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sabato 1 aprile 2017

La confraternita dell'uva, ovvero la Coscienza di Henry.

Primo sottotitolo: La coscienza di Henry. Focus su La morte di mio padre.
Secondo sottotitolo: Padre padrone.
Terzo sottotitolo: La famigghia.
(Potrei continuare ad libitum: da Mazz e panell fanno i figli belli a Parenti serpenti.)

La storia è narrata in prima persona da Henry Molise, cinquantenne scrittore apparentemente smarcato da molti anni dall’asfittico “imperio” dei genitori: a venti anni lascia il focolare materno e la fornace paterna.
(Alter ego dello scrittore John Fante)

Sai che cos’è un uomo? Un uomo lavora. Suda. Scava. Martella. Costruisce. Prende un po’ di dollari e li mette da parte. Senti chi parla, ironizzavo io. Non c’era risposta per quel dago da trivio, per quel wop abruzzese di umili origini, per quel bruto d’un bifolco, quel ruzzolamerda, quel leccaculi.
Il wop abruzzese etc è il padre, Nick Molise.
Nick martella, costruisce, si ubriaca, sperpera i soldi al gioco e picchia la moglie.
Un campione di moralità e tenerezza.

Henry è chiamato a casa dal fratello per sedare una situazione scottante – il paventato divorzio dei genitori, [e chi si  tiene papà il babbo??], ma credo soprattutto per fare in modo che un po’ di acido affetto genitoriale ricada su di lui, l’unico figlio ad essersi realmente emancipato dagli intingoli di mammà e dalle carocchiate di papà, 
Henry si ritrova incastrato nell’ultima irragionevole volontà paterna: costruire un affumicatoio in montagna con il suo aiuto come manovale.
La fatica, il coma diabetico e l’ultima colossale bevuta nella vigna di Angelo Musso coi suoi “confratelli” conducono il vecchio Molise al tavuto, e la inconsolabile vedova a stare quieta.
Non mi diceva mai niente. Ogni sera mi chiedevo se sarebbe tornato a casa. E ora è finita. Non mi devo più preoccupare. So dov’è.”

Non è solo un libro sul conflitto generazionale, e sul gap che l’integrazione produce tra immigrati di prima e seconda generazione [adesso invece capita che gli immigrati di seconda generazione, perfettamente integrati, rinverdiscano il peggio della “cultura” del paese dei genitori].
E’ soprattutto un libro sulla corrosiva permanenza dei legami familiari, nonostante da questi si faccia di tutto per allontanarsi, siano essi catene, o abbracci.
Ero anch’io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quando ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio. “.

Si può non essere genitore, ma non si smette mai di essere figlio.
Si è per sempre figlio di qualcuno.
E quel qualcuno, in qualunque modo sia, lascia molto più di un corredo genetico.
Non è un libro che dimenticherò facilmente, tanto repellente e odiosa è la famiglia Molise: non solo Nick la bestia, la cui vera famiglia è quella dei compagni di bevute, la confraternita, ma pure la querula sua consorte, e i figli tutti, scrittore compreso.

[molti hanno una fortuna e un tesoro che non vengono apprezzati se non quando è troppo tardi.]