Visualizzazione post con etichetta Germania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Germania. Mostra tutti i post

mercoledì 23 agosto 2017

Breizh con parentesi. (1) Napoli-Fortezza-Tübingen.

A ritroso.
Il ritorno è segnato dalla desolazione, da una vertigine dolorosa. 
Bruttezza senza appello connota il coacervo urbanistico che si addensa attorno alla mia città,  appena imboccato l’asse mediano, dopo l’autostrada. 
Sin da Afragòla. 
( 'a fràgola, che frutto delizioso. Quanto cambia un accento!)
Eppure stando altrove mi sperticavo in lodi, cantavo alleluia per il caos creativo, per la meraviglia che assale sbirciando tra un vicolo e un altro, per la sorpresa continua: un portale trionfale nel mezzo di  un anonimo muro di cinta, i miliardi di balconcini tutti differenti, le tettoie, i mezzanini, i muri sgarrupati e quelli acchittati uno a fianco all’altro, una scala dove ci si aspetta il piano, il mare che si affaccia tra le quinte  dei palazzi o dirompe dalle terrazze e dagli slarghi, e le due corna -  i due seni, le due onde - del Vesuvio che dorme. 
Ma quello è il centro, il cuore di un enorme corpo metropolitano  lebbroso e tumefatto:  più si e lontani dal cuore più l'occhio pare che non veda [soprattutto l’occhio della politica];  più si è lontani dal cuore (da casa) più si tende ad esaltare il bello e a nascondere il resto. 

Dell'altrove da cui torno,  la bellezza è nei piccoli borghi immersi nel verde,  accoccolati tra fiumi e  monti o  sdraiati sul bordo dell'oceano: per scelta nessuna grande città . 
"Ma quando torniamo? Sono tutti uguali questi posti" -  voce di adolescente zavorra commenta le cittadine bretoni. 
Breizh, Bretagna. 
La distanza e variegati  fattori hanno imposto altre tappe oltre quelle bretoni: in Italia e in Germania, oltre che nel mezzo della Francia. 

Distanza,  non solo chilometrica. 
Forse  questa è la parola chiave di tutto in viaggio, e il suo controcanto è  identità.
"Ni français ni breton, malouin suis!". 
Né francese né bretone, io sono di Saint-Malo, è il   motto degli abitanti della città corsara.
I bretoni sono francesi  ma in modo diverso dai parigini – tralasciando le differenze tra bretoni e bretoni - ,  i tirolesi sono italiani  o austriaci in modo relativo, europei chissà.  E io? 
Mi compiacevo nel dirmi cittadina del mondo. Lo sono, certo, sempre.
Ma sono soprattutto partenopea. Sento i greci, i latini, tutto il Mediterraneo nel mio suk interiore. 
E sono naturalmente italiana. E ovviamente sono europea. 
[Sono soprattutto partenopea?]
Allineare tutti gli aggettivi di “nazionalità” sullo stesso piano è da paraculi, e forse non corrisponde alla verità. 
Non so più in quale ordine disporre le parole.

23 giorni in viaggio. 
Da Napoli a Tubinga passando per l’Austria,  poi la Bretagna,  il  ritorno attraverso il traforo del Frejus,  la sosta  a Torino. 
Si parte. 
L’arrivo a Fortezza, Bolzano
Aria fresca, frizzantella (da 30° a 22° c’è da rallegrarsi, in modo progressivo già dall’autostrada), montagne altissime, pareti di alberi che ingoiano campanili a punta, silenzio. 
L’albergo con adiacente ristorante-birreria in cui riposiamo le affaticate membra e nutriamo la vuota panza è carinissimo e non carissimo. 
La storia locale,  che annovera una gloriosa battaglia vinta dai tirolesi a colpi di sasso contro i francesi , è rievocata in modo caricaturale e simpatico dal tratto di un pubblicitario in gamba ed è il segno distintivo  della birreria.
(Buona la birra, buonissimo il liquore alla birra)
E’  una sosta tecnica  ma sufficiente a confermare che potrei anche diventare tirolese (alla faccia dell’identità e del io sono).
Mi piace molto il dirndl, anche quello che indossa la proprietaria dell’albergo. 
Dovrei imparare il tedesco però. 
L’italiano è parlato poco (e maluccio). 

Al mattino oltrepassiamo il confine. 
Il fresco diventa quasi freddo, il sole scompare dietro grigi nuvoloni e i deliziosi laghi alpini sono avvolti da una bruma quasi autunnale, così come i paesi dalle case con le facciate dipinte.  
La pioggia accompagna il lento viaggio: alla faccia delle italiche lamentele, le strade e autostrade austriache sono un cantiere aperto, il traffico segue l’andamento della pioggia: a tratti senza,  a tratti a mappate.


Sette ore  per percorrere 400 km (!) e si arriva a Tübingen, città universitaria ad una trentina di chilometri da Stoccarda e ai margini della Schwarzwald, la foresta nera. 
Di giorno Tubinga è una città vivace, piena di giovani, multietnica e colorata. 
Sono giovani anche le mamme. Giovanissime  le coppie con tre o quattro figli piccini. 
Di notte Tubinga si svuota. Nel centro storico non c’è anima viva. 
Gli studenti fanno le ore piccole negli studentati, i WHO,  che sono in gran parte decentrati, in collina. 
(casermoni stile Policlinico nuovo)

E’ una città molto carina, con le case a graticcio e piena di fiori,  – mannaggia sul mio balcone non cresce manco il basilico, e sul Neckar scivolano placide le gondole sveve, gli Stocherkähne. 
Su una gondola abbardata con fiocchi rosa dieci ragazze, tutte con occhiali rosa, ridono e bevono. Addio al nubilato? Compleanno? Gravidanza? 
Non saprò mai com’è Tubinga  vista dal fiume, da uno Stocherkahn. 
Ora c’è il sole, dopo mezzora il diluvio e il giro sulla gondola è andato.

Mi consolo con un pasto svevo. 
Spatzle - che assomigliano a pasta fatta in casa con del formaggio sopra -   e Maultaschen - che assomigliano a dei ravioli giganti. 
[non sia mai dire tedeschi e non svevi gli  spatzle e i maultaschen!]
E birra, naturalmente. 
Però ho sfoderato un tempismo perfetto nella salita  sulla torre della  Stiftskirche, la chiesa evangelica che si affaccia sulla piazza del mercato.  Orecchio in perfetto asse con la cassa di risonanza delle campane allo scoccare del mezzogiorno, rintronamento totale aggiunto alle vertigini per la stretta e ripida scala a chiocciola.

Tubinga è nu muorz, in una  giornata si gira da cima a fondo (con doppiatura del circuito).



A qualche chilometro, raggiungibile per gli ardimentosi attraverso i boschi, c’è Bebenhausen, un microscopico e incantevole villaggio (svevo per la precisione, tale perché si parla ancora il dialetto svevo che è differente dal  tedesco)  dominato da un’abbazia cistercense che dopo la riforma protestante venne adibita ad altre funzioni, tra cui quella di residenza di caccia dei re. 
Il pulpito mi impressiona per la sua esuberante pacchianeria.  




A qualche decina di chilometri, domina la località Honau il castello di Lichtenstein, che con l’omonimo staterello ha in comune solo il nome.  
Del nucleo originario  del XII secolo non c’è cippa. 
E’ una costruzione neogotica, di proprietà privata (ci abitano!) ma visitabile. 
Un nido d’aquila, piantato a strapiombo sulla montagna. 

Mi sa di posticcio, di finto. Sarà anche a causa della impalcatura che avvolge la torre e mette in evidenza il modus operandi dei restauratori: ricostruzione. 
Tuttavia vale la pena arrivarci anche solo per passeggiare nei boschi attorno al castello, e gettare lo sguardo sui paesini che si distendono nella vallata. 
Gratuitamente, escludendo il parcheggio, senza orari e prenotazioni.





Tubinga è a sud di Stoccarda. 
Nessuna visita della città – la memoria del traffico bestiale all’arrivo a Tubinga, peggio che sulla tangenziale di Napoli durante un nubifragio prenatalizio, è fattore demotivante.

Però il  museo della Mercedes-Benz non è proprio al centro, ha il parcheggio, e allora si fa eccezione. 
Dal punto di vista architettonico e museografico è straordinario, ma non è un museo dell’automobile, e dopo sei piani (che ascensore megagalattico per la salita! Che rampe scenografiche per la discesa!) di Mercedes e Benz,  dai protomotori alle auto ipertecnologiche mostrate in tutte le salse,  – persino come carro funebre – la  noia divampa, sembra di essere in un infinito spot pubblicitario.
Il mio interesse si  concentra più sulla ricostruzione del contesto storico attraverso foto e pannelli esposti sulla pareti delle rampe che collegano ogni piano – anche se alcune scelte dei momenti più significativi della storia, soprattutto quella recente, sono discutibili – che sulle luccicanti vetture. 
Però quanta gente ci lavora. 
[perché penso all’Italsider e allo sconcico che ne resta?]

Armi bagagli e altro membro dell’equipaggio recuperato, il viaggio prosegue  nel cuore della foresta nera. 
Schiltach, Triberg, Gengenbach.



I link

Birreria Ah   Fortezza Bolzano

WHO  Studentati in Tubingen

Bebenhausen Sito ufficiale del monastero e castello.

Castello di Lichtenstein Sito ufficale.

Museo Mercedes-Benz Sito ufficiale. Non è indicato il costo del biglietto, che è di  10 euro, incluso gadget, ovvero il laccetto delle audioguide, regalato ai visitatori al momento della restituzione degli apparecchi.



Le tappe successive:

Foresta Nera : Breizh con parentesi. (2) Schwarzwald: Schiltach, Triberg, Gengenbach.

Mont Saint Michel : Breizh con parentesi. (3) Sainte-Menehould, Mont-Saint-Michel, Mont-Dol.

Saint-Malo e dintorni: Breizh con parentesi (4). Saint-Malo, Dinan, Cancale, Cap Frèle

Douarnenez,  Concarnerau, Pont-AvenBreizh con parentesi (5). Finistére

Vannes, Paimpont : Breizh con parentesi (6). Morbihan: Vannes, Brocéliande, Guéhenno, Sarzeau







lunedì 10 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Due: Tirolo, Castello di Neuschwanstein in Baviera

Perché proprio il castello di Neuschwanstein e non qualche altra fortezza, il Tirolo in generale, la Baviera in generale (uh, Monaco! Ci si sarebbe potuti allungare fino a Monaco!),  un parco naturale,  un pizzo di montagna qualunque? 
Sempre colpa di google maps e  delle foto che osservo vivisezionando  tragitti  e itinerari possibili.  
Mi  infatuai, affatai, ‘nnammurai, delle immagini del castello turrito e merlato  che ha ispirato il logo della Walt Disney pictures. 
(Il grillo parlante che alberga dentro di me mi bacchetta ricordandomi che le foto, soprattutto quelle professionali, o quelle ritoccate impupazzate iperfiltrate, abbelliscono fin troppo la realtà. 
E vabbuò, dovrò sforzarmi di ascoltarlo, il maledetto)

Dal lago di Garda con l’autostrada del Brennero si tira fino in Austria. 
Il paesaggio muta, diventa inequivocabilmente montano.
Compaiono  le case coi tetti  spioventi e i balconcini di legno e le chiese con i campanili rossi o bruni dalla punta lunghissima. 
(missili verso il cielo)

Tra un paesiello e l’altro faranno a gara a chi ce l’ha più lungo (il campanile della chiesa, dico).

Il passaggio tra Italia e Austria non è segnato da dogane, controlli, fermi. 
Solo avvisi minacciosi – Vignette!! Attenzione!! -- Vignette!! Ultimo avvertimento!! – e non avrei potuto ignorarli anche ammesso che non avessi saputo del contrassegno da accattare e azzeccare sul vetro della macchina per percorrere le autostrade.

Tre piccole note tirolesi prima del castello.

Breitenwang

1) Nel Tirolo  sono sicuramente molto religiosi. Non è solo per i campanili esagerati. Sulle pareti esterne delle case,  sono  dipinte scene sacre o immagini di madonne e santi, inserite in cornici floreali o geometriche. 
A Reutte e  Breitenwang ci sono tante case dalle facciate dipinte.
Sono belle. 


2) Non solo in Tirolo, ma  anche in Repubblica Ceca e in Polonia, ognuno dorme e si avvolge per sé, anche nei letti matrimoniali.  Innanzitutto niente lenzuola. Talvolta solo il coprimaterasso, e poi piumini. 
Rigorosamente singoli anche sui letti a due piazze.  
(ma quando fa freddo è così bello fare due in uno sotto la capannina calduccia. Poi si dice che è fandonia la freddezza solipsistica di certi europei)


3) Vienna esclusa, in Tirolo e nel Salisburghese un certo tipo di water riscuote un discreto successo. 
Nella tazza c’è un avvallamento,  come un bacile interno, una specie di conca dove staziona l’acqua. 
Fa un po’ schifo, perché tutto quello che viene  deposto resta  ben visibile e presente fino a quando – il più in fretta possibile – non viene azionato lo scarico.
In principio pensavo che fosse un vezzo esclusivo della proprietaria dell’appartamento, o una ributtante espressione di bidè incorporato nel water.  
Siffatti prodotti ceramici si trovano nei ristoranti, nelle stazioni di servizio, fino a Salisburgo. 
Ho scoperto che è una questione legata all’igiene (sic), perché il depositato, appoggiandosi sulla conca dove c’è l’acqua, viene poi tirato via più velocemente dallo scarico, senza  lasciare tracce. 
E vabbuò. 
Vale il discorso per cui il bidè non è necessario. 
(distorsioni)


Il Castello di Neuschwanstein  è in Baviera (il Tirolo tedesco). Venti minuti da Reutte, come tra Italia e Austria il passaggio di frontiera è inesistente. 
(non c’è frontiera o confine, ecco) 
Hohenschwangau, la località dove si comprano i  biglietti per accedere al castello, è solo un piccolo agglomerato  di alberghi ristoranti  negozi di souvenir sorti attorno all’attrazione. 
(Meno male che non si è fatto base qui, nel villaggio per turisti.)
L’accesso agli spazi esterni del castello, ai sentieri,  alle amene terrazze panoramiche è gratuito, mentre la visita delle sale interne è possibile non solo previo pagamento, ma anche solo tramite visita guidata.
(Si entra in gruppi compatti con la guida. Tempi e marcia stabilite. Nessuna dispersione individuale.)
Ore nove, mi metto in fila per i biglietti. Il display indica una visita in italiano alle ore 11. 
Il tempo passa, la fila si muove moooolto lentamente. 
Quando arrivo allo sportello, dopo mezzora, la visita in italiano è slittata alle 14. 
Evidentemente non ci sono italiani desiderosi di visitare il castello. 
(e le audioguide in lingua diversa dall’inglese e dal tedesco? Boh, nessuna indicazione)
Opto per la visita in lingua inglese, contando sulla traduzione collaborativa familiare. 
(una parola la capisci tu e mezza io).

Il percorso breve dalla biglietteria al castello dura 40 minuti a piedi, così almeno c’è scritto sull’opuscolo con il tracciato del tragitto. 
Penso che l’abbiano calcolato come media tra salita e discesa:  si arriva in cima con le cosce a molliccione. 
Fino ad una certa altezza, dove ci sono bar e ristoranti, e anche un defibrillatore, si può scegliere di usufruire del trasporto in calesse, a pagamento (resta poi un’altra ventina di minuti da fare a piedi). 
Ma tutto sommato la passeggiata non è sgradevole: la strada è in notevole pendenza ma gli alberi danno conforto e ombra. 
Si sale, cercando di evitare le carrozzelle coi cavalli (enormi), le cacate (gigantesche anch'esse) con nugoli di mosche, le torme schiamazzanti di giapponesi che corrono con tacchetti e ombrellino o in mise da manga (mi chiedo se sono i manga a imitare i giapponesi o viceversa, tuta di acetato sotto e golfino rosa ricamato e merletti sopra) e le Volkswagen  sfreccianti dei dipendenti dei punti ristoro.

I giapponesi sono statisticamente l'80% dei visitatori (ma si accontentano dell’esterno).
Il castello di Neuschwanstein, il castello del cigno, il memoriale delle saghe germaniche e del medioevo. 
E’ il sogno di un re pazzo, Ludovico II di Baviera, amante di Wagner e della mitologia,  costruito dalla seconda metà dell’800. 
Ludovico II  era davvero fuori di testa: la sua camera da letto è un’angusta stanza, claustrofobicissima, con un catafalco, un sarcofago al posto del letto (a una piazza:  se fossi stata un re mi sarei fatta fare un letto a tre piazze e l’avrei fatto posizionare davanti ad  una finestra gigante, il panorama ai miei piedi). 
Né aria né luce, scuro buio, come la micro cappella annessa. 
Però la stanza che riproduce una grotta,  ha una veranda dove la magnificenza del paesaggio  rianima sorprendentemente.
Belle sono le cucine,  dove sono conservati anche un sacco di strumenti da lavoro, padelle pentole, stampini.
Dopo la visita ci si può fermare al ristorante (prezzi esorbitanti), o a vedere la riproduzione virtuale di quello che sarebbe dovuto essere il castello, perché di fatto non è finito (Ludovico II venne internato prima che potesse dar fondo a tutti i denari reali).
Alla fine, senza manco bisogno della traduzione cooperativa, ho capito che le cose che ha detto la guida (un giovanottino, proprio) - faceva gli occhi di pazzo, l’unico tocco teatrale alla sua narrazione monocorde e sintetica - sono  meno di quelle che si possono leggere su Wikipedia o sul sito del castello. 
Se qualcuno mi chiedesse se è proprio indispensabile vedere una volta nella vita il castello di Walt Disney (Ludovico II si sta contorcendo nella tomba) direi di no. 
La visita dell’interno non vale la spesa del biglietto. 
E’  sincopata e riguarda pochissime stanze. (Valgono gli spazi esterni, e Marienbrücke, il ponte sospeso: senza spese, file, biglietti, prenotazioni, incombenze…)
Quella delle stanze forse  è  meglio farla virtualmente.

http://www.neuschwanstein.de/ital/castello/visita.htm






Di ritorno dal castello, passeggiata a  Fussen.

Di notevole, oltre ai particolari edifici e alla bella piazza, i negozi che vendono abiti tradizionali. 
Non solo negozietti (almeno 4), ma anche un grande store, un similOviesse, con una larghissima scelta di modelli e colori per donna, uomo e bambino. 
Non credo che li indossino solo gli addetti ai servizi turistici, o che siano venduti come souvenir: troppi e troppa varietà. 
Quanto vorrei avere il coraggio di comprarne uno e di indossarlo per andare a passeggio! 
Ma l’imbarazzo della scelta - sono tutti deliziosi, non riesco a decidere quale - mi  solleva dall’impasse. Non so scegliere dunque niente.





E ora verso Est, verso il Salisburghese. 


Qui, a Lazise, la tappa precedente.