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martedì 7 ottobre 2014

C'e del marcio in Danimarca.

Nessuna comunità umana può essere libera dalla meschinità, dall’ambizione, dal sacro principio di inculare il prossimo (vita mea mors tua). 
Fraternitè, libertè egalitè sono parole meravigliosamente utopiche. 
Epperò quanta quanta quanta speranza che si possano realizzare in terra. 
Spesso così si sta, sospesi tra realismo cinico e pia illusione.

Le ONLUS, ad esempio. Organizzazioni Non Lucrative di Utilità Sociale. 
Ah, se non ci fossero, chi si occuperebbe dei disagiati, degli ultimi, dei poveri, dei malati, del recupero dei carcerati, dei minori abbandonati, degli immigrati, di tutti gli scamazzati? 
[in uno Stato di diritto se ne dovrebbe occupare lo Stato]
Il sospetto che molte ONLUS nascondano dietro la facciata dell’utilità sociale un microcosmo di arrubbamienti e nepotismi serpeggia nella maldicenza popolare: 
co cazz che faccio ‘o versamento, chiossape addò vann a firnì overamente ‘e sord” 

Che meschinità, davvero. 
Se si pensa che ci sono tanti gggiovani e meno gggiovani che dedicano energie e impegno, sacrificando all’idea del bene sociale e della legalità (minchia, ne ho fino sopra i capelli di sta parola) notti e giorni, ore e ore… 
Se si pensa che c’è chi 

“non dimentica di sporcarsi le mani, metterci la faccia, mettere testa, di non tirarsi indietro, senza se e senza ma, e di guardare avanti, costruire futuro, speranza, e la memoria che si fa impegno, a piccoli passi ma con molta forza, e la fatica, il cammino, il primato della persona, soprattutto la condivisone, un cammino di condivisione, condivisione da costruire, senza se e senza ma, appunto, e il morso che ti permette di lavorare senza stipendio, la frustra dell’oltre, e sì, anche il passo lento del montanaro, e i muri che parlano e restituiscono memoria, dalla sede dei Piedi e dai beni confiscati, e soprattutto la legalità, e sempre la memoria. “ 

Se si pensa. 
(una litania di parole che suonano come l’oro di bologna)

Luca Rastello, con il suo libro I buoni, vuole sfatare uno degli ultimi tabù che il mondo occidentale conserva riguardo i “buoni”, a cui affidiamo il sostegno morale o economico lavandoci la coscienza: mostra la grettezza, la meschinità, la violenza, la sopraffazione che circola nelle maglie dei sistemi e delle gerarchie delle ONLUS.
La quarta di copertina dice che Rastello ha lavorato per il “Gruppo Abele”, ha diretto delle riviste ad esso legate. 
E’ uno che lo conosce dal di dentro, il mondo delle ONLUS. 
Non è difficile sovrapporre il personaggio di Don Silvano, l’uomo santo con il maglione consumato che ha tra le sue collaboratrici ex puttane e che guida le fila di svariate organizzazioni, cooperative, associazioni, tutte riconducibili al suo “progetto”, a don Ciotti (e per qualche sfumatura di costume anche a don Gallo, le rock star e De Andrè). 
E allora mi chiedo perché Rastello non abbia scritto un’inchiesta vera, piuttosto che un romanzo che parte bene, che permette di soffermarsi e riflettere su cose significative (la visibilità necessaria, ad esempio, sta cazza di rete senza la quale pare che niente possa realizzarsi, dimenticando che il vero bene è invisibile agli occhi, e non ha bisogno di striscioni e di manifesti, e che rabbia pensare a quei poveri cristi dei volontari che ci credono veramente e sono pedine di perfide scalate, scaricabili senza manco l'intervento dei sindacati, addò sta scritto che i volontari tengono diritti?), e che sarebbe potuto essere un vero romanzo di denuncia, ma poi tracima nell’epilogo escatologico? 
(Adrian, il re degli sniffatori di colla del sottosuolo slavo che si trasforma in giustiziere violento guidato dalla parola di Dio, ma insomma)

In questo modo il carattere ”eversivo” della denuncia si diluisce in una sorta di “pettegolezzo”, buono soltanto ad alimentare il cinismo popolare. 
(e anche il mio, naturalmente) 
Avrebbe potuto scrivere un libro coraggioso, coraggiosissimo. 
Ma non l’ha fatto, non è andato fino in fondo. 
Non ha avuto il coraggio di dire nomi e cognomi, dati, fatti, circostanze. 
(chi è Delfino?)
E' un romanzo livoroso, rancoroso, come se l'autore non fosse riuscito a far decantare un'acredine personale, e questa "rabbia" in
 eccesso rende meno credibile il Je accuse.
Penso sia stata un’occasione sprecata. 

(In ogni caso, gli anacoreti fanno la migliore scelta umana possibile)