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martedì 12 agosto 2014

Hispanic trip. Paesi Baschi: Bosco di Oma, Eremo di San Juan Gaztelugatxe (7)

Nel raggio  di una trentina di chilometri intorno a  Mundaka ci sono molte località interessanti da visitare. 
Bilbao – che non ho visto – ne dista   37.
Guernica  solo 13. 
(D’obbligo la tappa nel Museo  della Pace;   in un museo del genere, molto “parlato e de-scritto”, è bene servirsi della visita guidata,  disponibile però solo in Basco, Spagnolo, Inglese e Francese, e dunque ...) 

Il bosco dipinto di Oma, ne dista quasi 17. 
Con l’auto. 
Una volta parcheggiata la macchina,  occorre camminare.
Molto.
A  250 metri dal parcheggio, il cartello con l'indicazione. 
Bosco dipinto 2,9 chilometri. 
Il sentiero, fresco, molto fresco e solitario,  è  prevalentemente in salita.
Pioviggina. 
Il terrore di un temporale che illumini il cielo nero aleggia. 
Di tanto in tanti, mentre arranco sulla salita, odo tra lo stormir del vento tra le foglie e il canto degli aucielli il passo rapido di altri visitatori. 
Pochi secondi. Il sorpasso, e i camminanti scompaiono alla vista.
Mi sento come una seicento sull'autodromo di Monza.
Un cartello nel bosco avvisa che manca solo un chilometro. 
Uff, pant, asp, pant, pant.
Un altro cartello: mancano 250 metri.
E' quasi fatta.
Solo che l'ultimo sforzo è tutto in salita, anzi, in discesa su gradoni sconnessi alti anche 70 centimetri. 
(quanti funghi sulle alzate, che peccato non saper distinguerli)
Alla fine,  eccolo. 
La magia del bosco si riverbera su di me scindendomi in due entità:





[butto  bestemmie che manco uno scaricatore di porto] 
ma cazz, pittò, era proprio necessario addentrarti con le vernici, i pennelli, la scala e tutto l’ambaradan dell’occorrente fino a sopra il pizzo della montagna? Non sarebbe stata la stessa cosa pittare gli alberi a mezzo chilometro dall’inizio del bosco?







[mi commuovo e ammiro]
Che magnifica idea. I segni dipinti sugli alberi, linee rette o curve,  formano figure al mio passaggio. Il bosco è mobile, compaiono baci e legacci, guerrieri, uomini in fuga e occhi che spiano, ed eccolo, l’occhio gigante che sovrasta tutti gli sguardi.





[inarco le sopracciglia e continuo  ad inveire]
Pittò, ma che marina, avresti potuto essere meno arronzone,  tra  tutte queste scippate di colore a botta di stenti tre o quattro fanno effetto, per il resto hai acciso le cortecce, mannaggia alla capa tua. 




[seduta per terra, piccola piccola di fronte all’esercito di occhi che mi guarda]
Che magnifica idea, Agustin Ibarrola
Hai incantato il bosco proprio al centro del suo cuore:  con un filo ideale lo hai  legato  alla grotta di Santimamine, dove ci sono graffiti del paleolitico. 
Gli uomini della preistoria e noi: loro fissavano i bisonti e i cavalli per propiziare la caccia, noi, presi dall’affanno della corsa, non riusciamo a fissare nulla, se non epifanie, attimi percepibili in uno e in solo istante, un passo oltre e il nastro, il bacio  si sciolgono, l’uomo si scompone e della sua interezza non resta più nulla, la molteplicità diventa uno e viceversa.







Mi ricompongo ritornando. 
Io, che sono un tipo da divano e ho molte riserve intorno all'arte contemporanea, non sono entusiasta, ma neanche pentita di aver fatto questa esperienza.
Magari avrei potuto mettere le scarpe chiuse e non i sandali che sono diventati, camminando sulla terra bagnata, tutt'uno con il selciato.





In questa parte dei Paesi Baschi si cammina molto. 
Da Guernica e per un lunghissimo tratto della strada statale vi è una sorta di pista ciclo-pedonabile che conduce da nessuna parte. 
(improvvisamente si ferma, così, nel nulla)
Vi camminano vecchi, grupponi di ragazzi, mamme coi passeggini,  singoli, in coppia, in comitiva.
(ma dove dovranno mai arrivare??)
Chiossape se il cammino di Santiago ci appizza qualche sasiccio.


Dal parcheggio 
Anche per arrivare all’Eremo di san Juan Gaztelugatxe bisogna camminare molto. 
Un convento costruito forse dai Templari sul cocuzzolo di un isolotto roccioso:  un nido di aquila della preghiera.
Nessun afflato mistico mi spinge, ma la terrestre voglia di osservare la costa da un'insolita prospettiva e la capacità umana, tanto umana, di essere  costruttori di bellezza.
(mica facile portare le pietre e il resto sulla cima dell’isola)

Google map non è aggiornato sulle strade basche. E neanche sugli accidenti che capitano alle strade basche.
Segnalava, l'immagine, un bel parcheggio situato ai piedi dell'isolotto, e la scarpinata sarebbe dovuta constare del tratto di  ponte artificiale che collega la terraferma all'isola e della scalinata di 250 e passa gradoni.
Sorpresa!!! 
Strada carrabile chiusa (spaccata in più punti). 
Per arrivare all'eremo bisogna prima discendere il sentiero di  montagna, poi arrivare all'ex parcheggio, e poi affrontare la via crucis degli scaloni. 
Davvero la scalinata è  segnata dalle stazioni della via crucis!
Tra chi sale e chi scende c’è sempre l’ola di saluto, l’ammiccamento e il sorriso transnazionali, come a dire su, su, ci siamo.

Però l'impresa vale la fatica.
Il paesaggio visto dalla cima dell'eremo è una meraviglia. 
Gli scarpinatori più prosaici arrivati alla meta  tirano la corda della campana apposta all'ingresso della chiesetta. 
Gli scampanellii che si sentono sulla montagna prospiciente l'isola non sono dunque i segni delle ore nè dell'invito alla preghiera, ma il segnale di chi ha compiuto la scalata:  l'eremo   ( tutto ricostruito, ho scoperto: prima sir Francis Drake e  poi  un incendio nel 1900 lo distrussero completamente) non è abitato, e l’edificio viene utilizzato come luogo di culto solo in determinate occasioni.

Straniante per chi sale sull'eremo con l'intento di farsi una preghierina (ma anche per altri vari ed eventuali come me) è il sottofondo musicale che proviene dall'interno della chiesa: la signorina addetta alla vendita di gadget (libri , gagliardetti che riproducono l'immagine di san Juan), di acqua e bibite varie, combatte noia e solitudine  con pimpanti  canzonette da discoteca.

Un gabbiano è immobile nel cielo, ali aperte.
Sembra voglia fare gara di resistenza con il vento.
Resta fermo a mezz'aria, tra il mare e il cielo, per un tempo lunghissimo.
Poi si fionda in basso, fa una risalita e riprende il gioco.
Penso che mi servirebbero delle ali per ritornare alla macchina, un puntino bianco nel folto del verde, proprio di fronte a me,  in linea d’aria.

E’ davvero tempo di ritornare, in tutti i sensi. 
Prima di andare a casa però, l’ultimo passaggio in Francia.


Le altre tappe: 



domenica 10 agosto 2014

Hispanic trip. Paesi baschi: San Sebastian, Mundaka. (6)


Cambio, cambio, ancora cambio sipario.
(e come mi piace la varietà!)
Stavolta escludo l’autosuggestione.
Il paesaggio, da Pamplona alla costa, muta  in modo radicale.
Verde, verde, ancora verde:   monti ricoperti di abeti, casarelle in stile altoatesino con tetti spioventi e soffitti bassi, microfinestrelle con imposte di legno e fioriere ai davanzali.
E un cazz di freddo.
A solo 20 chilometri dalla costa sembra di essere in Svizzera.
Pure l’Euskera, la lingua dei cartelli e delle indicazioni stradali, è così diversa dallo spagnolo, così dura, così “consonantica”, piena di K e di Z, da sembrare una lingua ugrofinnica.
(lo so, lo so, è invece una lingua “isolata”)

San Sebastian è una città grande.
La città vecchia non ha nulla del villaggio di pescatori che chiossape come si era delineato nei miei pensieri.
Gli alti palazzi,  eleganti e signorili, mi danno  l'idea di una colonia marina per  benestanti  signori  spagnoli dell’entroterra.
E a proposito di colonie, molto in voga sono quelle infantili.
Campi estivi, nella versione moderna.
Sulla playa de la Concha,  nonostante il cielo grigio e la temperatura  "freschetto andante",  davanti ai miei occhi vi sono  almeno 4 blocchi di mocciosetti  tenuti sotto rigido  controllo da giovani animatori/educatori .
Un gruppo compatto saltellante in acqua ( ma le bronchiti? i raffreddori?)
Un altro sulle scale a scuotere piedini e infilare calzini e scarpette.
Non solo sulla spiaggia, ma anche nei piccoli parchi che punteggiano la città ci sono gruppi di bambini  vocianti urlanti scalmanati e ragazzi con fazzoletti rossi o gialli o verdi o magliette monotinta  che richiamano all'ordine con voce rauca: Josééééééééééé, Mariooooo.
San Sebastian è “cresciuta”  come una città per ricchi, je pense, e rimane tale.

Di delizioso ci sono i pinchos,   delle fette di pane con sopra appoggiata la qualunque: polpo al sugo, pezzi di baccalà fritto, salumi, formaggi, pastrocchi di verdure e uova,  verdure grigliate, salsiccette, calamari e ogni altra cosa commestibile possa venire in mente.
Ne  ho visto uno con pancetta croccante, uovo piccolissimo (di quaglia?) salmone affumicato e formaggio.
(non l’ho assaggiato, troppo guazzabuglio)

La bruschetta elevata alla massima potenzialità.
Pinchos

Ma sfiziosissimo  e  unico è  il principio dell’ape e del fiore che governa la modalità di consumo del pincho: si entra in un locale, si sceglie uno o più pinchos servendosi direttamente - dal bancone al piatto - , si paga il corrispettivo dovuto per i pinchos scelti (da 1,30 euro a 5 euro per pezzo, a seconda della “copertura”),  si accompagna con un bicchiere di birra o vino, e poi si continua  provando i pinchos di un’ altra jatetxea  e poi di un'altra ancora; lunghe teorie di tabernas e di banconi stracolmi di pinchos si succedono nelle strade del centro storico, soprattutto in Kalea 31 de Agosto.
Tambasiare di taberna in taberna  fino a che l’aperitivo sostituisca il pranzo, la merenda e pure la cena.
Come l’ape con il fiore, appunto.


Mundaka  è un piccolo borgo situato  nella  Riserva della Biosfera di Urdaibai, all’estremità dell’estuario del fiume Oka.
E’ il paradiso europeo dei surfisti.
Dicono.
Dei principianti, sicuramente.
Acquattati come patelle sulle tavole, ne ho visti tanti. 

Di quelli che volano sull’onda, manco mezzo.
Non ho visto manco l’onda, la verità.
Mundaka


Invece di quelli che volano sulla tavola e basta, gli skaters, ce ne sono  eccome.
Anche sui muri.


Playa de Laidatxu


La spiaggia di Laidatxu  è una profonda lingua di sabbia che si insinua nella costa rocciosa.
(una costa frastagliatissima)
In poco tempo la bassa marea scopre  lunghe oasi di sabbia, le due rive del fiordo sembra possano essere raggiunte a piedi senza bagnarsi.
Di sera  si va a raccogliere le ostriche.
Gli scogli ne sono pieni.



Il mare entra a Mundaka e Mundaka si  protende sul mare: passerelle, piattaforme, scalette, corridoi in metallo sono stati costruiti  in più punti della costa per permettere agevolmente il passaggio in acqua.
Ma il mare, mondo boia, è di un freddo gelido.

Sull’altra riva dell’estuario  c’è la spiaggia di Laida.
Playa de Laida

Bellissima.
Chiusa da Capo de Ogono, si accoccola  la spiaggia di Laga
Ancora più bella. 
Camperisti liberi, molti gggiovani.
(cape pazze, si capisce)
Qui ci sono i anche i surfisti, quelli veri.
Al tramonto, alle dieci di sera, sembrano gabbiani.
Playa de Laga



porticciolo Mundaka
Mundaka

Piove.
Piove e le previsioni non promettono nulla di buono.
(pioverà anche domani, e l'altro domani ancora)
Dato l'aspetto scandinavo di questa zona, e il verde verde verde delle alture, mi chiedo se la pioggia non sia la costante, e non l'eccezione che come la nuvola di fantozzi perseguita me dovunque vada.



E mannaggia, come si fanno le escursioni nei boschi con la pioggia?