Visualizzazione post con etichetta Barcellona. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Barcellona. Mostra tutti i post

venerdì 1 agosto 2014

Hispanic Trip: Barcellona e Gaudì (3)

Antoni Gaudí y Cornet.

Lui, il mistico laico, finito sotto il primo tram (ahh, la modernità) e scambiato per un pezzente, chiossape se avrebbe mai immaginato di incarnare, anni dopo,  lo spirito della città. A cosa mai si ispirano i souvenir di Barcellona, le salamandre e tutti i patacchielli  coi mosaici multicolori e le guglie etcetera etcetera?
Certo ha avuto la fortuna di una committenza coraggiosa, che gli ha permesso di osare l’inosabile e di non lesinare sulla preziosità e la varietà dei materiali (penso ai Güell).

L’ aspetto di Gaudì che mi affascina di più non è il simbolismo, l’ascetismo e tutti gli ismi connessi.
E’ nella visionarietà  che  diventa concreta e che gli permette di modellare materie che sembrano poco prestarsi alla duttilità, è  l’uomo faber, che piega e torce metalli e pietre, e non soltanto per un fine estetico o etico o simbolico, ma funzionale. 
Forse per questo, tra le cose che ha fatto e che ho visto, ho trovato meraviglioso Palazzo  Güell
Così austero e cupo all’esterno, luminoso dentro per un gioco di prospettive, specchi, squarci, soluzioni tecniche e artigianali straordinarie.
L’opera di Gaudì è la prova manifesta che il bizzarro e la fantasia non sono incompatibili con la funzionalità e il senso pratico,  con l'ergonomia. ( il paradosso: il surrealismo razionalista).
Il mio sguardo ignorante  è certamente stato influenzato dalla audioguida che conduce alla scoperta degli spazi del palazzo, un percorso fatto con grande cura. 
Prezzo del biglietto pagato con grande soddisfazione.

Non altrettanto entusiasmante  è stata la visita alla Casa Batllò
Essa è straordinaria, ma  la “visita audioguidata” mi ha indisposto abbastanza.
1200 euro, il più "contenuto"
Mi hanno infastidito  il continuo richiamo al carattere privato dello spazio,  il riferimento ripetuto enne volte alla  boutique dove acquistare oggetti e mobili ispirati ai disegni originali “ ad un prezzo assolutamente contenuto “  [sticazzi, contenuto per chi?],  il prezzo esagerato del biglietto (21,5 euro),  la ripetitività e inutilità delle spiegazioni – “lasciatevi trasportare dalle sensazioni , osservate i particolari delle maniglie e delle porte … “ -  e la numerosità  dei  sorveglianti  manco ci si trovasse al cospetto del tesoro della regina lasciato privo di protezione.
(per non dire dell’orrore della foto ricordo scattata, su invito delle hostess, affacciandosi ad una finestrella del terrazzo,  come quelle che  ritraggono  passeggeri urlanti  sui tronchi  in discesa nei più cafoneschi parchi divertimento)

Del resto, i proprietari covano bene la loro gallina dalle uova d’oro, affittando per eventi le sale, il terrazzo, e tutti gli spazi “vuoti” della casa. 
Insomma, più che godere della visita (fantasmagorica è l’aggettivo più adatto  a casa Batllò), mi sono intossicata pensando che la fruizione delle opere d’arte  a queste condizioni mi pare un mercimonio esagerato.
Per motivi diversi mi sono rifiutata di entrare nella Sagrada Familia
Fare una fila mostruosa sotto la pioggia, versare 18 euro per visitare un luogo di culto??? Giammai!
Vabbuò che sono atea, e dunque mi spetterebbe pagare perché il mio interesse non ha alcunchè di mistico, e una chiesa o un palazzo reale o un museo hanno lo stesso “peso culturale”,  ma poniamo il caso che un pellegrinaggio dell’anima (marò) mi abbia condotto ad ammirare l’architetto di Dio all’opera, per sentire lo slancio e l’afflato che lo pervadeva, per innalzare sguardo e preghiera nella scala verso il cielo, è cosa buona e giusta fare una via crucis di fila, pagare,  e attendere,  una volta che ho in mano l’agognato biglietto, il turno per entrare?
(eh, perché stampigliato sul biglietto c’è l’orario di entrata, sicchè può anche capitare di fare tre ore di fila prebiglietto e due o più ore di attesa post. 
Acquistando su internet si risparmia la coda, ma si è vincolati all’orario, e metti un accidente, un incidente, un ritardo…)
Anche l’aspetto cantiere aperto, con gru e impalcature, teli e tendoni, muri in cemento e betoniere hanno contribuito, oltre alla fila alla pioggia alle questioni di principio a demotivarmi. 
(la nuova fabbrica di sanpietro e facimm a chi mette ‘acoppa.)

Anche il biglietto per entrare nell’area monumentale di Parc Güell  reca l’orario di ingresso. 
(né un minuto prima, né un minuto dopo l’arco di tempo lungo mezzora durante il quale è concesso l’accesso).
E non so quanto valga la pena, poiché la vera bellezza del parco è il parco stesso,  la  vista della città che si stende ai suoi piedi, il verde e i colonnati e le gallerie che echeggiano  dei suoni prodotti dai musicisti di strada - ma  bravi, bravissimi;  la vera bellezza è ascoltare  un violinista, un vero virtuoso,  sotto  le arcate  e tra le  colonne di pietra  ritorte come fusti di albero, tanta gente e silenzio di parole e di fiati, solo la voce vibrante dell’archetto sulle corde, un incanto. 
Però se si vuole la fotografia di rito con la mitica salamandra, l’archetipo di tutti i souvenir,  è d’obbligo l’ingresso nell’area monumentale: si fa a pugni con i giapponesi che dita a V monopolizzano la scultura, e si procede. 

Verso la Navarra.




Le altre tappe: 

lunedì 28 luglio 2014

Hispanic trip: Barcellona.(2)

Barcellona ha la vocazione della capitale.

Il primo impatto è con un traffico congestionato,  sensi  unici che inzamano continuamente  il navigatore,  semafori e scatti o arresti improvvisi e repenti, fiumi di persone che attraversano compatte. 
(eh, le regole e le strisce!)
Barcellona è come potrebbe essere  Napoli (e come Napoli non sarà mai). 

Il cuore di Barcellona, un rettangolo compreso tra la Rambla, il lungomare, Via Laietana e piazza Catalunya (Si dice mi pare ‘na  piazza di spagna  per dire di una piazza immensa: tale è la piazza Catalunya), è tutto bello. 
Mi sembra inutile descrivere chiese monumenti strade quartieri.
(internet se ne cade di informazioni)
E allora, come al solito, note sparse e disordinate.

Paella
E’ il secondo impatto con la città.  
Fantasmagorica (per la prima sono stata assai fortunata), e ancora mi rammarico  di non aver acquistato una paellera sul loco.
La paella non è solo un piatto tipico: è festa, è socializzazione. 
(spesso nei ristoranti la servono minimo per due persone,  certo  solo per una questione economica e pratica, ma mi piace pensare che non sia soltanto così. Si mangia  dalla stessa caccavella, almeno si preleva dalla stessa caccavella).

In dei giardinetti del quartiere Gracia, un’associazione ha organizzato una magnata collettiva: un lungo tavolato composto da tavolini da campeggio, piatti e bicchieri di carta, e una paella smisurata. 
Eh, mi sarebbe piaciuto assai condividere il pasto. 
(Non sarebbe stato come papparla al ristorante)
Ma chi non vuole capire, lingua a parte, non capisce. 
Vabbuò la socializzazione e la festa, ma solo inter nos, non con gli estranei, ecco.






Metropolitana.
Tante linee, non affollate come quelle francesi;  corse puntuali e  ravvicinatissime,  i tempi di attesa (almeno per la L3) non superano i tre minuti,  sicchè davvero  usare la macchina per arrivare al centro  è inutile. 
(i parcheggi costano cari assai)
Tuttavia, un punto negativo ce l’hanno.  Chiudono a mezzanotte,  anzi,  un quarto a mezzanotte già i cancelli vengono  serrati. 
Chi è dentro  fa l’ultimo viaggio, chi è fuori si arrangia  (o fa movida fino all’alba o s’attacca all’autobus o ferma il taxi).
Fare ehi, ehi, infilarsi tra i cancelli aspettando i molliconi (chi l’avrebbe mai detto, uno slancio che manco Mennea) è un'esperienza. (per la movida fino all’alba non ho l’età)

Boqueria
La Boqueria  è il mercato coperto situato  a metà della Rambla, un tripudio di colori, di odori, una vera meraviglia per gli occhi (e anche per il palato, dirò poi), eppure nasconde  una stranezza  che ancora mi turba. 
Mi sono chiesta come sia possibile che  con tanto pesce esposto sui banchi,  teste mozzate nelle bacinelle,  viscere gettate nei contenitori di polistirolo, non vi sia  neanche una mosca. 
Neanche una.
E’ un mistero  davvero, anche perché non si può dire che vi sia un clima tale da inibire lo svolazzo moschifero.
Alla Boqueria  si può bighellonare e assaggiare qualcosa: come resistere alle macedonia di frutta a pezzi grossi messa in bicchieroni di plastica o  a snack più sostanziosi?
Non resisto né alla frutta né ai cuppetielli con fettine di salame, di prosciutto, di tocchetti di salamino e agli spiedini con 6 tipi diversi di salumi tra cui due cubetti di una specie di patè compatto: butifarra, scopro, blanca e rossa. 
Buonissima.
Ahem, quella rossa è tale per l'aggiunta di sangre. 
Sangue???
Bandito fu dal sanguinaccio napoletano,  eppure,  a non saperlo che di sangue si tratta,  che cosa saporita è la butifarra rossa!





Mappa turistica.
Gli uffici turistici ne diffondono a bizzeffe.  Utili, certo, ma anche  taaaanto  imprecise. 
Orientarsi diventa un busillis. 
I nomi degli edifici e delle strade  stampati alla sanfransò:  ho girato a vuoto  enne volte essendo alle spalle di quello che cercavo. 
E ancora: la distanza tra la fermata della linea  3 Drassanes alla spiaggia della Barcelloneta sembra breve.
E invece cazzarola è  esagerata! 
Non si arriva mai, e fortuna che  ci sono gli alberi,  i chioschetti  e  varie altre forme di intrattenimento  che rendono meno maratonico il percorso. 


La Rambla, fino al mare
La immaginavo come una strada tortuosa e incassata nei palazzi (immaginavo Spaccanapoli, perché hai voglia a consultare google immagini, dal vero le cose fanno tutto un altro effetto), invece è un enorme e affollatissimo stradone attraversato soprattutto in discesa verso il mare da un cuofano di persone. Ai lati della rambla le strade per i veicoli e ai lati  delle strade per i veicoli  marciapiedi larghi e infiniti negozi.
Uno stradone a cinque corsie di cui la centrale abnorme.  
Una figata. 
E male ho fatto a fidarmi di chi mi avvertiva di mariuoli e borseggiatori  presenti come funghi: mi si è rattrappita la mano a furia di tenere stretta la borsetta. Sono certa che è un passeggio  sicuro quanto quello nelle vie di  Berna.  
Di certo non più a rischio di quanto possa essere  una camminata in via Toledo. 
(eh, i pregiudizi! Ci stanno pure cuofani di gendarmi!)



Sul Moll de les Drassanes si balla il tango, così, un'improvvisata. 








La Rambla de Mar, costruita nel  vent’anni fa, spinge la città ancora più sul mare. 
E’ un ponte che porta ad una  banchina su cui domina un enorme centro commerciale, il Mare Magnum.
Eh, sti centri commerciali del caizer, orribili non luoghi globalizzati. 
La connotazione della modernità. 
Però la passeggiata sulla Rambla del Mar, soprattutto verso sera, è bell’assai. 

I venditori ambulanti  con le tenebre si moltiplicano come funghi. Sono rapidissimi nel piazzare  il telo con le cazzatelle e a farlo ritornare fagotto,  anche più volte nell’arco di un quarto d’ora, all’erta per chiossape quale richiamo avviso fischio o segnale in codice (o solo un falso allarme) 
I controlli sugli immigrati (e sui venditori senza licenza) deve essere ferreo,  penso. 
  


La Barcelloneta
Punto notevole della  spiaggia della Barcelloneta in un'ora di osservazione dalle 6 alle 7 del pomeriggio : un carnaio tipo mappatella beach.
Gente che gode del mare così come si può con il cielo, e come dovrebbe essere sempre.
Un carnaio  che si estende a perdita d’occhio,  data anche l'assenza, almeno fin dove lo sguardo permette,  di fasce omogenee colorate  o  a strisce arancioni bianche blu alias stabilimenti balneari che  di fatto, orribile vezzo di un consistente  segmento costiero italico, negano il mare a chi non tiene dinero o a chi per principio non vuole  pagare qualcuno che si appropria della spiaggia e dell’accesso all’acqua. 
(Le concessioni balneari sono aberranti)
Sarà per  il fatto che l’arenile è suolo pubblico,  ma ho avuto l’impressione che i barcellonesi  siano tipi da  spiaggia e non da mare, che viene usato come tavolo da gioco per fare surf, per pazziare con tavulelle  e altri ammennicoli galleggianti. 
(pochi bagnanti, pochi nuotanti)
La marcata insistenza sulla spiaggia deve renderla ricettacolo di tesori ben più ricchi di quelli rinvenibili setacciando  la battigia dopo un’ondata di maltempo, vista  la presenza convinta e serissima, in un centinaio di metri quadri, di ben due cercatori di preziosi, dotati di metal detector e di  zaino capiente, radbomanti d’oro che si aggirano ruotando l’attrezzo a pelo di sabbia tra i piedi e gli asciugamani degli spiaggianti.


Ed essendo la spiaggia anche passerella, non è peccato mostrare tenute veramente à la page: ecco, vero è che la moda del monoslip dilaga sul web  ( di quelli non ne ho visto manco uno), ma davvero non immaginavo che ci fosse qualcuno capace di indossare (indossare, insomma) il  copripisello, o costume Borat, nella originale tinta verde evidenziatore  fosforescente. 
(la foto è solo esplicativa in quanto,  per mio scuorno,  non ho fatto foto al soggetto concreto) 






Avinguda de la Reina Maria Cristina,  Fontana Magica,  Fiera e burdelli

L’Avinguda RMC è una strada  che collega Plaça d'Espanya con il Museo dell'Arte Catalana alla base della collina di   Montjuïc.
Anche al fiera, oltre al tripudio di fontane,  si apre su questo grande boulevard. 
La fontana magica  è davvero uno spettacolo incantevole (Ooooooohh!!), soprattutto quando iniziano le danze, alle ventuno  in punto,  e dalle vasche rettangolari  che fiancheggiano il boulevard Reina Maria Cristina  si innalzano, come un’ola,  getti d'acqua,  preludio al fantasmagorico gioco di acqua e luci e suoni che ha come perno la grande  fontana circolare.
Spettacolo gratuito:  la scalinata, le balaustre, le aiuole, le passerelle sopraelevate  sono affollatissime.
Spettacolo nello spettacolo: la reificazione moderna  del barocchismo, in senso etimologico. 
L'’effetto dell’assembramento di cose e persone ed eventi è bizzarro, il fastoso, il pomposo: il ritmo regolare dell’acqua nelle fontane, i fumi delle griglie  in piena  attività  (certe bisteccone che uamamma)  e gli  odori dolciastri dei cibi arabi, le bancarelle metallare – tutto un rigurgito di teschi e borchie –,  i baretti mobili con tanto di antistanti pedane 70X70 cm su cui fanciulle discinte muovono i fianchi invitando i passanti a sorseggiare sangria o tinto o birra, le giostre con la gabbia schiattabudella che ruotando verso l’alto copre l’intera visuale del museo (un palazzo di ispirazione classicista costruito in occasione dell’esposizione internazionale del 1929), i bambini con i batuffoli di zucchero filato e i nonnini motociclisti con i capelli bianchi legati a codino e il giubbotto di pelle e gli stivali.
Un azzeccagarbuglio di vitalità sfrenata. 
Eh, perché il caso ha voluto che in quei giorni la fiera ospitasse un evento: il raduno della Harley Davidson: dall’area della fiera, nella quale in  due tendoni  gruppi rockettari si contendono il pubblico  (resisto solo pochi secondi agli emuli dei U2, sfiancata dai fiati ad elevatissimo tasso alcolico e da zaffate di sudore raffermo)  emergono figuri che sembrano fuori dal tempo.
(E’ come se una persona di mia conoscenza, cara, cara,  indossasse a 70 anni di nuovo gli zoccoli e il gonnellone e la coroncina di fiori nei capelli. Ah, e non mettesse neanche il reggiseno, naturalmente)
Sul finale della serata l’avenue Reina Cristina e Plaça d'Espanya si  trasformano  in balera:  una vecchina,  presa dalla vertigine della musica, a pochi passi dalle  cubiste  sulle pedane,  si  lancia in una provocantissima lambada e invano tenta di trascinarvi dentro, quale accompagnatore delle rotazioni del bacino,  un  bel giovine ivi passante ( occhio fino, la nonna). 
Due di picche, che lo dico a fare. 
( e ho pensato, cazz, mica te la devi concupire, guagliò, quale sacrificio sarà mai.)
Vita, vita, vita.


Ah, poi c'è Gaudì.
Ma merita sproloquio a parte.




Le altre tappe: 
8: Albi e Carcassonne