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mercoledì 19 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Sei: Vienna

Secondo la  meticolosa e paranoica organizzazione del viaggio, nel percorso tra Cracovia e Vienna ci sarebbe dovuta essere una piccola deviazione con breve sosta agli Alvernia Studios, di  cui avevo visto sul web delle foto innamorandomene repente.

Cracovia ufo
Avevo rinunciato  all’idea di mandare mail per impetrare una visita degli interni – e in che cazz di lingua parlo, se mi dicono di sì?? , ma contavo almeno di immortalarmi all’esterno – è domenica! parcheggio sgombro da auto! nessuno al lavoro, condizione ideale! – per poter poi spararmi la posa di essere stata nella base spaziale di una colonia di venusiani, approfittando di una frattura spazio/temporale.  
(elloso…)
Già in andata – seppur  di sfuggita, un’epifania -  la vista del complesso dall’autostrada aveva un po’ turbato le aspettative: a distanza più o meno ravvicinata  non è propriamente ammaliante come nelle foto. 
Ah, le foto abbellenti!
Una trappola e un inganno.
Già avevo fatto i conti con il castello di Neuschwanstein.
Bellissimo sì, ma non stupefacente  come appare ripreso nello scenario autunnale, o nel luccicchio della neve invernale: in realtà prevale un imponente grigio.  
(il grillo parlante che alberga dentro di me fa le capriole) 
Il mostruoso ritardo sulla tabella di marcia – eccheccazz, siamo in vacanza, putessim durmì almeno fino alle 9,00?? – e  l’inzallanimiento del navigatore che preferisce le strade sterrate di campagna alle nuove bretelle similautostrada ci mettono il carico da 11.
Niente foto con ufo. 
Però mi dispiace lo stesso, soprattutto perché non posso scamazzare il grillo, in mancanza di verifica esaustiva in loco.

Vienna è principesca. 
Marmi bianchi, statue, fregi, ori, giardini, fontane, pompa magna a profusione.
Oro a profusione anche nelle espressioni artistiche della Secessione, dall’omonimo  Palazzo alle opere di Klimt.
Vienna è cultura, soprattutto musei. 
I biglietti costano una cifra blu, è necessario fare una selezione. 
Due su una mappata. 
(e se i due sono come la mappata, si è perso parecchio, eh)
Il MuseumsQuartier, che si estende alle spalle degli  imponenti edifici che ora sono Museo di Storia Naturale e Museo della Storia dell’Arte, è fighissimo.
 Nel cortile interno, dove ci sono caffè e localini, e   strane panchine e installazioni artistiche, bazzica una variegata fauna composta per un quarto da bambini, per un quarto da turisti, e per la  restante metà da  artisti e artistoidi, forse anche turisti artisti e artistoidi.
Panorama dal museo Leopold
Il museo Leopold è  Schiele & friends.
Soprattutto Schiele. 
Un pazzo, ma quanto amo il suo tratto nervoso!
Dopo la ricostruzione dello studio del pittore, c’è una sala meditativa. 
Si accede salendo qualche scalino. 
Alcuni divani rossi, e una parete interamente di vetro che permette l’osservazione dei tetti della città. 
Già stare seduti su quei divanetti – a pensare, naturalmente - forse vale il biglietto. 

Al piani superiore del Castello del Belvedere c’è Klimt.
Veramente c’è anche molto altro:  i Romantici, i Neoclassici, i Barocchi, (e il medioevo e e e ) e ancora Schiele e Kokoschka, ma nessuno se li fila. 
La ressa è per Klimt. 
Anzi, la ressa è per il  Bacio di Klimt. 
Klimt, ritratto di Josef Lewinskj
Ma io sono  attratta irresistibilmente da un paio di  tele non finite, e soprattutto da una piccolo quadro,  un soggetto che non ho mai visto né sui libri di storia dell’arte, né sul web. 
E’ il ritratto dell'attore Josef Lewinsky nel ruolo di Carlos, un personaggio del Clavigo di Goethe, dipinto da Klimt nel 1895. 
Ha un qualcosa di magnetico e inquietante, nella cornice in cui le foglie d’oro si alternano alle foglie grigie, una texture elegantissima, e nelle figure laterali che sembrano generarsi da un braciere e come nuvole sfumano. 
(un quadro metateatrale)
Klimt mi ha sorpreso per la capacità camaleontica di mutare stile e segno. 
Davanti ad un suo quadro ho pensato a Van Gogh.  


E poi sono rimasta in estatica contemplazione di una firma, una sola così, inscritta geometricamente dentro un quadrato, proprio come quelle di Schiele. 


Che devo fa, mi intrippano le “divergenze”. 





Mi piace Hulk che spadroneggia nella sala terrena del Belvedere...










... mi piace Hundertwasserhaus, la casa - ho pensato a Gaudì -  che interrompe il giallino il grigiolino il beigiolino degli edifici del quartiere con un’esplosione di colori.
Una botta di vitalità, peccato non poterne vedere gli interni, ma doversi accontentare di gironzolare nell’Undertwasser Village

Sembra di stare all’aperto stando al chiuso. C’è il bar, nella piazzetta – ahem, nello spazio  centrale, e poi tutt’attorno negozi di souvenir, e ai piani superiori negozi di souvenir…
Mi piace Hulk e mi piace l’Undertwasserhaus perché spezzano un ordine. 

Vienna mi sembra algida. 
Si va a dormire presto e non si esagera quando si beve. 
Grinzing, ad esempio. 
E’ una tappa obbligata per chi voglia provare il vino nuovo, per chi voglia vedere una Vienna agreste e bucolica a un soffio dalla metropoli. 
Cosi dicono. 
La differenza tra la metropoli e Grinzing c’è.
E l'unico posto di Vienna dove ai 5 piani regolamentari (sia che si tratti di case moderne che di edifici ottocenteschi) si sostituiscono villini e case basse.
(Grinzing era l'ex collinetta di salubrità per gli agiati)
Alle 23 è buio pesto.
Tutto tace, silenzio assoluto.  
Non so come sia  nel pomeriggio o di mattina, anche se  non credo meglio, con orde di turisti vomitati dagli autobus.
Così dicono. 
Certo è che già alle 10 di sera c'è aria di dismissione. 
Cenerentola fuggita dal ballo un’ora prima del previsto. 

Vienna la ricorderò per i tre colori: il bianco, l’oro e il nero. 
Il bianco e l’oro imperiale e il nero delle incappucciate.
Tante, tantissime donne con il velo, molte con il chador, alcune con il burka, la maggioranza con  l'hijab.
Sembrano essere più delle donne a capo scoperto. 
Eppure si fanno i selfie con i cellulari. 
Eppure sculettano manco una pin up.
Eppure passeggiano   in grupponi ridendo e occhieggiando.
Le strade attorno a Stefanplatz sono elegantissime: solo negozi grandi firme alta moda, Chanel, Gucci, Ferragamo. 
Un'incappucciata entra da Cartier. 
Mi chiedo cosa comprerà mai da ostentare al chiuso del tendone che la ricopre. 
Se i comportamenti e i bisogni sono quelli demoniacamente occidentali, che senso ha, allora, marcare esteticamente una differenza?
Ah, vero, bisogna non omologarsi. 
L’ultima immagine che si imprime, in una fresca serata nel centro di Vienna, è ancora di una donna.
Ondeggia, sotto il mantello nero finemente ricamato sul davanti, sulle maniche, sinuosa e elegante. 
Ha un viso bellissimo, un incarnato leggermente ambrato, ciglia lunghissime e fondi occhi blu contornati dal kajal.
Le labbra colorate da un rossetto lucido. 
Una bambina le tiene la mano.
Ondeggia e nell'aria si diffonde un profumo intensissimo, dolce e speziato.
(io che detesto i profumi non posso riconoscerlo, ma di sicuro non è di quelli che si sentono in giro. E’ proprio un profumo “attraente”)
La scia persiste anche quando si allontana. 
Dietro, a qualche passo, la segue un'asiatica. 
Spinge un carrozzino su cui è seduto un capriccioso bambino.
L'asiatica ha una divisa rosa con cuffietta e zoccoli olandesi anch'essi rosa.  
Due donne. 
Non credo che quella messa peggio sia la donna nascosta dal mantellone nero. 

Adesso, come prima,  le uniche vere differenze sono tra chi ha i soldi  e il potere e chi non ce li ha. 
Bianchi, neri, a stelle, a strisce, a pois. 


In manovra di riavvicinamento a casa, si attraversa la Slovenia.


Le tappe precedenti.
Uno: Lazise, lago di Garda
Due: Tirolo e Baviera
Tre: Salisburgo e dintorni
Quattro: Cesky Krumlov e Praga
Cinque: Auschwitz
Cinque: Cracovia


lunedì 17 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Cinque (b): Cracovia, Miniere di sale di Wieliczka

Da Auschwitz/ Oświęcim, dopo aver cambiato qualche euro  per poter fare la pipì, che nelle toilette che si trovano nell’aera del sito si può entrare solo previo pagamento in zloty –  naturalmente vi è anche l’ufficio di cambio -  partiamo verso Cracovia, che dista circa 80 km. 

Cracovia, pur essendo una delle più antiche città della Polonia,  è una città giovane.
(indistintamente giovane: alla sera calano anche certi truzzoni, nel centro. 
I tamarri si riconoscono a qualunque latitudine)

Il centro storico, che si estende in una sorta di ovale ideale dalla fortezza del  Barbacane  fino alla collina del Wawel, dove c’è il borgo del Castello, è delizioso. 
Nessuna folla magmatica di turisti: è un passeggio rilassato, solo i piccioni sono  invadenti.
(così tanti piccioni li ho visti solo a Venezia).
La piazza Rynek Glowny, enorme, una vera piazza d’armi, è “tagliata” dal fondaco dei tessuti, un edificio rinascimentale che doveva essere una vera meraviglia quando era mercato dei tessuti: adesso è il luogo della goduria souveniristica.
(ma è pur sempre bellissimo) 
Sui lati della piazza c’è una fila di carrozzelle trainate da cavalli impernacchiati di rosso, guidate nella stragrande maggioranza da belle figghiole (proprio belle) in costume:  mi meraviglio di come non ci siano né puzza né tracce di cacatone. 

Un promoter di tour  turistici – molto meno invasivi che a Praga -   ci individua attraverso le scarpe. 
“Sxxxxxx? Italiani!”
(meno male che parliamo poco)
Decliniamo l'invito per il tour ma accettiamo il consiglio per un buon ristorante dove si mangi qualcosa di veramente tipico.
Ci indica approssimativamente un locale "alle spalle della piazza del mercato, con i fiori nell'insegna dove fanno 25 tipi di pierogi, e solo pierogi."
Trovarlo è un’impresa. 
La piazza del mercato è enorme e anche le sue spalle sono enormi. 
E poi, tanto per,  gli italiani esagerano sempre. 
Sono 10 i tipi di pierogi, non 25.  Di cui due dolci.
Un locale caratteristico assai, sia per gli arredi, sia per le modalità di servizio. 
Self service. 
Ci vogliono un pò di tempo e  attenta osservazione verso gli avventori – polacchi soprattutto - per capire che una volta preso il tavolo, bisogna alzarsi,  ordinare,  pagare, portarsi le bevande e le posate al tavolo  e aspettare che chiamino il proprio numero.
Pronti i piatti, li si va a ritirare. 
Dopo, si portano direttamente allo sportello della cucina, oltre il corridoio. 
Un vero self service.
Non capisco in cosa siano cotti i pierogi. Forse in un brodo di cipolla. 
E se l’aspetto vagamente ricorda i ravioli, il sapore innesca un immediato moto di nostalgia. 
(marò, i ravioli al ragù!)
Per digerire lo gnommero dei pierogi, urge una solerte camminata fino alla collina del Wawel, dove ci sono il castello Reale e la Cattedrale (e altro, che il “castello” è un complesso di edifici, come a Praga)


Della leggenda del drago sputa fuoco sconfitto e costretto a bere tutta l'acqua della Vistola, che adesso in fissità bronzea sputacchia fuoco a uso e consumo dei turisti, sapevo.
Ma della tana del drago no.
Vedo un caseruoppolo sul  belvedere appena sotto il castello.
Penso ad una scorciatoia, ad  un ascensore a pagamento per ridiscendere velocemente  la muntagnella e trovarsi ai  suoi piedi senza colpo ferire. 
Non ascensore, ma scala a chiocciola. 
 [ecchecazz, si paga  per  scendere con la pedicolare?? ]
Entro, dopo aver fatto il biglietto, e  impegnando la scala a chiocciola,  mi rendo conto della sua spropositata lunghezza - ma addo s'arriva? In culo a Lucifero? - con relativo ruotamento di capa, e   realizzo che non è una scorciatoia. 
Non certo la tana di un drago, ma una grotta freschissima  che alle spalle della statua del  drago sbuca.  
Forse qualche povero diavolo - mò ci vuole - finì al fresco i suoi giorni qua - nel vero senso della parola.
Niente di imperdibile, se non per il refrigerio dalla calura, e per l’idea che si è sotto il livello del fiume, che giustifica l’acqua sulle pareti e le gocciole e le pozzanghere.
Però  manco la sputazzata di fuoco del drago riesco a vedere , nella luce abbagliante,  solo qualche scintillina. 


Le Miniere  di sale di Wieliczka sono il must delle escursioni nei dintorni di  Cracovia. 
Pochi chilometri, una visita quasi obbligata. 
Il sale e la ricchezza sono accomunati dallo stesso gesto,  due dita che si strofinano, cambia solo il verso.
La miniera di sale era la ricchezza del passato. 
I turisti sono la ricchezza del presente.
I turisti sono il sale della  miniera di sale.

Un'infinità di scale.
Molti metri sottoterra. Molti molti. Il pensiero stravolge.
Mai però si avverte sensazione di claustrofobia, a meno di non voler pensare costantemente che la superficie è  oltre 100 metri sopra la propria testa. 
La miniera conserva i segni del lavoro e della religiosità. 
I segni del lavoro sono ricostruzioni scenografiche (fanno un po’ Gardaland) e attrezzature e strumenti. 
I segni della religiosità sono  bassorilievi, statue, l’intera chiesa sotterranea, tutto ricavato dalla stessa pietra nella quale si scava il salgemma. Alcune consumate dal tempo, altre conservate meglio.
In una cava vicino al bar stanno allestendo dei tavoli per un matrimonio. 
Sposarsi nella miniera, a 120 metri di profondità;  un matrimonio sotto sale si conserva forse meglio? 
Certamente la miniera è una macchina per produrre ricchezza, bel oliata e molto ben organizzata – millanta attività, non solo matrimoni, anche corsi di cucina, pernottamenti benessere, oltre a una vasta gamma di "percorsi": una vera “attrazione” turistica. 
Però ne esco in parte soddisfatta.
(non avevo mai visto la vena di salgemma dentro la roccia, già solo questo)
Destino, fato, ciorta:  gran parte dell’entusiasmo è comunque  merito della competenza e della simpatia della guida, che oltre a spiegare con gran dovizia di particolari, con sagacia e ironia, risponde a tutte le domande e le curiosità.  
(mi poteva capità una così ad Auschwitz!)
Il percorso turistico si interrompe ben lontano dall'uscita, in un grappolo di cave rispettivamente adibite a shop ( ve ne è uno anche a metà percorso), a ristorante self service, a sala proiezione multimediale. 
La nostra guida parlante italiano prima di lasciarci ci comunica che per uscire bisogna, in gruppone multilingue, raggiungere l'ascensore. 
Ce ne sono due.
Uno porta vicino all'ingresso della miniera, uno in paese, più lontano, dove un’altra guida condurrà il gruppo fino al sito. 
Impossibile scegliere.
Dal momento della presa in carica del gruppo misto di 40 persone,  un tizio parlante esclusivamente polacco, a passo rapido rapidissimo ( e meno male che si sta freschi) ci conduce verso l'ascensore. 
Un percorso lunghissimo.
Ogni tanto il tizio si ferma e "zwjkaskzwakkwzz!!" dice qualcosa che mi fa pensare ad un ordine, ad un comando:  una comunicazione vitale di cui non capisco un cazz. 
(E sarò morta.)
Poi finalmente si arriva all'ascensore, nel quale siamo stipati all'inverosimile. 
(Ora si blocca e mi mancherà l’aria.  
E sarò morta.)
Ovviamente quale ascensore ci riserva il destino? Quello in paese, of course. 
Si cammina veloce dietro la guida superficie, passando repente dai 15 gradi di sottoterra ai 33 dell’esterno.
Da questa seconda parte della visita ne esco molto meno soddisfatta.

Cracovia Museo dell'ingegneria



Forse sarebbe stato meglio visitare il Museo dell’ingegneria, le cui mura perimetrali e il cui cortile, nel bel mezzo di Kazimierz, mi hanno intrippato parecchio.



(ma che è? La facciata della fabbrica di Schlinder e della Stazione ferroviaria che ci fanno piazzate qua dentro? Ma che è ‘sto posto??)
Era chiuso, il posto. 
Non ho potuto che dare una sbirciatina attraverso i cancelli chiusi. 



Kazimierz è il quartiere ebraico di Cracovia. 
Di ebraico resta poco. 
Qualche sinagoga, qualche iscrizione, e molti ristoranti  poco ebraici se non  per i musicisti che suonano melodie yiddish davanti ad un candelabro a sette braccia tra i tavoli, nella piazza prospiciente la Vecchia Sinagoga.
E nonostante gli occhi sguarrati a trattamento Ludovico, non sono riuscita ad individuare neanche uno degli edifici o delle strade dove è stato girato Schindler's List. 
Per il resto il quartiere è molto hipster, pieno di  localini alternativi e localini “aperti” alternativi, come questo. 



Già si riparte, purtroppo.  



Mannaggia,  non ho avuto neanche il tempo di scoprire la funzione di certi orpelli metallici che si trovano alla base di porte e portoni,  di cui i più significativi, per dimensioni, si trovano proprio sotto l'arco, uno per lato, della porta Floriana. 
Ma comm'è che nessuno li nota??



Da Cracovia – bella bella Cracovia - di nuovo in Austria.


Le tappe precedenti.
Uno: Lazise, lago di Garda
Due: Tirolo e Baviera
Tre: Salisburgo e dintorni
Quattro: Cesky Krumlov e Praga
Cinque: Auschwitz




sabato 15 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Cinque (a): Oświęcim, Auschwitz/Birkenau, Polonia

Cracovia, anzi Auschwitz, l’ombelico del viaggio, il centro attorno al quale sono stati pensati gli altri passaggi. 
Su Google maps Auschwitz non c’è. 
Nelle indicazioni stradali non comparirà mai se non quasi arrivati al sito.
Si va  verso Oświęcim, il nome polacco che aveva la località prima dell’invasione nazista e di cui i polacchi si sono giustamente riappropriati. 
L’ingresso è libero e gratuito, formalmente, ma per “disciplinare” l’affluenza, nei mesi di luglio e agosto è possibile fare la visita solo con la guida, previa prenotazione. 


E’ comunque molto più conveniente prenotare direttamente sul sito e andarvi in autonomia, piuttosto che affidarsi alle agenzie turistiche che organizzano il tour:  certo, è incluso il trasporto dai punti convenuti a Cracovia o il prelievo diretto dall'albergo, ma il costo è più che triplicato. 
Certo, affidandosi alle agenzie o partendo da Cracovia  si riduce il rischio di inconvenienti, come trovare una fila di otto chilometri otto  - fila compatta e seminamovibile  dovuta a “lavori in corso” - poco prima di Brno, e vedere l’orologio del navigatore che indica l’orario di arrivo a destinazione sovrapporsi  all’orario di ingresso indicato sulla prenotazione. 
Certo, affidandosi alle agenzie o partendo da Cracovia si riduce il rischio di inconvenienti legati agli accidenti atmosferici, come un temporale di dimensioni catastrofiche, un muro d’acqua così denso e spesso da non lasciare vedere la strada (sconosciuta), anzi da dare la sensazione di trovarsi dentro un autolavaggio, con conseguente spostamento dell’orario di arrivo a destinazione ben oltre l’orario di ingresso indicato sulla prenotazione.
(Eccheccazz, tutto il viaggio è stato costruito su Auschwitz,  mò va a finire come per Pamplona e la festa di San Firmino dell’anno scorso?!?)

Sfidando i millanta limiti di velocità, complice la buona sorte, riusciamo ad arrivare pelo pelo, giusto il tempo di lasciare le borse al guardaroba –  all'ingresso vi sono più controlli che in aeroporto dopo un attentato terroristico, gli addetti alla  sicurezza hanno anche un cartoncino che indica materialmente le misure consentite per le borsette che possono entrare coi loro proprietari, borsellini in pratica -  , di superare i vari varchi (primo: lettura ottica del codice sui biglietti, secondo: metal detector come in aeroporto appunto, terzo: ritiro cuffie e audioguida) e ci si ritrova in coda al gruppo già radunato attorno alla guida. 

Ci sono silenzio e compostezza:   chi sceglie di visitare Auschwitz sa, ha la consapevolezza di essere lì, in Quel Luogo. 
I gruppi, con la propria guida,  sono formati al massimo 20 persone. 
Nel campo ci si muove compatti in  file serrate, a discreta distanza le une dalle altre. 
La nostra guida si chiama Marco. 
E’ flemmatico.
E’ svogliato.
E’ annoiato. 
Senza sapere, nessuno immaginerebbe quel luogo come l’inferno in terra. 
Sembra un quartiere operaio dismesso: è  tutto cosi ordinato, lindo, pinto, silente.
Se una voce non evoca i rumori, i suoni, gli odori, le storie, le vite, senza  la narratio, il luogo  si depotenzia tantissimo.
Mi sono auto-raccontata.
Ho considerato dimensioni, distanze, materiali. 
Ho realizzato la misura, nel vero senso della parola, della sistematicità dell’orrore. 
Nel nostro gruppo ci sono tre  ragazzini: due  si annoiano presto e si siedono per terra ad aspettare il ritorno dei genitori dalla visita. 
Capisco la loro indifferenza anche se non l'approvo. 
[La nostra guida forse avrebbe dovuto fare  il lavoro di controllo biglietti. 
I genitori forse avrebbero dovuto fare meglio i genitori]

Marco dice pochissimo, parla di numeri – ripete sempre gli stessi - e quello che dice non è nuovo. 
Del resto cosa aggiunge ad una foto in cui si vedono da un lato la fila dei deportati e dall’altro i nazisti dicendo: qui sono i deportati e qui i nazisti? 
Ma colgo, tra le rarissime didascalie, più che spiegazioni, delle  sfumature. 
Rarissimamente parla di ebrei. 
Più di una volta dice  di “ registrati senza alcuna differenza di ordine religioso.”
Sento come una sorta di risentimento:  i milioni di ebrei mandati a morire   offuscano le prime vittime dei nazisti, i polacchi. 
Il dramma gigante degli ebrei deportati ad Auschwitz da ogni punto dell’Europa occupata dai nazisti, ha nascosto il dramma –numericamente meno consistente, ma non per questo  meno importante – dei polacchi. 
Il campo era stato costruito per loro. Prigionieri politici. 
I villaggi attorno al campo furono rasi al suolo e i contadini internati. 
(Sette fattorie, dice Marco, c’erano a Oświęcim, attorno alla caserma dell’esercito polacco prima che diventasse Auschwitz)
Nelle case che si costruirono attorno vennero mandati i coloni tedeschi. 

[Mi viene il dubbio che la gestione e la volontà di farne museo e memoriale, almeno inizialmente,  sia legata a qualche ricca eminenza ebrea, non alla generalizzata volontà polacca che, forse, e dico forse,  avrebbe preferito dismettere, riconvertire, come è successo a Monowitz]

Sfumature: nessuna differenza di ordine religioso. 

In alcuni edifici  - block, il termine accomuna sia le palazzine in mattoni di Auschwitz che le baracche  di Birkenau - si entra. 
Ad Auschwitz le stanze sono vuote al centro, spoglie;   tutto è schiacciato sulle pareti, foto o grandi vetrine di profondità variabile, da uno a quattro metri, nelle quali, come in depositi o segrete, sono ammucchiati  oggetti.
Occhiali, tutti tondi e in metallo, migliaia e migliaia.
Pennelli da barba e pettini;  capelli;  abitini da neonato;   valigie, alcune con i nomi e indirizzi segnati, alcune con grafie elegantissime. 
Scarpe, 43000 paia: davanti, in primo piano, anche se in apparente disordine, le scarpe femminili con tacchetti, nastri, stringhe, ricami. 
Dietro una montagna di scarponi maschili. 
(Non è solo questione di estetica, la scelta di disporre così le scarpe. Le calzature femminili sono più distinguibili, hanno una varietà che fa pensare all’individualità, mentre gli scarponi maschili, eh, quelli conferiscono l’idea di massa indistinta)


A tre chilometri da Auschwitz c’è il campo di Birkenau,  Auschwitz 2.
Di Buna/Monowitz,  che sarebbe dovuto essere una mega fabbrica di prodotti  chimici,  dove fu deportato Primo Levi - il terzo dei campi che amministrativamente dipendevano da Auschwitz, insieme ad un’altra cinquantina di sottocampi/fattorie  dove i prigionieri lavoravano come schiavi contadini o schiavi operai -  non è rimasto niente.

Birkenau costituisce la seconda parte della visita guidata. 
Si raggiunge con un autobus/navetta: la partenza ogni sette minuti. 
(Ci vediamo lì tra venticinque minuti, avete tempo per caffè o comprare libro – dice Marco)
A Birkenau ci sono i binari che conducevano direttamente alle camere a gas. 
Oltre all’ingresso, ai binari, ad una locomotiva, alla recinzione in filo spinato, a qualche torretta, in piedi restano una ventina di baracche:  si intravedono tracciati di altre baracche, e un cumulo di  macerie segna il luogo dove c’era un crematorio. 
Solo in una baracca, dove sono disposte in stanze/pollaio i tavolati a castello su cui gli internati agonizzavano sonni, si entra. 
Non c'è nessuno oltre il nostro gruppetto di diciotto persone ripulite e profumate e fa un caldo bestiale. 
Non oso immaginare il calore e il fetore quando in quegli stessi spazi vi erano stipate centinaia e centinaia di esseri ormai quasi non più umani. 

All’estremità opposta all’ingresso del campo vi è il monumento commemorativo, davanti al quale ci sono tante lapidi, ognuna riporta lo stesso "pensiero" nelle lingue dei popoli che hanno vissuto la deportazione: quella con la scritta in ebraico è l'unica ricoperta di fiori e candele.
Nei pressi del monumento commemorativo ci sono  uomini e donne, alcuni in divisa: uno ha una tromba, un altro sta issando la bandiera di Israele, un altro ha la videocamera su un treppiede, altri aspettano qualcosa.
E' come se si preparassero per una rappresentazione.
Un altro gruppo, più numeroso, sosta più lontano ancora.
Chiedo alla guida cosa stiano facendo. 
Mi fa strano. Perché in divisa?
Risposta laconica.
"Ogni tanto fanno una commemorazione"
Si gira e se ne va. 
Come se l'interesse verso gli ebrei,  ancora una volta, avesse offuscato un’altra memoria.

(Sfumature)

Le fonti mute hanno bisogno di voci che le interpretino, che le raccontino.  

Ho  l'impressione che i polacchi abbiano verso questo luogo che è diventato gallina dalle uova d'oro un rapporto di odio/amore.
Più di odio che di amore, nonostante le uova.

Mi è  rimasta la curiosità di sapere, e  una brutta sensazione di spreco, di inutilità, anche se continuo a pensare che sia  - e sia stato anche per me  -  un pellegrinaggio necessario.