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giovedì 20 febbraio 2014

Barbari(e)

Non si può fare a meno di  associare Aspettando i barbari al libro di Buzzati, Il deserto dei tartari
Si richiamano i paesaggi, la fortezza, il ruolo dei protagonisti. 
Entrambi i libri sono ambientati in un luogo  di confine:  una cittadella fortificata all’estremo margine dell’Impero, anche all’estremo margine dell’ecumene, che tra la città e le montagne dove vivono i barbari c’è un deserto,  e  la fortezza Bastiani, simile avamposto. 
Il magistrato protagonista del libro di Coetzee   e il sottotenente Drogo sono  entrambi tesi ad aspettare qualcosa:  il processo,  il nemico, la giustizia, un senso
… come uno che ha perso la strada tanto tempo fa, ma continua per una via che forse non lo porterà da nessuna parte.
Per  scovare altre similitudini dovrei rileggere Buzzati, i cui echi giungono dal pleistocene. 

Tuttavia. 
Nel corso della lettura l’asse delle somiglianze si è alquanto spostato. 
Un romanzo politico, più che  esistenzialista, questo di Cootzee, a partire dal legame  tra la donna barbara e il magistrato.
Non un vero   svelamento dell’intimità del protagonista,  quanto piuttosto un  “episodio” che ha  un  traslato  “antropologico”:

E poi, se devo dire la verità, il piacere che ho trovato in lei, quello di cui ancora rimane traccia sensibile nel palmo della mia mano, non arriva in profondità. Il cuore non ha un sussulto, il sangue non mi pulsa con più violenza nelle vene, se la sua mano mi sfiora. Non sto con lei per il rapimento dei sensi che mi promette o mi produce, ma per ragioni diverse che continuano a sfuggirmi, come sempre. “ 

Anzi, non riesce neanche a guardarla, a fissare i suoi tratti nella memoria. 
Con  grande fatica, una volta  riesce  a evidenziarne la bruttezza. 
E’ davvero così priva di fisionomia? Con uno sforzo mi concentro su di lei. Vedo una figura con un cappuccio e un pesante cappotto sformato che si regge in piedi, a malapena, curva in avanti, con le gambe storte, appoggiata a dei bastoni. Che brutta, mi dico. La mia bocca articola la parola brutta. Sono sorpreso io stesso, ma non resisto: è brutta, brutta." 

E’ l’atto della lavanda dei piedi,  in cui il più grande si fa servo dei servi, ciò che cerca di compiere con insuccesso il magistrato sulla donna barbara, a cui unge e massaggia i piedi e le gambe martoriate dagli aguzzini.
La lava e la riempie di tenerezze, ma non riesce ad amarla.
(quanta fatica a vedere davvero il diverso da noi, ad entrarci in sintonia, nonostante la pietà, la compassione, la richiesta muta di perdonare l’odio)

Se ne Il Deserto dei tartari perno di ogni cosa  è l’attesa,   in Aspettando i barbari non c’è nulla da attendere. 
E’ tutto qui ed  ora. 
Il magistrato prima che giungesse la Terza Divisione a mettere i puntini sulle i e gli aghi incandescenti negli occhi del nemico, si dilettava  negli scavi archeologici: sotto la sabbia,  da chissà quanto tempo, le vestigia di civiltà passate e sepolte e dimenticate. 
Quanto spreco nel voler difendere i confini dell’Impero!
Chi sono i barbari di cui aver paura, i barbari da combattere a tutti i costi, da respingere sempre più lontano, oltre gli spazi ecumenici? 
Chi sono i barbari? Sono davvero gli uomini che armati di frecce e archi minano le fondamenta della civiltà e dell’Impero che di essa si fa portavoce?
E’ dai barbari che ci si deve difendere? 
O la barbarie è la civiltà stessa, che vive di sospetti, di pregiudizio, di inganno, di ingiustizie, di sopraffazioni?
E lentamente, dalla fortezza Bastiani  sono arrivata ad  un'altra fortezza.
Abu Ghraib.

Fernando Botero


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