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lunedì 5 gennaio 2015

Asta per selfie e Walter Benjamin

Forse un paio di mesi fa ho realizzato a che cazz servono  le mazzarelle con rettangolo in cima  che cuofani di ambulanti vendono agli angoli delle strade del centro. 
L’attrezzo mi sembrava uno specchietto, la verità – un aggeggio  buono per guardare sotto le gonne o sotto la marmitta della macchina. 
E invece ho capito trattasi di “asta per selfie”.
Bastoncini  per posizionare il cellulare o la macchina fotografica  e fare un selfie  in modo che paia una foto scattata da altrui mani,  in modo che  la distanza consenta di inglobare anche sfondo, oltre a se stessi. 
[Ma non viene più facile fare lo scippo  se  l’apparecchio è posizionato sulla mazzarella piuttosto che nel saldo pugno?]

Certe connessioni e collegamenti sono proprio strani. 
L’asta per selfie e Walter Benjamin, ad esempio, e la Distanza.

Ho pensato all’  intuizione di Benjamin sulla  “morte dell’arte tradizionale” per la perdita dell’aura e della sacralità, lì dove, nel suo saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”,  riflette  sulle nuove tecniche,  fotografia e cinema,  e paragona l’operatore cinematografico al chirurgo, che pone la mano sul corpo del paziente, al contrario del pittore/mago, che esercita un potere “a distanza”. 

E ancora, riflettendo sulle nuove modalità di percezione dell’arte,   Benjamin osserva: 
Così il cinegiornale fornisce ad esempio a ciascuno la possibilità di trasformarsi da passante in comparsa cinematografica. 
Ogni uomo contemporaneo può avanzare la pretesa di venir filmato.”

Ogni uomo contemporaneo, adesso,  può avanzare la pretesa  di farsi operatore.  

Ho pensato chiossape quale sarebbe stata l’osservazione di Benjamin di fronte al nuovo “cinema”, quello dei video amatoriali che inondano You Tube,  o alle aste per selfie, e al mi selfizzo, dunque sono, ripetuto infinite volte.
 Il tubo dove il chiunque contemporaneo è regista del mondo e di se stesso.
Soprattutto di se stesso. 
(il centro del mondo)