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martedì 17 gennaio 2012

Oh, Finnegan's , Finnegans wake.

"Finnegans wake" di  James Joyce. 

Un commento:

Altro che lettura.
Questo è un viaggio, un percorso iniziatico verso gli abissi profondi della conoscenza.
Oltre il reale, oltre il sogno, oltre l’immaginazione, oltre le regole sintattiche la costruzione logica e analogica, oltre.
Finnegans wake è il superamento di tutte le barriere del conosciuto e del conoscibile, approccio epidermico (si può possedere e contenere l’infinito?) al baratro dell’assoluto.
Nulla vi è di più vero dell’intima coscienza, quella che non si può palesare tra i paletti fissati dalle norme linguistiche della comunicazione, quelli fissati dalle convenzioni culturali (i tabù), quella che mette a nudo l’Essenza stessa dell’uomo.
Non è certo una lettura facile. Occorre abbandonarsi alle suggestioni, al flusso di coscienza che viene portato alle estreme conseguenze tracciando, come campanelli, triangoli, percussioni ritmate e lente, un formidabile formichio di sensazioni.
Abbandonarsi ai richiami, spogliarsi delle armi della logica e della ratio, giungere nudi, con i palmi e gli occhi e le orecchie aperte sul mantra del sogno di morte e rinascita di Finnegan, sul divenire, sul mito dell’eterno ritorno che fa dell' esperienza della vita umana un atto di simbiosi con il tempo e lo spazio universale.
Una porta che conduce al dentro e al fuori, una porta che sfonda il concetto stesso di limite.  
Leggere Finnegans Wake è avvicinarsi all’onnipotenza.

E' un finto commento.
Non l’ho letto, il libro.
[Neanche lo farò mai]
Ho solo accocchiato due parole ispirate, aria, aria fritta. 
E' che ne leggo tante, di chiacchiere a vacante, e allora, così, per gioco, non per amore, ho guazzabbugliato pure moi.
Perchè “nell’era della divina apparenza della ferita profonda sul sole della coscienza”, si è tentati, a volte, di  ammoccarsi (e dire) qualunque stronzaggine e blablablablà.