sabato 29 agosto 2026

Cose turche.

It's not my cup of tea.
Non la Turchia, ma la modalità attraverso la quale l’ ho sfiorata, ovvero in tour di gruppo organizzato: Istanbul, Izmir, Pamukkale, Cappadocia, Ankara, Istanbul.
Lo sapevo già che i tempi, le situazioni, i contesti mi sarebbero stati troppo stretti, ma o così o niente.
Al di là del fatto soggettivo, la Turchia richiede lentezza. 
Istanbul è una città smisurata, enorme, caotica, iperaffollata (quasi 16 milioni di abitanti  a cui si aggiunge un’esagerazione di turisti),  occorrono almeno 5 giorni per avere una minima visione di insieme: le poche ore destinate alla visita di Moschea blu, Palazzo Topkaki, Cisterna basilica, Grande bazar, Torre di Galata etc etc non rendono giustizia alla complessità del luogo. 
Le moschee ad esempio, e i minareti. 
Non c’è scampo dallo svegliarsi per  il canto del muezzin, anche se si alloggia nella zona più europea e più moderna della città, ragazze panze di fuori e gonne sotto il culo. 
Approfittando del tempo vuoto  in attesa del volo di ritorno, ho cercato  di  vedere altro rispetto alle tappe fisse (che poi sono praticamente le stesse di tutti i  viaggi organizzati da qualunque tour operator, a prescindere dal costo del pacchetto).
E così, alla Moschea blu tripudio di colori e luci e turisti di ogni nazionalità, si sovrappongono le immagini della Moschea di Camlica, che sovrasta l’omonima collina nella parte asiatica.
E’ una struttura nuova, inaugurata nel 2019. La più grande moschea della Turchia. Al di là del simbolismo architettonico [moschea grattacielo, in una città di grattacieli] è la vita che ci circola dentro e fuori che mi impressiona. 
Sotto la moschea vi è un museo di arte islamica, gratuito, che prevede ad orari prefissati giochi di luce nelle sale. 
Nel gigantesco spiazzale panoramico, a cui si accede attraverso ascensori o scale mobili,  bambini corrono coi pattini. 
Dentro, bambini giocano, anche con la palla, gruppetti di persone chiacchierano, come se fossero non in luogo di culto,  ma in un gigantesco salotto. 
E’  obbligatorio naturalmente il dresscode: piedi scalzi, gambe e spalle coperte e  per le donne anche il capo.
Rifletto, pensando alla moltitudine di gonne azzurre indossate dagli uomini e veli e gonne azzurri indossati dalle donne nella Moschea Blu,  dove vengono distribuiti in gran quantità all’ingresso, a quanto sia “cialtrone” il turismo di massa. 
[- Prof, sono andato a Dubai.  - Ah, bello! Vuoi dirci dov’è, com’è? - Si va con l’aereo. C’è un McDonald grandissimo]


Rifletto anche  sull’arte del farsi i selfi e del farsi fare le foto. Che pose! Che inquadrature! 
Che rompimento di coglioni zigzagare cercando di non rovinare l’essenza dell’immortalamento altrui, e aspettare che modelli e modelle liberino un attimo lo spazio per osservare strade, paesaggi e monumenti. 

Forse è invidia la mia. C’è molto di più nella mia  memoria personale, passato direttamente dalla retina ma non scaricabile né condivisibile,  che nella memoria del cellulare.
Come faccio a dire che della crociera sul Bosforo mi ha colpito moltissimo, incastrata tra due alberghi e giardini  megalussuosi, una zona franca con baracca e tetto in lamiera, copertoni d’auto impilati, sedie sgangherate sotto la tettoria? Non ho le foto, e non l’ho immaginata. 


Il circuito del tour  Istanbul e Cappadocia, date le grandi distanze, ha tappe strategiche. 
Smirne, ad esempio, equidistante tra le antiche città di Pergamo e di Efeso, siti archeologici che raccontano della Turchia greco-ellenistica e romana. 


Di
Pergamo [Bergama adesso – un nome che non sa proprio di sud], ricorderò gli ottomila gradi centigradi percepiti sotto il sole delle due del pomeriggio, la corsa del gruppo verso l’ombra regalata dalle fronde di pochi alberi per raccogliersi intorno alla guida, parole come Esculapio, centro di cura con musica e acqua, un  piccolo teatro (odeon, ma del tetto nisba)  con i musicisti che allestiscono il palco (è in programma il Bergama Tiyatro Festivali), una fila di colonne. 
E fuori dal sito (l’area archeologica è molto vasta, ma discontinua)  il nulla dei piazzali del parcheggio e lo scarrupo di una sottospecie di negozio di souvenir commerciali e bibite. 
Forse l’acropoli e il grande teatro sono più curati, ma la loro visita non è nel programma. 

Di Efeso ricorderò la fiumana di persone sulla bianca e sdrucciolevole via dei Cureti (guarda dove infizzi il piede tra i mille piedi che ti stanno davanti), la bellissima facciata della biblioteca di Celso (di cui ho innumerevoli foto in cui in primo piano campeggiano innumerevoli visi sorridenti di selfisti), l’ Ephesus Experience Museum, condivisa con un truppone di persone con la visione finale della statua (una copia, che l’originale è perduta) della Artemide efesina,  una divinità che richiama i culti della grande madre,  la dea dalle cento tette. 
Ed è tutta in marmo bianco, a differenza di quella conservata al Mann di Napoli,  collezione Farnese recuperata a villa Adriana a Tivoli,  che è nera.  
Oibò. 


Smirne, invece. 
Digitare su google Smirne o Izmir, prego. Selezionare immagini.  Il motore di ricerca restituisce la foto di una piazza con  un  monumento al centro. E’ la torre dell’orologio in piazza Konac. 
E’ l’unico luogo visitato, anzi intravisto. Tempo concesso, 15 minuti. 
Posso più dire sulla località vicino a Smirne  dove c’era l’albergo. 
Aliağa..
Arriviamo presto in albergo, avete tempo per fare il bagno, avete portato i costumi?
La lunga spiaggia libera, attrezzata con docce e spogliatoi, prati oltre la striscia di sabbia [ occupati da tribù di famiglie accomodate su tappeti e fornite di vettovaglie di ogni tipo, una mappatella beach turca], con il caldo di quel pomeriggio sarebbe stata una piacevole opportunità.
Di certo, se non mi avessero demotivato l’acqua torbida e la visione delle raffinerie a punteggiare l’arco del golfo, non sarebbe stato un problema  non aver portato il costume: mi sarei buttata a mare vestita, come tutte le donne. 
Tutte, tranne 4 in castigato costume intero. Poche in burkini, la maggior parte con i vestiti e il velo indossati per strada, che si azzeccano al corpo come il sudario del Cristo Velato. 


Pamukkale, altra tappa prima della Cappadocia e del ritorno. 


Quante, quante meravigliose immagini del castello di cotone, della montagna bianca con le terrazze/piscine colme d’acqua azzurra, che splendide visioni!
La particolarità del luogo non colpisce solo il moderno passante: le acque calcaree che depositandosi conferiscono alla roccia lo straordinario aspetto, impressionò anche in passato, tant’è che in età ellenistico-romana fu fondata  Hierapolis (ma già era centro di culto per i Frigi), famoso centro termale e di cura. 
La cura dell’acqua, che non è detto funzioni, considerando l’enorme necropoli rinvenuta nella zona.  
La visita del castello di cotone è in combo con le rovine dell’antica città, della quale, dato sempre il risicato tempo a disposizione per scorrazzare nel sito, ho visto  niente.
Camminare sulle concrezioni calcaree attraversate da rivoli di acqua calda è una bella esperienza sensoriale. 
[marò, speriamo non mi venga una micosi, con tutti questi piedi in ammollo]
Bella è la percezione visiva anche se  le vasche sono quasi  tutte vuote. 
Non c’è da stupirsi della serpentina di formichine umane che percorrono il crinale: è il richiamo della bellezza e tant’è.


Sosta in un caravanserraglio prima dell’arrivo a Uçhisar, in Cappadocia. 
Sultanhani
Occorre una buona dose di immaginazione per calarlo nelle rotte commerciali carovaniere, immerso nella steppa, una grande fortezza bianca, invece che circondato da strada e locali commerciali. 
Ma il portale è maestoso, con la bella decorazione muqarnaṣ, che mi ha portato con la memoria alla cappella Palatina e al sottovalutato, ma meraviglioso palazzo della Zisa di Palermo. 
E’ così bello il portale da fare da sfondo ad una coppia di promessi sposi in posa davanti al fotografo. 
Festa di fidanzamento, come spiega la guida, perché la ragazza non indossa l’abito bianco ma un ricco ricamato e pesantissimo abito in velluto damascato  nero.
Grande pegno d’amore, a  40 °.



Seconda sosta prima dell’arrivo a Uçhisar, in Cappadocia.  
Città sotterranea di
Saratli. Viste le catacombe di san Gennaro, san Gaudioso, e la Napoli sotterranea, poco effetto mi fanno i cunicoli e le “stanze”. Ma è il contorno a colpirmi. 
Il villaggio scarrupato. 

L’ingresso e uscita dal sito turistico in due punti differenti, entrambi assediati da donne e ragazze che urlano 5 euro cercando di vendere bamboline e animaletti in stoffa o in maglia d’uncinetto.
Comprendo la foga del gruppo all’ingresso: le probabilità che i turisti si fermino per l’acquisto sono minori rispetto al gruppo che ha le  bancarelle poste all’uscita della città sotterranea. 
Mi chiedo con quale criterio vengano assegnate le postazioni, se le venditrici appartengano alla stessa famiglia, se i ricavi vengano divisi a fine giornata, a quanto è dura la loro vita, al fatto che le bamboline – ho contribuito al sostentamento dell’economia di zona, nonostante la bruttezza dell’oggetto – non sembrino per nulla  fatte a mano.  
Sono le uniche donne che vedo indossare il şalvar, il pantalone alla turca. 


E finalmente si arriva. Le mongolfiere e la Cappadocia
Mongolfiere di ogni foggia e dimensione e materiale: in tessuto, pelle, plastica, ceramica. 
Miriadi di mongolfiere, tranne quelle vere, che restano sgonfie all’alba per il diniego al volo da parte dell’autorità preposta. Ho monitorato poi. Per 5 giorni consecutivi le mongolfiere non si sono levate dal suolo. 
E’ un errore però pensare alla Cappadocia come luogo iconico del volo delle mongolfiere (anche a Trakai, in Lituania, e persino in provincia di Benevento si vola coi palloni), perché è un’area naturale e antropica bellissima anche al livello del suolo. 
Le rocce, severe e plastiche,  si ergono come cilindri e coni, spesso traforate da porte e finestre, o hanno forme che ricordano animali.
Tante cose viste in poche ore: valle dei piccioni, valle dell’amore, valle dell’immaginazione [definizioni date dalla guida, sic!],  complesso di monasteri bizantini e alcune chiese/ospedali scavati nella roccia, il castello e le case rupestri. 
Ora le immagini si sovrappongono e si fondono, ed è Nevşehir l’unico riferimento geografico che compare nella memoria del cellulare. 


Ci sarebbe voluto tempo, molto più tempo. Più albe e più tramonti. 
Dico sempre che il tramonto rende bello pure il cielo di Scampia. 
Ma il paesaggio della Cappadocia, con la luce rosata dell’alba e quella arancio del tramonto, è davvero un incanto. 

Anche il lago salato, sosta tra la Cappadocia e Ankara, sarebbe stato bello vederlo con la luce obliqua del tardo pomeriggio. 
Sarebbe stato bello camminare sulla terra croccante di sale fino ad arrivare all’acqua del lago. 


Ma pure questa sosta è stata così breve da consentire solo un’epifanica visione. 


Di Ankara posso dire  che ci sono grattacieli e grattacieli, manifesti di Erdogan che celebrano il 25 anniversario della fondazione del suo partito su tutti i lampioni delle larghe strade, manifestoni di Erdogan sui palazzi, manifestini di Erdogan in tutti gli angoli. 
Presenza ingombrante e pervasiva, direi. Oltre questo, Ankara è stato  un superficiale e quindi inutile passaggio al museo delle civiltà anatoliche. 


Nelle lunghe ore trascorse nel bus per il trasferimento dalla Cappadocia ad Ankara e poi ad Istanbul, ho cominciato un gioco: guardare  finestre e balconi alla ricerca di persone affacciate. 
[contiamo tutte le macchine gialle! ]
Pochissime persone, così poche da potersi considerare irrilevanti, dato il numero di finestre e balconi osservati. 
E alle finestre tende spesse. 
Mi ha fatto strano, perché nella visione partenopea la finestra e il balcone sono luoghi di chiacchiera, di incontro, di inciuci, di apertura verso l’esterno. 
(diffida da chi si inserra dentro, qualcosa nasconde)
Pure nel Nord, penso ai Paesi Bassi, ai Paesi Baltici, anche alla fredda Germania, i balconcini, i davanzali, i microcortiletti sono ipercurati e iperattrezzati, pronti ad aprire la casa all’esterno appena il raggio di sole consente. 
Finestre come mura trasparenti. Mi fa impressione, più che strano. 


Ultima nota: l’aeroporto di Istanbul. 
Meglio non arrivarci troppo stanchi: le distanze per arrivare ai gate, una volta che compare l’indicazione sui tabelloni, possono essere sorprendentemente lunghe. E’ un aeroporto gigantesco, super curato, con svariate terrazze – spazi per fumatori tutte molto affollate – anche dopo i minuziosi doppi controlli. 


Conclusione. 
E’ valsa la pena visitare in forma mordi e fuggi la Turchia? 
Risposta. 
Si.
Anche se, in modo più marcato che al ritorno di altri viaggi, sento che si dovrebbe tornare. 
Almeno in Cappadocia. 



giovedì 7 agosto 2025

Kato Zakros, locus animae.

 

"Prima o poi ritornerò”. E’ il refrain di ogni fine viaggio, sigillo di esperienze apprezzate.

Ho quasi sempre mentito, non sono mai ritornata, tranne che a Creta.

Creta è un’isola grande: l’estate dello scorso anno l’ho percorsa in lungo e in largo. 

Ma di tutte le località visitate una l’ho eletta locus animae.

E qui sono tornata.

Kato Zakros è un arco  affacciato sul mar Libico e abbracciato da montagne severe e primigenie, quattro taverne, poche case, ulivi e cicale.

Kato Zakros
Foto di Xerocamboscreta.com

          E’ lontano da tutto: Zakros, il villaggio più vicino nel quale c’è la farmacia, due minimarket e la              pompa di benzina, dista vari  chilometri di tornanti.

La strada che dal villaggio porta al mare ha dei tratti che fanno mancare il fiato: una lingua di cemento appoggiata tra cespugli a forma di cuscino (quante sfumature di colori caldi!) che precipita tra cielo e mare.

Kato Zakros era una città minoica. Ci sono i resti del palazzo e la Gola dei morti, nelle cui  grotte vi erano le tombe.

Le montagne, ripide, scoscese, ruvide, hanno cavità e tagli. Da lontano, sulla strada che porta al mare, una grotta sembra  una  porta, il portone della muraglia/montagna.

Kato Zakros non è il luogo più “isolato” in cui sono stata  a Creta; il mare, per le caratteristiche del fondale, non sembra  cristallino come in altri posti, eppure mi affascina in modo difficile da spiegare in modo oggettivo.

Mi servono  metafore.

E’ la bocca che ingoia il cielo e il mare, che si apre alla fine del mondo.

E’ luogo di alba, non di tramonto, anche se di sera il cielo si colora di rosa e viola.

L’alba dal terrazzino del monolocale,* sulla striscia di mare che si vede oltre il giardino fiorito, è un’ungarettiana Mattina.

Le montagne, guardate dal mare, dal centro dell’arco della lunga spiaggia, sembra che mi avvolgano, chiudendo fuori i brutti pensieri.

Beatitudine.

Non so fare di meglio. A volte le parole non sono abbastanza.

 

 



Oltre la spiaggia principale, ad est ci sono altre due calette: alla più lontana si accede tramite una scalinata ed è la meta preferita dei turisti nordici, l’altra, dove sono ormeggiati i gozzi,  è luogo di ritrovo dei pensionati. 





C’è un grande albero sotto il quale prendono posto, signori e signore, sulle loro sedioline pieghevoli a cofecchiare dopo aver cofecchiato a lungo in acqua, tutte e tutti rigorosamente coi cappellini. 

Con l’arrivo a goccia dei vecchietti, ho sbaraccato, anzi, sono stata spinta a sbaraccare. Abusiva, intrusa.  

Al loro posto avrei fatto lo stesso. 


Tutta la zona  vicina a Zakros  è bella. 
Ho bypassato Vai, la spiaggia con le palme visitata lo scorso anno, ma sono ritornata a Xerocambos a sud e ho scoperto quelle di Itanos all’estremo est, stampate da poche vestigia umane.  
Mare trasparente come aria. 
[il mare è mio, tutto mio, tutto mio]
Ad Itanos c’è un sito archeologico sommerso e uno sulla collinetta. Ci sono squadre di archeologi che scavano ancora. 
Tre le calette dominate dalla antica città minoica: una è per nudisti, e il sentiero tra i rovi  per raggiungerla è un pochino arduo. L’altra,  paralia Erimoupolis, l’ho vista solo dall’alto. Già arrampicarmi sulla collinetta, guardare e pensare a discesa e risalita a 40°, mi ha convinto che la migliore è quella più vicina al parcheggio, più comoda da raggiungere, con grandi alberi a fare ombra. 
Cerco il nirvana senza martirio.


Heraklion, da dove partirà l’aereo di ritorno, è davvero lontana, in tutti i sensi. 
Per gettare un occhio su un pezzetto di Creta non ancora visto, ma soprattutto per evitare il trauma [lo scorso anno il passaggio da quiete e silenzio a disorganizzazione e burdello fu brutale], gli ultimi due giorni di vacanza sono di riadattamento agli assembramenti. 
Agios Nikolaos. 
Naturalmente il traffico e l’incubo parcheggio, naturalmente la teoria infinita di negozietti di souvenir e di baretti, taverne, ristoranti. 
Per chi ama sia la movida che il mare bellissimo è un’eccellente località. 
Le spiagge cittadine sono  tutte attrezzate con file di ombrelloni oni oni, quella di Kitroplatia ha anche un margine libero di spiaggia  ombreggiata da alberi. 

Sul lungomare di tanto in tanto ci sono scalette e si può fare una tuffatina dagli scogli, ci sono piattaforme di cemento con anche le docce dove si può stare liberamente in ampia compagnia. 
(ah! Kato Zakros, Xerocambos, Itanos, mare mio tutto mio!)
Ma l’acqua ha bellissimi colori, è trasparente e zeppa di pesci. 
Sono rimasta inebetita a guardare una mezzora  un bambinetto di una decina di anni, munito di  filo, amo, pane e formaggio, pescare una decina di pesci tra il via vai dei bagnanti. 
Ammirazione [non sono in grado] e tenerezza, vedendolo tenere i pesci fermi con la ciabatta per tirar via l’amo e rifare il lancio. 
Bello il tramonto dalla pinetina che sovrasta il lago Voulismeni, il rosso che brucia le case e le riflette sull’acqua.
Sulla cappella dei pescatori, bianca bianca incastonata nella montagna, nutro dubbi di autenticità. 
Nessuna menzione della chiesa nelle guide del sito  e dell’ufficio del turismo. Probabilmente la grotta, rimessa di reti per i pescatori, è stata chiusa da una “facciata” di chiesetta, con tanto di campana che si può suonare a piacimento.  
Fa scena, comunque. 
E per rimanere nell’ambito dell’inautenticità, non posso esimermi dal dire di Elounda e Kritsa. 

Kritsa era un autentico villaggio cretese. Lo era, penso, fino ad una trentina di anni fa. 
Fino a quando non è iniziata la speculazione edilizia sulla costa. 
(e la vuoi mettere un’escursioncina nell’entroterra, non solo natura - vedi gole - ma anche folclore?)
Adesso è un bel luogo dove fare shopping, anche se la stragrande maggioranza dei negozietti non propone souvenir diversi da quelli che si possono trovare ad Agios Nikolaos o in altre città cretesi. 



Elounda, “località balneare di fama mondiale”, è una moltitudine di resort, costruiti e in costruzione. 
Not my cup of tea.
Plaka beach, la spiaggia più a nord raggiungibile senza sterrati, è stata una delusione enorme. Sullo stretto acciottolato prospiciente la riva incasellate una teoria di ombrelloni e lettini. E sul mare, a galleggiare,  schiuma e bollazze. 
(Ah, Kato Zakros, Xerocambos, Itanos!)
Il tempo di sedersi sul lettino, osservare a destra, sinistra, davanti, la decisione di andare via è giunta repente. 
Qualcosa di wild si trova anche nei dintorni però. A nord, scavallando i monti, c’è  Agios Antonios beach. La strada è panoramica e da tachicardia, tornanti su tornanti senza guardrails, si guarda e si spera di non incrociare nessun’auto percorrente l’altra direzione. 
Naturalmente nessuno, ma proprio nessuno ad Agios Antonios. Scogli e sassolini, il mare talmente agitato da consentire solo una sosta meditativa. 
Wild si, incosciente no. 

Di ritorno verso Agios Nikolaos, si ritenta il bagnetto verso la penisola di Kalydon, dove ci sono i mulini a vento di Poros. 


Sulla spiaggia, quantità industriali di munnezza. Lattine, plastica, bottiglie di vetro, mozziconi, ogni tipo di schifezza. Nel mare schiumazza. 
Decisamente Elounda non è proprio cosa. 
Molto meglio, se si è a Agios Nikolaos, burdello per burdello, godersi le spiagge cittadine: pulite e dalle acque sicuramente più invitanti. 
E’ bello pensare che chi vi risiede possa in qualunque momento della giornata fare una pausa, un tuffetto, una nuotatina e via, nonostante i turisti. 
Rivedo le cinque signore, alle prime luci dell’alba [speravo di poter essere la prima  e unica in acqua] incontrarsi sulla spiaggia di Ammoudi, immergersi nel mare e  chiacchierare galleggiando per quasi un’ora. 
Beate loro, a cui sono concessi tutti i giorni dell’estate. 
I miei dieci giorni – otto di beatitudine e due di vacanza ordinaria – sono finiti in un lampo, accelerato dal marasma dell’aeroporto, uno scotto  pesante da pagare per chi parte da Heraklion. 
Appena sarà pronto il nuovo aereoporto internazionale di Heraklion, a Kato Zakros, locus animae, di certo tornerò.  



*L’accoglienza  e la cura che Katerina riserva ai suoi ospiti è un valore aggiunto alla bellezza del luogo. Non si può che alloggiare qui, allo Yiannis Retreat - Kato Zakros rooms




sabato 24 agosto 2024

Vacanza cretese

L’estate dello scorso anno è stata l’unica  in cui non c’è stato neanche un giorno di mare. Niente sole, niente caldo. (La fredda estate nei Paesi Bassi).

Quest’anno, la nemesi.

Creta.



-       Creta è un’isola enorme, non la si può girare in una sola volta, meglio dedicarsi all’ovest, o all’est, o al sud, e tornare, tornare

-       Eh, se ti piace mettere le bandierine allora passa pure ore e ore in macchina, non ti rendi conto delle distanze e delle strade

-       Bisogna avere lentezza, per godere lo spirito cretese.”

Anche a Procida si dovrebbe tornare,  per scoprire angolini nascosti sfuggiti alla prima vacanza;  i viaggi in macchina hanno un perché, soprattutto se fatti su strade lente e panoramiche; lo spirito cretese non esiste: Tò Hellenikòn, l’identità greca è comune all’Epiro e alla Macedonia, alle isole del Dodecanneso e delle Cicladi, alla Tessaglia e anche a Creta.

Di tutti i consigli iterati enne volte nei forum di viaggio e sulle pagine social, me ne sono fregata altamente e in quindici giorni, ho toccato sud, ovest, nord ed est:  Heraklion, Kerames,  Moni Chrisoskalitissis, Chiana, Rethimo, Myrtos, Kato Zakros e ritorno all’aeroporto di Heraklion. 

L’itinerario tiene conto dei pernottamenti.

Atterrati ad Heraklion, ritirata la vettura all’autonoleggio [coi soldi pagati per il noleggio avrei potuto comprarla un’auto così vecchia. O aria condizionata o salita, rigorosamente in seconda. Però si è potuto godere del vento caldo e di ogni minimo particolare del paesaggio] e parcheggiata nell’apposito spazio a disposizione dell’appartamento, si comincia con la visita al museo archeologico, aria condizionata salvifica. Molto di ciò che è stato ritrovato nei palazzi minoici è nel museo. 

Oltre ai noti disco di Festos e all’affresco della taurocatapsia [molto più piccolo di quanto lo immaginassi, molto ricostruito], il museo contiene (contiene, sì. È un museo molto tradizionale, poco più di un contenitore) oggetti di straordinaria bellezza e inusitata modernità, come la coppa ritrovata a Festos raffigurante tre figure femminili stilizzate o la scultura della bimba su altalena ritrovata a Agia Triada.

Dal museo fino alla rocca veneziana è una breve passeggiata; sulla via del ritorno, uno sguardo agli altri luoghi topici segnalati come “architetture notevoli” della città: la loggia, la fontana Morosini e la fontana Bembo. Sono memoria di dominazione, e non mi entusiasmano più di tanto. 

Sento di aver già dato il tributo al versante cultura: tra le alternative della sosta intermedia tra i pernottamenti previsti dal mio itinerario, palazzo di Cnosso o palazzo di Festos o baia di Matala, opto senza alcuna incertezza per Matala.

(il solo pensiero di scarpinettare tra millenarie assolate pietre roventi mi produce l’eritema)

Creta dovrà essere  aria, terra, fuoco e acqua. Soprattutto acqua, mare.

Più che i siti archeologici, ho da spuntare le spiagge must: Elafonissi, Preveli, Triopetra, Vai, Xerocambos.

Mi manca  il fisico per affrontare le salite su terreni accidentati e lo spirito per i barconi affollati di gente, per cui su Balos ho messo croce sopra e amen.

Qualche decina di anni fa Matala doveva essere davvero ipnotica: non mi meraviglio che gli hippies delle grotte ne fecero case.

Ora l’atmosfera peace e love resiste nei tavolini colorati dei milleuno taverne e baretti, nelle stradine dove sopravvivono i disegni del Matala street painting, preludio del  matalabeachfestival.

Vista l’orda di turisti, c’è poco di autentico. Il mare però è autenticamente trasparente.

Il viaggio cretese comincia davvero  da Matala a Kerames, anzi, ad un monolocale  sul mare ad otto chilometri dal borgo di Kerames.

Una sessantina di chilometri percorse in due ore e tremila patemi d’animo.

Google maps non si rivela un sussidio utile: dopo, molto dopo, si è capito che le strade che propone come scorciatoie sono praticabili solo dalle capre.

Inserita la destinazione, comincia il percorso su serpentine  lungo le quali non si incontra né anima viva né anima morta, o su sterrati tra il fianco della montagna e il precipizio. 

Straordinario paesaggio, se non si avesse il catorcio che arranca sulle salite accompagnando la fatica con un rumore da aeroplano, se il vento caldo non raggiungesse i 43°, se non ci fosse il pensiero fisso maròesesi fermalamacchinasoprastopizzodimuntagnacomesimettenome.

Ma ci si abitua. Mai alla bellezza, piuttosto alle straducole e ai tornanti. E se si ferma la macchina  qualcuno verrà.

La terrazza del monolocale incarna la mia idea di vacanza: essere sgombro, libero, svuotato dall’ordinario. Nei dintorni non ci sono negozi, finestre, persone, macchine.  Davanti agli occhi solo il mare, le piante, le montagne, il cielo.

In lontananza, in un’altra baietta, ad Agia Fotini, una sola taverna raggiungibile a piedi.

Nella spiaggia sotto casa  non c’è mai nessuno. Sembra di possedere una discesa privata.

Beatitudine.

Ma si è ad un tiro di schioppo da alcune delle spiagge della lista e non le si va a vedere?

Preveli beach,  attraversata dal fiume sulle cui sponde crescono le palme.

Ci si arriva via mare, con i taxi boat, o via terra con non indifferente camminata,  da ovest, parcheggio sulla cima della montagna e discesa superpanoramica a piedi (che poi diventa tutta salita al ritorno) , da est, parcheggio sulla spiaggia da cui parte un sentiero – a tratti scalinate di roccia - , prima in salita e poi in discesa, meno panoramico ma sicuramente più breve.


Nonostante l’arrivo in spiaggia alle 9 del mattino,  mi sono chiesta se valesse la fatica (una spugna di sudore, con passeggiata breve).

Sull’acqua, anche se non sono ancora arrivate le barche, c’è una velatura d’olio.


Molto meglio Triopetra. La spiaggia è lunghissima, solo una piccola parte è attrezzata con ombrelloni. Verso i faraglioni a fettine (così mi sembrano i tre scogli che le danno il nome) l’acqua è davvero cristallo.

Ma ancora più bella è Ligres.

Non c’è acqua dalla cascatella che dovrebbe finire a mare, ma ci sono pace, silenzio, un ventariello dolce … e all’estremità una parete di sabbia sulla quale vorrei salire per scivolare come se fosse una duna nel deserto.


Elafonissi è a sud ovest di Creta. Da Paleochora, sempre sud ovest, che dista in linea d’aria pochi chilometri, non c’è strada diretta: occorre risalire a nord e poi scendere di nuovo. Da Kerames sono tre ore e più di viaggio. Indispensabile una sosta. 

Georgioupolis.

Avevo visto delle incantevoli foto di una chiesetta in mezzo al mare, raggiungibile percorrendo  un sentiero di lastroni in pietra.

Agios Nikolaos Chapel. Vista. Incantevole. Però… quanti chitemmuort scappati su quella striscia di rocce non li ho  contati. Soprattutto la parte centrale della “stradina” è fatta da scogli scivolosi, muschiosi, sui quali le onde sguazzano.  Mi sono sentita un elefante con le vertigini. Gli attacchi di sudore freddo hanno raggiunto picchi stratosferici, così come quelli di invidia per chi con gli infradito saltellava di qua e di là manco fosse farfalla o libellula.

Moni Chrisoskalitissis è un piccolo agglomerato di case sparse  che ruota attorno al monastero che non ho visitato, ma ammirato al tramonto dal terrazzino del monolocale.


Lo sviluppo del paesiello (molte casette nuovissime, moltissime in costruzione) non è certo dovuto al richiamo spirituale dei monaci ortodossi (la domenica mattina tutto l’aere rimbomba della preghiera), ma alla vicinanza – solo 4 chilometri – dalla famosissima laguna di Elafonissi, che è, innegabilmente, una meraviglia.

Alle 8 del mattino non c’è nessuno: la spiaggia, anzi le spiagge, perché tante sono le calette che costituiscono la laguna  dell’isolotto di Elafonīsi, hanno venature rosa e sabbia sottile e morbida; l’acqua è bassa e calda.

Si fa il bagno – non si nuota, non ci si rinfresca: si fa proprio il bagno, un ammollo lunghissimo in una gigantesca e luccicante vasca marina.

Della gente che arriva a frotte  non me ne rendo conto fino a quando non vado via.  Ma la laguna è grande, nell’acqua c’è spazio per un esercito.

Vicinissima ad Elafonissi c’è un’altra spiaggia top, Kedrodasos, la spiaggia coi ginepri fino al mare. Ne faccio a meno. (Così come di Falassarna)

Mi innamoro invece della comoda e vicinissima Voulolimni – un “cratere”, una piscina naturale - dove gli abitanti di Moni Chrisoskalitissis si intrattengono, le vecchiette in acqua a fare gli inciuci, i vecchietti sugli scoglietti a fare gli inciuci.

Voulolimni è  dei locali, ci sono pochissimi turisti. Sembra proprio un laghetto, tondo, con l’acqua verdissima, riparata in caso di vento e mare mosso. Il tramonto è struggente.

Anche ad Aspri Limni, altra insenatura quasi chiusa, si sta benissimo. Ci sono sette ombrelloni e alcuni lettini  gratuiti, a  disposizione di chi prima arriva. Il giorno in cui ci sono stata io sono bastati per tutti.

Si risale a nord. Chiana, o La Canea. Solo un pernottamento, in un albergo sulla collina che ha il notevole vantaggio di avere una navetta che porta al centro storico della città (no stress parcheggi, please)

E’ carina la zona del porto vecchio:  un artista di strada  suona la chitarrina e balla su un filo, una folla stratosferica  fa lo struscio, il cuofano di ristoranti sono tutti zeppi di gente che magna, il super yacht –  Jewel – sul cui ponte passeggia una donna in chador e sul cui ponte dopo chiacchierano ragazze in divisa dalla fisionomia orientale spicca tra i suoi fratelli più sfortunati,  un calesse trainato da cavallo  passa vicino alla moschea ora luogo di mostre e eventi. 

Ma è carino il lungomare  del porto vecchio, per la passeggiata di una sera.

Tra Chiana e Rethimo la sosta è al lago Kournas.

Superato il burdello degli affitta pattini e canoe, dei  negozi di souvenir, all’ombra degli alberi, con  il sottofondo musicale delle cicale, c’è la pace. E l’acqua del lago è calda e trasparente, non fanghigliosa, la terra sembra morbida sabbia.  

Imperdibile, soprattutto dopo aver constatato la riminitudine del lungomare di Rethimo, che in compenso  ha dei vicoletti deliziosi. Si ha la sensazione di perdere l’orientamento, aggirandosi tra soffitti e pareti di fiori e finestre decorate.

Ad una mezzoretta dalla cittadina, uno dei monasteri più importanti di Creta (forse il più importante)

Arkadi.

Nel 1866, alcune centinaia di persone, confortate dalla benedizione del prete, saltarono in aria dando fuoco alla polveriera pur di non cedere all’assedio  degli ottomani. Questa “resistenza”, permeò le coscienze occidentali e portò le potenze europee del primo Novecento ad acconsentire all’unificazione dell’isola con la madre Grecia.

Si arriva tardi, secondo google dovrebbe già essere chiuso [vabbuò, guardiamo gli esterni]. E invece è ancora aperto, il bigliettaio ci fa entrare senza neanche farci pagare. C’è ancora qualcuno che gironzola. Il monastero mi ricorda quelli spagnoli, non so perché. Più che la chiesa (mi sembrano tutte uguali le chiese ortodosse, un horror vacui di icone fisse e lampade e lampadari) e gli spazi accessibili, più che i totem del ricordo (l’albero che ha ancora conficcato il proiettile), vorrei vedere ciò che non si può: le celle dei sette monaci che ci vivono, ad esempio. E sapere come trascorrono il tempo resistendo all’invasione dei turisti.

Dalla costa nord si riscende di nuovo al sud, per arrivare all’estremo est.

Lungo la strada, il villaggio di Amiras ospita uno dei tanti memoriali delle atrocità tedesche subite dai cretesi durante la seconda guerra mondiale. L’urlo del vento fa da colonna sonora.  

Tra Myrtos – un paesiello proprio sul mare, sonnacchioso e lento - e Ierapetra (bruttarella non poco), mi impressiona la quantità enorme di serre. Teli di plastica bianchi hanno preso il posto della terra nuda. Cerco di capire cosa nascondano, ma solo talvolta riesco a intravedere qualche albero, delle foglie. Quasi tutti sono tendoni vuoti.

Il tratto di strada che si affronta per arrivare all’ultima tappa del viaggio, da Makrys  Gialos a Kato Zakros è il più fascinoso.

In un punto X,  sulle montagne [la distanza tra i villaggi è siderale, tra un minuscolo assembramento di case e un altro non ci sono che rocce, cespugli e olivi] , sembra di essere entrati nel regno di Pan. Sul ciglio della strada, capre, caproni, pecore.

Tantissimi. E tantissimi sparsi tra i cespugli e le rocce. Mi sento un’intrusa, mi pare quasi di violare qualcosa di ancestrale.

Kato Zakros è un’insenatura tra le montagne. Solo qualche taverna sulla spiaggia, neppure un minimarket.   Un luogo di assoluta tranquillità e pace, senza folla. 

Kato Zakros

Anche a Kato Zakros c’è un sito minoico, privo di visitatori. (Tutte le vestigia, ovvero qualche pietra, è a  vista;  a che serve pagare il biglietto per entrare nel recinto? Vi saranno un paio di pannelli esplicativi in tutta l’area)  Vi è anche l’ingresso per la Gola dei Morti, così chiamata perché è stato ritrovato un luogo di sepolture minoico.

[A proposito di sepolture. Nel museo di Heraklion vi è un grande vaso con uno scheletro rannicchiato in posizione fetale. Anche questo sepolcro viene da Kato Zakros. Il morto nel vaso di terracotta, preambolo al ritorno nel grembo della madre terra.]

Della gola dei Morti ho percorso solo un centinaio di metri, giusto il tempo per sentire l’eco della voce tra le montagne e provare la sensazione di sentirmi smarrita.

Da Kato Zakros ci vuole quasi un’ora per arrivare a Vai beach, un altro must cretese, la spiaggia con il più esteso palmeto d’Europa. Bellissima.

Però.

Non è tanto un peccato che sia interdetto l’accesso – le palme sono rinchiuse dietro staccionate, non è più possibile passeggiarvi nel mezzo – quanto che ne sia interdetta la vista: file di ombrelloni, con le pagliarelle e pure a baldacchino, per chi ha il portafoglio largo, privano lo sguardo di una meraviglia che pure ha diritto di essere preservata dal turismo selvaggio.

Fortuna che anche qui c’è un’ampia zona di spiaggia libera dove almeno fino alle undici si può stare larghi come pascià.

E che mare incantevole!

Kato Zakros è un buon punto di appoggio per raggiungere le spiagge di Xerocambos: tante calette tutte con acqua cristallina, poca gente, facile accesso.

Meravigliosa è argilos beach. Le pareti rocciose sono ricche di argilla, con la quale ci si può impiastricciare e fare una seduta di beauty therapy assolutamente naturale e gratis.

E’ un pochino laborioso sciogliere le rocce nell’acqua, ma proprio all’inizio della spiaggia vi è una grande pietra cava nella quale è possibile raccogliere l’argilla già pronta per l’impacco.

Di tanta bellezza non ci si sazia mai.

Ma le vacanze finiscono, si deve ritornare.

Da Kato Zakros ad Heraklion ci vuole tempo, più di 3 ore. Sulla costa nord, la strada veloce con tante automobili e gli agglomerati urbani mi riavvicinano alla “normalità”. Gli edifici non finiti, i tanti finiti e abbandonati – più di un resort ho intravisto tra Sitia e Malia completamente in malora, mi intristiscono: modernità come spreco.

Restituito il catorcio all’agenzia di noleggio, all’aeroporto si paga lo scotto di due settimane di tranquillità: una bolgia infernale di persone e valigie, file dovunque, rumore. Non c’è un angolo dove sedersi. Ore di attesa per l’imbarco in una situazione di surreale affollamento.

La vacanza è davvero finita. 


domenica 29 ottobre 2023

La fredda estate nei Paesi Bassi (5) Nimega, Maastricht, Roermond.

Il castello di Doorwerth, non lontano da Nimega in Gheldria, è   in perfetto stato di ricostruzione. 

Per una fortunata circostanza la visita è capitata in una delle giornate in cui attori in costume  animano alcune stanze del castello. Parlano benissimo l’olandese. Io no.

Castel & landscape: kastel Doorwerth viene segnalato in binomio. 

Il paesaggio circostante è bellissimo, anche la strada per arrivarci, una galleria tra gli alberi.  Non c’è bisogno di conoscere la lingua per leggere il paesaggio.  Incantevole.  

Altre due grandi città dei paesi bassi: Nimega e Maastricht

Nimega è una città universitaria. Immagino tutti i ragazzi rintanati negli studentati a fare burdello: è domenica e non c’è anima viva. Le strade sono completamente deserte e cambia poco anche di lunedì, anche nella strada dello shopping.  Anche nei Paesi Bassi ad agosto le città si svuotano. Completamente.  


Forse per meglio farsi notare, i ristoranti e i bar aperti hanno tutti delle file di luci accese. 

Lanterne gialle. 

Si sorprendono del nostro ingresso  gli addetti alla visita della torre della cattedrale, la Stevenstoren: con questo tempaccio non aspettavamo nessuno, dicono. 

Ci apre il portone e ci accompagna un gentilissimo  ex professore, prodigo di spiegazioni in inglese essenziale (come parlare a bambini).

Il vento e la pioggia sono sferzanti. 

A Nimega i tetti degli edifici storici sono in ardesia, il lungofiume è in mattoni grigi, l’acqua del fiume è scura, anche il verde – e Nimega è la città più verde d’Europa, si dice -  è cupo. 

Anche a Maastricht il sole è ritroso, splende solo dopo scrosci che svuotano improvvisamente le strade. Si sta appiattiti sulle soglie dei negozi o dei palazzi, come sogliole sul fondo del mare. 

Maastricht conserva parte delle mura antiche. Mi sorprendono  finestre di abitazioni incuneate nelle feritoie delle mura. 

Da mura difensive a pareti di appartamenti. 

Da magazzino ad archivio a libreria: queste le trasformazioni della chiesa gotica dei domenicani, sconsacrata dal 1794. 

Peccato, una bellissima chiesa. Certo, meglio libreria che magazzino. Ma meglio ancora sarebbe stato biblioteca pubblica, tempio dei libri piuttosto che mercato. 

La basilica di San Servazio  - che nome, che nome, il santo della chiave - e la concorrente protestante  Sint-Janskerk dominano  una grande piazza in un angolo del quale ci sono delle strane sculture, memento del carnevale. 

Dicono che sia sentito quasi come a Rio – con travestimenti più pudici, immagino. 

Anche Maastricht è verde. 

Il parco cittadino, stadspark,  accoglie innumerevoli tipi di volatili – ci sono tanti alberi con le casette per uccelli, sculture scolpite nel legno, un triste orso con mani e piedi al posto delle zampe nei pressi di quella che un tempo era la fossa degli orsi, laghettini e fontanelle. Un luogo ameno. 

Però davvero senza sole tutto diventa triste. 

E’ forse il sole che ha  brillato senza nascondersi per alcune ore su Roermond, città di cui non conoscevo l’esistenza, a farmela sembrare bella e briosa. 

O forse anche la presenza di “trappoline per turisti”, come gli occhiali da sole giganti davanti al Muziekkoepe,  o la sedia a sdraio titanica  o la cartolina enorme in cui infilare la testa per fare la foto ricordo.  

Ma anche la bella piazza del mercato, il municipio e la torre orologio con figure che fanno girotondo ogni ora accompagnate da scampanio e musichetta. 



Un’ultima annotazione. 

Tranne che al Markthal di Rotterdam, dove la varietà etnica   è accentuatissima [si può scegliere di mangiare qualunque cosa – greco, indonesiano, cinese, messicano etc etc – preparato e servito da greci, indonesiani, cinesi, messicani etc etc],  ho notato pochissimi immigrati. 

Boh, chissà perché. 

Il semel in anno del 2023 è andato. (andò)

Il vertiginoso turbinio dei funesti  eventi mi impedisce di pensare, anzi, di programmare il prossimo. 

Il pensiero c'era già. Ah, il vicino oriente...




La fredda estate nei Paesi Bassi. (1)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (2)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (3)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (4)