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venerdì 20 marzo 2015

Altai

Ai Wu Ming sto costruendo un altare. 
Anzi,   li sto raffigurando in un dipinto (facce di anonymous), da porre sull’architrave della casa dove abitano gli scrittori che ho letto. 
Sono sull’architrave a ricordarmi che esiste un modo altro di pensare la scrittura e la letteratura, e il copyright, e la visibilità e l’apparenza e l’apparire e  e  e  e.
(Lodabile, ne ho già detto a proposito di Manituana, qui)
Un modello, un esempio. 

Come donna Gracia,  Grazia Nasi alias Gracia Miquez alias Beatriz de Luna, la donna che aveva riscattato dalla schiavitù molti ebrei, e  a molti ancora aveva dato rifugio e protezione durante le persecuzioni e gli esili della metà del 1500. 
Il suo ritratto campeggiava  nella casa del nipote, Yossef Nasi, alias  Giuseppe Nasi  alias João Miquez.
Yossef   aveva un sogno molto più grande di quello che animava la zia sionista antelitteram: costruire uno regno dove potessero convivere in pace e armonia tutti i perseguitati per motivi religiosi, un luogo dove potesse trovare spazio il tempo degli ebrei, quello dei cristiani e quello dei musulmani, senza attriti e senza coperture, così come veniva scandito dal grande orologio inventato dallo scienziato Takiyuddin
Una terra in cui Yossef Nasi sarebbe stato re per concessione del sultano, in cambio del sostegno finanziario nella guerra contro la Serenissima. 
Il regno di Cipro. 
Cipro, roccaforte veneziana nel  mare su cui si affacciava l’impero Ottomano. 

Yossef Nasi era per i veneziani il nemico: l’ebreo che si era finto cristiano nelle peregrinazioni in Europa e che era al fine stato accolto a Costantinopoli dall’imperatore dei musulmani, il  sultano;  nulla di più diabolico e spregevole. 
Così, prima di conoscerlo, lo considerava  Emanuele de Zante alias Manuel Cardoso, il protagonista della vicenda, un ebreo  trapiantato a Venezia e posto al servizio del Consigliere Nordio come spia, agente della sicurezza  spinto alla ricerca dei nemici della Repubblica. 
Altai Wu Ming
La copertina è tratta dal sito dei WuMing
 Emanuele de Zante, un ebreo rinnegato, il perfetto capro espiatorio. 

La vicenda  raccontata in “Altai” copre pochi anni, dall’incendio dell’Arsenale  di  Venezia nel 1569 all’epilogo della battaglia di Lepanto, Lega Santa contro Impero Ottomano, nel 1571.  
Lo sfondo storico è documentatissimo  - sono bravi, sono bravi i Wu Ming –  ;  la prospettiva con cui viene letta la storia potrebbe essere  considerata faziosa -  le vicende legate alla battaglia di Lepanto viste con gli occhi degli ebrei - ma questa è faziosità di superficie, il senso è da tutt’altra parte, e comunque,  ben venga una sana faziosità, cazzarola, che l’oggettività non esiste manco nei saggi palla, perché pure in quelli l’occhio del ricercatore allinea fatti e documenti privilegiando una certa prospettiva. 

C’è un’anima inquieta   in tutto il romanzo. 
Non è più quella del protagonista di Q, il senza nome dai mille nomi, che assume un ruolo chiave, seppur  da personaggio secondario, in questo  Altai, un “ non seguito” del capolavoro di Luther Blissett. 
Non è più l’esaltazione della disobbedienza a tutti i costi che si esprimeva  nell’adesione a tutti i movimenti di rivolta verso qualunque forma di potere del senza nome dai mille nomi - Gustav Metzger,  Gert dal Pozzo, Hans Grüeb, Ludwig Schaliedecker, Tiziano l’anabattista - fino all’ultima identità che assume prendendo il largo su una barca,  Ismail il viaggiatore. 

Ismail è diventato Ismail al Mokahawi. 
E’ vecchio. 
Dei suoi sogni non restano che briciole, e una comunità di Mokha  che lo accoglie come un padre, avendola salvata senza che il sangue di nessuno venisse versato. 
Arriva tardi, ancora una volta, tardi per incontrare Gracia, tardi per comprendere quale sarebbe dovuto essere  il suo ruolo. 

Perché se è vero che sulla terra migliaia sono i cani, servi dei padroni, è anche vero che il cielo pullula di Altai. 

E’ un falco molto robusto, fedele, facile da addestrare. Non occorre far nulla,  con un altai, e un buon falconiere fa il meno possibile.  E’ la natura del falco che lo spinge in volo e gli fa conficcare gli artigli sulla preda. Se vuoi che lo faccia per te, devi solo mostrargli qual è il suo vantaggio.

Un irreparabile senso di sconfitta.

... di fronte a un deserto, un fiume ha due scelte: gettarsi con foga tra le sabbie, determinato ad attraversarle e irrigarle, con il rischio di seccarsi e spegnersi per sempre, oppure evaporare e diventare nuvola, per volare sopra il deserto e, piovendo sulle montagne, tornare fiume.
Ismail  
Ripensò alle parole della storia. Era un parabola sufi, l'aveva udita molte volte, in molte diverse varianti e conosceva il finale: al tempo del disgelo la neve si scioglieva e il fiume tornava ad essere se stesso. Quella era stata la sua vita, per molti anni. Lasciarsi portare dal vento oltre le sabbie e ricominciare a ogni pioggia. Ora non temeva più di trasformarsi in palude, e dare acqua al deserto gli sembrava altrettanto nobile che correre tra gli argini e irrigare la pianura.

Un irreparabile senso di sconfitta o piuttosto la consapevolezza che occorre comprendere quando è il momento di fermarsi, e che  ai sogni  di trasformare il mondo  in senso epico sia meglio…
Sia meglio cosa?  

Ma Altai non è solo ripiegamento. 
E’ anche occasione di riflessione su molti  temi,  ma soprattutto sulla  traccia che credo sia il fondo morale del libro:  il senso dell’identità. 
Non a caso i personaggi più interessanti sono quelli che hanno sperimentato più “identità”, come il protagonista, Grazia e Yussef Nasi, e Ismail.

Identità come limite e costrizione. 

(vallo a spiegare ai nazionalisti, agli omologatori, a chi vorrebbe una sola nera bandiera  su terre e terre, eccetera eccetara)