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martedì 16 aprile 2013

Dominicanis


Pensavo agli “esotismi”. 
Qualche mese fa  su Google maps  ho girato in lungo e in largo attorno a Timbuctù, che città straordinaria, nel mio immaginario.
Il lontano, il mille e una notte, arrivare fino a Timbuctù, come andare sulla luna stando sulla terra.
La guerra l’ha riportata  dove di fatto è. 
Nel nulla.
Un agglomerato di catapecchie e polvere e miseria, e qualche straordinaria moschea o casa di fango che resiste alla sabbia del deserto. 
(e  che deserto, mica le dune morbide su cui ondeggiano i cammelli)


Il nome Santo Domingo l’ho sempre associato al mare con le palme - i Caraibi dalle acquecristalline e le spiagge bianchissime dei depliant delle agenzie di viaggio - e ai racconti della figlia della signora Giuseppina che lì ha passato il viaggio di nozze – il primo , e forse il solo che farà mai, viaggio in aereo della sua vita, ore di terrore purissimo.
Santo Domingo non è un atollo caraibico ma la capitale della Repubblica Domenicana, mezza isola di Hispaniola.
L’isola di Hispaniola è divisa tra Repubblica Domenicana  (palme e mare, dicono le immagini, digitando  su un qualunque motore di ricerca) e Haiti (miseria e povertà, dicono le immagini, digitando su un qualunque motore di ricerca).
Le palme e il mare  s’impongono  sulle conoscenze oggettive.
Colpa di Trujillo?
Ecco, anche Trujllo. Mica il nome risuona come, che so, Pinochet. 

La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Dìaz, fa luce  su cosa fu la dittatura di Trujillo e su quali sono i codici culturali nella Repubblica Domenicana, in modo non convenzionale,  attraverso il racconto di vite (e leggende)  stra-ordinarie, e con un linguaggio agile, brioso, colorito e venato da parole ed espressioni  spagnolo-domenicane e gergo da nerd.
(i glossari in appendice sono  insufficienti, mannaggia)
 El Jefe domina sullo sfondo, assieme al Fukù, alle superstizioni, alla preghiera  e alla voglia di ribellione e di vita.
Il libro non narra solo della vita di Oscar,  che davvero è breve e favolosa, ma anche di quella di sua madre Beli (vita più lunga ma non meno favolosa), di sua sorella Lola,  della testardaggine e dell’amorevolezza dell’abuela, delle sciagure di tutta la famiglia Cabral.
Sono storie saldamente ancorate alla realtà, eppure in qualche modo trascendenti nella leggenda.
“Guardate la bambina, la bella muchachita: la figlia di Lola. Scura e veloce come il lampo: una jurona, come dice la sua bisnonna, La Inca. Avrebbe potuto essere  mia figlia, se fossi stato più intelligente, se fossi stato… Non per questo è meno preziosa. Si arrampica sugli alberi, strofina il sedere contro gli stipiti delle porte, si esercita con le malapalabras quando crede che nessuno l’ascolti. Parla spagnolo e inglese.
Non è Capita Marvel né Billy Baston: è il fulmine. 
Una bambina felice, per quanto possibile. Felice!
Ma al collo porta tre azabaches: quello che Oscar portava da piccolo, quello che Lola portava da piccola, quello che La Inca regalò a Beli quando le offrì Asilo. La potente magia degli anziani. Tre barriere contro l’occhio. Sostenute da un piedistallo di preghiera alto diecimila metri.”

Wao, come Lola e il suo ex fidanzato,  le voci che raccontano la storia,  sono  nati negli USA, ma come lo zappatore non si scorda la mamma, un dominicano anche di seconda  o di terza generazione  non dimentica di essere tale, e difficilmente riesce a staccare il cordone con un paese che più che un’area geografica è un modo di sentire, di essere. 
 (il corpo, l’ammore)
“Ogni estate, Santo Domingo mette la retromarcia alla macchina della Diaspora, strappandole il maggior numero di figli espulsi.”

Il fatto che Oscar sia un domenicano sui generis,  un super nerd  fissato con la fantascienza, che  non cucca, non  ha il fisicaccio mostruoso,  poco importa. 
(anzi sì,  importa a lui, povero tenero Oscar)
Ha la stessa inestirpabile voglia di vivere e di amare di sua madre,  dei suoi avi. 
E si trascina dietro la stessa maledizione, amare per vivere, fino alle estreme conseguenze. 

“Salve, Cane di Dio, mi salutò quando arrivai a Demarest. 
Ci misi una settimana a capire cosa cazzo volesse dire. 
Dio. Domini. Cane. Canis.
Salve, Dominicanis.”

E dunque. 
Il libro è bello e mò la Repubblica Domenicana, la vorrei visitare al di là delle palme e del mare e degli esseri umani che sono i più bonazzi del mondo,  anche  per  qualcuna delle cose che Oscar vede e fa: 
“”… dopo essersi abituato al clima torrido, alla sorpresa di svegliarsi al canto del gallo (…) , dopo essere stato in una cinquantina di locali dove, visto che non sapeva ballare né la salsa, né il merengue, né la bachata, era rimasto a bere President (…), dopo essersi più o meno abituato al surreale turbinio della vita nella Capital – le guaguas, gli sbirri, la povertà sconvolgente, i  Dunkin’ donuts, i mendicanti, gli haitiani che vendevano noccioline tostate agli incroci, la povertà sconvolgente, turisti stronzi  che occupavano tutte le spiagge, (…) le passeggiate pomeridiane sul Conde, la povertà sconvolgente, il groviglio di stradine e baracche di zinco arrugginite dei barrios populares, le folle di negri fra cui ogni giorno doveva aprirsi un varco e che lo investiva se rimaneva fermo, i sorveglianti pelle e ossa con i fucili sgangherati  davanti ai negozi, la musica, le battute sconce che sentiva per strada, la povertà sconvolgente, rimanere schiacciato nell’angolo di un concho sotto il peso di altri quattro clienti, la musica, le nuove gallerie scavate nella terra ricca di bauxite, i cartelli che vietavano l’accesso nelle suddette gallerie ai carri trainati da asini….. “