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giovedì 31 agosto 2017

Breizh con parentesi (6). Morbihan: Vannes, Brocéliande, Guéhenno, Sarzeau.

L'appartamento è proprio sull’oceano, a Sarzeau. 
Vue magnifique diceva l’annuncio, ed è meglio di quanto mi aspettassi. 
L’avevo scelta apposta – ma manco un bagno ci facciamo? E che vacanza estiva è? – avendo letto da qualche parte che il golfo di Morbihan vanta il clima migliore di tutta la Bretagna,  perciò è la meta preferita, insieme alla Costa Azzurra, per le vacanze balneari  dei francesi.
Due grosse vetrate, il patio coperto e piastrellato, il giardino, il viottolo, il muretto, la spiaggia smisurata e l’oceano.
Ma piove, mannaggia. 
E appena spunta il sole, il vento incalza.
Sfuma il giro del golfo in barca ma anche il sogno di  sdraiarsi sulla spiaggia per una  giornata di relax (ma anche mezza).
Eccheccazz. 
L’armamentario di costumi-asciugamani-protezione solare-occhialini-maschere e tubi, un inutile fardello a far ingombro nel bagagliaio. 
Non resta che munirsi di ombrello – e felpe -  e fare qualche giretto nei dintorni, scoprire il dipartimento del Morbihan, “l’esprit sud de la Bretagne”. 
[Segni di insofferenza e insubordinazione da parte di alcuni membri dell’equipaggio.]


Vannes è il capoluogo del Dipartimento. 
Una bellissima città, incastonata in fondo al golfo, al quale è collegata da un bacino stretto e lungo, un canale  in cui sono ormeggiate centinaia  di barche. 
(ma quando prendono il mare aperto? A dicembre forse?)
Al centro storico si può accedere dal porto, attraversando la porta Saint Vincent. 
Ancora case a graticcio, ma non solo.  








Gli edifici di diverse  epoche  e caratteristiche architettoniche sono uno accanto all’altro, senza che ciò crei disarmonia.


E’ bello affacciarsi  dalle mura medioevali e abbracciare con lo sguardo i  giardini dei remparts. 
Bellissimi e curatissimi. 


Ah, naturalmente anche Vannes può fregiarsi di etichette, ben due: Città di Arte e Storia e Città fiorita. 
A ragion veduta, però. 
E’ la più dinamica e movimentata tra le città bretoni che ho visitato finora. 
[scommetto che qualche ristorante o bistrot  resta aperto la sera anche oltre le nove]


E dopo Vannes? Il viaggio è agli sgoccioli, c’è ancora una giornata da dedicare alle escursioni. 
La Gacilly e Rochefort-en-Terre, o Lorient con il suo Festival Interceltico, o la foresta di Paimpont?
La scelta cade sulla Brocéliande o foresta di Paimpont, culla delle leggende arturiane, custode delle  mitologie celtiche. 
Sticazzi. 
Scenografia, artificio, fumo, fuffa. 
La strada per arrivare a Paimpont è costeggiata da altissimi e fittissimi alberi, e ha delle “salite” e “discese” simpatiche  assai. 
Paimpont è piuttosto anonima, tranne nel tratto che porta all’ufficio turistico che si differenzia dal resto del villaggio per l’abbondanza di negozi di souvenir con tutta la paccottiglia elfi folletti fate in vetroresina, spade  e cappelli a punta. 
Annessa all’ufficio turistico  vi è la Porte des Secrets, alcune stanze allestite in stile  similgardaland dove in luogo dell’ambientazione piratesca o egiziana vi sono “scenografie” rimandanti al ciclo arturiano e alle leggende celtiche. 
 E’ il punto di partenza per “esplorare” la foresta:   l’Ufficio del turismo propone vari percorsi.
Si intraprende la Balade poetique au bord de l’eau. 

Un giro di 4 chilometri attorno allo stagno di Paimpont, allietato da diversivi quali passerelle con tronchi mobili o elementi decorativi (come definirli non saprei) che si fondono nel bosco. 
Gli altri percorsi  prevedono lo spostamento in auto fino ai parcheggi preposti e poi “passeggiate”  nella foresta alla ricerca di  luoghi mitici: la tomba di Merlino, la fontana della giovinezza,  l’albero d’oro e la chiesa del Graal, che non ho visto, e chiossape che mi sono persa. 
Credo un sasso, un sasso nello stagno, un albero dipinto di oro, e una chiesa di pietra come tutte le chiese bretoni, considerato il resto. 



Il resto è il Castello di Comper  sul lago  di Viviane.
Viviane è la dama che consegna ad Artù la spada Excalibur o seduce  il Mago Merlino e che ha un cuofano di altre caratteristiche a seconda del tipo di leggenda, e quella della Broceliande vuole la sua residenza ultima proprio nel lago del castello.  
Il Castello di Comper, che è  privato, nell’aspetto attuale non ha proprio nulla che possa rimandare al ciclo bretone. 
Del nucleo originario del XII secolo non è rimasta che qualche pietra. Una residenza nobiliare ottocentesca attorniata da mura ricostruite, all’interno delle quali vi sono un laghetto e un parco. 
Il  castello ospita il Centre de l’Imaginaire Arthurien, un ibrido tra museo didattico e mostra spettacolo, con manichini vestiti da Viviane e Artù e vetrine con armature e armamentari medioevaleggianti. 
I pannelli e le informazioni sono in francese ed in inglese, ma non mi sembrano gran cosa.  
In una vetrina vi sono tre spade: l’attribuzione al possessore è un significativo  campanello d’allarme.

Certo, a conoscere il francese si può seguire la narrazione fatta dai ragazzi impegnati nelle visite guidate, che “recitano” qualcosa, accompagnati anche dalla musica. 


Ah, mannaggia. 
La musica è protagonista del festival interceltico di Lorient, occasione perduta.
Almeno la tarantella per arrivare alla foresta dell’imbrosatura è servita a vedere uno dei calvari bretoni, quello di Guéhenno


I calvari sono tipici della Bretagna  e sono  sculture che in un solo blocco di pietra “rappresentano” tutti i momenti della passione. 
Una via crucis condensata. 
Guehenno è un paesino minuscolo perso nelle campagne. 
Poche case, il  complesso parrocchiale che comprende chiesa, cimitero e calvario, e un ufficio turistico (!) dove forniscono anche l’opuscoletto informativo in lingua italiana (!). 
Oltre noi, la sorridente ragazza dell’ufficio turistico e una signora che sistema i fiori su una tomba, non si vede altro essere umano.






Molto meglio di quello pseudo arturiano è il Castello di Suscinio
Costruito per i Duchi di Bretagna tra il XII e il XIII secolo, centro di un vasto “dominio” forestale e agricolo, con accesso al mare, venne abbandonato dal XVI secolo e fatto letteralmente a pezzi durante la rivoluzione francese. 
E’ stato oggetto  di un imponente lavoro di ristrutturazione (ricostruzione) iniziato nel 1980.  
[una sala del castello è dedicata proprio al  lavoro degli architetti e dei restauratori, ai metodi e alle tecniche]
I lavori non sono terminati ancora. 
La visita si snoda su tre livelli, in due ali separate: una è in esterna, l’altra  attraversa le sale interne. 
Nel “garde-robe de la Duchesse” vi sono degli stand con abiti e accessori a disposizione dei visitatori per i travestimenti: palandrane, veli, cappelli, cuffie, sciarpe,  mantesini, mantelle e mantelloni. 
Ho solo qualche attimo di resistenza – marò, chi si è messo in capa ‘sto cappiello – e poi mi trasformo nella serva della duchessa di bretagna, che a sentirmi nobildonna proprio non ci riesco. 
Attorno al castello, oltre il fossato, le paludi  si allungano fino all’oceano.  


La cartellonistica suggerisce  percorsi di vario tipo. 
Il tentativo di arrivare alla spiaggia naufraga sotto l’incalzare della pioggia. 

E’ tempo di rientrare, in tutti i sensi. 

[a casa, al caldo, al caos.]



I link

 Centre de l’Imaginaire Arthurien : sito ufficiale del Centro Arturiano nel Castello di Comper

Complessi parrocchiali della Bretagna:  voce di Wikipedia sui Calvari bretoni. 

La porta dei segreti  :  sito ufficiale

Castello di Suscinio : sito ufficiale

Riserva naturale del Castello di Suscinio :  mappa dei percorsi nel parco del Castello



Le tappe precedenti:

Napoli, Bolzano, TubingaBreizh con parentesi. (1) Napoli-Fortezza-Tübingen


mercoledì 30 agosto 2017

Breizh con parentesi (5). Finistére.

Finistére. 
La fine delle terre, la fine del mondo.

Della parte più orientale della Bretagna, Pont du Raz è considerato il lembo di terraferma più estremo. 
E’ “Grand site de France” e  attira un cuofano di turisti, soprattutto francesi.

Si lascia l’auto in un grande parcheggio ad alcuni chilometri in linea d’aria [per uscirne, alla fine della passeggiata,  impieghiamo 35 minuti, data la mole di auto in fila ] e a ridosso di  un luogo di “accoglienza” dove oltre all’ufficio turistico vi sono svariati negozi di souvenir e ristoranti. 



Si percorre il sentiero prevalentemente “a senso unico” fino au bout du monde, insieme ad una mappata di gente: mi sento una formica incolonnata.  
[detesto i luoghi affollati]
E più che il mare, plumbeo  come il cielo, mi piace guardare la brughiera, punteggiata di  cespugli rossi  e violacei. 
Sarà la meteoropatia, ma questo grande sito non è che mi piaccia molto. 
Rinuncio persino ad arrivare alla piattaforma in punta punta. 
Piove. 
E tira vento.
La colonna quasi compatta avota ‘a capa ‘o cavallo e si incammina sul sentiero di ritorno.


Quimper è il capoluogo del Finistère, una cittadona. 
Nel centro storico domina la Cattedrale di Saint-Corentin.

la foto non è mia. 




Entrando la cosa che colpisce è  la deviazione della navata che non è perpendicolare al presbiterio.
Una navata sbilenca.









Case a graticcio, fiori sui ponti del fiume che attraversa la città,  bandiere bretoni e triskel. 
[Sono tutti uguali questi posti! – cit.]
Ma in nessun luogo mi era capitato di incontrare una piccola banda di musicisti con la divisa da carcerato modello cartoons che suona un pezzo e senza chiedere obolo o applauso si sposta di strada in strada, di vicolo in vicolo, di piazzetta in piazzetta. 
Mi perseguitano nel mio giro turistico. 
O io perseguito loro.








Locronan ha l’etichetta di  “Petites Cités de Caractère”. 
E’ un piccolo borgo con la chiesa e le case di granito: case di pietra e fiori.
Molto carino, soprattutto all’imbrunire, coi negozi chiusi – in Bretagna si va a nanna presto - e pochissime persone in giro.
(non ci sono neanche gli addetti al parcheggio a pagamento)


Sembra di essere non solo in un altro luogo, ma anche in un altro tempo. 
Forse avrebbe meritato un’altra capatina, ma temo, fortemente temo che la magia di questa sera svanisca.
[se ci fossi venuta a luglio, avrei potuto vedere un Pardon, una festa religiosa bretone in cui si indossano gli abiti tradizionali, che a Locronan si chiama  Petit Troménie.
O potrei tornare a luglio dell’anno prossimo per  assistere alla Grande Troménie, che si svolge ogni 6 anni. 12 km di pellegrinaggio nei boschi: cristianesimo e culti celtici, sincretismo religioso che ancora r-esiste]


(Grande Troménie del 2013. La foto non è mia)





Douarnenez  è uno dei maggiori centri di pesca e di conservazione del pesce della Bretagna.

Tonno e sardine in scatola in tutte le salse.

Mi chiedo perché nei ristoranti invece non venga offerta mai una sarda fresca, arrostita al momento, come in Portogallo. 


Sull’isola Tristan è stata collocata qualche anno fa una statua bifronte che rappresenta una sardina e una donna: dalla terraferma si vede la sardina, dall’isola la donna.
Il basso coefficiente di marea rende l’isola raggiungibile  
zompando tra gli scogli scivolosi ricoperti di alghe, e violando il divieto: di fatto si può visitare solo attraverso tour guidati, ma c’è un gruppone che si è già avviato, e dunque se ci vanno loro e ci vanno pure i locali, con gli attrezzi e i secchi per raccogliere i frutti di mare…
(nell’antica fabbrica di conserve e negli altri edifici dell’isola non si entra però. 
Le guide hanno le chiavi dei cancelli, aprono le porte, fanno l’appello per far entrare i visitatori e poi le richiudono).



L’isola protegge il lungo estuario in cui sorgeva l’antico porto di cabotaggio, Port Rhu, che ora è diventato per metà un museo della navigazione. 
Un museo tra terra e acqua.

Nel centro del paese c’è il mercato settimanale. 
[Ancora.
Li becco tutti.] 
Sono carine le stradine che dal centro arrivano al porticciolo turistico, al Port du Rosmeur. 
Sono orrendi le strade che attraversano il porto mercantile e i capannoni. 
Meno male che c’è la street art.



Prima di lasciare il Finistére, ancora  due  brevi tappe: Concarneau e Pont-Aven.


Concarneau è una bella sorpresa.

Non immaginavo  Ville Close, l’isola/centro storico, così relativamente grande e  ben conservata: è proprio una piccola cittadina fortificata appoggiata sul mare. 
Stracolma di turisti, ovviamente.  




Approfitto della pioggia . immancabile, anche se la giornata promette bene. e viceversa - per fare una pausa benessere: 10 minuti coi piedi in una vasca piena di pesciolini, i garra rufa. 
E così, invece di ricordare me a Concarneau che mangio una mitica fetta di Kouign amman, la ricorderò per i pesci che magnano le pellicine dei miei piedi.



Prima di ripartire, una sosta alla plage de Cornovaille.
Vuota. 
E’ agosto, ma sembra novembre.






Non c’è nessuno neanche a praticare la pêche à pied, riguardo la quale c’è anche un gigantesco cartellone “promemoria”. 



Anche Pont-Aven è sotto un cielo metallico.


Che peccato passeggiare per il  Bois d'amour, luogo d’incontro e di ispirazione degli impressionisti, e non godere a pieno dei giochi di luce tra le foglie e il fiume. 

La Promenade du Bois d’amour è il percorso più bello da fare a Pont-Aven: un pochino si sente l’aura del luogo. 



La ville invece è straripante di botteghe di artisti, biscotterie (o galetterie?), negozi di souvenir e turisti, bisogna fare i turni per affacciarsi alla ringhiera da cui si vede il mulino immortalato da Gauguin nel quadro le lavandaie. 
[detesto i luoghi affollati]


Il viaggio prosegue ancora.
A sud, verso il golfo di Morbihan, ultima tappa dell'itinerario bretone. 



I link

Pont du Raz:  sito ufficiale

Pardon: voce di Wikipedia

lunedì 28 agosto 2017

Breizh con parentesi (4). Saint-Malo, Dinan, Cancale, Cap Frèle.



Ni français ni breton, malouin suis!” 

Saint-Malo è una città bretone “anomala”.  

Ma in fondo, checchè ne dica l’adolescente-zavorra, con il suo motto “sono tutti uguali questi posti!”,
le città, i paesi, i villaggi che ho visitato hanno tutti qualcosa in comune e tutti delle differenze: in comune oltre  la Gwenn ha du (la bandiera bianco-nera), hanno il triskel (il simbolo celtico a tre spirali intrecciate), le galettes (crepes di grano saraceno con ripieno salato), la pietra e i fiori, il clima. 
Un clima di merda, la verità. 
Mutevole, anche in estate fresco tendente al freddo grazie all’azione combinata del vento infame, piovigginoso.  
[su millanta foto, in almeno tre quarti   il cielo è grigio metallizzato o è attraversato da plumbei nuvoloni] 

E’ così che mi accoglie Saint-Malo, con  vento gelido e pioggia intermittente. 
La plage du Sillon è lunghissima e larghissima. 


Cerco riparo tra i possenti tronchi di quercia fissati nella sabbia, tutti con la stessa altezza, tutti alla stessa distanza (una palizzata ciclopica), ma sono frangiflutti, non frangivento e il mare, complice la bassa marea, è quasi sul filo dell’orizzonte. 
Non ci provo proprio ad avvicinarmi alla battigia, dove sono pronti a menarsi  i kitesurfers.
[Avere tanto mare e spiagge così belle e non potersene vedere bene, marò. 
Se i bretoni avessero anche il beneficio del clima, vivrebbero in un paradiso terrestre].
 Il cielo è solcato da un cuofano di aquiloni curvi e dai gabbiani. 
Gabbiani impertinenti e audaci. 
Davanti ai miei occhi si consuma un arrembaggio. 
Plana alle spalle, in un  fulmineo  frullare di ali. 
Un gabbiano strappa dalle mani di un ragazzo il panino che era sul punto di addentare.

E’ ancora città corsara.

Stesso giorno, spiaggia du Sillon qualche ora dopo.

Prima di entrare in Intra-Muros,  passo per un bassin, un bacino di carenaggio, una delle “piscine" che accolgono le attività portuali mercantili e di riparazione navi. 
Il cuore/occhio della città  protetto da possenti mura e prolungato verso l’Oceano,  nasconde i container, le gru, i magazzini del  porto mercantile. 
E’ più romantico pensare che  un tempo nascondeva i pirati. 
In Intra-Muros, affollata di gente, piena di negozi eleganti e ristoranti,  mangio l’ hot-dog bretone – il primo di una lunga serie - ,  la galette-saucisse, una crepe di grano saraceno che avvolge una salsiccia. 
Buonissimo ed economico street-food.

La passeggiata sui remparts è d’obbligo. Solo dalla città fortificata si accede alla spiaggia del buon Soccorso, che ha una piscina di acqua di mare costruita negli anni trenta del secolo scorso per consentire ai bagnanti di nuotare anche con la bassa marea. 
Non piove più, è comparso il sole, ma nella piscina non c’è manco un’anima. 
Si va alla Grand Bé, l’isola  nella quale è sepolto Chateaubriand   e che con la bassa marea diventa una penisola. 
E’ incredibile quanto possa proteggere dal vento la Grand Bé!
Riparata dallo scoglione, con la città davanti ai miei occhi riesco persino a liberarmi della giacca e della felpa e a sentirmi al mare, d’estate. 
Proprio mentre la beatitudine sta per raggiungere il  culmine – sto per liberarmi persino della maglietta a maniche lunghe – un fischio. 
Due, tre. 
Realizzo al quarto fischio unito a parole urlate in francese e in inglese  e a sbracciamenti.
Un addetto alla sicurezza fa smobilitare tutti. 
Il mare avanza, bisogna immediatamente abbandonare l’isola. 
Con tutte le mappatelle in mano – e la busta con le cozze raccolte in luogo delle conchiglie - si torna sulla terraferma.  
A vista d’occhio la spiaggia si restringe. 
L’ultimo gruppetto di persone che lascia la Grand Bé lo fa con i piedi a mollo e le onde che sciacquettano sulle cosce.


Ho perso la marea di Mont-Saint-Michel, ma questo  spettacolo ripaga in parte.  

La stessa meraviglia  mi assale a Cancale, piccola cittadina specializzata nell’ostricultura a pochi chilometri di distanza. 
L’alternarsi di bassa e alta marea trasmuta i luoghi e li rende fascinosissimi. 
Tantissime barche ancorate sulla sabbia,  sembrano relitti.


Penso ai pescatori che regolano il loro lavoro sui ritmi delle maree, oltre che sui capricci delle onde.  

Oltre il porto de la houle, quasi a ridosso della falesia, c’è il mercato delle ostriche: a me sembrano tutte uguali, invece evidentemente la differenza c’è, non è solo di prezzo che varia in base alla misura.



Le bancarelle sono attrezzatissime: mani svelte ed esperte aprono le ostriche e le servono sull’apposito piatto, corredato di forchettine e limone. 
Il rituale prevede l’accomodamento sul muretto, piatto ivi poggiato, strizzata di limone, degustazione con risucchio, lancio della conchiglia in mare,  restituzione di piatto e forchettina da riporre  nell’apposita  bagnarola con l'acqua.

Non ne ho mai mangiate di così buone.








Dinan è una cittadina assai rispondente all’immagine che avevo delle cittadine bretoni: case a graticcio, artisti di strada che indossano abiti medioevali e suonano melodie pseudoceltiche, triskel diffusi. 
Molto carina, con un’appendice costituita da molte casette coi tetti di ardesia che si adagia sul fiume Rance.


C’è il mercato nella place du Champ Clos. Oltre alle bancarelle di cazettielli e mutande, di pentole e tegami, di verdure frutta salami e formaggi, ce ne sono moltissime di magnatoria pronta al consumo: dalla paella al cous cous, dalle galettes al pollo fritto con patate. 
Una multiculturalità che mi commuove e mi provoca una voragine nello stomaco a cui rimedio con una galette complete, mentre il resto dell’equipaggio si lancia su altre ghiottionerie.


Cap Fréhel mi ha ricordato l’Irlanda, le scogliere di Moher. 
Non sono così alte e spettacolari le falesie bretoni, ma si passeggia sulla brughiera proprio a ridosso dei precipizi, accompagnati dallo stridio di centinaia di gabbiani che nidificano tra le rocce.



Il faro di Cap Frèhel si vede  da Fort La Latte
E’ un castello medioevale convertito dopo qualche secolo  in fortezza militare. 
Si accede attraversando un bellissimo viale  fiorito, ricco di piante di ogni tipo, una sorta di piccolo giardino botanico che è proprietà privata, come il monumento.
Il panorama è incantevole.



Anche la fortezza è bella, con i ponti levatoi, le torrette, il forno per fondere le palle di cannone, la chiesetta, il torrione la cui ultima salita si fa in esterna, salendo  una gradinata  ripidissima sulla cupola, servendosi di una corda come passamano. 
(l’ascesa finale me la sono risparmiata)
Tuttavia.
Un pò come nel castello di Lichtenstein,  mi sono sentita come un’ospite – pagante – a cui è stato generosamente concesso di entrare nel cortile di una casa nobiliare. 
Quello che viene affittato per gli eventi. 
(il castello/fortezza è stato anche set cinematografico)
Se dovessi tornare, mi fermerei prima del botteghino. 

Il viaggio in Bretagna continua. 
Si va alla fine del mondo, nel Finistère.




Le tappe precedenti: :

Napoli, Bolzano, TubingaBreizh con parentesi. (1) Napoli-Fortezza-Tübingen

Foresta Nera : Breizh con parentesi. (2) Schwarzwald: Schiltach, Triberg, Gengenbach.

Mont Saint Michel : Breizh con parentesi. (3) Sainte-Menehould, Mont-Saint-Michel, Mont-Dol.


Le tappe successive:

Douarnenez,  Concarnerau, Pont-AvenBreizh con parentesi (5). Finistére

Vannes, Paimpont : Breizh con parentesi (6). Morbihan: Vannes, Brocéliande, Guéhenno, Sarzeau



sabato 26 agosto 2017

Breizh con parentesi. (3) Sainte-Menehould, Mont-Saint-Michel, Mont-Dol.

E’ pur sempre una vacanza, stare al volante per più di 6 ore al giorno – esclusi imprevisti quali traffico immotivato, strade scassate o lavori in corso con conseguente rallentamento   della circolazione, intalliamenti a bordo carreggiata o in stazioni di servizio, che le soste pipì e pappa sono state considerate nella tabella di marcia – è una follia. 
Dunque per “spezzare” il lungo percorso dalla Germania alla Bretagna, dopo aver preso in considerazione svariatissime ipotesi, tutte con il vincolo di  porsi in approssimativa equidistanza tra una tappa e l’altra – Reims no, poi ci passi e non stai almeno un  giorno? -  si opta, un po’ a caso, un po’ a mazzo, per la sosta in una piccola cittadina nella regione dello Champagne che ha il pregio di situarsi  a pochi chilometri dall’autostrada e di offrire più di una scelta alberghiera non costosa e carina:  Sainte-Menehould


Scopro che la maisentitanominare Sainte-Menehould si fregia dell’etichetta di Piccola città di carattere, etichetta  da non confondersi con quella di Villaggi e città di carattere, o con quella di  Città fiorita, o con quella di Città e paesi d’Arte e di Storia, o con la denominazione Village d’etape.

[Sta cosa delle etichette mi perplime. La maggior parte sono rilasciate dal Ministero del Turismo in presenza di determinati requisiti, quali la ricettività alberghiera, l’ecosostenibilità etc etc. 
Quasi tutte le località che ho visitato hanno una delle suddette etichette. 
Da un lato mi indispone  il fatto che i francesi – già durante il viaggio in Provenza avevo fatto le stesse considerazioni – si vendano benissimo, la cacata per pepita d’oro, dall’altro penso che gli italiani dovrebbero guardare con occhi più attenti alle politiche turistiche dei vicini di casa,  perché le etichette in qualche modo contribuiscono a migliorare effettivamente l’esistente. 
E’ una questione di orgoglio. 
Pure nei buchi di culo ci sono gli uffici turistici: accoglienti, efficienti, organizzati]

La cittadina è carina, la piazza principale è proprio bella, ma la cosa notevole ha a che fare con la gastronomia: pied de porc à la Sainte-Menehould, una ricetta tradizionale antichissima apprezzata anche da re Luigi XVI.
Del maiale si mangia tutto, ma mai avrei pensato che si potessero mangiare pure le ossa.
Vous mangez tout – ci avvisa il cameriere, accompagnando le parole con eloquenti gesti delle mani e  servendoci una specie di sacchetta cosparsa di pangrattato, in cui sono ben visibili le unghie. 
Sollevata la cotenna, spuntano le ossa bianche. 
Ma quante ce ne sono in un piede di porco?? 
La parte carnosa non c’è. 
Cotenna,  strato di grasso e ossa. 
Provo a tagliarle con il coltello. 
Non si tagliano. 
Il mio ardimentoso compagno sperimenta la masticatura. 
Le ossa si masticano. 
E’ stranissimo, l’impressione è quella di sgranocchiare una nocciolina tostata (neanche le nocciole si tagliano con il coltello), il sapore non riesco a definirlo, prevale un’untuosità generica. 
Una volta, due, tre. 
Infilo in bocca, mastico e ingoio. 
Alla quarta la ridda di voci nella testa si scatena. 
Me lo sono portato il maloox? E le pillole contro la diarrea? Marò, manco nei lager la gente si magnava le ossa. Manco i cannibali si magnano le ossa. I cani magnano le ossa. Mi sento un cane. 
Desisto. 
Meno male che il vino è buono, la bottiglia finisce in un battibaleno. 
Ah, l’identità. 
Il piede di porco per me è lo zampone  con le lenticchie oppure   ‘o père e o’musso con il limone*.
[non mangerò mai le cavallette]

Il viaggio in autostrada può essere molto monotono, soprattutto se tutt’intorno non c’è un caizer da vedere. 
Per ovviare a questo inconveniente, sull’A4, nel tratto da Sainte-Menehoud a Parigi,  sono stati messi in atto dei diversivi:  forme  colorate, collocate poco oltre i cigli stradali,   colpiscono l’attenzione dei viaggiatori. 
Il tempo di dire che sono tutte queste palle? e  si supera  la composizione di sfere in un nanosecondo, dopo qualche chilometro arrivano i triangoli, e poi i rettangoli, i rombi,  e le palle alternate alle forme piane. 
Per una mezzora il tempo passa veloce. 


Mont-Saint Michel è in Normandia,  ma il suo profilo a torta con candelina si vede dalla parte bretone della baia. 

E’ iperturistica e iperaffollata, le Mont Saint Michel. 
Non potrebbe essere altrimenti, data la sua straordinarietà.
(la navetta che congiunge il monte con il parcheggio, 7 minuti in alternativa ai 2 km a piedi, è affollata come la metro napoletana linea 1 o il tram 28 di Lisbona nell’ora di punta, e aspettare una corsa non risolve granchè, dato il numero sempre impressionante di turisti in attesa sulla banchina.  
E piove.)
Un po’ mi dispiace di aver visto solo il monte e non il monte diventare isola. 
Il coefficiente di marea è basso,  non sarebbe bastato invertire l’ordine del percorso, avrei dovuto proprio far slittare la data di inizio e fine viaggio. 
Ma anche così, con la sterminata sabbia paludosa a far da contorno, è  uno spettacolo. 
Immagino l’impressione che, in altri tempi,  doveva fare ai pellegrini che vi giungevano. 
Imponente, verticale, una lancia verso il cielo, a volte irraggiungibile.
Un po’ mi dispiace non poter fare la traversata a piedi nella baia fino all’isolotto di Tombelaine, sperimentare le sabbie mobili. 
Ma l’agenzia con cui avevo prenotato il tour ha annullato la passeggiata, e un po’ son contenta perché piove  e stare a piedi nudi nella fanghiglia  gelata con la temperatura esterna a 10°  non sarebbe stato proprio esaltante. 
[già coi piedi nelle scarpe e sull’acciottolato mi cionco dal freddo]

In alternativa si fa il giro del borgo – sgomitando tra la marea umana di turisti  – la scarpinata sui remparts  e la visita dell’abbazia. 
Questa è davvero un fuori programma perché, secondo il sito ufficiale che avevo consultato,  l’orario di apertura  termina alle 19,00. 
Quasi  due ore dopo l’orario ultimo di ingresso riportato scopro che si può entrare e godere della visita notturna. 
Di certo si perdono l’aura sacra – e chi se ne frega – e  la precisa visione architettonica, ma la fascinazione è notevole. 
Non comprendo bene quale sia il filo conduttore degli allestimenti, uno spettacolo di suoni, luci e ombre, proiezioni sui muri: c’entrano gli uccelli, il disfacimento. 
Mi piace, mi piace molto. Suggestivo assai. 
(non tutti i mali vengono per nuocere)




Il viaggio nella Bretagna vera e propria comincia con Saint Malo, la città corsara. 


Ma prima di arrivarci, si fa breve sosta in un altro piccolo villaggio, Mont-Dol
E’ Bretagna, ma di fatto è molto più vicino a le Mont Saint-Michel. 
Ancora un’etichetta: village d’Exception. 
Carino, si, ma  di eccezionale mi pare che non abbia proprio un cazz. 
Un mulino a vento  e un punto  panoramico da cui, condizioni meteorologiche permettendo, si dovrebbe vedere la baia. 
Sembrano discrete, ma non è che si veda granchè. 




E’ meglio il laghetto con le paperette e le ninfee. 


Ma non dimenticherò mai il cappuccino. 
Non ne ho mai bevuto uno più schifoso. 
Un bubbazzo marroncino senza ombra di schiuma dal sapore orripilante, tre euro e cinquanta e venti minuti di attesa. 








Città corsara, accoglimi! 




I link.

*‘o père e o’musso  voce di Wikipedia.

Abbazia di Saint Michel: Sito ufficiale

Mer et terr oir: Sito di Virginie Morel, guida autorizzata della Baia, visita della baia.







venerdì 15 agosto 2014

Hispanic trip: Albi e Carcassonne (8)

Sulla strada del ritorno verso casa, si fa sosta in Francia.
Un colpo d’occhio su altre due cittadine medioevali.
Carcassonne e Albi  hanno molto in comune,  il catarismo e la sua repressione, ad esempio.
Quello che ora le differenzia in modo radicale è il modo di vivere il centro storico.

Albi, anzi Albì 
[memento:  non c’era verso di far pronunciare alla nonna mia Piazza Cavour come si pronuncia, ovvero Cavoùr. Era sempre piazza Càvour, anzi, la verità proprio, da bambina l’ho sempre sentita dire così, con l’accento sbagliato. 
Ecco, come la nonna mia, col cavolo che riesco a dire Albì. Mi viene sempre piana, come parola]


Il centro storico è nella città. L’ospedale è a pochi passi dalle mura, l’enorme parcheggio è gratuito tranne che per poche piazzole. 
Ci sono due negozi di souvenir sulla strada di fronte alla cattedrale (e basta).
C’è un passeggio  tranquillo e rilassato.
(e anche una buonissima  panetteria che fa una quiche strepitosa)
Cattedrale di Santa Cecilia

Il palazzo della Berbie  e la Cattedrale di Santa Cecilia (la più grande  costruzione in mattoni al mondo, si dice) sono la testimonianza del potere della chiesa che s’impone sugli eretici.
Non dubito che l’effetto intimorente dovesse avere una risonanza molto più forte, nel 1200. 
Tra grattaciali e ascensori e attici, ora le altezze mica impressionano tanto, eppure la sua imponenza è ancora capace di strappare un oooohh.


La cattedrale sembra l’albero di fagioli della fiaba dark di  Jack, e fili dì erba  le casette medioevali.





Il palazzo della Berbie (bìsbia in occitano è vescovo) ospita il museo Henri de Toulouse-Lautrec.
Moltissimi schizzi, disegni, ritratti .
[che mano nervosa, che segno guizzante]
E' emozionante confrontare l’opera finita con gli studi di colore e di forma, tra cui spiccano il dipinto e le tavole preparatorie di
“Al Salon di rue des Moulins”.
[e i manifesti.
Adoro i manifesti di Toulouse Lautrec, la contaminazione con il l’arte giapponese, con il liberty]  


Nulla ad Albì è  ingessato o respingente:  sarà il timbro caldo dei mattoni rosa, la vivacità colorata del giardino inglese del palazzo vescovile, l’allegria sprigionata  da un gruppo di ragazzi che nel chiostro  di  Saint Salvy chiacchiera, fuma, beve birra, sarà per il respiro  di Touluse Lautrec che mi sta assai simpatico, o forse sarà perché la visita  di questa città cade nella  prima giornata di sole di un luglio autunnale:  Albì mi piace proprio, ecco.


Cité di Carcassonne

La citè di Carcassonne è isolata su un’altura. La sua vista da lontano è straordinaria: una vera cittadella fortificata, con bastioni e torri. 
Fiumi di turisti vengono vomitati da bus, corriere, navette.

Dame Carcas


Ci si accalca verso la porta Narbonese, accolti dalla  faccia rubiconda di dame Carcas, (la copia del suo busto, in verità)  principessa leggendaria da cui deriva il nome della città.  
Sembra  che voglia  sfottere, questa madame.
(o fottere, forse)



Dentro le mura: negozi di souvenir, ristoranti, negozi di souvenir, gelaterie, ristoranti, negozi di souvenir, ristoranti, negozi di souvenir, e ancora e ancora. 
Eccheppalle. 
Manco lo spazio per fluire nella piazza hanno le torme di turisti, dato che i tavolini e sedie (azzeccati azzeccati)  occupano quasi tutto lo spazio.

Un mercato  nel senso peggiore del termine.
Una delusione cocente. 
Una delusione da cui mi posso riprendere solo affogandomi nel cioccolato.


O nell’ultimo dolce ricordo del viaggio (lontano da Carcassonne, in Provenza, nella dolce e profumata Provenza) una squisita tarte aux pommes tiepida e croccantina accompagnata da una soffice e fresca mousse di panna con mandorle e  freddo e cremoso gelato alla mela. 
Una delizia.
Peccato si mangi  in un battibaleno. 
Finito, è già finito.
Tutto. 




Le altre tappe: