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mercoledì 19 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Sei: Vienna

Secondo la  meticolosa e paranoica organizzazione del viaggio, nel percorso tra Cracovia e Vienna ci sarebbe dovuta essere una piccola deviazione con breve sosta agli Alvernia Studios, di  cui avevo visto sul web delle foto innamorandomene repente.

Cracovia ufo
Avevo rinunciato  all’idea di mandare mail per impetrare una visita degli interni – e in che cazz di lingua parlo, se mi dicono di sì?? , ma contavo almeno di immortalarmi all’esterno – è domenica! parcheggio sgombro da auto! nessuno al lavoro, condizione ideale! – per poter poi spararmi la posa di essere stata nella base spaziale di una colonia di venusiani, approfittando di una frattura spazio/temporale.  
(elloso…)
Già in andata – seppur  di sfuggita, un’epifania -  la vista del complesso dall’autostrada aveva un po’ turbato le aspettative: a distanza più o meno ravvicinata  non è propriamente ammaliante come nelle foto. 
Ah, le foto abbellenti!
Una trappola e un inganno.
Già avevo fatto i conti con il castello di Neuschwanstein.
Bellissimo sì, ma non stupefacente  come appare ripreso nello scenario autunnale, o nel luccicchio della neve invernale: in realtà prevale un imponente grigio.  
(il grillo parlante che alberga dentro di me fa le capriole) 
Il mostruoso ritardo sulla tabella di marcia – eccheccazz, siamo in vacanza, putessim durmì almeno fino alle 9,00?? – e  l’inzallanimiento del navigatore che preferisce le strade sterrate di campagna alle nuove bretelle similautostrada ci mettono il carico da 11.
Niente foto con ufo. 
Però mi dispiace lo stesso, soprattutto perché non posso scamazzare il grillo, in mancanza di verifica esaustiva in loco.

Vienna è principesca. 
Marmi bianchi, statue, fregi, ori, giardini, fontane, pompa magna a profusione.
Oro a profusione anche nelle espressioni artistiche della Secessione, dall’omonimo  Palazzo alle opere di Klimt.
Vienna è cultura, soprattutto musei. 
I biglietti costano una cifra blu, è necessario fare una selezione. 
Due su una mappata. 
(e se i due sono come la mappata, si è perso parecchio, eh)
Il MuseumsQuartier, che si estende alle spalle degli  imponenti edifici che ora sono Museo di Storia Naturale e Museo della Storia dell’Arte, è fighissimo.
 Nel cortile interno, dove ci sono caffè e localini, e   strane panchine e installazioni artistiche, bazzica una variegata fauna composta per un quarto da bambini, per un quarto da turisti, e per la  restante metà da  artisti e artistoidi, forse anche turisti artisti e artistoidi.
Panorama dal museo Leopold
Il museo Leopold è  Schiele & friends.
Soprattutto Schiele. 
Un pazzo, ma quanto amo il suo tratto nervoso!
Dopo la ricostruzione dello studio del pittore, c’è una sala meditativa. 
Si accede salendo qualche scalino. 
Alcuni divani rossi, e una parete interamente di vetro che permette l’osservazione dei tetti della città. 
Già stare seduti su quei divanetti – a pensare, naturalmente - forse vale il biglietto. 

Al piani superiore del Castello del Belvedere c’è Klimt.
Veramente c’è anche molto altro:  i Romantici, i Neoclassici, i Barocchi, (e il medioevo e e e ) e ancora Schiele e Kokoschka, ma nessuno se li fila. 
La ressa è per Klimt. 
Anzi, la ressa è per il  Bacio di Klimt. 
Klimt, ritratto di Josef Lewinskj
Ma io sono  attratta irresistibilmente da un paio di  tele non finite, e soprattutto da una piccolo quadro,  un soggetto che non ho mai visto né sui libri di storia dell’arte, né sul web. 
E’ il ritratto dell'attore Josef Lewinsky nel ruolo di Carlos, un personaggio del Clavigo di Goethe, dipinto da Klimt nel 1895. 
Ha un qualcosa di magnetico e inquietante, nella cornice in cui le foglie d’oro si alternano alle foglie grigie, una texture elegantissima, e nelle figure laterali che sembrano generarsi da un braciere e come nuvole sfumano. 
(un quadro metateatrale)
Klimt mi ha sorpreso per la capacità camaleontica di mutare stile e segno. 
Davanti ad un suo quadro ho pensato a Van Gogh.  


E poi sono rimasta in estatica contemplazione di una firma, una sola così, inscritta geometricamente dentro un quadrato, proprio come quelle di Schiele. 


Che devo fa, mi intrippano le “divergenze”. 





Mi piace Hulk che spadroneggia nella sala terrena del Belvedere...










... mi piace Hundertwasserhaus, la casa - ho pensato a Gaudì -  che interrompe il giallino il grigiolino il beigiolino degli edifici del quartiere con un’esplosione di colori.
Una botta di vitalità, peccato non poterne vedere gli interni, ma doversi accontentare di gironzolare nell’Undertwasser Village

Sembra di stare all’aperto stando al chiuso. C’è il bar, nella piazzetta – ahem, nello spazio  centrale, e poi tutt’attorno negozi di souvenir, e ai piani superiori negozi di souvenir…
Mi piace Hulk e mi piace l’Undertwasserhaus perché spezzano un ordine. 

Vienna mi sembra algida. 
Si va a dormire presto e non si esagera quando si beve. 
Grinzing, ad esempio. 
E’ una tappa obbligata per chi voglia provare il vino nuovo, per chi voglia vedere una Vienna agreste e bucolica a un soffio dalla metropoli. 
Cosi dicono. 
La differenza tra la metropoli e Grinzing c’è.
E l'unico posto di Vienna dove ai 5 piani regolamentari (sia che si tratti di case moderne che di edifici ottocenteschi) si sostituiscono villini e case basse.
(Grinzing era l'ex collinetta di salubrità per gli agiati)
Alle 23 è buio pesto.
Tutto tace, silenzio assoluto.  
Non so come sia  nel pomeriggio o di mattina, anche se  non credo meglio, con orde di turisti vomitati dagli autobus.
Così dicono. 
Certo è che già alle 10 di sera c'è aria di dismissione. 
Cenerentola fuggita dal ballo un’ora prima del previsto. 

Vienna la ricorderò per i tre colori: il bianco, l’oro e il nero. 
Il bianco e l’oro imperiale e il nero delle incappucciate.
Tante, tantissime donne con il velo, molte con il chador, alcune con il burka, la maggioranza con  l'hijab.
Sembrano essere più delle donne a capo scoperto. 
Eppure si fanno i selfie con i cellulari. 
Eppure sculettano manco una pin up.
Eppure passeggiano   in grupponi ridendo e occhieggiando.
Le strade attorno a Stefanplatz sono elegantissime: solo negozi grandi firme alta moda, Chanel, Gucci, Ferragamo. 
Un'incappucciata entra da Cartier. 
Mi chiedo cosa comprerà mai da ostentare al chiuso del tendone che la ricopre. 
Se i comportamenti e i bisogni sono quelli demoniacamente occidentali, che senso ha, allora, marcare esteticamente una differenza?
Ah, vero, bisogna non omologarsi. 
L’ultima immagine che si imprime, in una fresca serata nel centro di Vienna, è ancora di una donna.
Ondeggia, sotto il mantello nero finemente ricamato sul davanti, sulle maniche, sinuosa e elegante. 
Ha un viso bellissimo, un incarnato leggermente ambrato, ciglia lunghissime e fondi occhi blu contornati dal kajal.
Le labbra colorate da un rossetto lucido. 
Una bambina le tiene la mano.
Ondeggia e nell'aria si diffonde un profumo intensissimo, dolce e speziato.
(io che detesto i profumi non posso riconoscerlo, ma di sicuro non è di quelli che si sentono in giro. E’ proprio un profumo “attraente”)
La scia persiste anche quando si allontana. 
Dietro, a qualche passo, la segue un'asiatica. 
Spinge un carrozzino su cui è seduto un capriccioso bambino.
L'asiatica ha una divisa rosa con cuffietta e zoccoli olandesi anch'essi rosa.  
Due donne. 
Non credo che quella messa peggio sia la donna nascosta dal mantellone nero. 

Adesso, come prima,  le uniche vere differenze sono tra chi ha i soldi  e il potere e chi non ce li ha. 
Bianchi, neri, a stelle, a strisce, a pois. 


In manovra di riavvicinamento a casa, si attraversa la Slovenia.


Le tappe precedenti.
Uno: Lazise, lago di Garda
Due: Tirolo e Baviera
Tre: Salisburgo e dintorni
Quattro: Cesky Krumlov e Praga
Cinque: Auschwitz
Cinque: Cracovia


martedì 11 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Tre: Salisburgo, Liechtensteinklamm, fortezza di Hohenwerfen.


Salisburgo dista da Reutte poco più di 200 km. 
I primi 100 si percorrono su verdi strade curve, tra   abeti e abeti e laghi e fiumi e anse, ad un’andatura massima di 40 km orari. 
Una lentezza necessaria: la bellezza è tale che non si vorrebbe lasciarla andare via.



Salisburgo è una città natalizia, anche a 40°. 
Lo rivelano i tanti negozi che vendono palle stelle e presepietti. 
Anzi, una città festiva, che oltre ai gadget natalizi  ci sono anche le uova pasquali, che si contendono con le palle natalizie e le palle di Mozart, cioccolattini tondi sul cui involucro spicca il volto del compositore – no, non ne ho assaggiatata neanche una – il primato souveniristico.
Di Salisburgo ricorderò lo spirito musicale: molti musicisti in strada e di strada, molta programmazione di concerti (e mi sono persa anche il carillon della torre, la lentezza dei laghi, eh), molti giapponesi davanti alla casa di  Mozart concentrati a cogliere l’aura, Mozart e musica in tutte le salse, anche sotto forma di pane (pani a forma di note e di strumenti musicali). 
Ricorderò la fiumana di turisti (molti italiani) nella strada dello shopping,  la Getreidegasse.

Ricorderò i molti lucchetti sui ponti. Il ponte Staatsbrücke ne era stracolmo. 
I lucchetti, che sto detestando in modo esponenziale, li ho trovati su ogni ponte, a Cracovia, a Praga, a Maribor, dovunque. 
A Salisburgo soprattutto lucchetti rossi (natalizi?), il pezzo più esposto insieme alle palle di Mozart e alle altre palle nei negozi di souvenir (quando si dice lo spirito del capitalismo…)
Non credo  sia  tutta colpa di Moccia, che al massimo arriva a Ponte Milvio. 
Piuttosto  della globalizzazione della scemità.



Qualcosa di originale invece è la  predilezione “tirolese” per le altezze e il vuoto.

All’uscita del garage  di Glockengasse, sulla parete rocciosa del monte dei Cappuccini, proprio accanto al parcheggio, si fa free climbing.
Una recinzione alta un paio di metri in metallo  separa la parete dalla strada. Tre  ragazzi in pantaloncini e torso nudo si arrampicano come l’uomo ragno sulla roccia,  senza imbragature, senza casco.
(colti il flagrante nonostante i moniti!)


Considerazione a ritroso. 
Una montagna su cui arrampicarsi appena dietro il salotto della città non può prescindere da una “tipica” passiuncella.

ponte sospeso tirolo
Oltre il ponte sospeso “Marienbrücke” che permette di osservare il castello di Neuschwanstein stando su una gola (ahhh, vertigine!), oltre il quieto ponte sulle cime degli alberi del Walderlebniszentrum vicino Fussen,* emblematico è l’Highline 179,** il più lungo ponte sospeso per pedoni in stile tibetano, roba da Guinness dei primati. 


400 metri e passa da percorrere  ad un’altezza di 114 metri, anche in notturna. Come camminare nel cielo. 
(Sono di natura terrestre:  solo la minaccia di un temporalone ha scongiurato  la possibilità che morissi di infarto sospesa nel vuoto)


Passerelle e scalette addossate alla roccia e ponti sospesi costituiscono il percorso nella splendida forra del  Liechtenstein, Liechtensteinklamm, ad un’ottantina di km da Salisburgo. 

Di certo il salisburghese non può dirsi povero di bellezze naturalistiche, ma la forra è davvero spettacolare.
L’accesso alla gola si paga (4 euro), ma vale assolutamente la pena, perché prospettive così, nel cuore della montagna, se  non ci fosse  il percorso  -  fattibile  anche per  bradipi mollaccioni come me – e per vecchiardi con bastone, nonostante certe scalette strette strette e ripide ripide - , le  si potrebbero godere solo  essendo  uccelli, rapaci o free climbisti.
Il rombo dell’acqua è l’unico suono, un suono dalle modulazioni diverse (altro che pioggia nel pineto) fino allo scrosciare della cascata. 
Peccato per le nuvole: sicuramente il sole conferisce ai riverberi dell’acqua luccicanze e brillantezze da incanto. 

A metà strada tra la forra e Salisburgo,  la fortezza di Hohenwerfen
Arroccatissima sulla montagna, si può scegliere tra raggiungerla a piedi (non so se lungo il percorso ci siano defibrillatori, immagino di sì) o servirsi dell’ascensore che è accanto alla biglietteria. 
Una funivia, ma così verticale da meritare l’appellativo di ascensore. 
Anche nella fortezza è possibile visitare le stanze interne solo con la guida ad orari stabiliti, ogni ora esatta.
Guida tedesca, ma audioguide in tante lingue diverse (segui il gruppo ascoltando l’audioguida)



Della fortezza mi ha impressionato un particolare pulpito presente nella cappella: lo sguardo in anticipo sulla spiegazione della voce registrata  aveva già formulato ipotesi fantascientifiche, o post moderne, o vagamente horror sul braccio che spunta dal pulpito brandendo un crocifisso. 
(contro l’invasione di vampiri)


Nella fortezza è possibile assistere  alla dimostrazione del volo dei falconi, coi falconieri in abiti d’epoca: fa un certo effetto vedere  i rapaci, da quelli di piccola stazza a quelli di misura gigantesca, gli ultimi quasi aeroplani   –  è pur sempre uno show ooohhhh! -  poggiarsi docili sulle mani degli addestratori, e poi spiccare voli in verticale.
Aquiloni viventi tra il cristallo azzurro del cielo e la cartavetrosità grigia delle montagne.
A terra sembrano dei tacchini, goffi, quasi ridicoli.
Ci sono creature nate  per volare.


Per  avere un’idea della storia della fortezza (e della vena ironica tirolese, che mi ha davvero sorpreso), si faccia clic sul video:





Dopo una notte di assoluto ristoro in un luogo di Heidiana memoria, si riparte, direzione Praga.







Qui le tappe precedenti:
Uno, Lazise, lago di Garda
Due, Tirolo e Baviera

lunedì 10 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Due: Tirolo, Castello di Neuschwanstein in Baviera

Perché proprio il castello di Neuschwanstein e non qualche altra fortezza, il Tirolo in generale, la Baviera in generale (uh, Monaco! Ci si sarebbe potuti allungare fino a Monaco!),  un parco naturale,  un pizzo di montagna qualunque? 
Sempre colpa di google maps e  delle foto che osservo vivisezionando  tragitti  e itinerari possibili.  
Mi  infatuai, affatai, ‘nnammurai, delle immagini del castello turrito e merlato  che ha ispirato il logo della Walt Disney pictures. 
(Il grillo parlante che alberga dentro di me mi bacchetta ricordandomi che le foto, soprattutto quelle professionali, o quelle ritoccate impupazzate iperfiltrate, abbelliscono fin troppo la realtà. 
E vabbuò, dovrò sforzarmi di ascoltarlo, il maledetto)

Dal lago di Garda con l’autostrada del Brennero si tira fino in Austria. 
Il paesaggio muta, diventa inequivocabilmente montano.
Compaiono  le case coi tetti  spioventi e i balconcini di legno e le chiese con i campanili rossi o bruni dalla punta lunghissima. 
(missili verso il cielo)

Tra un paesiello e l’altro faranno a gara a chi ce l’ha più lungo (il campanile della chiesa, dico).

Il passaggio tra Italia e Austria non è segnato da dogane, controlli, fermi. 
Solo avvisi minacciosi – Vignette!! Attenzione!! -- Vignette!! Ultimo avvertimento!! – e non avrei potuto ignorarli anche ammesso che non avessi saputo del contrassegno da accattare e azzeccare sul vetro della macchina per percorrere le autostrade.

Tre piccole note tirolesi prima del castello.

Breitenwang

1) Nel Tirolo  sono sicuramente molto religiosi. Non è solo per i campanili esagerati. Sulle pareti esterne delle case,  sono  dipinte scene sacre o immagini di madonne e santi, inserite in cornici floreali o geometriche. 
A Reutte e  Breitenwang ci sono tante case dalle facciate dipinte.
Sono belle. 


2) Non solo in Tirolo, ma  anche in Repubblica Ceca e in Polonia, ognuno dorme e si avvolge per sé, anche nei letti matrimoniali.  Innanzitutto niente lenzuola. Talvolta solo il coprimaterasso, e poi piumini. 
Rigorosamente singoli anche sui letti a due piazze.  
(ma quando fa freddo è così bello fare due in uno sotto la capannina calduccia. Poi si dice che è fandonia la freddezza solipsistica di certi europei)


3) Vienna esclusa, in Tirolo e nel Salisburghese un certo tipo di water riscuote un discreto successo. 
Nella tazza c’è un avvallamento,  come un bacile interno, una specie di conca dove staziona l’acqua. 
Fa un po’ schifo, perché tutto quello che viene  deposto resta  ben visibile e presente fino a quando – il più in fretta possibile – non viene azionato lo scarico.
In principio pensavo che fosse un vezzo esclusivo della proprietaria dell’appartamento, o una ributtante espressione di bidè incorporato nel water.  
Siffatti prodotti ceramici si trovano nei ristoranti, nelle stazioni di servizio, fino a Salisburgo. 
Ho scoperto che è una questione legata all’igiene (sic), perché il depositato, appoggiandosi sulla conca dove c’è l’acqua, viene poi tirato via più velocemente dallo scarico, senza  lasciare tracce. 
E vabbuò. 
Vale il discorso per cui il bidè non è necessario. 
(distorsioni)


Il Castello di Neuschwanstein  è in Baviera (il Tirolo tedesco). Venti minuti da Reutte, come tra Italia e Austria il passaggio di frontiera è inesistente. 
(non c’è frontiera o confine, ecco) 
Hohenschwangau, la località dove si comprano i  biglietti per accedere al castello, è solo un piccolo agglomerato  di alberghi ristoranti  negozi di souvenir sorti attorno all’attrazione. 
(Meno male che non si è fatto base qui, nel villaggio per turisti.)
L’accesso agli spazi esterni del castello, ai sentieri,  alle amene terrazze panoramiche è gratuito, mentre la visita delle sale interne è possibile non solo previo pagamento, ma anche solo tramite visita guidata.
(Si entra in gruppi compatti con la guida. Tempi e marcia stabilite. Nessuna dispersione individuale.)
Ore nove, mi metto in fila per i biglietti. Il display indica una visita in italiano alle ore 11. 
Il tempo passa, la fila si muove moooolto lentamente. 
Quando arrivo allo sportello, dopo mezzora, la visita in italiano è slittata alle 14. 
Evidentemente non ci sono italiani desiderosi di visitare il castello. 
(e le audioguide in lingua diversa dall’inglese e dal tedesco? Boh, nessuna indicazione)
Opto per la visita in lingua inglese, contando sulla traduzione collaborativa familiare. 
(una parola la capisci tu e mezza io).

Il percorso breve dalla biglietteria al castello dura 40 minuti a piedi, così almeno c’è scritto sull’opuscolo con il tracciato del tragitto. 
Penso che l’abbiano calcolato come media tra salita e discesa:  si arriva in cima con le cosce a molliccione. 
Fino ad una certa altezza, dove ci sono bar e ristoranti, e anche un defibrillatore, si può scegliere di usufruire del trasporto in calesse, a pagamento (resta poi un’altra ventina di minuti da fare a piedi). 
Ma tutto sommato la passeggiata non è sgradevole: la strada è in notevole pendenza ma gli alberi danno conforto e ombra. 
Si sale, cercando di evitare le carrozzelle coi cavalli (enormi), le cacate (gigantesche anch'esse) con nugoli di mosche, le torme schiamazzanti di giapponesi che corrono con tacchetti e ombrellino o in mise da manga (mi chiedo se sono i manga a imitare i giapponesi o viceversa, tuta di acetato sotto e golfino rosa ricamato e merletti sopra) e le Volkswagen  sfreccianti dei dipendenti dei punti ristoro.

I giapponesi sono statisticamente l'80% dei visitatori (ma si accontentano dell’esterno).
Il castello di Neuschwanstein, il castello del cigno, il memoriale delle saghe germaniche e del medioevo. 
E’ il sogno di un re pazzo, Ludovico II di Baviera, amante di Wagner e della mitologia,  costruito dalla seconda metà dell’800. 
Ludovico II  era davvero fuori di testa: la sua camera da letto è un’angusta stanza, claustrofobicissima, con un catafalco, un sarcofago al posto del letto (a una piazza:  se fossi stata un re mi sarei fatta fare un letto a tre piazze e l’avrei fatto posizionare davanti ad  una finestra gigante, il panorama ai miei piedi). 
Né aria né luce, scuro buio, come la micro cappella annessa. 
Però la stanza che riproduce una grotta,  ha una veranda dove la magnificenza del paesaggio  rianima sorprendentemente.
Belle sono le cucine,  dove sono conservati anche un sacco di strumenti da lavoro, padelle pentole, stampini.
Dopo la visita ci si può fermare al ristorante (prezzi esorbitanti), o a vedere la riproduzione virtuale di quello che sarebbe dovuto essere il castello, perché di fatto non è finito (Ludovico II venne internato prima che potesse dar fondo a tutti i denari reali).
Alla fine, senza manco bisogno della traduzione cooperativa, ho capito che le cose che ha detto la guida (un giovanottino, proprio) - faceva gli occhi di pazzo, l’unico tocco teatrale alla sua narrazione monocorde e sintetica - sono  meno di quelle che si possono leggere su Wikipedia o sul sito del castello. 
Se qualcuno mi chiedesse se è proprio indispensabile vedere una volta nella vita il castello di Walt Disney (Ludovico II si sta contorcendo nella tomba) direi di no. 
La visita dell’interno non vale la spesa del biglietto. 
E’  sincopata e riguarda pochissime stanze. (Valgono gli spazi esterni, e Marienbrücke, il ponte sospeso: senza spese, file, biglietti, prenotazioni, incombenze…)
Quella delle stanze forse  è  meglio farla virtualmente.

http://www.neuschwanstein.de/ital/castello/visita.htm






Di ritorno dal castello, passeggiata a  Fussen.

Di notevole, oltre ai particolari edifici e alla bella piazza, i negozi che vendono abiti tradizionali. 
Non solo negozietti (almeno 4), ma anche un grande store, un similOviesse, con una larghissima scelta di modelli e colori per donna, uomo e bambino. 
Non credo che li indossino solo gli addetti ai servizi turistici, o che siano venduti come souvenir: troppi e troppa varietà. 
Quanto vorrei avere il coraggio di comprarne uno e di indossarlo per andare a passeggio! 
Ma l’imbarazzo della scelta - sono tutti deliziosi, non riesco a decidere quale - mi  solleva dall’impasse. Non so scegliere dunque niente.





E ora verso Est, verso il Salisburghese. 


Qui, a Lazise, la tappa precedente.