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venerdì 21 settembre 2012

Ombre



Il gioco delle ombre cinesi era uno dei pochi che facevo coi miei fratelli, quando il lumino rendeva meno buia la stanzetta, di notte.
Le ombre di aquila, coniglio, cane erano quelle che intrecciando le dita mi venivano meglio.
Mi divertivo, io.
Non i miei fratelli.
L’aquila e il coniglio  si trasformavano  sempre in cane che magnava le loro manine.



Le ombre fanno paura, tranne quella mobile di Peter Pan.
Inquietano  anche se affascinano: appartengono al regno dell’indefinito.
Le ombre possono generare mostri.
Per questo è doppiamente straniante l’uso delle ombre che invece fanno due artisti in cui sono incappata gironzolando su internet.



Anzi, più che straniante, intimamente angosciante.
L’ombra perde il suo connotato pauroso nel momento in cui si riconosce l’oggetto che la genera.
Ciò non succede con le ombre “tranquillizzanti” di Tim e Sue, ombre dai contorni riconoscibilissimi – uomini e donne, profili di città, motociclette.
E' ciò che le genera ad essere mostruoso.




Munnezza.



Grovigli di rifiuti,  mostri prodotti dall’opulenta società del benessere.
Il ribaltamento di senso rispetto all’archetipo che l’ombra ha nell’immaginario collettivo sembra totale, ma non lo è.
Le ombre fanno sempre paura.