi sono solo i muratori impegnati con la betoniera, il bigliettaio, e un ragazzo che passa meticolosamente l’aspirapolvere nei locali del monastero. 
E’ forse questa prosaicità  che smorza l’interesse – in realtà già abbastanza limitato – per la visita dei monasteri. 
Mi affascinano di più le torri di  roccia,  i ciclopici menhir di arenaria, espressioni dell’irruenza della natura con le sue variazioni improvvise in un più morbido paesaggio e le costruzioni umane che tentano di addomesticarla per  arrivare al cielo:  di come sono ora gli interni dei monasteri, visto uno, degli altri cinque (solo sei su ventiquattro sono stati recuperati dopo anni di abbandono) non mi importa molto.
[Le Meteore – termine che in greco significa sospeso in aria e che connota  i centri monastici - sono patrimonio dell’Umanità, ma senza le rocce, questi monasteri lo sarebbero stati?]

Seconda tappa del viaggio è la Zagoria, una regione dell’Epiro. 
Non ho mai amato i luoghi affollati e iperturistici, anche in tempi non sospetti. 
“La vera Grecia” – mi dice l’impiegata dell’ufficio dell’Ente ellenico per il turismo  a cui mi sono rivolta per un inghippo nella compilazione del modulo di registrazione per l’ingresso nel paese. 
[Ripenso alle taverne della costa: meglio l’agnello che il pesce. La Grecia è come la Sardegna. Isola/isole di pastori]
La Zagoria è una zona a nord-ovest, verdissima, vicina all’Albania: i tetti di pietra delle case dei villaggi somigliano a quelli di  Argirocastro.
Quanta frescura! Già la strada che conduce da Kalambaka alla Zagoria, verso Metsovo  ha un aspetto alpino: abeti a tappezzare i versanti delle montagne. 
Metsovo. Avrei dovuto inserirlo nell’itinerario.  Si può viaggiare virtualmente quanto si vuole, 3D e satellite, ma la percezione reale dello spazio e dei luoghi si ha solo standoci dentro.
Delle strade strette, tortuose, prive di guardrail che collegano i villaggi della Zagoria sapevo, ma non immaginavo fossero, per alcuni tratti, davvero così strette e tortuose, quasi mulattiere. 
Tanto meno immaginavo si dovesse attraversare un ponte di legno largo appena quanto l’auto, dall’aspetto tienimi che ti tengo, che avrei evitato anche stando a piedi. 
A meno che il navigatore non abbia preso una gran cantonata e la strada meno comoda, facendoci provare il brivido del dove cazz stiamo andando. 
I ponti di pietra per cui la Zagoria è famosa sono tanti. Alcuni davvero suggestivi, altri un po' scofecchiati, tutti vinti dalla natura, che ha ricamato tra i mattoni merletti di erba. 
Acqua che scorre al di sotto dei ponti non ce n’è. Solo pietre, e pietre ed erba e boscaglia. Chissà in inverno. A cosa serve un ponte, mi chiedo,  se non  a collegare? 
Eppure, questi ponti della Zagoria sembrano astratti, posizionati come draghetti a guardia delle montagne.


I villaggi sono distanti, tornanti e tornanti di strade accidentate. 
Kipoi è il paese attorno al quale c’è il maggior numero di ponti. Su google map si contano 9 alberghi. L’impressione passeggiando per il villaggio è di abbandono: ci sono tante case in rovina, le stradine  sono disconnesse e piene di erbacce, anche la chiesa sembra desolatamente trascurata, e gli unici edifici  ben ristrutturati sono proprio gli  hotel boutique (meno di nove, però).  
Ma di turisti non c’è traccia. 
Tranne i tre o quattro avventori, spiccatamente indigeni,  che transitano nel baretto in cui facciamo sosta, non incrociamo nessuno.  
O sono tutti a fare escursioni, parapendio, oppure…
Un tentativo di rinascita stroncato, forse non solo dal Covid. 


Anche a  Monodendri, da cui partono i percorsi di trekking per le gole di Vikos, ci sono più alberghi, b&b, lussuose ville vacanza che civili abitazioni. 
Anzi, quasi non ci sono civili abitazioni. 
Molti alberghi sono vuoti, delle tante taverne ne sono aperte solo due.  
Al mattino, gli stormi che solcano il cielo e, ad ondate, si poggiano sui tetti di pietra delle case, sono tantissimi (assembramento di uccelli). 
Dal balconcino posso guardare le montagne verdissime, gli uccelli, i tetti, e la preparazione al lavoro di muratori che tirano su materiali da costruzione in uno scheletro di casa. 
A me non sembra un restauro, ma una costruzione ex novo modellata sulle tipologie edilizie più antiche. 
Monodendri [ma anche Kipoi, e penso anche gli altri villaggi della Zagoria] è un luogo,  non un paese: di ciò che un tempo fu,  si propone il simulacro, elegante base d’appoggio per godere della pittoresca natura  che, per fortuna, resiste alla violenza del tempo.
A qualche chilometro da Monodendri c'è la foresta di pietra: le formazioni rocciose sono davvero particolari, spuntoni di lastre sovrapposte, molto affascinanti.


Ancora qualche chilometro e si arriva ad un punto panoramico dove è possibile ammirare dall’alto l’ampiezza della gola di Vikos, la più profonda d’Europa. Una vertigine. 
La passeggiata che conduce dal parcheggio al belvedere è serafica: alberi ombra fresco, silenzio cicale e latrati di cani invisibili.  
Anche qui non si incrocia nessuno. 
Mi sembra di avere la Grecia tutta per me. 

Chiusa la parentesi montagne, prima di fiondarci  al mare,  uno sguardo a Ioannina, la città principale dell’Epiro. 
Si sporge sul lago Pamvotida, sul quale sembra galleggiare l’isola senza nome, indicata con l’appartenenza, isola di Giannina. 
Cominciamo da qui. L’imbarco dal pontile di Perama, paesello sulla costa opposta, a poche bracciate dall’isoletta, non è più attivo. L’unico modo per raggiungere l’isola, a meno che non si possegga una barca, è il battello che parte dal  lungolago di Giannina. 
Una quindicina di passeggeri, mascherina e distanziamento.
Una corsa ogni ora, 10 minuti di traversata. 
Sull’isola c’è un piccolissimo borgo, con tante taverne e negozietti di souvenir; ci sono una mappata di monasteri e chiese (che lo dico a fare, manco per l’anticamera del cervello mi passa l’idea di entrarvi), e una strada che corre intorno al perimetro. 
Opto per la passeggiata, un modo per guardare le rive del lago da tante prospettive. 
Ormai è un leitmotiv. 
Non si incrocia nessuno, solo un gruppo di anatre che manco a sfruculiarle  danno confidenza.
Ci sono i pescatori, ne sono segno le reti e le barche ormeggiate tra i canneti. 
E’ qui che assaggio per la prima volta i gamberi di fiume. Assomigliano agli scampi, ma il sapore è molto più delicato. 
Dal battello (o traghetto? Battello mi pare più adatto, viste le dimensioni) la città di Giannina è un ondulato nastro verde sul  quale spicca la torre del minareto. 
Il centro storico è quasi tutto racchiuso tra le mura del castello, il Kastro, uno sperone adagiato sul lago.
Tuttavia, di storico c’è ben poco dentro le mura: passeggiando tra le viuzze, tra  le case a due piani  recentemente ammodernate, sembra di essere in  una borgata extraurbana dell’Italia del dopoguerra, non dentro un castello. 
Solo sulla modesta altura dove un tempo sorgeva la vera residenza di Alì Pascià Telepeni - lui, proprio lui, il leone di Giannina che anche in Albania disseminò castelli e fortezze -  restano tracce del passato: ma la moschea è un contenitore vuoto, la tomba di Alì è una ricostruzione, il museo bizantino e quello degli argenti – in cui siamo gli unici visitatori - sono  lontani miglia e miglia dalle moderne concezioni  museali. 
La bellezza di Giannina è nel suo placido lungolago e nel dedalo di stradine appena fuori dalle mura, puntellate di negozietti,  taverne, baretti, ristorantini dove, alleluia, si può magnare a quasi tutte le ore. 
Luogo di pericolosissimi assembramenti, pieno di gggiovani, di movida. 


A Perama, il paesino dell’altra sponda, vi sono le grotte, tra le più profonde della Grecia. 
La visita è solo guidata (in inglese/greco. La guida snocciola informazioni prima in una lingua e poi nell’altra). Non siamo – mannaggia – soli, stavolta. 
Il gruppo conta una ventina di persone, mascherina obbligatoria, e la risalita, nonostante la temperatura freschissima, è fatta in apnea:  una mancanza di fiato stratosferica che mi fa quasi immediatamente dimenticare la bellezza delle stalattiti e stalagmiti. 

Montagne, città, lago.
Mancano il fiume e il mare. 
Nei pressi di  Gliki, un minuscolo paese tra Giannina e Preveza,  il fiume Acheronte accoglie con amene anse e con le sue gole un cuofano di ospiti. 
Era stato il rimando culturale ad attrarmi: Acheronte, il fiume che porta al regno dei morti, all’Ade, al profondo Inferno. 
E invece. 
Il paesaggio è  bucolico - chiare e freschissime (anzi ghiacciatissime) acque – e il contorno turistico: bancarelle di souvenir, taverne coi tavoli quasi nell’acqua, kajak da  affittare e gommoni su cui farsi portare, passeggiate a cavallo o con le funi tra gli alberi.
Non riesco a compenetrarmi nell’immaginazione degli antichi. 
E’ pur vero che non sono riuscita ad addentrarmi nelle gole, avrei avuto bisogno di una muta da sub, o quanto meno di galosce per camminare nell’acqua gelata.
(c’è chi fa il bagno, pure con la capa sotto. Marò, che coraggio. Mi sa che sono diventata anziana)
E comunque la sosta – mitologia messa da parte – vale davvero la pena, anche solo per magnare la trota, presa  nuotante dalla vasca e passata sulla brace.  

Dopo una settimana tra monti e laghi e città, è tempo di andare al mare. 
Lei mi dice che già il papiello è troppo lungo. 
Il racconto prosegue cliccando qui.





giovedì 11 giugno 2020

Post pre covid. Marche, chicche e Carnevale.

Finita la Dad  [se me l’avessero raccontato che pur stando a casa si lavora il quadruplo non ci avrei mai creduto], ho trovato il tempo di scaricare dal cellulare foto e video di un breve viaggio nelle Marche  fatto poco prima che il covid ergesse barriere tra il dentro e il fuori.

Ora si rialzano le saracinesche. Il governo invita con proclami ed un esorbitante bonus [basterà per un drink ad Alassio o a Capri?) a godersi le bellezze italiane.

 
Non c’è bisogno che lo dica il governo che l’Italia è davvero tutta bella, soprattutto quella meno nota, strombazzata, pubblicizzata.

Numana, Sirolo, le perle della riviera del Conero, le località più rinomate toccate nei quattro giorni marchigiani,  a febbraio erano incantevolmente deserte.

Pensavo allora, mentre affogavo lo sguardo tra gli strapiombi e la macchia mediterranea e il bianco della ghiaia e della scogliera e la trasparenza abbacinante del mare, a come sarebbero state diverse in piena estate, con il formicolare e il vociare di genti.
Chissà se ci vorrà la prenotazione tramite app  o se ci sarà il vigilante a contingentare gli ingressi.

[Marò e che guallarite, già immagino il sold out e le capate nel muro.]

 

Ancona
.

Credevo fosse una città piatta, un po’ come Pescara. 
Invece è proprio bella,  una Genova senza caruggi.
Nella mole Antonelliana, o Lazzaretto, c’è il Museo tattile Omero.
E’ lì che ho potuto conoscere, attraverso la mostra “Toccare la bellezza”,  Bruno Munari. Il nome non mi era ignoto, però.
(o ‘gnurante, o ‘nzallanuta)
Bellissime le riproduzioni dei quadri tattili di Bruno Munari.


Un impetuoso desiderio di emulazione, la voglia irrefrenabile di comporre su una tavola di legno forme dimensioni materie per suggerire un’idea, un percorso, un viaggio su cui far scivolare i polpastrelli, le dita, il palmo, il dorso della mano.
Da sfiorare, toccare, palpare, stringere.
Il tatto: prima era solo senso subalterno alla vista, adesso è respinto, negato.
[dopo 45 giorni di soli sguardi: ma io ti voglio abbracciare. Ti posso abbracciare con la mascherina?]



E se i portici con le arcate vicino al porto ricordano Genova, se le ottocentesche strade larghe ricordano  boulevard di altre città italiane, se la cattedrale di San Ciriaco rimanda ad altre chiese, il passetto di Ancona è unico.


Non lo avevo mai visto neanche in foto random.
Incantevole d’inverno, nonostante e forse grazie anche all’atmosfera dismessa, rugginosa, precaria.
Decine e decine di  grotte scavate nella montagna,  tutte chiuse da portoncini quasi improvvisati, incardinati alla meno peggio alla roccia. Dalle fessure tra le assi sconnesse o dallo spazio lasciato tra i battenti si intravede qualcosa: tavoli e sedie, pneumatici, cucine economiche e suppellettili di scarso valore, damigiane impolverate.
Chiedo ai pochi locali passeggianti. Cosa sono? Sono proprietà di privati?
Dei grottaroli  non hanno voglia di parlare, nicchiano.
Forse un tempo ricovero per le barche o magazzini,  forse ora pied-à-terre semiabusivi.
Chissà in estate come si trasforma la spiaggia e come appaiono le grotte con i cancelli spalancati.
E’ una curiosità che non mi va di soddisfare.
Mi piace ricordare l’atmosfera sospesa della tiepida mattina di febbraio, con la luce metallica vibrante sulle pieghe delle rocce e sulle doghe dei cancelli serrati, sulla montagna scavata e richiusa.

La baia di Portonovo è l’altra grande spiaggia anconetana.
A pochi passi dalla riva ci sono  due laghi salati,   dove tra canne e giunchi padroneggiano papere e strani uccelli.
(la mia competenza in fatto di birdwatching è zero)
Portonovo è una contrada nella quale quasi tutte le attività economiche vanno  in letargo in inverno, e resta viva e pulsante solo la bellezza naturale del luogo.
Quanta vibrante quiete.
[L’apoteosi del distanziamento sociale per scelta.]

Alle Grotte di Camerano e Osimo (quanto è carino il microcentro storico di Osimo!) la  prenotazione è obbligatoria per la visita guidata in orari prestabiliti.
Le grotte non sono paragonabili a quelle della  Napoli  sotterranea o alle  catacombe di San Gennaro.
Ma le guide sono giovani donne preparate, appassionate e coinvolgenti, e averle ad personam, essendo gli unici visitatori, è impagabile.
Uno stralusso involontario.

Il vero motivo del viaggetto nelle Marche non è stato la ricerca dell’assoluto dal colle dell’infinito di Recanati né il desiderio di fuggire dalla pazza folla: al contrario, è stato il richiamo di un Carnevale storico.
La scelta è caduta su quello di Castignano, in provincia di Ascoli Piceno.
Burdello massimo e assembramenti, e una partecipazione popolare che non avrei mai immaginato.

Fora fora li moccoli! Fora fora li moccoli! Fora fora li moccoli!

I moccoli sono delle lanterne di carta velina, fatte in casa a mano, poste su delle aste. Nelle lanterne si mette una candela.
La fine del Carnevale è segnata dalla processione dei moccoli lungo tutto il paese, vecchio e nuovo, e dal falò nel quale alla fine del percorso, nella piazza più alta del borgo antico, vengono bruciati.

Suggestivo, sfrenato, liberatorio.
Non si può fare a meno di aprire la bocca e pronunciare un grande oooooooohhhh quando, radunatisi tutti i moccoli – la grande piazza non basta a contenerli tutti, straripano nelle tortuose stradine -, si spengono  le luci elettriche del paese, e resta solo lo sfarfallio delle candele tra le veline colorate delle lanterne.
Una magia.

L’Italia, soprattutto quella meno turistica, è davvero  meravigliosa.
Però.
Decido io dove come e quando, spinta dallo sghiribizzo della capa e dal limite della tasca.

In estate oltrefrontiera, oppure resto a casa. Per scelta, non per decreto governativo.




 


mercoledì 21 agosto 2019

Viaggio in Albania. Berat e Argirocastro.

I centri storici delle città di Berat e Argirocastro sono patrimonio Unesco dal 2005. 
Due castelli – in cima, marò e che scarpinetto! -, architetture civili molto particolari.
[di usi e costumi non posso dire].

Berat

A Berat, racchiuso nella cinta di quello che era il castello,  c’è un piccolo agglomerato di case ancora abitate. Alcune sono diventate b&b e  ristoranti, qualcuna è in ristrutturazione o deliziosamente ristrutturata, altre sono abbandonate da poco – ne dicono vasi con i fiori secchi e tende sbiadite alle finestre - , altre ancora sopravvivono alla meno peggio allo scorrere del tempo. 
Sulle cinta muraria, all’esterno e qua e là tra le viuzze, in esposizione, centrini e  babbucce lavorate ai ferri, coperte e tovagliette ricamate.
Un artigiano, nella penombra della stanza di ingresso di  una casa in rovina, scolpisce in bassorilievo, su  tavolette di legno, scorci del quartiere dalle mille finestre ai piedi del castello.
L’hand made del tricot non mi attrae per niente, invece il colpo di scalpello che trasforma un pezzo di legno nella riproduzione stilizzata di un paesaggio…
Compro alcuni scorci di Berat. 
Li porto con me avvolti in carta di giornale.

veduta dal castello di Berat.
Oltre alle case, tra le mura  del castello ci sono i resti della moschea, delle cisterne, di chiesette e il bel museo iconografico Onufri
E’ ospitato nella chiesa ortodossa della dormizione di Maria. 
La “dormizione” di Maria è il corrispettivo ortodosso dell’assunzione cattolica di Maria. 
Nelle icone, la scena rappresenta nella parte bassa  Maria distesa sul letto di morte, al centro Gesù che la tiene in braccio  bambina, simbolo dell'anima pronta ad essere accolta in cielo. 
Le icone, grazie all’audioguida (anche in italiano, alè!) forniscono informazioni non solo religiose, ma anche relative alla storia politica, civile e culturale dell’Albania, e di Berat in particolare. 
Il borgo del castello è affascinante soprattutto di sera, quando il via via di turisti finisce e restano il silenzio e le ombre delle mura proiettate dalle luci sulle torri. 
Di sera tutto il centro storico di Berat è spettacolare.

Mangalem e il fiume Osum

Al di  sotto del castello – parecchio al di sotto, e che salita ripida! – si stende il quartiere di Mangalem, separato dal fiume Osum da quello di Gorica.
E’ soprattutto il quartiere di Mangalem ad aver dato a Berat l’epiteto di Città delle finestre sovrapposte. 
Non è passeggiando tra le sue stradine  che si riesce ad averne piena  percezione. 
Bisogna attraversare il ponte e godere dello sguardo d’insieme, dall’una e   dall’altra parte.
Le due zone del centro antico, l’una musulmana e l’altra cristiana, sono divise dal fiume ma collegate da due ponti. 
E così come nel castello ci sono moschee e chiese, nei due quartieri la divisione religiosa non era categorica. 
Berat era emblema della convivenza e tolleranza religiosa, prima che il regime facesse diventare l’Albania, per Costituzione, il primo Stato ateo della Storia. 
Non sono credente, ma la tolleranza religiosa è per me un valore imprescindibile.
Tuttavia non ho potuto fare a meno di notare quante moschee di nuovissima costruzione, o in costruzione o in ristrutturazione punteggino adesso i paesini dell’Albania. 
Imponenti, coi minareti altissimi. 
Non so, davvero non so, se sia un bene. 


Anche Argirocastro ha degli epiteti: città d’argento, città di pietra.

Argirocastro 

I tetti delle case antiche sono in ardesia;  la modalità di costruzione mi ha ricordato quella dei trulli di Alberobello; piccole lastre di pietra incastrate a sbalzo l’una sull’altra. 
La parte inferiore delle abitazioni non ha aperture oltre alla porta d’ingresso: le finestre, decorate, sono al piano superiore,  sporgente rispetto alla base.

Si può avere un’idea dell’interno visitando  sia il Museo etnografico, collocato nella casa natale di Hoxha (ma è una ricostruzione, in quanto l’edificio originario fu devastato da un incendio), che nella casa Skënduli. 
(vi  sono anche altre case/fortezza/monumento visitabili, ma io  non vi sono entrata).
Il  museo in verità è muto. 
Non ci sono pannelli esplicativi, né una guida. 
Un deposito di materiali in una abitazione parzialmente arredata. 
(il senso di mitragliatori e cannoni nello spazio destinato a dispensa, tra otri e giare,  non sono proprio riuscita a comprenderlo)

Nella casa Skënduli è un membro della famiglia ad accompagnare i visitatori. 
Il membro che ha accompagnato il gruppo del quale facevo parte – un gruppo che si è trovato per caso nello stesso momento nel cortile della casa  - e pare una barzelletta, costituito da  due spagnoli, due francesi e due napoletani – è un personaggio bizzarro e affascinante. 
Lo chiamerò signor Sk. 
Magro, quasi allampanato, capelli più bianchi che grigi.
Il signor Sk è seduto sulla sedia intento a leggere un giornale. 
Si alza, ripone gli occhiali nel taschino della camicia, e s’informa sulla provenienza dei visitatori. 
Poi con nonchalance comincia a snocciolare frasi esplicative in traduzione simultanea italiano-spagnolo-francese sulla storia dell’edificio in cui ha abitato fino all’esproprio – due stanze e cucinino mi hanno dato - , sui 46 camini ad ostentazione della ricchezza della sua progenie,  e ci conduce nelle stanze mostrandoci le porte e botole “segrete”, l’uso di alcuni strumenti da lavoro, fino al salone principale, con il camino finemente affrescato e il soffitto intagliato. 
Un’esperienza, nel vero senso della parola.


Il cuore di Argirocastro è il bazar
(convertito ora in bazar di souvenir, a uso e consumo turistico)
Sulla piccola piazzetta convergono  tre strade principali, segnate dalle facciate di altrettanti edifici.
Ma la piazza è un cantiere aperto.
Che disdetta essere qui nel fervore di lavori pubblici per il rifacimento delle strade! 
(e della moschea!)
Transenne, betoniere, rotoli di cavi  e sacchi di materiale da costruzione depotenziano il fascino del luogo.

Torre dell'orologio del castello di Argirocastro



Il castello è invece una vera e propria fortezza posta in cima alla montagna – naturalmente, che straccquo!  -  e conserva integra la cinta muraria.

All’interno c’è il museo delle armi  (mi sono rifiutata di vederlo).

La torre con l’orologio non è visitabile, come un’ala del castello.











Ma lo sguardo sui tetti d’ardesia, sulle montagne all’orizzonte, sul baratro nel quale si sarebbe gettata, secondo la leggenda, la principessa Argiro con in braccio il suo bambino per non consegnarlo agli invasori, vale interamente la sfacchinata per arrivare e la visita.

Castello di Argirocastro

L’Albania è un paese di piccole dimensioni, ma una settimana è davvero un  tempo troppo ridotto per visitarla. 
Ho dovuto rinunciare a molto. 
Ksamil deve essere un incanto.  
- Ma ad agosto? meglio di no. 
E il nord e il lago di Ohrida? 
- O quello o le città storiche, la giratempo non è ancora nella nostra dotazione.] 

Come ogni volta che torno da un viaggio, mi dico che è stato breve, che ho visto  troppo poco. 
Ogni volta penso chissà, forse un domani.

L’Albania è vicina, economica, e assai ospitale. E poi ho fatto una promessa. Tornerò, prima o poi.



Viaggio in Albania (1)
paese di aquile e colombe

Viaggio in Albania (2)
imbarchi e sbarchi

Viaggio in Albania (3)
Durazzo Tirana Durazzo

Viaggio in Albania (4)
Zvernec, Llogara, il mare e Syri i Kalter.

martedì 20 agosto 2019

Viaggio in Albania. Zvërnec, LLogara, il mare e Syri i kalter.

Rispetto ad altri mezzi di trasporto, viaggiare in auto  ha un vantaggio incommensurabile: la libertà. 
Libertà di decidere tempi, ritmi, soste e fermate. 
In Albania viaggiare in auto (la bicicletta sarebbe ancora meglio, ma vuoi mettere la fatica e i bagagli?) è l’unico modo per godere di bellezze che altrimenti…

Da Berat (di cui dico dopo) si va a Zvërnec, località della laguna riserva naturale di Vlora-Narta, dove c’è un isolotto con un monastero greco-ortodosso.

salina di Zvërnec
Poco prima di arrivare, un imprevisto.
Stop.
Una striscia rosa, una gigantesca salina. 
C’è vento, al bordo della carreggiata. 
E’ come fermare per un attimo il tempo e sentirsi catapultati in un altrove alieno. 
Non era prevista questa fermata. 
Ma è un incanto.




Il navigatore dell’auto non conosce le strade, fa un po’ come gli pare. 
Ci fa attraversare un brutto tratto di strada per arrivare da Narta a Zvërnec. 
Un’area industriale dismessa, trasandata, buche e voragini che costringono le vetture a fare delle vere e proprie gimkane. 
E poi c’è la pineta,  bellissima: odore fresco e balsamico. 
E’ un peccato che non vi sia manutenzione.
Fanno paura gli alberi piegati verso il centro della carreggiata. 
Alcuni sono letteralmente spezzati e si poggiano su altri alberi. (prefiguro un catastrofico effetto domino). 
Anche verso l’isola di Zvërnec domina l’incuria: non è tanto la strada sterrata e polverosa, quanto lo sono i cumuli di spazzatura ai bordi, i pochi cassonetti stracolmi. 
L’isola, una bolla  in mezzo alla laguna, è collegata alla terraferma da un pontile di legno che ad un certo punto si biforca: un segmento di ponte conduce  ad una piattaforma, location ideale per le fotografie di matrimonio. 
(quante spose! Una qui, più di una per ogni castello, a Berat, ad Argirocastro, un altro paio sulla  scalinata  dell’Albanian College a Durazzo. Tutte bellissime. Mi chiedo. Le foto sono contestuali al rito? Solo gli sposi e i fotografi. Intimo intimo).
La passeggiata sul ponte   è incantevole.

ponte per l'isola di Zvërnec

Il monastero bizantino è molto grazioso, anche se si respira aria di abbandono. 
A lato un piccolo cimitero, e un po’ oltre un pollaio. 
Sotto la tettoia dell’anonimo edificio all’altro lato della chiesa, un tacchino zompetta.

monastero ortodosso sull'isola di Zvërnec




I pochi turisti sono discreti. 
Il suono del vento copre ogni rumore. 
C’è un’atmosfera sospesa.
Vorrei essere un uccello. 









Da Orikum (un paese bruttarello assai,  con un’ampia spiaggia ai suoi piedi, delimitata dalla penisola di Karaburun, che ahimè, non potrò esplorare) si prosegue sulla strada statale per arrivare a Qeparo. 
Si deve valicare il passo di LLogara, ad una altitudine di oltre  1000 metri. 
Tortuosa, con tratti di pendenza elevatissima, la SH8 è una strada lenta e meravigliosa. 
Il paesaggio è straordinario. Dalla montagna al mare in un battito di ciglia.
Per un tratto sembra di essere sulle Alpi, boschi fittissimi, pareti montuose verticali,  una frescura pungente. 
Poi a serpentina verso il mare, curve che sono balconi sull’azzurro.
La costa da Palase a Qeparo è un susseguirsi di baie, insenature, scorci di spiaggette (chissà come ci si arriva). 
Il mare ha tutte le sfumature del blu e dell’azzurro. 
Che importa se occorrono due ore per coprire una cinquantina di  km.
Vorrei durasse di più.
I paesini che si attraversano però sono affollati di case, di palazzine, di auto, di persone. 
Un marasma. 

dal castello di Alì Pasha a Porto Palermo 

Porto Palermo è una piccola penisola sulla quale sorge il castello di Alì Pascià, una fortificazione a pianta triangolare, con torri agli angoli. E’ ben conservato e visitabile alla modicissima cifra di 100 lek, poco meno di un euro. 
Un asinello con campanaccio bruca tranquillo ai lati del sentiero sassoso  che conduce alla fortezza.



Però l’accesso alle spiagge dell’istmo e al castello non è tenuto bene. Scheletri di edifici, forse ex opifici, sterpaglie, una piccola chiesa ortodossa chiusa con catenaccio (appiccicato alla porticina c’è un numero telefonico )  in avanzato stato di  degrado, rottami e pezzi di ferro tra i cespugli e il mare. 
Il mare è di una trasparenza che impressiona.

spiaggia sull'istmo di Porto Palermo

L’acqua è gelata, freddissima davvero. Rischiando una sincope, comincio  ad immergermi. 
(piano piano, un centimetro di pelle alla volta. Ma che meraviglia).

A Qeparo il mare non è cristallino come a Porto Palermo, però ha una varietà di colori che impressiona. 
Il fondale è basso, e si passa dai sassolini ad una zona a pietre grosse, poi si arriva ad una secca di sabbia sottilissima bianca e soffice e infine, con l’aumentare della profondità, il fondale presenta delle dune con cespuglietti di alghe, tutte regolari.
Sembra un campo seminato.
Un campo subacqueo.

lungomare di Qeparo

A Qeparo è stato costruito un lungomare. 
E’ una larga strada pedonale tra il grappolo di case e la spiaggia che prosegue ben oltre l’abitato, seguendo la linea di costa fino alla montagna.
Si inerpica ancora  per qualche centinaio di metri e si ferma così, improvvisamente, davanti alla parete rocciosa.  
E’ una passeggiata bellissima, soprattutto nella parte più isolata.




Ci sono un ruscello ed un ponte, i ruderi di un vecchio mulino (così traduce google la scritta a vernice sulle pietre di una delle pareti).

dal lungomare di Qeparo


Un pastore, dalla SH8, attraverso un varco del guard rail conduce il gregge al ruscello.


Dal muretto del lungomare guardo le pecore sfrecciarsi verso il rigagnolo, e poi ubbidienti risalire, al comando del pastore,  la piccola scarpata.





Nel mio viaggio non ho incontrato sulla strada mandrie e greggi. 
Ho visto alcune mucche libere ai margini della carreggiata. 
Una allattava il vitello, un’altra pascolava tra i sacchi di  spazzatura aperti fuoriusciti da un cassonetto stracolmo. 
Anche galline ho visto razzolare libere tra i rifiuti. 
Forse sarebbe stato meglio non vedere. 

Syri i kalter è un’altra meraviglia naturale dell’Albania.  
E’ una sorgente carsica, un turbine di acque bianche  e turchesi  e blu che gorgoglia in un lago attorniato da  piante lussureggianti. 
Sembra davvero un occhio aperto nel lago. 
Inquietante, di una bellezza inconsueta e affascinante.

Syri i kalter, l'occhio blu

Per quanto le fotografie e i video reperiti in rete possano essere eloquenti [si pensa al ritocco, al fotoshop, ai filtri] - vederla con i propri occhi è tutt’altra cosa. 
Ci si arriva attraverso una strada sterrata, qualche chilometro di polverone e rimbalzi di pietre. Sono tanti i visitatori che giungono alla riserva naturale.
Una lunga fila di macchine, così tante che trovare posto nel parcheggio non è semplice. 
Anche qualche moto - pochissime ne ho viste sulle strade, su questa ai due motociclisti non basterà una doccia per rimuovere la polvere.  
Il lago e il bosco  sono bellissimi, ma non ci sono sentieri che ne permetterebbero la visita. 
Dal parcheggio, poche centinaia di metri e si è al cospetto dell’occhio, violato da centinaia di tuffatori, di immersionisti, di bagnanti [Non si potrebbe, non si dovrebbe. Ma nessuno frena, nessuno sanziona], scandagliato da migliaia di cellulari e macchine fotografiche, sfondo vorticoso di innumerevoli selfie. 
Una folla concentrata sulle rive e abbarbicata sulle strette passerelle e piattaforme, per un mordi e fuggi tra lo spanzamento al mare e la visita di Argirocastro, poco più a Nord.
Ma d'altra parte, una volta arrivati all’occhio blu, c’è poco da fare, se non ammirare la sorgente e percorrere brevi tratti per giungere  in  uno dei due centri ristoro e lì bivaccare.
[nel breve tratto tra l'occhio e  uno dei ristoranti, sulle foglie, quasi mimetizzata con le ali chiuse e strette, una farfalla blu elettrico.
Il suo volo è uno schizzo di colore nell’aria]
Non solo l’occhio, ma tutta la riserva naturale  meriterebbe attenzione (e meriterebbe una fruizione molto più ampia e  responsabile. Oltre a maggiori  controlli, il periplo del lago attraverso dei sentieri diluirebbe, credo, la massa estasiata.)

Zvernec, Porto Palermo, Syri i kalter. 
Perle albanesi. 
Né irraggiungibili, nè segrete. 
Ma il contorno…
Le conchiglie che le contengono dovrebbero  essere raschiate dalle incrostazioni.



Viaggio in Albania (1)
paese di aquile e colombe

Viaggio in Albania (2)
imbarchi e sbarchi

Viaggio in Albania (3)
Durazzo Tirana Durazzo

Viaggio in Albania (5)
Berat e Argirocastro.








lunedì 19 agosto 2019

Viaggio in Albania. Durazzo Tirana Durazzo.

L’itinerario albanese, data l’esiguità del tempo a disposizione, è conseguentemente limitato. Un giro circolare che cerca di salvare capra e cavoli, la rinomata costa e le città storiche, con una buttata di occhio su due parchi naturali.

La distanza tra Durazzo e Tirana è più o meno la stessa che intercorre tra Caserta e Napoli, e più o meno lo stesso è il paesaggio. 
Mi è sembrato di arrivare a Caserta passando per Lusciano e Marcianise. Stessa bruttura, con capannoni industriali e  accumuli di ruggini e lamiere;  campagne disordinate e sciatte,   faraoniche e  iperkitsch costruzioni stile hollywoodiano - colonne e statue e dorature, cavoli a merenda – che si palesano come epifanie.

[Tutto il mondo è paese, le periferie delle grandi città sono sempre squallide, grrrr.
Però in Bretagna, o in Baveria...
Le periferie delle grandi città sono quasi sempre squallide. Doppio grrrr.]

Ma a differenza, un’infinità di distributori di carburante.
[mi sono rimasti impressi i molteplici Kastrati, il cui simbolo stilizzato, la pompa di travaso inserita nel serbatoio dell'auto,  davvero pare un castrato, un montone. Kastrati è un gruppo albanese. Considerando che un tempo l'economia albanese era soprattutto basata sull'agricoltura e sulla pastorizia, c'è del genio in chi ha inventato il logo. Dalla pecora al carburante. Il petrolio come segno dell'evoluzione economica. Mò si dovrebbe trasformare l'agnello in pannello solare.]*
Ce ne sono tantissimi (anche lungo la strada tra Tirana e Berat), sempre corredati di punto ristoro, bar, albergo. 
(mi chiedo come possano sopravvivere tutti con tale concorrenza)

L’Albania è contemporaneamente un paese arcaico e nuovo. 
E’ ammirevole quanto sia  riuscita a fare in poco più di venti di anni, dalla caduta del regime.
Le statistiche la incasellano  tra i paesi più poveri d’Europa (secondo il reddito pro-capite a parità di potere di acquisto - PIL PPA 2015 del Fondo Monetario Internazionale ) , ma  l’ambizione alla ricchezza e alla modernità,  se fuori da un progetto e fuori da ogni controllo, non sempre porta buone cose. 

Le considerazioni su Durazzo e Tirana non possono che essere epidermiche, dato che nella prima città ho trascorso una manciata di ore prima  dell' attesa dell’imbarco per Bari, e nella seconda un solo giorno.




A Durazzo c’è un lungo boulevard, con le palme, i palazzotti buoni (sul terrazzino di uno dei quali, richiamata dal versi,  ho scorto una grande gabbia stracolma di piccioni, un piccolo allevamento)  e i baretti fichetti.
Anche la piazza su cui si affacciano la grande Moschea e vari edifici pubblici e dove zampillano le fontane è molto bella.






Sul lungomare, tra Ventus  (che è un albergo ristorante costruito sul mare, Dubai style) e  Sfinksi, o capo square, una struttura pubblica in cemento, una  piazza/terrazza  a gradoni 'n punt'o mar,  che   da un lato ricorda la sfinge  e dall’altro una sorta di stratificazione geologica (se fosse meno trascurata, se intorno non ci fosse lo sgarrupo...) e oltre,  file di palazzoni sembrano voler fagocitare le onde. 






Nei pressi della torre veneziana, dove lo skyline della merlatura è sovrastata dagli ombrelloni del bar, c’è un grande edificio che è stato costruito inglobando le mura dell’antico castello bizantino. 
Fa strano.







Ho avuto la sensazione che in Albania ci sia un cortocircuito tra il proprio passato (radici che non si possono - e non si devono - tagliare, ma anche la povertà, le limitazioni imposte dalla dittatura)  e l’idea di futuro.
Ciò talora produce situazioni stridenti (e abbandoni, prima ancora del portare a termine).



Penso  alla Piramide di Tirana, costruita come monumento-museo celebrativo di Enver Hoxha. 
Con la caduta del regime, venne adibita ad altri scopi: base Nato, centro eventi.
Ora è  in uno stato di abbandono e di degrado sconcertante.
Una vera damnatio memoriae.**







Ho visto però anche realtà di segno opposto.
Interessantissimi sono i Bunk’art,  due dei bunker, tra le centinaia di migliaia costruiti durante il regime di Hoxha (i dittatori sono tutti paranoici),  convertiti in un  luogo dove la  memoria diventa riflessione e monito. 
Il Bunk’art 2 fu costruito tra il 1981 e il 1986,  destinato ad ospitare la polizia d'elite e il personale del Ministero dell'Interno in caso di un eventuale  attacco nucleare.
Ora è un museo. 
Nelle stanze che si aprono sul lato dei lunghi corridoi si racconta la storia “poliziesca” dell’Albania dall’indipendenza fino alla caduta del regime.

Bunk'art

I pannelli esplicativi sono in albanese e in inglese, ma anche senza soffermarsi troppo sulle parole, le immagini (foto, filmati) gli oggetti, ma soprattutto lo spazio stesso [claustofobico, opprimente, labirintico, disorientante] dicono tanto. 
[Ho provato disagio e imbarazzo nelle stanze relative all’occupazione fascista, come se fosse stata colpa mia.] 
Bunk’art 2 è situato a due passi dalla piazza Scanderberg, una piazza gigantesca, così enorme che mi sono sentita una formichina.
Ho immaginato come ci si potesse sentire in mezzo ad una folla oceanica radunata lì per un comizio, ad esempio. 
Un granello di sabbia.
[non so perchè. anche piazza del Plebiscito a Napoli è vasta - per non dire di Piazza di Spagna a Siviglia - , ma lì non ho provato la sensazione di minuscolità che mi ha pervaso in piazza Scanderbeg].

Tranne che sotto il sole delle tre del pomeriggio, e girovagando ai bordi,  è però un luogo accogliente: ai margini, tra il Museo nazionale e il teatro dell’Opera e la torre dell’Orologio, tra la Moschea e la Chiesa Ortodossa, vi sono spazi verdi e panchine, installazioni artistiche e fontane. 
Di sera, ad intermittenza, luci rosse, blu, viola verdi e gialle illuminano le aiuole.
Lampioni a forma di giganteschi paralumi fanno luce sulle strade che convergono nella piazza.

Parco sul lago, Tirana
Bellissimo, molto curato e davvero rilassante  è il grande parco pubblico sul lago artificiale, il Parku i Madh i Tiranës.
Si può correre (non solo atleti, ma intere squadre, con divisa regolamentare e fisicacci, ho visto battere ritmicamente i viali), passeggiare, sedersi a guardare le anatrelle, fare yoga o altri sport più dinamici. C’è anche un teatro all’aperto.
[e le toilette pubbliche sono pulitissime].
 Dal tramonto si riempie di gggente. Un vero polmone verde – e un cuore pulsante – nel centro della città.


mercato di Tirana

Ho trovato  bella  la ristrutturazione dell’area dell’antico mercato di Tirana, Pazari i ri
I banchi della frutta, delle cianfrusaglie, delle spezie,  sono sovrastate da una struttura vetrata, a forma di tenda, nella quale si riflettono i vivaci colori, giallo, viola, rosso nero della tinteggiatura geometrica delle superfici dei  moderni palazzi  che attorniano la piazza.
(mi hanno ricordato i motivi dei tappeti tradizionali)
Un tripudio di colori e odori.



Tirana è una città a vocazione cromatica. Persino i semafori. 
Sono montati su dei pali che riproducono in modo stilizzato un albero. Non si illumina di verde o di rosso o di arancione solo il faro, ma tutto l’ambaradan. Sfiziosi assai. 
E il caffè a Tirana (ma in tutta l’Albania) è davvero buono.



* Sono stata informata che il logo adottato da Kastrati, è in realtà ispirato ad un simbolo di Skanderbeg, la corona o elmo con cui fu incoronato il condottiero. Non lo sapevo, naturalmente. Ho lavorato di immaginazione, associando il logo sia al referente, ovvero il distributore di carburante, che ad un traslato a me noto, ovvero il castrato, anche per associazione di suoni. Sarò perdonata, spero, per questo piccolo volo pindarico. :)

**C'è un progetto che la renderebbe centro di creatività giovanile, pure discoteca [altro che damnatio memoriae, vera nemesi]. Bisogna far presto.
Qui il progetto degli architetti del MVRDV



Viaggio in Albania (1)
Paese di aquile e colombe.

Viaggio in Albania (2)
Imbarchi e sbarchi.

Viaggio in Albania (4)
Zvërnec, LLogara, il mare e Syri i kalter.

Viaggio in Albania (5)
Berat e Argirocastro.

sabato 17 agosto 2019

Viaggio in Albania. Imbarchi e sbarchi.

Me la ricordo la nave strabordante all’inverosimile   di persone che fuggivano dall’Albania dopo la caduta  del regime. 
E’ forse la prima immagine mentale  che ho di questo paese.
Da ggiovane, le mete delle mie vacanze all'estero erano solo Yugoslavia e Grecia.
(questioni di portafoglio, come al solito, ahem)
L’Albania, incastrata nel mezzo, era invisibile. 
Non ricordo se mi fossi mai posta il problema [e non è una bella cosa].
Non ricordo il trattamento riservato ai ventimila a cui venne “concesso” lo sbarco. 
(posso immaginarlo. E non è una bella cosa)
A Bari  forse la memoria di quello sbarco ha segnato per sempre l’idea dell’Est. 

Situazione 1: imbarco a Bari.
Il grande piazzale dell’ansa di Marisabella, dove si attende per l’imbarco verso la Croazia, il Montenegro, l’Albania, sembra un campo profughi.
Ho provato una vergogna immensa. 
Bari Italia, offre ai viaggiatori (non a tutti: i crocieristi hanno  un altro terminal, un altro trattamento) uno spettacolo di sporcizia, disorganizzazione, squallore. 
I tendoni,  che  hanno l’unico merito di proteggere  dal sole feroce,  da lontano sembrano bianchi, invece  sono luridi;  le  poche panche di pietra dove ci si può sedere sono incrostrate di schifezze e scomodissime;  le toilette nei prefabbricati oltrepassano di gran lunga i limiti della decenza. All’esterno dei suddetti prefabbricati ci sono dei lavatoi come quelli che si trovano nei camping di infima categoria.
In uno dei punti di ristoro che si fregia dell’insegna bar-ristorante  ordino un caffè. Prima di berlo, chiedo  dell’acqua. 
Il barista mi risponde  che “Non diamo l’acqua. Se la diamo a voi la dobbiamo dare a tutti.”
Bari, Italia. Che vergogna. 


Situazione 1 bis: imbarco a Durazzo.

Due aquile nere su sfondo rosso racchiudono la scritta “Welcome to Albania” che sovrasta la porta a vetri della moderna struttura del terminal traghetti del porto di Durazzo. 

Sembra di essere in un  aereoporto. Aria condizionata all’interno, file di poltroncine in metallo all’interno e all’esterno, sotto la copertura a spioventi (le ali dell’aquila, anzi, della colomba). 


Ufficio turistico, distributore automatico di bevande, bar,  oltre alle postazioni doganali. 
Ci sono persino due poltrone relax che cullano previo inserimento di  monetina.  
Le toilette sono pulitissime. 
La vergogna provata a Bari ha una fiammata di ritorno. 

Durazzo/Bari 1 a 0. 

Situazione 2: sbarco a Durazzo. 
A prescindere dall’orario di arrivo, che dipende dalle compagnie di navigazione (stendere non un velo ma una coperta pietosa, prego), lo sbarco a Durazzo è  rapido e indolore. Molti gabbiotti di polizia di frontiera attendono le auto, per cui la fila per uscire dal porto comporta un’attesa breve. 
Se gli agenti non si trovassero un metro e più oltre il livello del suolo, e i viaggiatori un metro e più sotto, per cui è necessario scendere dall’auto sollevare la testa tendere braccio levato i documenti – le forme dell’autorità hanno mille modi di palesarsi -, sarebbe un passaggio perfetto. 

Situazione 2 bis: sbarco a Bari. 
Sempre prescindendo all’orario di arrivo (vedi sopra), e considerando cosa buona e giusta autorizzare solo il conducente a recarsi nei ponti-garage per prendere l’auto, invitando i passeggeri ad attendere sulla banchina, è inumano lasciare bimbi, anziani e  ogni essere vivente sotto il sole cocente per oltre 45 minuti. 
Neanche la parvenza di un telone, di una tettoia, di una pagliarella. 
Tutti ammassati in attesa che le auto, una volta uscite dal ventre del traghetto, facciano un largo giro per ritrovarsi al punto di partenza. 
Il paradosso è che  due (solo due) postazioni di controllo doganale sono collocate proprio a ridosso del punto in cui attracca il traghetto, ma ancora più paradossale è che facendo fare il giro alle auto, vengono a formarsi due colonne che si ostacolano a vicenda: da un lato le vetture che devono uscire dalla nave (mentre i passeggeri attendono sotto il sole), dall'altro quelle già uscite che devono passare i controlli. 
Non credo che occorra un arco di scienza per intuire che basterebbe spostare i gabbiotti in fondo al percorso ad anello che le auto sono costrette a compiere per alleggerire la situazione. 
Attendere comporta una buona dose di pazienza. Attendere in situazioni di disagio può determinare reazioni inconsulte.
La vergogna provata all’imbarco si riveste di furia. 

Bari/Durazzo 0 a 1. 

Bari, Italia. Che scuorno.



Viaggio in Albania. (1)
Paese di aquile e Colombe

Viaggio in Albania (3)
Durazzo Tirana Durazzo

Viaggio in Albania (4)
Zvërnec, LLogara, il mare e Syri i kalter.

Viaggio in Albania (5)
Berat e Argirocastro.