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sabato 24 agosto 2024

Vacanza cretese

L’estate dello scorso anno è stata l’unica  in cui non c’è stato neanche un giorno di mare. Niente sole, niente caldo. (La fredda estate nei Paesi Bassi).

Quest’anno, la nemesi.

Creta.



-       “Creta è un’isola enorme, non la si può girare in una sola volta, meglio dedicarsi all’ovest, o all’est, o al sud, e tornare, tornare”

-       “Eh, se ti piace mettere le bandierine allora passa pure ore e ore in macchina, non ti rendi conto delle distanze e delle strade”

-       “Bisogna avere lentezza, per godere lo spirito cretese.”

Anche a Procida si dovrebbe tornare,  per scoprire angolini nascosti sfuggiti alla prima vacanza;  i viaggi in macchina hanno un perché, soprattutto se fatti su strade lente e panoramiche; lo spirito cretese non esiste: Tò Hellenikòn, l’identità greca è comune all’Epiro e alla Macedonia, alle isole del Dodecanneso e delle Cicladi, alla Tessaglia e anche a Creta.

Di tutti i consigli iterati enne volte nei forum di viaggio e sulle pagine social, me ne sono fregata altamente e in quindici giorni, ho toccato sud, ovest, nord ed est:  Heraklion, Kerames,  Moni Chrisoskalitissis, Chiana, Rethimo, Myrtos, Kato Zakros e ritorno all’aeroporto di Heraklion. 

L’itinerario tiene conto dei pernottamenti.

Atterrati ad Heraklion, ritirata la vettura all’autonoleggio [coi soldi pagati per il noleggio avrei potuto comprarla un’auto così vecchia. O aria condizionata o salita, rigorosamente in seconda. Però si è potuto godere del vento caldo e di ogni minimo particolare del paesaggio] e parcheggiata nell’apposito spazio a disposizione dell’appartamento, si comincia con la visita al museo archeologico, aria condizionata salvifica. Molto di ciò che è stato ritrovato nei palazzi minoici è nel museo. 

Oltre ai noti disco di Festos e all’affresco della taurocatapsia [molto più piccolo di quanto lo immaginassi, molto ricostruito], il museo contiene (contiene, sì. È un museo molto tradizionale, poco più di un contenitore) oggetti di straordinaria bellezza e inusitata modernità, come la coppa ritrovata a Festos raffigurante tre figure femminili stilizzate o la scultura della bimba su altalena ritrovata a Agia Triada.

Dal museo fino alla rocca veneziana è una breve passeggiata; sulla via del ritorno, uno sguardo agli altri luoghi topici segnalati come “architetture notevoli” della città: la loggia, la fontana Morosini e la fontana Bembo. Sono memoria di dominazione, e non mi entusiasmano più di tanto. 

Sento di aver già dato il tributo al versante cultura: tra le alternative della sosta intermedia tra i pernottamenti previsti dal mio itinerario, palazzo di Cnosso o palazzo di Festos o baia di Matala, opto senza alcuna incertezza per Matala.

(il solo pensiero di scarpinettare tra millenarie assolate pietre roventi mi produce l’eritema)

Creta dovrà essere  aria, terra, fuoco e acqua. Soprattutto acqua, mare.

Più che i siti archeologici, ho da spuntare le spiagge must: Elafonissi, Preveli, Triopetra, Vai, Xerocambos.

Mi manca  il fisico per affrontare le salite su terreni accidentati e lo spirito per i barconi affollati di gente, per cui su Balos ho messo croce sopra e amen.

Qualche decina di anni fa Matala doveva essere davvero ipnotica: non mi meraviglio che gli hippies delle grotte ne fecero case.

Ora l’atmosfera peace e love resiste nei tavolini colorati dei milleuno taverne e baretti, nelle stradine dove sopravvivono i disegni del Matala street painting, preludio del  matalabeachfestival.

Vista l’orda di turisti, c’è poco di autentico. Il mare però è autenticamente trasparente.

Il viaggio cretese comincia davvero  da Matala a Kerames, anzi, ad un monolocale  sul mare ad otto chilometri dal borgo di Kerames.

Una sessantina di chilometri percorse in due ore e tremila patemi d’animo.

Google maps non si rivela un sussidio utile: dopo, molto dopo, si è capito che le strade che propone come scorciatoie sono praticabili solo dalle capre.

Inserita la destinazione, comincia il percorso su serpentine  lungo le quali non si incontra né anima viva né anima morta, o su sterrati tra il fianco della montagna e il precipizio. 

Straordinario paesaggio, se non si avesse il catorcio che arranca sulle salite accompagnando la fatica con un rumore da aeroplano, se il vento caldo non raggiungesse i 43°, se non ci fosse il pensiero fisso maròesesi fermalamacchinasoprastopizzodimuntagnacomesimettenome.

Ma ci si abitua. Mai alla bellezza, piuttosto alle straducole e ai tornanti. E se si ferma la macchina  qualcuno verrà.

La terrazza del monolocale incarna la mia idea di vacanza: essere sgombro, libero, svuotato dall’ordinario. Nei dintorni non ci sono negozi, finestre, persone, macchine.  Davanti agli occhi solo il mare, le piante, le montagne, il cielo.

In lontananza, in un’altra baietta, ad Agia Fotini, una sola taverna raggiungibile a piedi.

Nella spiaggia sotto casa  non c’è mai nessuno. Sembra di possedere una discesa privata.

Beatitudine.

Ma si è ad un tiro di schioppo da alcune delle spiagge della lista e non le si va a vedere?

Preveli beach,  attraversata dal fiume sulle cui sponde crescono le palme.

Ci si arriva via mare, con i taxi boat, o via terra con non indifferente camminata,  da ovest, parcheggio sulla cima della montagna e discesa superpanoramica a piedi (che poi diventa tutta salita al ritorno) , da est, parcheggio sulla spiaggia da cui parte un sentiero – a tratti scalinate di roccia - , prima in salita e poi in discesa, meno panoramico ma sicuramente più breve.


Nonostante l’arrivo in spiaggia alle 9 del mattino,  mi sono chiesta se valesse la fatica (una spugna di sudore, con passeggiata breve).

Sull’acqua, anche se non sono ancora arrivate le barche, c’è una velatura d’olio.


Molto meglio Triopetra. La spiaggia è lunghissima, solo una piccola parte è attrezzata con ombrelloni. Verso i faraglioni a fettine (così mi sembrano i tre scogli che le danno il nome) l’acqua è davvero cristallo.

Ma ancora più bella è Ligres.

Non c’è acqua dalla cascatella che dovrebbe finire a mare, ma ci sono pace, silenzio, un ventariello dolce … e all’estremità una parete di sabbia sulla quale vorrei salire per scivolare come se fosse una duna nel deserto.


Elafonissi è a sud ovest di Creta. Da Paleochora, sempre sud ovest, che dista in linea d’aria pochi chilometri, non c’è strada diretta: occorre risalire a nord e poi scendere di nuovo. Da Kerames sono tre ore e più di viaggio. Indispensabile una sosta. 

Georgioupolis.

Avevo visto delle incantevoli foto di una chiesetta in mezzo al mare, raggiungibile percorrendo  un sentiero di lastroni in pietra.

Agios Nikolaos Chapel. Vista. Incantevole. Però… quanti chitemmuort scappati su quella striscia di rocce non li ho  contati. Soprattutto la parte centrale della “stradina” è fatta da scogli scivolosi, muschiosi, sui quali le onde sguazzano.  Mi sono sentita un elefante con le vertigini. Gli attacchi di sudore freddo hanno raggiunto picchi stratosferici, così come quelli di invidia per chi con gli infradito saltellava di qua e di là manco fosse farfalla o libellula.

Moni Chrisoskalitissis è un piccolo agglomerato di case sparse  che ruota attorno al monastero che non ho visitato, ma ammirato al tramonto dal terrazzino del monolocale.


Lo sviluppo del paesiello (molte casette nuovissime, moltissime in costruzione) non è certo dovuto al richiamo spirituale dei monaci ortodossi (la domenica mattina tutto l’aere rimbomba della preghiera), ma alla vicinanza – solo 4 chilometri – dalla famosissima laguna di Elafonissi, che è, innegabilmente, una meraviglia.

Alle 8 del mattino non c’è nessuno: la spiaggia, anzi le spiagge, perché tante sono le calette che costituiscono la laguna  dell’isolotto di Elafonīsi, hanno venature rosa e sabbia sottile e morbida; l’acqua è bassa e calda.

Si fa il bagno – non si nuota, non ci si rinfresca: si fa proprio il bagno, un ammollo lunghissimo in una gigantesca e luccicante vasca marina.

Della gente che arriva a frotte  non me ne rendo conto fino a quando non vado via.  Ma la laguna è grande, nell’acqua c’è spazio per un esercito.

Vicinissima ad Elafonissi c’è un’altra spiaggia top, Kedrodasos, la spiaggia coi ginepri fino al mare. Ne faccio a meno. (Così come di Falassarna)

Mi innamoro invece della comoda e vicinissima Voulolimni – un “cratere”, una piscina naturale - dove gli abitanti di Moni Chrisoskalitissis si intrattengono, le vecchiette in acqua a fare gli inciuci, i vecchietti sugli scoglietti a fare gli inciuci.

Voulolimni è  dei locali, ci sono pochissimi turisti. Sembra proprio un laghetto, tondo, con l’acqua verdissima, riparata in caso di vento e mare mosso. Il tramonto è struggente.

Anche ad Aspri Limni, altra insenatura quasi chiusa, si sta benissimo. Ci sono sette ombrelloni e alcuni lettini  gratuiti, a  disposizione di chi prima arriva. Il giorno in cui ci sono stata io sono bastati per tutti.

Si risale a nord. Chiana, o La Canea. Solo un pernottamento, in un albergo sulla collina che ha il notevole vantaggio di avere una navetta che porta al centro storico della città (no stress parcheggi, please)

E’ carina la zona del porto vecchio:  un artista di strada  suona la chitarrina e balla su un filo, una folla stratosferica  fa lo struscio, il cuofano di ristoranti sono tutti zeppi di gente che magna, il super yacht –  Jewel – sul cui ponte passeggia una donna in chador e sul cui ponte dopo chiacchierano ragazze in divisa dalla fisionomia orientale spicca tra i suoi fratelli più sfortunati,  un calesse trainato da cavallo  passa vicino alla moschea ora luogo di mostre e eventi. 

Ma è carino il lungomare  del porto vecchio, per la passeggiata di una sera.

Tra Chiana e Rethimo la sosta è al lago Kournas.

Superato il burdello degli affitta pattini e canoe, dei  negozi di souvenir, all’ombra degli alberi, con  il sottofondo musicale delle cicale, c’è la pace. E l’acqua del lago è calda e trasparente, non fanghigliosa, la terra sembra morbida sabbia.  

Imperdibile, soprattutto dopo aver constatato la riminitudine del lungomare di Rethimo, che in compenso  ha dei vicoletti deliziosi. Si ha la sensazione di perdere l’orientamento, aggirandosi tra soffitti e pareti di fiori e finestre decorate.

Ad una mezzoretta dalla cittadina, uno dei monasteri più importanti di Creta (forse il più importante)

Arkadi.

Nel 1866, alcune centinaia di persone, confortate dalla benedizione del prete, saltarono in aria dando fuoco alla polveriera pur di non cedere all’assedio  degli ottomani. Questa “resistenza”, permeò le coscienze occidentali e portò le potenze europee del primo Novecento ad acconsentire all’unificazione dell’isola con la madre Grecia.

Si arriva tardi, secondo google dovrebbe già essere chiuso [vabbuò, guardiamo gli esterni]. E invece è ancora aperto, il bigliettaio ci fa entrare senza neanche farci pagare. C’è ancora qualcuno che gironzola. Il monastero mi ricorda quelli spagnoli, non so perché. Più che la chiesa (mi sembrano tutte uguali le chiese ortodosse, un horror vacui di icone fisse e lampade e lampadari) e gli spazi accessibili, più che i totem del ricordo (l’albero che ha ancora conficcato il proiettile), vorrei vedere ciò che non si può: le celle dei sette monaci che ci vivono, ad esempio. E sapere come trascorrono il tempo resistendo all’invasione dei turisti.

Dalla costa nord si riscende di nuovo al sud, per arrivare all’estremo est.

Lungo la strada, il villaggio di Amiras ospita uno dei tanti memoriali delle atrocità tedesche subite dai cretesi durante la seconda guerra mondiale. L’urlo del vento fa da colonna sonora.  

Tra Myrtos – un paesiello proprio sul mare, sonnacchioso e lento - e Ierapetra (bruttarella non poco), mi impressiona la quantità enorme di serre. Teli di plastica bianchi hanno preso il posto della terra nuda. Cerco di capire cosa nascondano, ma solo talvolta riesco a intravedere qualche albero, delle foglie. Quasi tutti sono tendoni vuoti.

Il tratto di strada che si affronta per arrivare all’ultima tappa del viaggio, da Makrys  Gialos a Kato Zakros è il più fascinoso.

In un punto X,  sulle montagne [la distanza tra i villaggi è siderale, tra un minuscolo assembramento di case e un altro non ci sono che rocce, cespugli e olivi] , sembra di essere entrati nel regno di Pan. Sul ciglio della strada, capre, caproni, pecore.

Tantissimi. E tantissimi sparsi tra i cespugli e le rocce. Mi sento un’intrusa, mi pare quasi di violare qualcosa di ancestrale.

Kato Zakros è un’insenatura tra le montagne. Solo qualche taverna sulla spiaggia, neppure un minimarket.   Un luogo di assoluta tranquillità e pace, senza folla. 

Kato Zakros

Anche a Kato Zakros c’è un sito minoico, privo di visitatori. (Tutte le vestigia, ovvero qualche pietra, è a  vista;  a che serve pagare il biglietto per entrare nel recinto? Vi saranno un paio di pannelli esplicativi in tutta l’area)  Vi è anche l’ingresso per la Gola dei Morti, così chiamata perché è stato ritrovato un luogo di sepolture minoico.

[A proposito di sepolture. Nel museo di Heraklion vi è un grande vaso con uno scheletro rannicchiato in posizione fetale. Anche questo sepolcro viene da Kato Zakros. Il morto nel vaso di terracotta, preambolo al ritorno nel grembo della madre terra.]

Della gola dei Morti ho percorso solo un centinaio di metri, giusto il tempo per sentire l’eco della voce tra le montagne e provare la sensazione di sentirmi smarrita.

Da Kato Zakros ci vuole quasi un’ora per arrivare a Vai beach, un altro must cretese, la spiaggia con il più esteso palmeto d’Europa. Bellissima.

Però.

Non è tanto un peccato che sia interdetto l’accesso – le palme sono rinchiuse dietro staccionate, non è più possibile passeggiarvi nel mezzo – quanto che ne sia interdetta la vista: file di ombrelloni, con le pagliarelle e pure a baldacchino, per chi ha il portafoglio largo, privano lo sguardo di una meraviglia che pure ha diritto di essere preservata dal turismo selvaggio.

Fortuna che anche qui c’è un’ampia zona di spiaggia libera dove almeno fino alle undici si può stare larghi come pascià.

E che mare incantevole!

Kato Zakros è un buon punto di appoggio per raggiungere le spiagge di Xerocambos: tante calette tutte con acqua cristallina, poca gente, facile accesso.

Meravigliosa è argilos beach. Le pareti rocciose sono ricche di argilla, con la quale ci si può impiastricciare e fare una seduta di beauty therapy assolutamente naturale e gratis.

E’ un pochino laborioso sciogliere le rocce nell’acqua, ma proprio all’inizio della spiaggia vi è una grande pietra cava nella quale è possibile raccogliere l’argilla già pronta per l’impacco.

Di tanta bellezza non ci si sazia mai.

Ma le vacanze finiscono, si deve ritornare.

Da Kato Zakros ad Heraklion ci vuole tempo, più di 3 ore. Sulla costa nord, la strada veloce con tante automobili e gli agglomerati urbani mi riavvicinano alla “normalità”. Gli edifici non finiti, i tanti finiti e abbandonati – più di un resort ho intravisto tra Sitia e Malia completamente in malora, mi intristiscono: modernità come spreco.

Restituito il catorcio all’agenzia di noleggio, all’aeroporto si paga lo scotto di due settimane di tranquillità: una bolgia infernale di persone e valigie, file dovunque, rumore. Non c’è un angolo dove sedersi. Ore di attesa per l’imbarco in una situazione di surreale affollamento.

La vacanza è davvero finita. 


lunedì 30 agosto 2021

Viaggio in Grecia. Anno II era Covid. Città macedoni e altri luoghi ameni (3)

Salonicco, la principale delle città macedoni,  è strana.
Anzitutto nel nome. 
Per i greci è Tessalonica, non Salonicco. 
E’ ambiziosa – ma lo sono, in piccolo, anche le altre –,  boulevardizzata– penso al lungomare, una lunghissima passeggiata dove si  cammina, si guarda il mare, si va in bici o in skate e si può fare poco altro, un selfie davanti alla statua equestre di Alessandro Magno o agli Ombrelli di Zongopoulos, e penso anche alle stradone parallele che sembrano spaccare in due la città:  dall’ana polis, la città vecchia e alta, fino a piazza Aristotele, uniformata dalle facciate degli edifici che la racchiudono.

Quasi tutto nuovo, dopo l’incendio che  distrusse la città nel 1911. 
Però il passato – non solo quello remoto – il cantiere degli scavi del foro romano è un fermento – anche il prossimo,  fatto di urbanizzazione selvaggia, di case appoggiate a case e ad altre ancora, di catapecchie che rinnovano le finestre e conservano il tetto in lamiera, sbuca da ogni angolo. 
Tuttavia Tessalonica ha un fascino indecifrabile. 
E’ un fascino immotivato come il rito del guardare il tramonto, che spinge tante, ma tantissime persone a radunarsi sulle scale seminascoste che portano alla città vecchia, sulle mura del castello, alcune correndo manco stessero per perdere il treno, l’attimo fuggente che si rinnova ogni giorno,  e stare lì, da soli o in gruppo, a guardare la luce arancione obliqua scivolare sulla città.

Kavala sembra riprodurre in piccolo le contraddizioni di Salonicco: un lunghissimo lungomare,  le mura delle fortezza e il poco che ne resta a dominarlo dall’alto.
Una velleitaria fontana con giochi di acqua e luce nella piazza principale della città nuova. 
Il grande acquedotto romano stride – e si impone - tra gli edifici moderni e le case che sono incastonate in  alcune sue arcate. 

Xanthi è una cittadina universitaria, che ha vissuto la sua belle époque tra le due grandi guerre grazie al commercio del tabacco. 
Una città ponte tra Macedonia e Tracia, e in senso ancora più lato tra ovest ed est, dove la convivenza etnica era (è?)  la norma, e dove l’abito tradizionale e i comuni mestieri nascondevano le differenze tra ortodossi, musulmani, ebrei. 
Ora sono i tanti hijab a rivelarne la multiculturalità. 
Dopo la seconda guerra mondiale la decadenza. 
La memoria è affidata alla mappa della città, che segna in giallo gli edifici più antichi e al  museo di storia e di folklore, ospitato in uno tra i  pochi palazzi signorili che non sono  chiusi e abbandonati, ma ancora di più alla abnegazione dell’unico dipendente che abbiamo incontrato: accoglie ogni singolo visitatore o piccolo gruppo  a cui spiega la storia della città e del museo stesso. 
In inglese, of course, molto lentamente, of course. 
Mentre due persone girano tra le stanze, il solerte funzionario stacca il biglietto per i tre che hanno finito la visita  e si appresta a ricominciare il racconto per i nuovi due ospiti. 
Sette visitatori in due ore, un registro delle firme che rivela quasi solo lettere greche.
 
Edessa è su un altopiano non lontano  dai monti Voras, confine naturale con la Macedonia del Nord. 
E’ una città attraversata dal fiume Edesseos, le cui acque  scorrono in canali tra le strade cittadine e si radunano in suggestive cascate.
Il parco delle cascate è un luogo ameno, non lontano dal “quartiere” Varosi, il piccolo agglomerato di case che testimoniano la lunga dominazione ottomana, anche se quelle meglio conservate sono state massicciamente restaurate. 
Il parco delle cascate è un “giardino” cittadino, un luogo aperto dove poter passeggiare a tutte le ore. 
A pagamento e in orari determinati è possibile visitare alcuni piccoli musei e la “cava”, la grotta: dieci passi oltre il gabbiottino in cui è rinchiusa l’addetta alla vendita del biglietto di ingresso e non si va oltre. Una piccola cavità nella quale ammirare a distanza ravvicinatissima il  gocciolare dell’acqua sulle stalattiti. 
Il via/vai nel parco, molto contenuto in verità, si ferma alle prime due terrazze: man mano che si scende aumenta la trascuratezza: la scalinata in pietra è aggredita dalla vegetazione e dalle zanzare. 
Ed è un peccato, perché le due cascate gemelle sono quasi più belle di quella principale. 

Verghina e Loutra Pozar. Luoghi ameni.

Verghina è una frazione di Veria,  poche casette e campi coltivati ai bordi di un un micro reticolo di stradine. Ma sotto la terra gialla ci sono tesori. 
Gli scavi archeologici in quest’area identificata come l’antica Aigai, capitale del regno Macedone, hanno una storia non molto remota. 
Negli ultimi anni del secolo scorso è stata portata alla luce la necropoli, cuore del Sito Archeologico delle Tombe Reali. 
Il sito si espande in tutta l’area circostante: i resti del palazzo reale, del teatro, dell’acropoli, il cui attraversamento sotto il sole a +40° richiede uno spirito da Indiana Jones, ma imperdibile e poco faticosa (anzi freschissima) è la visita del  museo, costruito sotto il grande tumulo dove è anche la Tomba di Filippo II, il padre di Alessandro Magno. 
Sotto la montagnella dunque il museo, i cui spazi, corridoi, stanze, sono definiti dalle tombe. 
Nelle vetrine e nelle teche vi sono i corredi funerari e altri reperti, ed è impressionante la fattura delle piccole sculture in marmo e degli oggetti in oro, lamine finissime intagliate con stupefacente precisione naturalistica. 


Le terme di Pozar  -  circa 30 km a nord di Edessa - sono un’incantevole Spa naturale. 
Le sorgenti termali sono state “convogliate” anche in una struttura, ma i benefici dell’acqua – fiume, cascatelle, pozze calde e pozze fredde, oltre alla non trascurabile  frescura data dagli alberi,  sono alla portata di tutti perché l’accesso  al “bosco” è gratuito. 
Nell’area  ci sono un bar, un ristorante, le toilette e persino le docce, ma nulla impedisce di piazzare tavolino e sedie e fare un pranzetto piedi in ammollo sulla riva del fiume. 
Alla modica cifra di 2 euro a persona per 30 minuti si può entrare in una delle due  piscine esterne, vasche in pietra,  con acqua calda, caldissima. (entrata molto più agevole rispetto a quella nelle pozze  formatesi naturalmente nel  letto del fiume).
Sentieri di trekking partono dalla terme. 
No, non li ho percorsi. 
La goduria delle chiare fresche e calde acque mi ha trattenuto e intrattenuto in ammollo a lungo, molto a lungo. 

C’è in Italia un posto così, gratuito, con tanti servizi e poco affollato? Dubito, così come non ci sono in spiaggia lettini e ombrelloni gratuiti per i clienti che ordinano anche solo un frappè.

Non posso che esser ancora una volta contenta di aver potuto varcare i confini, di aver potuto scegliere dove andare.

Soprattutto andare. 



Viaggio in Grecia. Anno II era Covid. Macedonia. (1)

Viaggio in Grecia. Anno II era Covid. Monte Athos, gli ortodossi, la devozione popolare. (2)


Viaggio in Grecia. Anno II era Covid. Monte Athos, gli ortodossi, la devozione popolare. (2)

Del Monte Athos sapevo che l’accesso è rigorosamente vietato alle donne, anzi alle femmine considerando anche molte specie animali. 
Pensavo però che fosse un divieto riguardante l’area dei monasteri, e non quasi l’intero terzo dito della penisola calcidica, che ha una superficie di  335,63 km quadrati, maggiore di quella della repubblica di Malta. 
Un pezzone di Grecia che di fatto è uno stato a parte, lo Stato Monastico Autonomo del monte Athos. 
La separazione, chi lo avrebbe immaginato, è sancita non solo dalla folta vegetazione che ricopre le  montagne, ma anche da muri lungo il confine “marittimo”. 
Lunghe mura nell’acqua. 

[come può uno Stato moderno concedere così tanto spazio, nel senso concreto del termine,  a  entità religiose che  fondano la loro ortodossia sulla discriminazione di genere?] 

Sulla spiaggia di Komitsa, vicino al confine, lontano dagli sparuti bagnanti, sbarcano due monaci. Ad aspettarli un camioncino stracolmo di sacchi di patate. 
Almeno 6 volte la barchetta a motore dei religiosi fa spola tra la spiaggia e un non visibile attracco per portare i sacchi di patate nello Stato Monastico.  
Gambe in acqua nonostante la nera palandrana. 
Cappello calzato nonostante i 40 gradi. 
Sacconi sulle spalle nonostante la veneranda età. (Non si vedono bene, ma il barbone bianco non può mentire)
I pensieri rotolano senza ordine. Le hanno pagate le patate? Non possono coltivarsele le patate? Orano e poco laborano? Che mangiano i monaci se ogni scambio è così complicato, se  neanche le mucche e le pecore che fanno il latte possono circolare nel giardino di Maria? 

Mi è stato detto da chi è stato ospitato in un monastero e l’ha trovata esperienza straordinaria di rigenerazione,   che sulle coste del dito su cui svetta Monte Athos sbarcò  Maria (???), e i monaci si ersero custodi del sacro luogo, impedendo la contaminazione derivante da qualunque altro piede o zampa femminea. 
La persistenza di questa motivazione mi è incomprensibile tanto quanto le affermazioni talebane che i jeans sono sgraditi a Dio.
Ma tant’è. 
Monte Athos è una realtà della Grecia, e il suo fascino è proprio nell’essere caratteristica unica e specifica. 

D’altra parte, una sensibilità religiosa molto forte, almeno in questa parte della Grecia, è evidente dal numero smisurato di cappellette votive (Tabernacoli? Chiesette in miniatura? Casette per  le candele? Non ho idea di come si chiamino) che si ergono sui cigli  delle strade, davanti alle fabbrichette  o agli appezzamenti coltivati, sugli scogli a mare, nei condomini e, in forma più maestosa, anche inseriti nelle mura esterne delle chiese, una porta sempre aperta alla preghiera (o boh, all’accensione delle candele) anche quando il portone della chiesa è sbarrato. 


E il trend è in crescita: percorrendo la circumvallazione esterna di Salonicco si vedono molti "laboratori artigiani" che ne vendono in muratura (Cemento? Gesso? Terracotta?) di infinite fogge e dimensioni; ho scorto cappellette veramente grandi, ma grandi, piantate nei giardini di lussuose ville. 
La chiesetta in muratura in luogo del gazebo. 
O nel garage, a guardia dell'auto e della moto. 



venerdì 27 agosto 2021

Viaggio in Grecia. Anno II era Covid. Macedonia. (1)

Memore del meraviglioso distanziamento sperimentato in Grecia nell’anno I dell’era Covid (sociale: spiagge e monti vuoti di vestigia umane;  mentale: paesaggi marini e montani incantevoli), è stata irrefrenabile la voglia di tornare nell’ellenica terra anche quest’anno, nonostante il rompimento maggiorato delle procedure burocratiche per le uscite dalla madrepatria e ritorno.
Le differenze, da un anno all’altro, non si esauriscono nei pass e plf di cui essere muniti: la Grecia è varia e la Macedonia, la regione scelta questa estate, lo è ancora di più. 

Terra di Filippo II e del suo ancor più famoso figlio Alessandro Magno, la Macedonia è una regione amministrativa orientale della Grecia (solo la Tracia è ancora più ad oriente), ricca di contrasti, non solo naturalistici. 
Edessa, Xanthi, Kavala e Salonicco, la città più grande e popolosa, sono state tappe del viaggio, oltre alla penisola Calcidica. 
Le note a ricordo  non seguono né ordine cronologico né logico. 
Una macedonia, per l’appunto. 

1) Halkidiki, come la chiamano i greci, è la penisola Calcidica. 
E’ la terra natale di Aristotele, a cui è dedicato un parco tematico di cui non credo che il filosofo andrebbe molto fiero, se non per il democraticissimo costo del biglietto d’ingresso, euro due a persona. 
Per il resto, le istallazioni nel piccolo parco, che dovrebbero essere interattive, risentono di un debole apparato di comunicazione e di una scarsa manutenzione per cui il funzionamento, tranne per i dischi ottici che vanno semplicemente ruotati a mano (gira la ruotaaaaaaa),  è lasciato più all’immaginazione che alla pratica. 
Ma stando in zona, lontano dalla rinomata costa, si può approfittare per visitare il bel paesino di Arnaia, che conserva ancora alcune   case in legno tradizionali, una piccola sacca di resistenza all’anonima urbanizzazione che ha trasformato i villaggi dei pescatori in luoghi caratterizzati da palazzine bipiani in cemento armato. 
La penisola  si allunga con tre propaggini nel mar Egeo,  tre dita  le cui spiagge sono descritte come i Caraibi della Grecia. 
E insomma. 
Acqua verde acqua calda, così andrebbe riscritta la canzone da dedicare alla Calcidica. 
Strano, strano,  perché dalle foto (anche da quelle che ho scattato io) l’acqua sembra azzurra, ma standoci dentro si ha l’impressione di essere immersi in un lago, in cui si rispecchiano boschi.
Acqua verde, verdissima. 
(Mare trasparente e pulito, non potrebbe essere altrimenti data la bassissima densità urbana e l’assenza di impianti industriali, però… ho rimpianto il turchese delle isole Ionie, così intenso da far quasi male agli occhi).
Ed è calda. Nessun trauma nel tuffarsi. Ammolli lunghi lunghissimi. 

Di Kassandra, il primo dito procedendo da ovest, per un accidente che ha mandato a monte la prima parte dell’itinerario, non ho potuto vedere nulla. 
 A Sithonia  mi sono accomodata su  alcune spiagge supergettonate ed anche abbastanza affollate, come Kalamitsi o Kavourotripes  nota come Orange beach, che oltre alla caletta attrezzata dal baretto, offre scogli e micro spiaggette  su cui ci si agglomera come neanche al lido mappatella di Mergellina, ma anche su altre molto più rilassanti e vuote come Koviou Beach ( il parcheggio però è piuttosto problematico). 
Echelodicoaffare, quella che a me è piaciuta di più è  la meno strombazzata in rete, tanto da non essere neanche riportata con il segnalino rosso su google maps, la spiaggia di Porto Koufo. 


Porto Koufo è una baia chiusa, dicono il porto naturale più profondo della Grecia, noto per le taverne sul porto. Ma la lunga spiaggia è poco affollata. Da una parte della baia il porto, il relativo burdello di gente e di auto e di barche,  all’estremità opposta  una laguna e tanti edifici dismessi o la cui costruzione è stata abbandonata prima ancora di essere portata a termine. In questo lembo dal sapore della noncuranza, si accampano campeggiatori di fortuna, con pulmini adibiti a camper e tende montate tra gli sportelli dell’auto. Liberi e selvatici. 
Nel mezzo, nel silenzio, io. 

Il limite del terzo dito non raggiunge neanche la prima falange, si ferma ad Ouranopoli. Anche nel terzo dito le spiagge più belle sono quelle lontane dalle piccole cittadine  e dalla convulsione dei condomini turistici e degli albergoni a tante stelle. 
Quella di Ouranopoli e quella di Komitsa, entrambe verso il confine con lo stato teocratico di Monte Athos, e la spiaggia di  Agios Georgios ad Ammoulliani, una piccola isola che si raggiunge con una traversata in traghetto di pochi minuti. 
Ad Agios Georgios, alle 10 del mattino, ci sono più gabbiani che umani. 






mercoledì 19 agosto 2020

Viaggio in Grecia al tempo del Covid: il mare. Lefkada. (2)

Dopo una settimana a zonzo con l'auto, tra Meteore e paesi di pietra della Zagoria e altri ameni luoghi dell'Epiro (qui il racconto),  la prima tappa al mare è di decompressione: programmate 48 ore di totale stravacco, macchina a riposo,  taverna localizzata a due passi a piedi dall’appartamentino quasi sulla spiaggia, tra Ligia e Riza.

Penso allo sperpetuo che avrei dovuto patire per fare il bagno di prossimità secondo le indicazioni governative  e regionali anticovid: prenotazione con app  per le spiagge libere, magari in un recinto azzeccato ad altri enne recinti, oppure esborso di cifre esorbitanti per l’affitto di ombrellone e sedie in un lido [sugli stabilimenti balneari che vantano diritti sul mare di tutti potrei tirare una pippa infinita], incasellata pur nel rispetto della distanza di un metro in una soffocante teoria di altri ombrelloni. (senza contare il parcheggio, il traffico, etc etc)
Il mio ombrellino rosso è l’unica macchia di colore in una lunghissima spiaggia. Altro che distanziamento. Mi sento Robinson Crusoe.
Ed il tramonto è di una bellezza struggente.

Last but not least, Lefkada, l’isola non isola dell’arcipelago delle  Ionie. 
C’è una laguna tra la terraferma e l’isola,  uno strettissimo braccio di mare a separarle e un piccolo ponte ad unirle. 
Il ponte, che si solleva ad ogni ora per il passaggio delle barche, non c’è.  E’ smantellato, in manutenzione, sostituito dal ventre di un traghetto messo di traverso che a prua ingoia le auto e a poppa le sputa sull’isola. 
Ingegnosa alternativa.
Non mi è bastata una settimana per esplorare tutte le calette e le spiagge dell’isola: preambolo al desiderio già urgente di ritornarvi. 
Base d’appoggio a Sivota, una baia incuneata a sud dell’isola, protetta dai venti e dal caos: porto turistico per barche a vela che navigano solo a motore;  diportisti, pochi,  soprattutto inglesi - tutti impunemente e arrogantemente in ogni luogo anche chiuso senza mascherina – che sbarcano per accomodarsi in una delle tante tavernette che punteggiano il borgo.  
Nonostante sia un porticciolo,  l’acqua è trasparente, invitante. Forse non sarebbe stato un errore riservare uno spazio della baia alla  balneazione: ci sono solo due piccoli angoli lasciati liberi dagli ormeggi. 
Ma ci sono tante spiagge nei dintorni, ed una selvaggia ed aspra proprio sulla penisola che limita Sivota dal mare aperto.
Percorrendo le strade principali di Lefkada e anche le cittadine costiere,   l’edilizia visibile ha  un aspetto dimesso: costruzioni semplici e modeste, almeno negli esterni.
Non si vedono, ma ci sono: le superville sono nascoste dal verde. 
Tantissime, davvero extralussuose,  sono  in costruzione. 
Ho pensato alla strategia lontano dagli occhi e dalle scoppettate, dall’invidia altrui. 
[La strategia opposta alla pacchiana e volgare ostentazione della ricchezza.] 

Lefkada è un’isola bella perché ha  una gran varietà di paesaggi: falesie impressionanti, come quelle che sovrastano le spiagge di Egremni e Porto Katsiki, dove il mare è di un turchese da paura, calette scogliose e calette con i sassolini, spiagge dal sapore lagunare,  strisce di ghiaia addossate ad alberi, baie tranquille e baie movidose, e la lunghissima  brulla e ventosa spiaggia di Agios Ioannis, paradiso dei  kitsurfisti e windsurfisti. 
E il mare - una costante – trasparente, bellissimo. 
Ad Afteli mi sembrava di essere in un acquario: decine e decine di pesci – ma grandi! Enormi! Da griglia, non da frittura! – mi ruotavano intorno come i pellegrini alla Kaʿba.
E quanto verde! A breve distanza da Nidri, ci sono le cascate. 
L’estate non è il periodo migliore per visitarle, sono poco più di un rigagnolo e la gola è asciutta, ma il luogo è ameno, fresco, ottimo per una pausa da abbrustolimento solare. 
Lungo la strada che percorre l’isola da nord ovest a sud,  si attraversano zone montuose completamente rivestite di boschi. 

Avrei voluto visitare i villaggi dell’interno: lungo la costa i borghi di tradizionale hanno conservato solo le stradine/mulattiere, un mortacci ad ogni mezzo chilometro. [ah, Evgiros!]
Ma il mare è il tesoro esposto di Lefkada, difficile rinunciarvi anche solo per un pomeriggio, soprattutto se non vi sono accidenti quali piogge e temporali.
Non ho fatto in tempo neanche ad andare sugli  isolotti prospicienti Nidri, Meganisi & Co, se non attraverso la fugace vista dal mare dal barcone che fa crociera giornaliera. 
Anzi, Meganisi soltanto, perché Skorpios e Madouri sono isole private, la  prima ex proprietà Onassis.
Eh, c’è chi può e chi si deve incarrettare sui barconi per strappare un tuffo nell’unica baietta di Skorpios  alla quale  si può accostare. 

Sul barcone però ci ero andata per vedere Itaca, altrimenti irraggiungibile se non in tempi lunghissimi. 
Il “traghetto di linea” Lefkada – Itaca, causa Covid è stato soppresso, e la crociera giornaliera prometteva sosta a Cefalonia e Itaca, oltre che alla spiaggia di Egremni, non accessibile via terra. 
In realtà, la sosta è solo a Cefalonia,  un’ora per intrattenersi a Fiskardo, un manipolo di case tramutate in negozi di souvenir e di taverne che attendono lo sbarco dei turisti  per sbarcare il lunario, mentre alla petrosa Itaca si  getta l’ancora davanti ad una parete rocciosa, dove s’incunea una spiaggia, per un rapido bagno. 
Non è certo questo il luogo in cui Ulisse ha fatto ritorno a casa. 
(dunque si sappia: le crociere giornaliere non portano di fatto ad Itaca)
Però dal barcone guardo la punta di capo Lefkada, la lingua di roccia da cui – il mito vuole – si lanciò Saffò, e immagino che il vento e le onde, così  incisive quando lo si doppia, l’abbiano trascinata lontano lontano.

Durante i sette giorni trascorsi a Lefkada non ho avuto tempo neanche per vedere la penisoletta di Geni e Desimi, pur tanto vicine alla mia base.
Però. 
Meglio poco che niente. 
E quest’anno, date le contingenze, il poco è davvero tantissimo: poco stress, poca spesa per la massima sicurezza e il distanziamento sociale estremo  in luoghi incantevoli.  
Quasi un miracolo. 

martedì 18 agosto 2020

Viaggio in Grecia al tempo del Covid: Meteore, Zagoria, Ioannina. (1)

Covid o  non covid, noi, arriveremo in Grecia…
Così cercavo di tenermi su, quando al tempo del lockdown riguardavo con scoramento l’itinerario organizzato in ogni dettaglio. 
Meteore, Zagoria, Joannina e poi  Lefkada. 
Una settimana tra monti, città, villaggi,  lago e fiume  così come piace a me e l'altra al mare così come piace a lui, per non scontentare nessuno. 
[lei dice in uno si è in pochi, in due si è in troppi]
Viaggio in nave prenotato a novembre, prezzo più che allettante ma non rimborsabile  [il verdoniano Furio delle vacanze che è in me si mette in  azione mesi e mesi prima della partenza]
Cancellare le altre prenotazioni  non sarebbe stato un problema ma e’ desolante veder sfumare ciò che a lungo è stato covato.
Grande sospiro di sollievo alla notizia dell’apertura dei confini greci ai turisti dal primo luglio, un poco di rottura di cazz nel dover compilare i moduli di registrazione uniti all’ansia del tampone random (e se allo sbarco alla lettura del codice mi incolonnano tra i tamponandi? sicura sono di essere negativa, ma non ho mica piacere a trascorrere in autoisolamento le prime 24 ore - o peggio, se lo sbagliano e mi dichiarano positiva? marò, 14 giorni in un albergo covid a spese greche, un’esperienza – mi dice lei – ma non certo quella che voglio fare io)
E invece tutto è filato liscio, anzi liscissimo. 
Nonostante, o meglio,  proprio grazie al covid, a tre settimane dal ritorno (ah, il petulante frastuono della routine quotidiana!) posso con assoluta certezza affermare che è stata la vacanza con l’ indice di distanziamento sociale (e mentale) più elevato: tutti i luoghi goduti nella più assoluta tranquillità, senza file, senza folle, senza ingorghi. 

Si comincia con il traghetto Brindisi – Igoumenitsa. Mai fatto un imbarco più veloce, due ore prima della partenza già in cabina. 
Pochissimi i turisti, in verità, sia all’andata che al ritorno. Una nave traghetto piena di tir, di panze e di lingue slave.
Sbarco rapido, lettura rapida del codice e via (fiuuuuuuuuuu), verso la prima tappa. 

Meteore. 
La strada per arrivare a Kalambaka, o Kalampaka, è deserta. Vabbè che sono le sei del mattino, ora locale, ma davvero non si incrocia anima - auto viva.  Pioviggina, il cielo è scuro, le meteore, giganti e irregolari cilindri di pietra,   si stagliano all’orizzonte  maestose e inquietanti. 
 
Ai piedi della meteora su cui svetta il monastero di  Agías Triádos c’è un sentiero di trekking che conduce sulla sommità. 
La roccia è talmente irta e brulla che mi chiedo come si possa arrivare sulla vetta senza fare il freeclumbing. Non riesco proprio ad immaginare il primo anacoreta avventurarsi lassù,  né l’inizio della costruzione dei monasteri.
Il sentiero è in un bosco fitto, il percorso è segnato da freccette rosse. 
C’è un silenzio ovattato, interrotto da qualche abbaiare di cane che non si vede e dal mio respiro corto (mesi di Dad, condotta sul divano h14/24,  hanno ottenuto il loro sporco risultato). 
In realtà il sentiero, che si percorre in poco più di un’ora (i 40’ descritti nelle guide sono calcolati su spiriti agili) arriva a metà del viale lastricato che porta al monastero dal comodo parcheggio sulla strada ad anello che circumnaviga tutte le meteore. 
Restano da salire le scale scavate nella roccia. Tante scale. 
E in cima il portone chiuso.
Fortunatamente l’attesa è breve, qualcuno apre e scompare lungo un’altra scalinata. 
Nel monastero fervono lavori di ricostruzione, manutenzione, rifacimento. Comprendo che quella che credevo una teleferica turistica, guardandola dal basso,  è un montacarichi sospeso che trasporta materiali e operai. 
Dall’altra prospettiva, dall’altra  altura, in serata, due donne inviano al papàs solitario che annaffia il giardino, un gigantesco cocomero e dei sacchetti previa telefonata. 
(neanche gli anacoreti sfuggono alla modernità)
Ma all’apertura  vi sono solo i muratori impegnati con la betoniera, il bigliettaio, e un ragazzo che passa meticolosamente l’aspirapolvere nei locali del monastero. 
E’ forse questa prosaicità  che smorza l’interesse – in realtà già abbastanza limitato – per la visita dei monasteri. 
Mi affascinano di più le torri di  roccia,  i ciclopici menhir di arenaria, espressioni dell’irruenza della natura con le sue variazioni improvvise in un più morbido paesaggio e le costruzioni umane che tentano di addomesticarla per  arrivare al cielo:  di come sono ora gli interni dei monasteri, visto uno, degli altri cinque (solo sei su ventiquattro sono stati recuperati dopo anni di abbandono) non mi importa molto.
[Le Meteore – termine che in greco significa sospeso in aria e che connota  i centri monastici - sono patrimonio dell’Umanità, ma senza le rocce, questi monasteri lo sarebbero stati?]

Seconda tappa del viaggio è la Zagoria, una regione dell’Epiro. 
Non ho mai amato i luoghi affollati e iperturistici, anche in tempi non sospetti. 
“La vera Grecia” – mi dice l’impiegata dell’ufficio dell’Ente ellenico per il turismo  a cui mi sono rivolta per un inghippo nella compilazione del modulo di registrazione per l’ingresso nel paese. 
[Ripenso alle taverne della costa: meglio l’agnello che il pesce. La Grecia è come la Sardegna. Isola/isole di pastori]
La Zagoria è una zona a nord-ovest, verdissima, vicina all’Albania: i tetti di pietra delle case dei villaggi somigliano a quelli di  Argirocastro.
Quanta frescura! Già la strada che conduce da Kalambaka alla Zagoria, verso Metsovo  ha un aspetto alpino: abeti a tappezzare i versanti delle montagne. 
Metsovo. Avrei dovuto inserirlo nell’itinerario.  Si può viaggiare virtualmente quanto si vuole, 3D e satellite, ma la percezione reale dello spazio e dei luoghi si ha solo standoci dentro.
Delle strade strette, tortuose, prive di guardrail che collegano i villaggi della Zagoria sapevo, ma non immaginavo fossero, per alcuni tratti, davvero così strette e tortuose, quasi mulattiere. 
Tanto meno immaginavo si dovesse attraversare un ponte di legno largo appena quanto l’auto, dall’aspetto tienimi che ti tengo, che avrei evitato anche stando a piedi. 
A meno che il navigatore non abbia preso una gran cantonata e la strada meno comoda, facendoci provare il brivido del dove cazz stiamo andando. 
I ponti di pietra per cui la Zagoria è famosa sono tanti. Alcuni davvero suggestivi, altri un po' scofecchiati, tutti vinti dalla natura, che ha ricamato tra i mattoni merletti di erba. 
Acqua che scorre al di sotto dei ponti non ce n’è. Solo pietre, e pietre ed erba e boscaglia. Chissà in inverno. A cosa serve un ponte, mi chiedo,  se non  a collegare? 
Eppure, questi ponti della Zagoria sembrano astratti, posizionati come draghetti a guardia delle montagne.


I villaggi sono distanti, tornanti e tornanti di strade accidentate. 
Kipoi è il paese attorno al quale c’è il maggior numero di ponti. Su google map si contano 9 alberghi. L’impressione passeggiando per il villaggio è di abbandono: ci sono tante case in rovina, le stradine  sono disconnesse e piene di erbacce, anche la chiesa sembra desolatamente trascurata, e gli unici edifici  ben ristrutturati sono proprio gli  hotel boutique (meno di nove, però).  
Ma di turisti non c’è traccia. 
Tranne i tre o quattro avventori, spiccatamente indigeni,  che transitano nel baretto in cui facciamo sosta, non incrociamo nessuno.  
O sono tutti a fare escursioni, parapendio, oppure…
Un tentativo di rinascita stroncato, forse non solo dal Covid. 


Anche a  Monodendri, da cui partono i percorsi di trekking per le gole di Vikos, ci sono più alberghi, b&b, lussuose ville vacanza che civili abitazioni. 
Anzi, quasi non ci sono civili abitazioni. 
Molti alberghi sono vuoti, delle tante taverne ne sono aperte solo due.  
Al mattino, gli stormi che solcano il cielo e, ad ondate, si poggiano sui tetti di pietra delle case, sono tantissimi (assembramento di uccelli). 
Dal balconcino posso guardare le montagne verdissime, gli uccelli, i tetti, e la preparazione al lavoro di muratori che tirano su materiali da costruzione in uno scheletro di casa. 
A me non sembra un restauro, ma una costruzione ex novo modellata sulle tipologie edilizie più antiche. 
Monodendri [ma anche Kipoi, e penso anche gli altri villaggi della Zagoria] è un luogo,  non un paese: di ciò che un tempo fu,  si propone il simulacro, elegante base d’appoggio per godere della pittoresca natura  che, per fortuna, resiste alla violenza del tempo.
A qualche chilometro da Monodendri c'è la foresta di pietra: le formazioni rocciose sono davvero particolari, spuntoni di lastre sovrapposte, molto affascinanti.


Ancora qualche chilometro e si arriva ad un punto panoramico dove è possibile ammirare dall’alto l’ampiezza della gola di Vikos, la più profonda d’Europa. Una vertigine. 
La passeggiata che conduce dal parcheggio al belvedere è serafica: alberi ombra fresco, silenzio cicale e latrati di cani invisibili.  
Anche qui non si incrocia nessuno. 
Mi sembra di avere la Grecia tutta per me. 

Chiusa la parentesi montagne, prima di fiondarci  al mare,  uno sguardo a Ioannina, la città principale dell’Epiro. 
Si sporge sul lago Pamvotida, sul quale sembra galleggiare l’isola senza nome, indicata con l’appartenenza, isola di Giannina. 
Cominciamo da qui. L’imbarco dal pontile di Perama, paesello sulla costa opposta, a poche bracciate dall’isoletta, non è più attivo. L’unico modo per raggiungere l’isola, a meno che non si possegga una barca, è il battello che parte dal  lungolago di Giannina. 
Una quindicina di passeggeri, mascherina e distanziamento.
Una corsa ogni ora, 10 minuti di traversata. 
Sull’isola c’è un piccolissimo borgo, con tante taverne e negozietti di souvenir; ci sono una mappata di monasteri e chiese (che lo dico a fare, manco per l’anticamera del cervello mi passa l’idea di entrarvi), e una strada che corre intorno al perimetro. 
Opto per la passeggiata, un modo per guardare le rive del lago da tante prospettive. 
Ormai è un leitmotiv. 
Non si incrocia nessuno, solo un gruppo di anatre che manco a sfruculiarle  danno confidenza.
Ci sono i pescatori, ne sono segno le reti e le barche ormeggiate tra i canneti. 
E’ qui che assaggio per la prima volta i gamberi di fiume. Assomigliano agli scampi, ma il sapore è molto più delicato. 
Dal battello (o traghetto? Battello mi pare più adatto, viste le dimensioni) la città di Giannina è un ondulato nastro verde sul  quale spicca la torre del minareto. 
Il centro storico è quasi tutto racchiuso tra le mura del castello, il Kastro, uno sperone adagiato sul lago.
Tuttavia, di storico c’è ben poco dentro le mura: passeggiando tra le viuzze, tra  le case a due piani  recentemente ammodernate, sembra di essere in  una borgata extraurbana dell’Italia del dopoguerra, non dentro un castello. 
Solo sulla modesta altura dove un tempo sorgeva la vera residenza di Alì Pascià Telepeni - lui, proprio lui, il leone di Giannina che anche in Albania disseminò castelli e fortezze -  restano tracce del passato: ma la moschea è un contenitore vuoto, la tomba di Alì è una ricostruzione, il museo bizantino e quello degli argenti – in cui siamo gli unici visitatori - sono  lontani miglia e miglia dalle moderne concezioni  museali. 
La bellezza di Giannina è nel suo placido lungolago e nel dedalo di stradine appena fuori dalle mura, puntellate di negozietti,  taverne, baretti, ristorantini dove, alleluia, si può magnare a quasi tutte le ore. 
Luogo di pericolosissimi assembramenti, pieno di gggiovani, di movida. 


A Perama, il paesino dell’altra sponda, vi sono le grotte, tra le più profonde della Grecia. 
La visita è solo guidata (in inglese/greco. La guida snocciola informazioni prima in una lingua e poi nell’altra). Non siamo – mannaggia – soli, stavolta. 
Il gruppo conta una ventina di persone, mascherina obbligatoria, e la risalita, nonostante la temperatura freschissima, è fatta in apnea:  una mancanza di fiato stratosferica che mi fa quasi immediatamente dimenticare la bellezza delle stalattiti e stalagmiti. 

Montagne, città, lago.
Mancano il fiume e il mare. 
Nei pressi di  Gliki, un minuscolo paese tra Giannina e Preveza,  il fiume Acheronte accoglie con amene anse e con le sue gole un cuofano di ospiti. 
Era stato il rimando culturale ad attrarmi: Acheronte, il fiume che porta al regno dei morti, all’Ade, al profondo Inferno. 
E invece. 
Il paesaggio è  bucolico - chiare e freschissime (anzi ghiacciatissime) acque – e il contorno turistico: bancarelle di souvenir, taverne coi tavoli quasi nell’acqua, kajak da  affittare e gommoni su cui farsi portare, passeggiate a cavallo o con le funi tra gli alberi.
Non riesco a compenetrarmi nell’immaginazione degli antichi. 
E’ pur vero che non sono riuscita ad addentrarmi nelle gole, avrei avuto bisogno di una muta da sub, o quanto meno di galosce per camminare nell’acqua gelata.
(c’è chi fa il bagno, pure con la capa sotto. Marò, che coraggio. Mi sa che sono diventata anziana)
E comunque la sosta – mitologia messa da parte – vale davvero la pena, anche solo per magnare la trota, presa  nuotante dalla vasca e passata sulla brace.  

Dopo una settimana tra monti e laghi e città, è tempo di andare al mare. 
Lei mi dice che già il papiello è troppo lungo. 
Il racconto prosegue cliccando qui.