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venerdì 2 maggio 2014

Abitare il vento

Nell’impeto accumulatorio, comprai tra i tanti altri usati sul Libraccio, usato come nuovo, anche Abitare il vento di Sebastiano Vassalli.
[Vana è sempre la mia speranza di trovare traccia:  ogni volta che compro un libro usato non posso fare a meno di chiedermi chi l’abbia posseduto, perché lo abbia venduto, e mi piacerebbe trovare un segno, una presenza del passaggio, una sfoglia  di carta velina o un petalo secco, cose così, oh yes.]
Lo tenevo sotto il  pilone dei leggituri, pensando a qualcosa di poetico assai, associando il Vassalli alla uallarite intellettuale.
E neanche  so o  neanche mi ricordo il motivo del  pre-giudizio,  dato che de La Chimera, letto quando ancora non sapevo leggere,  ho  ancora un bellissimo ricordo.
Vabbuò, comunque sto libricino  è passato dal pilone alle mani.
E son rimasta sorpresa.

Protagonista è Antonio Cristiano Rigotti detto Cris,  cavaliere errante amico di tutte e di tante, appassionato di nigmistica, di Salvatore Quasimodo e delle parole in rima (ho fatto il liceo classico prima del sessantotto io – dice lui).

Ha 28 anni, l’errante, gli ultimi passati in carcere  per associazione sovversiva a mano armata, e i prossimi, se ci fossero stati, li avrebbe passati in carcere ugualmente, per sequestro di persona – poveraccio di un Diarrea - a scopo di estorsione per conto di  un’ organizzazione terroristica astratta  e fumosa quanto la sua ideologia politica. 
Astratta e fumosa forse non sono termini giusti, per definire l’ideologia  dell’errante.
Il credo, la sottomissione e la fiducia massima  sono  verso Il Grande Proletario, che
“Nulla disdegna pur di adempire il suo terreno mandato. Un istante: e il Grande Proletario è diritto, eretto, desnudato, sciabolante, eccitante, entrante.
Un’ideologia del cazzo nel senso letterale del termine.  

Ma  anche il Grande Proletario tradisce, e si riduce a un piccolo borghese, traditore  fedigrafo, come se non bastasse  tutto il resto, i carebbinieri  alle calcagna e la terra bruciata attorno.

Questa di abitare il vento ragazzi è l’ispirazione fondamentale-segreta della mia erranza da esteta e tutto il resto son balle, bischero universale e tutto, l’ombra di un ombra di un rutto. E caldamente vorrei dire anzi cantare le lodi dell’erranza, adesso. Perché ragazzi l’erranza è una romanza oppure una pietanza, a scelta. E’ una cosa aguzza e svelta di cuore. E’ un amore ridotto all’osso. E’ un Grande Proletario lanciato verso i presenti-futuri come una sonda, un vettore. E’ un vivere via, dal tempo o dall’ideologia, a scelta.  Così io son diventato errante nel mio dopogalera in fiore il giorno che mi sono detto Cris, ricordati che non c’è gnente al mondo di più rotondo del Grande Proletario, e che il bìschero universale farà la storia ma è brutto oppure la fa male, chiaro? Il giorno che ho capito tutto. “

Povero Cris.
Poveraccia e disgraziata una generazione di ribelli, quella  di cui il cavaliere errante è emblema, quella che ha segnato gli anni di piombo in Italia.
Il romanzo è del 1978.
E’ impressionante la capacità di Vassalli di demitizzare e demistificare comportamenti e meccanismi negli  stessi anni in cui ancora  esercitavano  delle attrattive,  attraverso la creazione di un personaggio detestabile  ma nello stesso tempo   commovente nella sua ingenua baldanzosità, nel suo vuoto pneumatico, nel suo vitalismo prigioniero, utilizzando un linguaggio lontano mille miglia dalla mitopoiesi  degli opuscoli e dei volantini.
Nella nota all’edizione del 2008, Vassalli dice, a proposito del suo personaggio:
La sua follia, che non appartiene soltanto a lui ma che in Italia fu il “male di vivere” della sua generazione, lo porta a (…) ribellarsi contro qualcosa che non si capisce bene cosa sia: forse la società dei consumi, o forse il destino. Non c’è, per i giovani italiani degli anni Settanta, l’esperienza della guerra in Vietnam come per i giovani americani; non c’è il Muro di Berlino che incombe su di loro, come sui coetanei tedeschi. La loro ribellione è una ribellione metafisica, contro il nulla, e però può spingerli ad atti concreti di terrorismo come assaltare un supermercato o sequestrare una persona. Può spingerli a sparare e ad uccidere. (…)
Dietro le ideologie farneticanti degli anni Settanta c’era, in profondità, un’estetica barocca di distruzione e di morte (…)”.

Non so fino a che punto sia esatta questa chiave di lettura, ma certo è che
il terrorismo, di qualunque colore e forma, fu ed è  estetica di distruzione e morte.


Cosa cova sotto le ceneri del presente?