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giovedì 7 novembre 2013

Epigoni

Pensavo  che Cristina Peri Rossi  fosse una giovane autrice italiana, invece è una scrittrice e giornalista  uruguayana.
Le informazioni in rete sono quasi tutte in lingua spagnola, sicchè chi vuole saperne di più è edotto sul fatto che o  si conosce lo spagnolo o  ci si accontenta di una traduzione googliana.

Il museo degli sforzi inutili è l’unico testo della Peri Rossi  tradotto in italiano, in un tempo anche piuttosto remoto,  nel 1990.
E’ una raccolta di racconti, tutti piuttosto brevi  e assai eterogenei,  per timbro più che per temi.
I temi sono quelli cari alla  ormai tradizionale vena dell’assurdo tipica di una certa letteratura sudamericana:  ossessioni,  discrepanze, rotture, incapacità di adeguarsi  alla realtà. 
In poche righe la Peri Rossi mette in  campo  situazioni paradossali o decisamente surreali, come quella in cui un uomo, trovata  tra l’immondizia una porta di legno, se la trascina in casa, la cura, la posiziona in modo che possa guardare il paesaggio dalla finestra, la usa come ascoltatore della storia della sua vita: Parlare al muro è il titolo del racconto.  
In realtà, più che un'esponente generica del filone del realismo magico,  la Peri Rossi è nello specifico un epigono di Cortàzar. 
La pulce è saltata immediatamente al naso sul titolo di uno dei racconti, Istruzioni per scendere dal letto, omaggio - e non plagio, che non vi è alcuna possibilità di paragone - alle istruzioni contenute nelle Storie di Cronopios e  di famas
(Ho scoperto poi  che  l’autrice ha anche dedicato un saggio al suo “maestro” e amico 

Cristina Peri Rossi sta a Cortàzar come Francesco Boneri  sta al Caravaggio.
Non tutti i racconti hanno  la stessa capacità di “sfondamento”,  molti sanno di esercizietto.
Quelli davvero interessanti si distinguono per la prevalenza dello  sguardo ironico  che pur sembrando  bonario, rivela la spietatezza della realtà che è sottesa:  l’Urlo di Tarzan,  Punto Fermo,  La pecora ribelle e  Bandiere.
E forse si erge, sopra tutti,  Storia d’amore
Molto poco ironico, anzi, totalmente tragico. 
(e ça va sans dire, declinabile anche al femminile)
Colpita da una irrefrenabile mania da amanuense informatizzata,  mi sono presa la briga di ricopiarlo, per  il passante che abbia  voglia  di curiosare. 


Storia d'amore - Cristina Peri Rossi (da "Il museo degli Sforzi Inutili)

Disse che mi amava e mi donò la sua vita. 
All’inizio, io mi sentii lusingato – era la prima volta che mi succedeva -, ma poi cominciai ad avvertire un dolore alla schiena. Non esistono vite leggere. Sono tutte difficili da portare. Poiché sono docile ed obbediente, calzai bene il pesante fardello sulle spalle e mi diressi, senza esitare, verso la montagna.  Talvolta la sua vita mi sfregava le scapole, in cerca di equilibrio, e io sentivo un bruciore sulla pelle, che si arrossava e si screpolava. Quando un fianco mi doleva troppo, inarcavo il dorso e cercavo di spostare il peso sull’altro. 
Non avevo ancora percorso la prima parte del cammino quando notai che una delle mie costole  cambiava di posto, venendo a conficcarsi nel mio stomaco. Allora mi allarmai, cercai di disfarmi del carico, ma lei dichiarò solennemente che mi amava, e mi si accomodò meglio sulle spalle. 
Con la costola piantata nello stomaco, era difficile mangiare e muoversi, ma per fortuna scoprii un nuovo di respirare, in due movimenti, il primo lento e non molto profondo, il secondo più deciso, che mi permetteva di continuare a camminare. Osservai come, lungo il tragitto, molta gente si fermasse per congratularsi con me: si era sparsa la notizia del suo amore e io ero diventato relativamente famoso. I miei piedi sanguinavano e rinunciai alle scarpe. Desiderai, come le enormi tartarughe marine, di possedere una corazza che mi proteggesse la schiena.
Sotto il peso della sua vita, io avanzavo chino. Ormai non vedevo più il cielo , né le alte cime degli alberi, né gli uccelli che solcano l’aria, né le fugaci farfalle dei giorni di tempesta. Certo, a volte provavo una forte nostalgia delle nuvole e dell’arcobaleno, ma mi abituai a camminare curvo, a guardare solo le cose che si muovevano rasoterra. 
All’inizio quando mi fermavo a bere presso un ruscello cristallino o a riposare un po’, lei accettava che io depositassi per breve tempo la sua vita a terra (mangiavo e bevevo sorvegliandola attentamente  perché non si perdesse o non se la portasse via uno sconosciuto). Così , mi prendevo un po’ di riposo. Ma un giorno, quando camminavamo già da un bel pezzo, mi annunciò la sua decisione di non separarsi mai più da me. Non potei alzare lo sguardo e guardarla, per via del peso, ma capii ugualmente l’ostinazione del suo proposito. La risoluzione, a quanto mi disse, nasceva dal profondo amore per me. Avevo la schiena incurvata, le gambe che mi tremavano, i piedi scorticati e le costole, ribelli, che si spostavano continuamente, ma avevo l’esclusiva del suo amore. “Non potrà continuare a starmi incollata, se io non voglio”, pensai, mentre con un movimento delle spalle mi assestavo meglio il carico.  La montagna era ormai prossima e la temibile ascesa sarebbe cominciata da un momento all’altro. “Che lo voglia o meno – mi dicevo -  potrò sempre sbarazzarmi un istante di lei per bere o dormire, anche se piange, grida o fa finta di essere malata: basterà scrollare le spalle perché cada”. Tuttavia mi sbagliavo: quando cercai di scrollarmela di dosso per poggiarla un momento a terra, mi accorsi che non potevo farlo. I suoi organi vitali, durante quel tratto di strada, avevano cominciato a secernere un liquido giallognolo, una sostanza cornea che raggrumandosi sulla mia schiena, l’aveva definitivamente unita  a me. Con l’ostinazione cieca del naufrago cercai di rompere la dura crosta che ci univa. “E’ inutile, -disse lei, proprio sui miei reni. – Il mio amore è eterno, indissolubile, indistruttibile. Dai miei seni emana questo zampillo che raggiungendoti  si solidifica e dal mio utero fluisce questo metalloo che aderisce alle tue costole”. “Ormai non ci separeremo più”, aggiunse, trionfante. 
Invano mi scrollai, cercando di liberarmi dal peso: ottenni solo di stancarmi di più. Infatti,  come quelle torpide lumache che avanzano lentamente con il loro guscio addosso, a ogni mio movimento trasportavo, senza volere, anche lei. Pensai di avvicinarmi alla montagna e sbattere brutalmente il mio carico contro la pietra dura, insonne; ma subito capii che mi sarei sfracellato anche io, come una fiera impazzita. 
Sicchè cominciai l’ascesa. Le secrezioni dei suoi organi erano sempre più frequenti; quei liquidi appiccicosi mi scorrevano sulle mani, intorpidendomi le dita; formavano spesse pellicole adesive che univano diverse parti del corpo fra di loro, così la difficoltà di camminare aumentava. Sentivo fluire sulle spalle le sue secrezioni, che rafforzavano sempre più la crosta che ci univa. 
La notte ero esausto e dormivo in modo discontinuo, bagnato dai liquidi che a intervalli regolari sgorgavano dalle sue ascelle, dai suoi pori, dalle sue gambe.
Un mattino mi svegliai con la bocca completamente otturata da un tessuto colloso, giallognolo, di solida consistenza, che non mi consentiva di parlare; compresi che, agitandosi nel sonno, aveva sprigionato quelle fibre cartilaginee che si erano indurite sulle mie labbra. Lottai per spezzare il guscio, ma fu impossibile: ora procedevo muto sulla montagna. 
L’ascesa è difficile. Sono sempre più curvo. Lungo il cammino non vedo nessuno. Non si tratta soltanto della solitudine dei luoghi o dei rischi della montagna: quand’anche passasse qualcuno non lo vedrei, piegato come sono per il peso. D’altra parte, la mia fama si è spenta: credo che nessuno mi riconoscerebbe, con le ossa di fuori, macilento e pieno di croste teguminose. 
La fine del viaggio mi preoccupa: la cima della montagna è molto lontana e non riuscirò mai a raggiungerla. Inoltre sono, o almeno sembro, molto vecchio. So che morirò e ho cercato di farglielo capire: sono sempre più magro, i miei piedi sono ormai scarnificati, le ossa mi spuntano dalle piaghe che ho nel corpo. Siccome non posso parlare (né mangiare) per via della crosta, gliel’ho detto a gesti. Lei mi ha subito consolato. “Ti amo, - mi ha detto, - ti ho offerto la mia vita. Come potresti non darmi la tua?”