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domenica 9 settembre 2012

Mas, Anversa.


Il Mas  è un museo il cui acronomino  manco  google translate riesce a tradurre.
Museum aan de Stroom.
 E’ stato inaugurato  nel 2011, ad Anversa, nella zona portuale.
E’ un museo particolare: etnografico, antropologico e marittimo, dicono qui
Mi ha riportato ad una vita fa, quando volevo fare l’antropologa e/o museografa.
(astronauta mai)
Mi ha spinto a  ripescare tra i reperti storici della stanza delle memorie a casa di mammà i fascicoletti della tesi di laurea.
(marò, e che bibliografia immensa, cazzarola, facevo sul serio. Minchia, che terribile fine fanno i titanici sforzi. Tra la polvere)
Tutte quelle che erano  entanni fa le teorie più avanzate su cosa e come debba essere un museo di civiltà le ho viste concretizzate nel Mas.
Senza stare a peliare con le citazioni bibliografiche (e mò saranno pure obsolete,  tant’è, il tempo del sapere si fermò poco dopo),  e prima che mi torni lo sturbo da fallimento di ideali, ritorno coi passi della memoria alle impressioni della visita.
Sbucando da una strada laterale, il gigantesco fungo rosa con le  vetrate  a canna d’organo ha un impatto visivo straordinario.
Immagino la goduria degli architetti.
La struttura, che riempie buona parte della darsena, non è costituita dalla sola  torre. Vi sono una piazza, degli edifici coi porticati e sullo scivolo vascello in legno giocano bambini accompagnati da madri in minigonna e da madri in burka.
La caffetteria al piano terra, almeno negli spazi aperti,  è affollatissima.
Il biglietto, concretizzato da un braccialetto di carta che le hostess del botteghino  chiudono attorno al polso dei visitatori paganti, permette l’accesso ad alcune sale.
Per il resto, l’entrata è libera.
Al nono piano c’è un ristorante, e al decimo la terrazza panoramica.
Ho pensato che per guardare il panorama della città a 360°, a Parigi si può salire sulla tour Montparnasse, pagando  13 euro per farsi schizzare in alto da un ascensore ultramoderno.
Vabbuò che sono un’esagerazione di piani, però.
Al  Mas,  il panorama della città è bene pubblico gratuito.


Al secondo piano della torre, accesso free,  stoccati  in vetrine, in scaffali protetti da griglie di metallo, in cassetti e mobili apribili, ci sono oggetti che non hanno  trovato ancora una  collocazione museografica.
(un'enorme quantità)
C’è la qualunque: armi, acquerelli, teiere, maschere tribali, burattini, vasi, carte geografiche, giocattoli,  manufatti artistici e artigianali di ogni genere e provenienza,  diligentemente inventariati ed  etichettati.
Non ci sono polvere e ragnatele, né segreti.
Il deposito visibile a tutti.
(Uammamà.)



Al primo piano  vi è la sala delle esposizioni temporanee che  ospita opere di  artisti contemporanei.
In realtà tutte le pareti interne degli spazi  non espositivi  del museo sono “graffittate”,  anche quelle che costeggiano  le scale mobili.
(sarei rimasta ore a guardare di piano in piano i murales da un lato e la città oltre i vetri ondulati – in alto ma come sotto il mare - dall’altro)
Poi  ci sono gli spazi museali veri e propri, quelli a cui si accede solo se portatori di braccialetto.
Ogni piano della collezione permanente apre ad  percorso tematico:  Simboli del potere, Porti del mondo e comunicazioni (il Mas ha acquisito la collezione del museo del mare che era all’interno del castello di Anversa), Città e case,  Vita e morte.
Gli oggetti rappresentano  luoghi e tempi diversissimi e gli allestimenti  sono di forte impatto emotivo e scenografico.
Ad esempio, al quarto piano, il percorso dedicato ai simboli del potere e del prestigio,  comincia in uno spazio circolare in cui schermi al plasma rimandano immagini del potere dell’ultimo secolo, dalle facce di Kennedy e di Breznev, alle marce delle SS, alle riprese documentarie delle guerre del Golfo, in un turbinio e  sovrapporsi angosciante di  voci e rumori e immagini.
Tra i simboli del potere, la collezione espone anche i braccialetti di conchiglia dei kula delle isole Trobriand.
Alla fine del percorso, ogni sala ha delle postazioni pc dove è possibile fare ricerche e approfondimenti sugli oggetti esposti, una libreria con testi specifici sul percorso fatto (ma  anche libri illustrati o di favole per bambini annoiati ma diligenti) e comodi divani.
E ancora degli spazi ludici:  al piano dedicato ai porti e alla comunicazione,  è possibile scrivere un messaggio e metterlo in una bottiglia da lasciare, all’uscita, in grandi vasche contenenti sabbia.
Messaggi, ça va sans dire, tutti in neerlandese.
Questa è l’unica nota dolente. 
La lingua. 
Va bene che è un museo della e per la città.
Va bene che i fiamminghi ci tengono assai alla  propria specificità linguistica.
Però, cavolo, almeno in un museo così attraente anche per chi viene da fuori, oltre ai depliant d’ingresso, si dovrebbe prevedere la traduzione delle note che “spiegano” oggetti e allestimenti, non dico in tutte le lingue, ma almeno in inglese, ecco.
Altrimenti vedi, guardi, fai ohhh, e non capisci manco alla lontana che è.







Come capita di fronte a questa saletta,  incastrata nel percorso sui porti, tra velieri e  carte nautiche.