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lunedì 1 aprile 2013

Nemesi, o della vendetta, o del rimorso.

Dice il vocabolario che la Nemesi è una punizione del destino riferita a un evento o situazione che si è svolta precedentemente.
Vendetta, ripristino dell'armonia, compensazione.
Hai avuto tanto bene? E' giusto che mò te lo sconti.
(marò, io pure tengo la mia nemesi)

E però a volte si esagera.
Prendiamo un giovanotto che pure non è che sia stato chissà quanto baciato dalla ciorta.
Una madre morta nel darlo al mondo, un padre non proprio per la quale, insomma, un mezzo fetente, mai visto nè conosciuto, epperò due nonni che pur nelle difficoltà fanno la famiglia.
Mazza e panelle, tenerezze e bambagia dalla nonna, disciplina ferrea dal nonno.
Una famiglia di certo non proprio ortodossa nel panorama della buona borghesia ebrea di Newark.
(le colpe dei padri ricadranno sui figli)

Come in "Pastorale Americana", dove il protagonista è lo Svedese ma è Zuckerman a ricostruire la sua storia, in questo romanzo di Roth  il protagonista è Eugene Cantor, detto Bucky, ma è Arnold Mesnikoff che fa in modo che la vicenda di Mr. Cantor prenda forma, in incontri avvenuti molti anni dopo, nel ‘71.
Arnold era uno dei ragazzi  del campo estivo di Newark dove nel 1944 l’epidemia di polio falciò più vittime tra i bambini che la guerra mondiale tra i soldati;  il campo in cui Mr. Cantor faceva l'animatore.
Arnie era un timido, un giocatore mediocre, uno di quelli contagiati dalla polio.

Si narrava che il primo lanciatore di giavellotto fosse stato Eracle, il grande guerriero e uccisore di mostri che, ci raccontò Mr. Cantor, era il gigantesco figlio del dio supremo dei greci, Zeus, nonché l’uomo più forte della terra.
Così era visto dai ragazzini l’istruttore che insegnava a lanciare il giavellotto e a praticare ogni tipo di sport.
Le tre D: determinazione, dedizione e disciplina, e praticamente non vi servirà altro.
Così diceva, Mr. Cantor /Ercole, capace di sopportare tutte le fatiche del mondo: un semidio.
Invece esiste un nemico che colpisce e atterra più della guerra, più della polio, più di ogni altra sciagura e disgrazia: il senso di colpa.
Non esiste fardello più pesante da sostenere che quello della propria coscienza.
Manco Ercole sarebbe riuscito a sostenerlo.
(lo so, lo so. Il mio mal di testa ne sa qualcosa)

Mr. Cantor  era stato sopraffatto dal senso di colpa, annichilito dal sentimento di vergogna per il suo fallimento, che non era più soltanto quello di non essersi potuto arruolare per la fortissima miopia, o di essere stato cresciuto dai nonni perché orfano di madre e figlio di un delinquente.
Bucky aveva fatto qualcosa che riteneva ingiusto, eppure lo aveva fatto ugualmente.
Aveva commesso, lasciando Newark per raggiungere la fidanzata in un campo estivo alle Pocono Mountains, aria salubre e fresca - il morbo lontano - un terribile errore: aveva pensato a se stesso, al suo benessere.
[sticazzi, ma senza manco pensarci mezza volta ci sarei andata]
Un semidio che si allontana, come il dio dei cieli, dai destini dei suoi figli: la bestemmia verso il dio che aveva creato la polio si ritorce su se stesso, sulla freccia avvelenata che aveva sentito di essere.
L'untore.
Bucky Cantor era ossessionato dal senso di colpa, tanto da aggiungere, alla “punizione” inflittagli nel corpo dalla malattia, la punizione auto-inflitta nell’animo, condannando se stesso all’espiazione attraverso l’allontanamento da sé degli altri e la rinuncia ad ogni ipotetica felicità.

Deve trovare una necessità a quanto è accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovare una ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio o in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore. (…) In uno come Bucky il senso di colpa potrebbe sembrare assurdo, ma in realtà è inevitabile. Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all’altezza dell’ideale che nutre dentro di sé.

Nessuno è più irrecuperabile di un bravo ragazzo che si è rovinato.

E’ quello che pensa Arnie.
E' la voce di Arnie, la cosa che forse meno ho apprezzato nel romanzo, che pure è un gran bel romanzo. 
(non lo so perchè. Forse il tono didascalico)
Arnie, che dalla malattia e dall'aumento della sensibilità verso i diversamente abili, trae invece la sua fortuna, diventando architetto specializzato nell'abbattimento delle barriere architettoniche. 
Arnie che nonostante i segni della malattia, ha una sposa e due figli dolcissimi. 
Arnie che non fa di un evento tragico il marchio per la sua autodistruzione.
Ehh, la ciorta, la ciorta.
Mi rimbombano nella capocchia le parole della nonna "aiutati che dio ti aiuta", eccerto, se non mi aiuto da sola hai voglia di aspettare. 

Mr. Cantor sembra sconfitto due volte, eppure vi è una specie di tragica grandezza nella sua autoflagellazione, nella sua autoesclusione dalla vita.
“Fai solo la cosa giusta, la cosa giusta, la cosa giusta e la cosa giusta. Mille volte la cosa giusta. Cerchi di essere oculato, di essere ragionevole, di essere premuroso. E poi succede questo. Qual è allora il senso della vita?"

E’ inutile farsi domande a cui non esiste risposta, domande che generano solo altre infinite domande. 
Ad esempio  su qual è cosa giusta.
Questo è il problema. 
Magari riuscissimo a sapere qual è veramente la cosa giusta da fare, senza dover provare rimorsi o rimpianti.