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mercoledì 19 marzo 2014

Tempo di imparare

La storia è una sorta di pretesto, in questo libro sono più interessata allo stile, alle parole”.
Questa non è una frase tratta  dal libro, ma una frase che l’autrice pronuncia in un’ intervista a proposito del romanzo:*
Nulla vi è di più vero. 
Peccato che  la storia  tratti un tema delicato assai, il rapporto tra una madre e suo figlio disabile. 
(Va di moda la disabilità? Mi viene da dire occorre rispetto)
La Parrella de Lo spazio bianco non mi era dispiaciuta. 
Vi era un’attesa, un limbo, un frullo di pensieri che “ragionevolmente”  potevano definire il sentire di una madre abbandonata dal compagno e visceralmente sola a sostenere  il legame con il figlio, nato prematuro,   chiuso in un’incubatrice. 
Il sentire di quest’altra  madre, della madre di Arturo (e Ariel, il suo compagno che avevo in principio immaginato come una figlia maggiore, è solo una quinta, anche se  si deduce che non è assente affatto)  è autocompiaciuto e lezioso. 

Non ci credo che tutti soffrono, anche se lo so. Che il dolore è endogeno e non serve un Handicap per soffrire. Mi riesce difficile pensarlo perché invece io scavo di zappa un solco in questa terra arsa, scavo io, di zappa e di unghe, laccate unghie per tenere lontano il pensiero della morte (che fa giri sulla dentro la mia testa, si avviluppa, si decompone per poi riassestarsi in nuove forme. Loo fermo ancora, l’onda si placa un poco). E su questo fondale che rimane in cui non credo al dolore altrui pur ammettendolo, io scavo un solco profondo, un canyon lungo quanto tutto l’altopiano. Di là forse piove, e foreste si intrecciano a serpeggianti fiumi, di qua solo deserto e caldo, ma che sia chiaro.

Peccato che la Parrella non sia Michele Mari, né Gadda, né i millanta altri autori che fanno del linguaggio cesello, gioco  e soprattutto  significato, senso. 

(E’ Stefano Bartezzaghi a regalare la pagina più bella del libro, l’albero delle parole)




sabato 25 giugno 2011

Asteco e cielo

Arrassusia mettesseme 'a pece, si no pò vene vierno e ce facimmo 'a croce, e vene 'o maletiempo (...)
L'asteco è il solaio dell'ultimo piano.
Un appartamento asteco e cielo è più caldo d'estate e più freddo d'inverno, se piove è  soggetto alle infiltrazioni d'acqua.
Arrassusia, giammai, nun sia mai.

Mi piaceva andare sull'asteco, sul terrazzo condominiale a guardare i tetti e le nuvole; le strade e le genti no, quelle non si vedevano più, e anche i rumori e le voci si attutivano.
Solo tetti e cielo (e le lenzuola stese).
"Asteco e cielo" ha sempre avuto una connotazione neutra, per me. Come dire sedia, cucchiaio (no, cucchiaio no), ripiano, lavatrice.
Non aveva traslati.

Non conoscevo la canzone di Enzo Avitabile.
(nel 2002 dov'ero? Ci sono tempi in cui il mondo di fuori si ferma tutto)
L'ho trovata in un racconto della Parrella,  "mosca più balena". Niente di che, il racconto.
E  neanche  la canzone, la verità.
Però.
"Asteco e cielo, o te mine o vole"
Mi ha stravolto la percezione dell'asteco. [Non è come dire terra e cielo]
Se stai asteco e cielo,  non hai scelta.
Dall'ultimo piano, o ti butti giù o voli.
[Arrassusia.]
Asteco e cielo ora mi inquieta.