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mercoledì 11 aprile 2012

Paris, la vie dans les cheveux

Cit.  “Allora com'era Parigi? (classica domanda del cazzo  che ti faranno.)”
La  torre Eiffel, il Louvre, l'Arc de Triomphe,  Notre Dame, e tutte le sacramenterie  del fascino turistico di massa di Paris sono belle, sono filose (chilometri di file, scoraggianti e demotivanti, tant’è che le ho saltate tutte, ci son passata dal basso e dal fuori, e comunque è come entrare dentro la cartolina, solo che avrei potuto fare un montaggio e spararmi le pose uguale), ma le note a memento  del  viaggio sono altre.

1) Acqua. 
Non l’acqua che viene dal cielo, che pure non è mancata, ma l’acqua del rubinetto.
Buonissima, fresca, tosta.  Altro che vino. Aprire la fontana e fare  glu glu glu. 
(devo smetterla di rimproverarmi perchè quando sono a casa compro l’acqua in bottiglia, e che cazz, la pago l’acqua dell’acquedotto, non faccio mica la snob, a caricarmi 12 litri alla volta su per le scale. E cosa bevo altrimenti? Coca cola o mandarinetto? L'acqua del rubinetto di casa mia sarà pure potabile, ma è imbevibile)


2) Traffico e metrò. 
Di sopra, il Peripherique,  tangenziale o  circumvallazione che dir si voglia, fa un baffo a quelle di Napoli, che pure sono oibò. 
Un tappeto immobile di vuatùr. Di sotto una ragnatela di binari, sottopassaggi, 14 linee di  metropolitana che si intrecciano si intersecano, si  interscambiano. Chilometri e chilometri a piedi sottoterra (a saperlo e a munirsi di stradario, per alcuni tratti non val proprio la pena fare scale e scale  per prendere la metrò, con la pedicolare si guadagna tempo e salute)



3) Dalì,  il folle.

L’Espace Dalì, a Montemartre,  è il sacrario del pazzo.
Vi sono alcune sculture di un certo interesse, per il resto una considerevole mole di disegni e schizzi, alcuni acquerelli e pitture, quasi tutti dedicate all’amico giornalista Enrique Sabater.
(è di fatto la collezione Sabater in esposizione.
"A Sabater" in ogni dove).
Una delle sale, sul fondo, si allunga in una cripta con abside, con tanto di cancelletto che impedisce l'ingresso e  cazzimpocchierie che ricordano le chiese e i cimiteri.
Al posto del tabernacolo, uno schermo  proietta senza soluzione di continuità le immagini del poco casto divo Dalì. 
Inquietante.
Ma altro è ancora peggio.
Un visitatore, solo. 
Si ferma in uno spazio neutro, tra l’esposizione e la galleria vendite e la rampa che porta all’uscita e all’ormai obbligatorio punto souvenir.
Estrae dal borsello una macchina fotografica e una bambola. Una bambolina di plastica, con gli occhi di vetro fissi e grandi, e i capelli lisci. L’ accarezza, le sistema i capelli e tenendola con una mano comincia a fotografarla. 
Con lo sguardo perso negli occhi della bambolina.
Inquietante bis (ter, quater, e oltre).

4) La  Crème brûlée al Café des 2 Moulins.
Amélie Poulain spezza la crema con il cucchiaino. Ma la crema non ha la crosta sufficientemente croccante, il cucchiaino affonda. Anzi, la verità, al Cafè des 2 Moulins reso famoso dal film "Il favoloso mondo di   Amélie",  di favoloso ci stanno solo la nomea e le foto sulle pareti e le tovagliette autopromozionali.
(quanto sanno vendersi bene, sti francesi).
Meno male che si è in zona Pigalle.



5) Cuisine française au Mouline de la Galette.
Le Mouline de la Galette è stato immortalato da Van Gogh e Utrillo, e le danze e l'animazione dans le moulin da Toulose Lautrec e Renoir.
Sotto il mulino, maintenant, vi è l'omonimo ristorante. Quotato abbastanza. Carestoso abbastanza, charmantillo pure (il fascino della storia).
Prendo un Plate, tipica cucina francese - dice la cameriera: "Pout au feu a l'os à moelle et ses légumes d'hiver" (euro 19).
Ovvero, carne in brodo con 4 patate  e una fetta di cetriolo scaurati.
Vabbè.
Non per fare del bieco nazionalismo. ma la carne in brodo la cucino quando non tengo genio di inciarmare.
Vuoi mettere anche un semplice "ruot 'o furno" o la lasagna primavera o la parmigiana di melanzane?
Tolto il camembert e la baguette, la cucina francese sa di fuffa (o di truffa).

6) Chateau –rouge 
L’appartamento preso in affitto, molto piccolino e charmant, è in una bella zona tranquilla, vicino alla funicolare di Montmartre, equidistante da tre fermate di tre linee diverse della metrò. 
Madame la proprietaria, ne cita solo due. 
E Chateau- rouge? Domando.
Ah, no no. – risponde.
Ecco. 
Non  si parla francese,  in quella fermata. 
(Africa)
Una babele di lingue e di colori del sud del mondo,  una folla esageratissima, mura scrostate e sudore.


Eppure Chateau-rouge non è nelle banlieu,  è 18° arrondissement, Montmartre, stessa latitudine della metrò di Abbasses, qualche centinaio di metri.
Mi chiedo com’è questa storia dell’integrazione (o della dis-integrazione)



7) Rue Paulet.
Ovvero, la strada delle capère.
In ogni città vi sono zone o vie “specializzate” e dedicate a ( san Gregorio Armeno, la strada dei pastori e dei presepi, ‘a sape tutto ‘o munno)
Anche Pigalle, la zona dei sexy shop. 
Ma di rue Paulet, non ne avevo mai sentito dire. 
E’ una delle strade a ridosso di Chateau-Rouge. 
Qui vi sono solo negozi , anzi, bugigattoli, di acconciature afro. Uno dietro l’altro, una fitta sequenza, quant’è lunga la strada, di  vetrate vista sull’interno. Tutte donne di colore, le acconciatrici e le clienti ( qualche asiatica che fa il manicure).
Treccine e rasta e e à toutes les heures, festivi compresi. 

Ecco. Fosse anche solo per quest’ultima nota,  Parigi val bene una testa.