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domenica 29 ottobre 2023

La fredda estate nei Paesi Bassi (5) Nimega, Maastricht, Roermond.

Il castello di Doorwerth, non lontano da Nimega in Gheldria, è   in perfetto stato di ricostruzione. 

Per una fortunata circostanza la visita è capitata in una delle giornate in cui attori in costume  animano alcune stanze del castello. Parlano benissimo l’olandese. Io no.

Castel & landscape: kastel Doorwerth viene segnalato in binomio. 

Il paesaggio circostante è bellissimo, anche la strada per arrivarci, una galleria tra gli alberi.  Non c’è bisogno di conoscere la lingua per leggere il paesaggio.  Incantevole.  

Altre due grandi città dei paesi bassi: Nimega e Maastricht

Nimega è una città universitaria. Immagino tutti i ragazzi rintanati negli studentati a fare burdello: è domenica e non c’è anima viva. Le strade sono completamente deserte e cambia poco anche di lunedì, anche nella strada dello shopping.  Anche nei Paesi Bassi ad agosto le città si svuotano. Completamente.  


Forse per meglio farsi notare, i ristoranti e i bar aperti hanno tutti delle file di luci accese. 

Lanterne gialle. 

Si sorprendono del nostro ingresso  gli addetti alla visita della torre della cattedrale, la Stevenstoren: con questo tempaccio non aspettavamo nessuno, dicono. 

Ci apre il portone e ci accompagna un gentilissimo  ex professore, prodigo di spiegazioni in inglese essenziale (come parlare a bambini).

Il vento e la pioggia sono sferzanti. 

A Nimega i tetti degli edifici storici sono in ardesia, il lungofiume è in mattoni grigi, l’acqua del fiume è scura, anche il verde – e Nimega è la città più verde d’Europa, si dice -  è cupo. 

Anche a Maastricht il sole è ritroso, splende solo dopo scrosci che svuotano improvvisamente le strade. Si sta appiattiti sulle soglie dei negozi o dei palazzi, come sogliole sul fondo del mare. 

Maastricht conserva parte delle mura antiche. Mi sorprendono  finestre di abitazioni incuneate nelle feritoie delle mura. 

Da mura difensive a pareti di appartamenti. 

Da magazzino ad archivio a libreria: queste le trasformazioni della chiesa gotica dei domenicani, sconsacrata dal 1794. 

Peccato, una bellissima chiesa. Certo, meglio libreria che magazzino. Ma meglio ancora sarebbe stato biblioteca pubblica, tempio dei libri piuttosto che mercato. 

La basilica di San Servazio  - che nome, che nome, il santo della chiave - e la concorrente protestante  Sint-Janskerk dominano  una grande piazza in un angolo del quale ci sono delle strane sculture, memento del carnevale. 

Dicono che sia sentito quasi come a Rio – con travestimenti più pudici, immagino. 

Anche Maastricht è verde. 

Il parco cittadino, stadspark,  accoglie innumerevoli tipi di volatili – ci sono tanti alberi con le casette per uccelli, sculture scolpite nel legno, un triste orso con mani e piedi al posto delle zampe nei pressi di quella che un tempo era la fossa degli orsi, laghettini e fontanelle. Un luogo ameno. 

Però davvero senza sole tutto diventa triste. 

E’ forse il sole che ha  brillato senza nascondersi per alcune ore su Roermond, città di cui non conoscevo l’esistenza, a farmela sembrare bella e briosa. 

O forse anche la presenza di “trappoline per turisti”, come gli occhiali da sole giganti davanti al Muziekkoepe,  o la sedia a sdraio titanica  o la cartolina enorme in cui infilare la testa per fare la foto ricordo.  

Ma anche la bella piazza del mercato, il municipio e la torre orologio con figure che fanno girotondo ogni ora accompagnate da scampanio e musichetta. 



Un’ultima annotazione. 

Tranne che al Markthal di Rotterdam, dove la varietà etnica   è accentuatissima [si può scegliere di mangiare qualunque cosa – greco, indonesiano, cinese, messicano etc etc – preparato e servito da greci, indonesiani, cinesi, messicani etc etc],  ho notato pochissimi immigrati. 

Boh, chissà perché. 

Il semel in anno del 2023 è andato. (andò)

Il vertiginoso turbinio dei funesti  eventi mi impedisce di pensare, anzi, di programmare il prossimo. 

Il pensiero c'era già. Ah, il vicino oriente...




La fredda estate nei Paesi Bassi. (1)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (2)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (3)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (4)



















La fredda estate nei Paesi Bassi. (4) Urk, Giethoorn, Thorn, Valkenburg aan de Geul

Flevoland – che nome evocativo – è la dodicesima provincia dei Paesi Bassi.

E’ terra strappata al mare, una grandissima isola artificiale.

Urk, ora nel Flevoland, prima era un’isola. Avevo letto della resistenza delle tradizioni locali: effettivamente la bandiera con il pesce sventola un po' dappertutto, ma di uomini con l’orecchino a forma di àncora ne ho visto solo uno. 


Il vento frustra le dune e le vele delle imbarcazioni nuove e antiche, eppure c’è chi ha il coraggio di immergersi nell’acqua scura. Altre tempre. Rimpiango di non aver portato il piumino pesante in valigia.


Non c’è molta gente. L’unica fila è davanti un localino che vende pesce fritto.

In ogni città o paesino dei paesi bassi la fila è sempre lì, davanti ai furgoni che vendono pesce fresco o già cotto. Sulla cucina olandese è meglio che non dica nulla.

Giethoorn è sicuramente il paesiello più famoso, il villaggio auto free, solo canali e ponti.

Però. Che medaglia dalle facce opposte  per i pochi abitanti. Ricchezza e disagio.

Una fiumana enorme di turisti – asiatici tanti, tanti – ingombra i vialetti e i pochi ponti percorribili. Le abitazioni su zolle di terra tra i canali, hanno le catenelle sui ponti d’accesso, o i cancelletti, eccezione olandese per tener freno all’invadenza del branco.


Per non dire delle barche, barchetelle, barconi che in fila indiana attraversano i canali. E sono arrivata sul finire del giorno. Non oso immaginare lo scenario nell’ora di punta.

Un’oasi di pace trasformata in giostra.  


Thorn è un altro villaggio “anomalo”. Per molti secoli, fino all’occupazione francese nel 1700,  è stato  un principato governato da una badessa. 


Un’enclave teocratica abbastanza liberale per i tempi. La abitazioni che circondano l’abbazia sono tutte bianche. 

Vicino Thorn c’è una spiaggia sul fiume.

 Anche qui, con la pioggia intermittente, accanto  agli ombrelloni hawaiani con il tetto di paglia prendono l’aria aspiranti bagnanti. 

Thorn è proprio sul confine con il Belgio. La riserva naturale di Koningssteen è il confine. Si può  passeggiare con un piede nei Paesi Bassi e uno in Belgio su una stretta lingua di terra tra i canali che forma la Mosa.

Adoro le terre di confine che non hanno confini.

Anche Valkenburg aan de Geul è una piccola città a qualche chilometro da Maastricht, vicinissime entrambe  sia al Belgio che alla Germania. In posizione sopraelevata. Collina.


E’ questo che la rende superattrattiva per gli olandesi? Ci sono tantissimi turisti locali. Ho contato più ristorantini lungo la strada principale che a Maastricht.

Ma oltre le rovine del castello – rovine, proprio all’inglese -, alle cave di marna trasformate da guide preparate in meraviglie turistiche (non ho capito una mazza, ma posso dedurre la bravura della guida dalla teatralità dei gesti e dall’attenzione degli altri visitatori, bambini compresi) e alle terme di recente costruzione non ho visto  altro.

Ma sono distratta e anche poco preparata.


La fredda estate nei Paesi Bassi. (1)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (2)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (3)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (5)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (3) Olanda Meridionale

Visitata già Amsterdam, la più bella – e ora lo posso dire con assoluta certezza – città dei Paesi Bassi, sarebbe stato bello fare puntatina in tutte le altre  province olandesi.

Nonostante la piccola estensione del territorio e le distanze relativamente brevi, ci sarebbero voluti almeno 20 giorni, tappe di avvicinamento escluse.

Molte province dei Paesi Bassi vengono sacrificate al giogo del tempo e del portafoglio.

Si comincia dall’Olanda Meridionale. Geervliet è un piccolo borgo ad una ventina di chilometri da Rotterdam.

La casetta in cui abbiamo alloggiato era un tempo un pollaio, immersa in un enorme giardino, alle spalle il mulino a vento, di fronte il campanile della chiesetta.

Le galline, considerate dei pet – hanno anche i nomi, impronunciabili naturalmente – razzolano quiete e discrete.

Un’oasi di pace.

Di contro non immaginavo le strade/autostrade  olandesi così tanto trafficate. Nu burdell di auto, camion, file ai semafori, agli incroci, sui ponti, per entrare e uscire dai parcheggi.

Dei malori delle grandi città gli olandesi sono immuni al senso di insicurezza.

Nessun  cancello, recinto, muretto, filo spinato, né siepi altissime  a chiudere le villette e le basse abitazioni.

Nessuna inferriata o grata alle finestre -  larghe finestre alla quota stradale - nessuna porta blindata.

A Brielle – che mi fa pensare all’Irlanda, non so perchè -  sul marciapiede, davanti ad una finestra, uno scaffale con tanti barattoli di marmellata home made, una scatola di latta e un cartello con l’indicazione dei prezzi. Nessuno a vigilare.

Scegli il vasetto, lo prendi, metti i soldi nella cassetta e te ne vai.

Un modello improponibile alle mie latitudini.

Sui davanzali delle grandi finestre, schermate solo talvolta da tendine decorative, non mancano vasi con e senza fiori, piantine, statuine, sculture, cazzimpocchi.

Talvolta i davanzali sono talmente affollati di cose che viene il dubbio se dietro la finestra ci sia un’abitazione privata o un negozio di chincaglierie.

Poi butti l’occhio oltre il davanzale e vedi il divano su cui qualcuno legge o guarda la tv.

[penso ai bassi napoletani e alla mia inversa percezione della protezione dell’intimità] 

Balconi, cortili, terrazze, giardini, sono tutti attrezzati con poltroncine, tavolini, sedie a sdraio e ombrelloni.

Vorrei sapere quando se ne vedono bene, con la pioggia semiperenne.

Pioggia fine fine, a volte a scrosci, e un attimo dopo esce una lenza di sole, anche se per lo più tutto è grigio e per scattare una foto si aspetta l’attimo fuggente.

Rockaine è una delle località balneari più famose dell’Olanda meridionale, ci sono centinaia di lettini ripiegati uno sull’altro, ombrelloni a palma tristemente vuoti, ma un cuofano di gente – pochi in tenuta da bagno in verità - che si rilassa al freddo vento.

A me piacciono le dune e gli uccelli padroni della spiaggia.

Fingo di non vedere lo stabilimento balneare.

Se l’Olanda avesse dalla sua anche il clima benevolo, sarebbe davvero quasi un paradiso terrestre.

Un paradiso sottile come una piadina romagnola.

Mi spiego come un cocente desiderio di alterità la smisuratezza dei nuovi palazzi di Rotterdam (e non solo di Rotterdam), o la fama di Valkenburg -  una folla esagerata, molto più che nelle grandi città -  un paesino collinare nel sud dell’Olanda, che non mi sembra davvero niente di che. Ma il paesaggio è appena appena più verticale. 

A Rotterdam lo spirito di Escher, la compenetrazione tra più mondi, aleggia su tutta la nuova architettura.


I vetri e gli specchi sui grattacieli e sull’astronave che è il  depot Boijmans (una meraviglia), nel Markthal (il dentro visto da fuori e il fuori riflesso sul dentro) e anche, per le prospettive improbabili, nelle case cubiche.



Gli edifici o complessi di edifici iconici di Rotterdam sono davvero imperdibili.

A Gouda il giovedì, nella stagione estiva, nella piazza davanti allo Stadhius, si inscena con tanto di carretti e cavalli e giovani vestiti da antichi casari con zoccoli e cappellino, la vendita del formaggio.

Le grandi forme di plastica formano due ali di fronte al municipio. Il vero gouda si acquista alle bancarelle, che fanno ala alle ali del finto formaggio.

La pioggia non ferma la vendita né la messa in scena.  Ma con la pioggia è tutto più triste.

Lo stadhius, pur con le bandierine rosse, ha un inquietante aspetto gotico.

E meno male che la maggior parte dei Gouda hanno la paraffina gialla e non nera come l’Asiago o il Bella lodi. 

L’Aia, anzi Den Haag è una città  molto elegante, un salotto buono.


Lo si nota anche dai tipi seduti ai tavolini dei locali: in nessuna altra città dei paesi bassi ho notato così tante signore con  cappelli a faldone e  foulard (Ambrogio, un cioccolattino), e non solo nei dintorni della strada delle ambasciate.

Escher in Het Paleis (quanti disegni italiani!) e il Panorama Museum sono due musei assai belli.

Certo, il costo del biglietto del Panorama Museum sembra un po' esagerato per un solo quadro (c’è anche altro, ma è decisamente trascurabile), ma di dipinti così  non credo ce ne siano altri. Non immaginavo di trascorrere più di un’ora a guardare una sola opera.

Un po' per il trastulliamento davanti alle prospettive aliene di Escher, un po' per l’osservazione minuta del quadrone di paesaggio di Hendrik Willem Mesdag (14 metri di altezza e 120 metri di circonferenza), la riviera della città me la sono persa.

Vabbuò. Ma tanto per cambiare, anche a Den Haag piove e fa freddo.


La fredda estate nei Paesi Bassi. (1)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (2)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (4)

La fredda estate nei Paesi Bassi. (5)

mercoledì 25 ottobre 2023

La fredda estate nei Paesi Bassi. (1)

Comincia a far freddo.  A questo punto non resta che ricordare i mesi estivi,  luglio e agosto 2023, in Olanda. Un ritaglio d'autunno in mezzo ad una  lunghissima estate. 

Arrivare con l’auto direttamente nei Paesi Bassi, (epi)centro del viaggio di quest’anno, non sarebbe stata  una pazziella, una vacanza, ma una smazzata  (manco i camionisti). 

Diviso il percorso e  moltiplicate le tappe, il risultato è stato tanti viaggi in uno.  Paesi Bassi e verso e da i Paesi bassi:  Modena, Como e dintorni, Colmar e dintorni, Friburgo e dintorni.  



Modena non era prevista, è stata infilata pochi giorni prima della partenza  [la vita è breve, meglio coglier al balzo tutte le occasioni], per fare l’esperienza di un ristorante stellato (monostellato, il firmamento non è alla mia portata). 

Sotto l’afoso  solleone, con pochissima gente per strada, mi ricorderò dei portici, rifugio ombroso, della memoria partigiana incardinata sulla torre Ghirlandina, simbolo della città, la cui visita – mappata di scalini – è stata ripagata non esclusivamente dalla vista a 360°  ma da un sollazzevole venticello percepibile solo alla  quota dell’ultimo piano.

[e le zanzare, ma quello sono un flagello che non ha nazionalità né campanile]




Del  variegato piccolo assaggio di alcune località del lago Lario, Abbadia Lariana, sul ramo di Lecco, è stata una casuale e bella scoperta. 

Spiaggia semideserta, più anatroccoli che persone, acque trasparenti, alberi, aucelluzzi.  Pace. 

Sarà stato il giorno infrasettimanale, sarà stata la tempesta mattutina che ha scoraggiato le gite fuori porta, sarà che la fortuna qualche volta passa. 

Qualche volta. 

La visita di Villa Monastero a Varenna, programmata in anticipo,  zompa: parcheggi full.  E allora si infila l’alternativa: Fiumelatte, il fiume dal corso più breve che c’è. 

Infatti non c’è proprio. 

Asciutto, completamente secco. Anche a risalire verso la sorgente, in una stradulella dove l’incuria impera,  si coglie solo un leggero umidore della terra che la rende culla per zanzare. 

L’arrivo in anticipo al punto di imbarco auto  da Varenna per Menaggio offre  la possibilità di ingannare l’attesa facendo un rapidissimo giretto. Un tempo  era borgo di pescatori. Un tempo. 

La passeggiata sul ponte degli innamorati ha poco di romantico, nel frenetico andirivieni di turisti; l’immaginazione ha la meglio sulla realtà. 

Menaggio, sul ramo di Como, è affollata di auto, di persone, di alberghi e ristoranti. 

Argegno è un borgo meno caotico. Un bel colpo d’occhio da lontano, ma aggirandosi tra i vicoli stretti del centro storico la percezione è di trascuratezza. 

E’ stata un’ottima scelta aver preferito come base  un paesino delle montagne, nella Val d’Intelvi, piuttosto che uno dei rinomati paesi fronte lago. 


[La folla s’addice ai centri commerciali.]  

E’ a Cerano d’Intelvi che mi sono resa conto della impari lotta – cronopio v/s fama – tra l’ambizione a voler essere  montanara e le abitudini cittadine. 



Camminate?
Chiede Orso, l’oste allevatore.Il Sentiero delle espressioni è la meta. 

A 20 minuti, recita il cartello, inizia il sentiero. A 5 minuti da lì, con il fiato corto e innumerevoli inciampichi e ruciulamenti, il dietro front. 

Obiettivo fallito ancor prima di avvicinarlo, stante una ripida salita sterrata,  adatta agli zoccoli delle  caprette, a piedi addestrati e non  ai miei sandaletti.

Eppure è  un sentiero facile. Ma quali camminatori. Passeggiatori urbani.

Urbani e di pianura. 

Liscio il caffè? Ho pensato che l’alternativa potesse essere schiumato, macchiato, lungo. Gli anziani a colazione lo bevono con la grappa.

Mio nonno  qualche volta, quando non era troppo vecchio e io assai bambina,  aggiungeva l’anice al caffè.  Poi di caffè corretti dalle parti mie non ne visti più.

Como città non avrebbe meritato uno sguardo di sfuggita. 

Meglio poco che niente:  Villa Olmo e la passeggiata Gelpi, il verde – alberi, panchine -  che punteggiano la cittadina sono rilassanti anche se animati;  freschi, belli. 

Molto meno attraenti le file maestose sotto il sole cocente agli imbarchi per i traghetti: i nebulizzatori proprio sull’uscio della biglietteria mentre il serpentone umano si allunga per metri e metri mi sono sembrati quasi uno sfottò [il premio per aver tanto patito]





domenica 21 luglio 2019

Amsterdam: quattro giorni e cinque note. Micropia e oltre.

Dalla marineria alla pipa, dalla borsa ai microbi, dai gatti alla cannabis. 
Ad Amsterdam ci sono 75 musei, più di 40 sono visitabili gratuitamente con la I Amsterdam City card. 
La scelta è guidata da tre assiomi: varietà (e però che due palle sorbirsi processioni di quadri), localizzazione (un’ora per andare, un’ora per tornare ed è finita la mattinata)  interesse (il museo della bibbia???? Ma per carità.)

Tra i prescelti (i favoriti, gli eletti) il più sorprendente, affabulante, seducente è stato Micropia.

[i musei scientifici sono sempre avanti]. 
Numero totale di visitatori in due ore e trenta minuti: cinque.

Una fortuna per me, un peccato per chi non l’ha scelto.

Nessuna audioguida, tutte le informazioni sono in inglese e in olandese, ma il museo può contare sull’allestimento soprattutto visuale e sullo spirito di abnegazione di una collaboratrice che a gesti, in uno spagnolo elementare, e poco ci mancava che usasse pure i segnali di fumo, mi ha accompagnata passo passo per quasi tutto il primo piano, dopo aver scoperto la provienenza  e aver intuito la limitata capacità di comprensione di idiomi diversi dall’italiano.
(non tutti gli olandesi sono algidi)
Il piano inferiore è riservato al peso degli invisibili nel quotidiano.
Una sedia costruita con i funghi, uaaaaaa. 
E chi mai avrebbe immaginato che i funghi possano essere trasformati in un materiale simil/legno, resistente, impermeabile,  ignifugo, ecologico? 
(e un domani  si potranno costruire interi condomini)
Per non dire degli armadietti – spiazzanti assai – che contengono i segni/effetti/rimedi legati ai cattivissimi virus, quelli responsabili delle terribili malattie, dall’ebola all’aids. 
[Apri l’armadietto su cui è piazzato il virus HIV e ci trovi tante banane – sì, banane – accuratamente protette da preservativi colorati. Ho impiegato alcuni secondi a capire il nesso. Sono tonta.]
Non ho zompato nessuna postazione e nessun microscopio, e alla fine di tutta la giostra ho pensato che nella prossima vita, oltre a fare l’idraulico, non sarebbe per niente male studiare microbiologia, e che gli appassionati di scienze potrebbero esser colti da una parasindrome di Stendhal visitando il museo.

Oltre Micropia, immaginando di dover indicare solo un altro museo dove mi piacerebbe ritornare, scelgo l’ Het Grachtenhuis, il museo dei canali.

E ’il (e in un) bellissimo palazzo  situato sull’ Herengracht, il “Canale dei signori”.
Il museo racconta la storia urbanistica della città di Amsterdam, il modo in cui si è sviluppata e le modalità di costruzione degli edifici.

La prima parte della visita si fa con l’ausilio di  un’audioguida (che in alcune situazioni ostenta una traduzione in italiano venato da diversi e riconoscibilissimi accenti, siciliano milanese pugliese romano, davvero esilarante) attraverso un percorso in cui  i progetti, il lavoro, la vita sono esplicitati da ologrammi, proiezioni, visori interattivi, plastici.

C’è uno spazio, una stanza vuota, sulle cui pareti è disegnato con linee luminose lo skyline del canale, con tutte le facciate dei palazzi che lo dominano, e attraverso veri e propri buchi della serratura si possono vedere gli interni, o altre immagini evocative. 
Una figata.  
Dopo, naturalmente, si può continuare la visita nelle stanze originali del palazzo, osservando documenti, quadri, arredi. ( questa parte è arronzabile, ed io l’ho arronzata alla grande)

Non c’è tempo di dire degli altri, sono le cinque e stanno chiudendo. 
Ora si deve bere birra e cazzeggiare. Alè.



Prima nota:
  Il Museo Van Gogh

Seconda nota:
  Il tempo e la I Amsterdam city card 

Quarta nota:
birra, formaggio, fiori e biciclette.

Quinta nota:
case, vicoli, canali e palazzi.

sabato 20 luglio 2019

Amsterdam: quattro giorni e cinque note. Il tempo e la I Amsterdam City card.

Amsterdam non è una meta economica. 
Passeggiare sui ponti tra i canali, intalliarsi  nei parchi o sulle terrazze aperte o sulle banchine, incriccare il collo per ammirare le facciate  delle case è gratis e già questo potrebbe bastare,  ma. 
Se piove?  
Ad Amsterdam del ciel sereno non c’è certezza, manco ad agosto. 
(Una cipolla: canotta, mezza manica, manica lunga, maglioncino, giacchetta a vento, tutto il contenuto del trolley indossato ogni mattina, con progressiva svestizione fino alle 18, orario di massimo calore, e progressivo rivestimento fino al rientro in albergo. Per un qualche misericordioso volere del destino non è piovuto, ma vento freddo, quanto ne vuoi? Che clima di mm.) 

 “Mica siamo di zucchero” dicono gli olandesi. 
Forse non è un caso che abbiano così tanti musei e altre strutture  accoglienti, superaccessoriati,  tutti dotati di caffetteria, ristorante, bibliotecuccia, dove si possono passare ore a fare cose varie e diverse.  
Ma i biglietti, come i pernottamenti, sono piuttosto costosi.
Per i residenti olandesi la carta musei, che permette l'ingresso gratuito e illimitato,  costa 60 euro e dura un anno. 
Per i turisti invece con 60 euro si ha il via libera, e solo per un'entrata, per 24 ore. 

La  I Amsterdam City card*, sul cui sito ho navigato almeno un centinaio di volte prima di decidere l’acquisto, è un pass che comprende sia l’uso dei mezzi pubblici, tram bus e metropolitane (ma è escluso il treno dall’aeroporto al centro e viceversa), sia l’ingresso in molti musei (non in quello di Anna Frank, che a prescindere non avrei visitato –  né al Moco, dove c’è una mostra su Bansky che invece volentieri…). 
Dopo certosini incolonnamenti su foglio excel, incrociando costo del biglietto dell’attrazione da visitare, orari di ingresso, tempi presunti di durata della visita, distanza e tempi di percorrenza tra le attrazioni – sono paranoica, lo so – ho optato per quella da 48 ore.


La maggior parte dei musei ad Amsterdam è aperta al pubblico dalle 10 alle 17. 
Di fatto 14 ore da dedicare alle visite. 
Sono riuscita a fare il giro in battello sui canali (incluso nella carta), a prendere tre volte il tram (per principio piuttosto che per necessità), a visitare il Tropenmuseum, Micropia, il Museo marittimo, il Museo dei canali, la casa di Rembrandt, la Chiesa in soffitta e la  Sinagoga portoghese.
E sarei potuta passare anche attraverso l’Artis  Zoo senza eccessiva dispersione di tempo  se mi avessero dato l’informazione corretta, ovvero che c’è la possibilità di uscire anche dalla parte opposta all’unica entrata. 
Un vero tour de force grazie al quale ho risparmiato più di 30 euro: quasi due bustine di semi.


*E’ un  pass conveniente solo se ad Amsterdam si trascorrono più di due giorni e  se lo si ritira negli uffici VVV in aeroporto o nei pressi della stazione centrale, visto che il costo di spedizione è di  19 euro da aggiungere al costo della card, che varia in funzione della durata, dal momento del primo utilizzo.


Prima nota. 

venerdì 19 luglio 2019

Amsterdam: quattro giorni e cinque note. Il Museo Van Gogh.

Decine e decine  di canali, centinaia e centinaia di ponti, miriadi e miriadi di biciclette. Volti.

Amsterdam.

Del centro di questa città che forse troppo tardi ho visitato ciò su cui più volte ho fissato lo sguardo sono stati i visi delle persone che attraversavano i ponti, brulicavano nelle stradine,  sfrecciavano sulle bici.
Facce giovani.
Amsterdam è una città giovane, strabordante di ragazzi e ragazze.

Mi raccomando, vai nei  coffee shop e portami i semi
Una  sì, una no.
C’è sempre tempo per fare qualsiasi cosa o piuttosto ogni cosa va fatta al suo tempo? Non so rispondere.
Di certo, se  fossi andata ad Amsterdam anni e anni fa la scelta delle cose  imperdibili da vedere o da fare sarebbe stata diversa da quella che ho fatto nella pianificazione del viaggio.
In primis, il museo Van Gogh.
[vado  a Roma a vedere il Colosseo]
Le  cinque note a memento del viaggio ad Amsterdam cominciano da qui.


Amsterdam Museo Van Gogh


Il museo Van Gogh era così  altamente in primis che ho acquistato i biglietti sul sito del museo un mese  prima dell’arrivo.
Nel  museo si accede solo prenotando on line,   ma il numero di ingressi riservato ai possessori della I Amsterdam city card* ( che avevo già acquistato) -  è limitato , e dunque, se non si prenota con ampio anticipo, si rischia di saltarlo. 
(Giammai!)
Scelto il giorno, scelto l’orario – ad apertura, sperando in poca folla e grande godibilità, effettuato il pagamento, in un lampo sono stati inviati i voucher scaricabili anche sul cellulare.
Semplice, rapido, comodo, non proprio economico (19 euro a capoccia).

Un paio di giorni prima della partenza arriva la mail   “We look forward to welcoming you”  con la quale le informazioni pratiche riguardo la visita sono esplicitate da un video “personalizzato” –  sorridente olandesino all’ingresso del museo con cartellone su cui campeggia il  nome dell’aspirante visitatore, il  nome che si materializza nel pannello con l’albero stilizzato degli  amici di Van Gogh.
Una figata di video, molto ben promettente   [sta casa aspetta ‘a tte],  anche se per un attimo mi ha evocato i libricini di favolette che prendevo raccogliendo i punti dei pannolini, dove in alcune pagine comparivano i nomi dei miei figli Pinco e Pallina.
E invece. 
Fila all’ingresso, anche se scorrevole. 
Folla.
Asetticità negli enormi spazi vuoti dell’atrio a cui si accede da una scala mobile, che mi ha fatto pensare ad un centro commerciale più che ad un museo.
L’audioguida (costo 5 euro, da aggiungere ai 19 del biglietto di ingresso) fornisce spiegazioni  dal sapore didattico.
Asetticità nelle sale che ospitano i quadri, moltissime opere giovanili, alcune tele dipinte su ambo i lati, con soggetti diversissimi, a testimonianza della  spasmodica ricerca di Vincenzo.
Eppure, le opere sembrano depotenziate dalla struttura che le accoglie.
Le più note sono ulteriormente depotenziate dalla quantità di teste e di spalle che  sono loro davanti.
L’esposizione permanente è ricca, ma didascalica, senza tensione né poesia.
[Non sarebbe piaciuta a Van Gogh.]
Compensano in parte questa freddezza le mostre temporanee. 

mostra Van Gogh dreams




Ho trovato affascinante l’installazione Van Gogh dreams: cinque spazi da attraversare in cui suoni luci e colori evocano il travaglio dell’artista ad Arles, quando era quasi convinto di trovare nel calore della campagna nel sud della Francia la serenità. 
Prima che tutto si arravugliasse nuovamente.




(Arles, Arles. Il giardino dell’ex ospedale psichiatrico in cui era ospitato  conserva la stessa tipologia e disposizione di piante e fiori che dipingeva dalla finestra della sua stanza, e ricordo ancora il brivido guardando la geometria floreale, la stessa che vedevano i suoi occhi. Quanta emozione.)  

Restituita l’ audioguida, risalita la scala mobile, riuscita nella grande piazza dei Musei, avrei potuto fare la tripletta.
Dopo Van Gogh, mi sarei potuta tuffare nel  presente dello Stedelijk,  il museo dell'arte moderna e nel passato del Rijksmuseum.
E invece, per dirla con le parole di Calvino, “...ogni scelta ha un rovescio cioè una rinuncia, e così non c'è differenza tra l'atto di scegliere e l'atto di rinunciare."

Non  sono pentita di aver scelto e di aver rinunciato. Non piove.


amsterdam piazza dei musei



*dell'I Amsterdam city card dico nella seconda nota, qui
Il tempo e la I Amsterdam city card


la terza nota sugli altri musei
Micropia ed oltre


Quarta nota:
birra, formaggio, fiori e biciclette

Quinta nota;
 case vicoli canali e palazzi.