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domenica 1 giugno 2014

La festa del Caprone

Che l’America Latina nel corso del ‘900 sia stata funestata da dittature e dittatori di ogni sorta è cosa risaputa.
Rafael Leónidas Trujillo Molina a Santo Domingo,  ad esempio.
(Quanto si sa?)
Per più di 30 anni, dal 1930 al 1061,  la sua figura ha dominato metà di Hispaniola.
Benefattore e padre della patria.
(tiranno e genocida, prima ancora che venisse coniato il termine,  di decine di migliaia di haitiani)
La pagina italiana di Wikipedia a lui dedicata mi ha impressionata: spicca la  mappata di onorificenze.
(patacche o medaglie, ma insomma)
Per il resto, poche notiziole,  tra cui “La Repubblica Dominicana venne comunque modernizzata con strade, ponti, acquedotti, scuole e con lo sviluppo di una rete sanitaria, prima del tutto inesistente. Trujillo cercò anche di combattere l'analfabetismo e di aiutare le molte famiglie povere del paese con una serie di sussidi statali.
E' il  "comunque"  che  mi irrita.

["Comunque Musulini facette tante  cose bbone, tenevamo ‘e porte aperte e nun traseva nisciuno” –   Ometto di  riportare la mia risposta]

A quale prezzo, "comunque".

Ho provato a consultare Wiki in spagnolo: tutt’altre informazioni.
Di parte, mi son detta.
Ma anche la pagina inglese di Wikipedia sul Caprone non nasconde atrocità e orrori.
Vabbuò.
Gli italiani son brava gente, le cose brutte tendono a rimuoverle.
(Santo Domingo è solo spiagge, palme e bei culi.
E neanche il romanzo La breve  favolosa vita di Oscar Wao, "comunque" gran bel libro,  dà appieno idea di cosa fu la dittatura di Trujillo)

Vargas LLosa - la festa del Caprone
La festa del Caprone è il romanzo di Mario Vargas LLosa che racconta, in una fisarmonica temporale che copre una sessantina di anni, l’era del Trujillismo.
L’ orrore, un orrore.
La componente “romanzesca” è data dalla figura di Uranita Cabral, figlia del senatore Augustin,  che a distanza di quasi 30 anni dalla morte del Caprone torna a Santo Domingo dopo esserne scappata, quattordicenne,  con la complicità di una suora del collegio in cui studiava.
Per il resto,  domina la Storia, e le molteplici voci dei protagonisti si intrecciano offrendo di un medesimo fatto una visione pluriprospettica.

Si entra  nella capocchia di un dittatore, poveraccio,  che pensa  di avere sulle spalle il “merito” di aver trasformato un paese (persino nella toponomastica), e  si sente sempre minacciato dai traditori, dai complottisti,  costretto a  occhi e  orecchie sempre aperte per cogliere il minimo sentore della caduta di tono della fedeltà e dell’asservimento, che si  rammarica (ma senza mai mostrarlo in pubblico)  perché la moglie Prestante Dama e figli sono  una zoza e di tutta la roba – roba mia – che ne sarà dopo - neanche i padri della patria sono  immortali - , e si dispera (ma senza mai mostrarlo pubblicamente e senza consentire che altri possano fare illazioni) perché a 70 anni la prostata  è fuori controllo (il dittatore si piscia sotto)  e “L’uccello che aveva rotto tante fichette non si rizzava più”.

E’ per questo, per l’inciampo del Caprone, che Uranita fugge.
Per scampare all’ira del dio morituro, e per punire suo padre (il suo paese) ,  venduto all’adulazione del tiranno.
Che munnezza di  uomo, altro che decorazioni e patacche.

Leggendo La festa del Caprone si penetra nella paura e nel coraggio della disperazione dei sette uomini che fecero parte del commando che la notte del  30 maggio 1961 uccise (e assafà!) la bestia; si vivono  i loro ricordi  ( le incertezze, gli  anni di rancori tenuti nascosti,  i drammi morali : “Io ucciderò Trujillo. Ci sarà perdono per la mia anima?”, dice  Salvador Estrella Sadhalà* detto il Turco, uno dei personaggi di maggiore spessore del libro, al nunzio apostolico a cui chiede conforto), li si segue nella prigione dove furono torturati,   si piange la loro morte.

Ci si  immerge nel viscidume dei calcolatori, degli enigmatici manovratori  freddi di sangue e di coscienza, che con un colpo alla botte e uno al cerchio tirano l’acqua al proprio mulino e sopravvivono alle loro  infamie, rivestendosi dei panni dei giusti;  si affonda  nella codardia che frega all’ultimo istante e trascina nel baratro ogni cosa.
(eh, Joaquín Antonio Balaguer , l’anonimo diventato  presidente dominicano per tre mandati, e José René Román "Pupo", che avrebbe potuto e invece)
Per non dire delle torture, e di Abbes  Garcìa, che si riciclò come seviziatore per Papa Doc Duvalier, nell'altra metà di Hispaniola.
(ma come si può, come si può)

La festa del Caprone fa compiere  un passo nel  comprendere come sia stato possibile (come è possibile) che “tanti milioni di persone, martellate dalla propaganda, dalla mancanza di informazioni, abbrutite dall’indottrinamento, dall’isolamento, spogliate del libero arbitrio, della volontà e perfino della curiosità con la pratica del servilismo e dell’ossequio, abbiano potuto divinizzare Trujillo.
(O altri suoi simili. I dittatori  hanno la stessa faccia)
E come sia stato possibile (come sia possibile) che abbiano potuto “Non soltanto temerlo, ma amarlo, come i figli possono arrivare ad amare i padri autoritari, a convincersi che frustrate e castighi sono per loro il bene”.

E mi dico, meno male che c’è chi dice no.


Comunque, e a qualunque costo.