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mercoledì 24 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: l'epilogo. Gibilterra, Cordoba, Consuegra [ 9 ]

Granada o Gibilterra?
La  risposta al quesito, per coerenza verso l’extra andaluso, sarebbe dovuta essere Granada.


E invece, complice la Brexit - chiossape poi se diventa uno scassamento di balle maggiore varcare il confine - ma soprattutto complici le bertucce – le scigne! - viene preferita Gibilterra.  
Mi piego alla scelta, maggioranza assoluta stavolta,  per un motivo parasentimentale, per qualcosa che si lega a un'idea romantica di vicinanza.  

Dalla rocca la vista  abbraccia due continenti e tre nazioni. 
All’Europa Point, vicino al faro  c'è una moschea.  
[Ho scoperto che è stata finanziata dai sauditi. Disappunto].

E’ bruttina  Gibilterra
Contiene in un territorio minuscolo ogni capadicazz del Regno Unito : distretto militare con tanto di filo spinato e carrarmati; la strada dello shopping, il distretto portuale e quello  industriale, le red cabine telefoniche che in  UK stanno solo nel museo, i casermoni dei quartieri popolari, le villette eleganti dei milord di campagna, i pubs, le casette a schiera addossate nella bellissima Sandy Bay e pure la riserva naturalistica, ovvero la cosa più famosa di Gibilterra, ovvero The Rock.
Vi si accede con la funivia, con i taxi, con i pulmini e i bus turistici, con le auto dei residenti o a piedi. 
Ponte sospeso Rocca di Gibilterra
Si opta per quest’ultima economica e salutare   soluzione.
Dal monumento alle colonne d'Ercole è un salire  bello, ombreggiato, anche faticoso e spesso offuscato dalle nuvole di smog emanate dai taxi, dai pulmini, dai bus, dai camioncini che in un via vai continuo trasportano i culi pesanti all'Apes Den, dove ci sono le scimmie, che nonostante gli avvisi - do not feed the macaques (ma non erano bertucce???) - sono indifferenti ai turisti, stanno lì  a fare mostra di sè mentre si spidocchiano o saltellano sugli alberi o sui parapetti. Se cogitassero...
 Chiossape che penserebbero delle torme di turisti che guardandole fanno oooh.
(embè? Non ti sei mai guardato allo specchio?)
Continuare oltre l’Apes Den è impossibile.
Troppo caldo.
 Il ritorno lo si fa passando per  la Royal Anglian Way, ma soprattutto per il  ponte sospeso inaugurato il 21 giugno di quest’anno, che oscilla, marò e quanto vibra, e offre una veduta al cardiopalma spettacolare.





A Cordoba c’è ancora più caldo che a Minas de Rio Tinto. 
(al peggio non c’è mai fine)
Fa lo stesso effetto che si prova aprendo un forno in cui sta cuocendo il pollo, solo che il getto di calore è costante, continuo. 
Eppure, nonostante le sfavorevoli condizioni climatiche, trovo Cordoba incantevole. 
Ha conservato più di altre città andaluse un'impronta orientale, araba.
La mesquita/cattedrale è bellissima. 
Gli elementi cristiani, baldacchini, statue, altari,  sono appiccicati sopra, quasi posticci. 
Ciò che incanta sono  la selva di colonne, il giardino di aranci, le decorazioni ad arabesco, i ricami di oro e gli intarsi. 
Sono i  patii con le mattonelle dipinte e le piante e i vasi e i larghi lampadari  in ferro battuto.
In nessun luogo della Spagna ho visto tante famiglie di  turisti "musulmani'- è  facile riconoscerle dalle donne con il chador o il velo.
Chissà "come" pensano alla cattedrale di Cordoba. 
Chissà se si sentono   come un italiano davanti alla Gioconda al Louvre.  
Ma fa caldo. 
Fa così caldo che non si riesce a gustare appieno la silenziosa bellezza delle viuzze fiorate, strette strette, serpentine di luce e di ringhiere. Portoni ritorti e lavorati.
Fa caldo anche di notte,   sul ponte romano, pieno di gente che va avanti e indietro. 
Nessun ristoro è dato dalla vicinanza con l'acqua; il Guadalquivir,  cupo verde sul giallo dei grandi contrafforti, non spegne il bruciare dell'aria.
Nella piazza de las Tendillas   ci sono getti di acqua che fuoriescono dal pavimento, come a Salisburgo, ho ricordato.
Bambini in costume da bagno giocano a spruzzarsi, a farsi spruzzare, a schiacciare con le manine la colonna d'acqua. Vorrei essere bambina.
Ma la consapevolezza dei miei anni non mi ferma più di tanto, faccio una passeggiata tra i flutti, qualche spruzzetto giova all'umore.
La piazza della Corredera si sta attrezzando per la sera. 
Ora è vuotissima: un rettangolo enorme ( ah, ste piazze di spagna!) totalmente chiuso dai palazzi.
Gli edifici  hanno file di balconcini o finestre tutti uguali: sembrano i palchi di un teatro.
La piazza è  palcoscenico.

L’ultimo tratto della strada  verso il ritorno si fa calcando i luoghi del Quijote.
La Mancha. 
A Consuegra c’è il castillo de la Muela, ma soprattutto ci sono i dodici mulini giganti che hanno ispirato Cervantes.
(mi chiedo se il caldo  abbia influito sulle allucinazioni del Chisciotte)
Sono in fila sul crinale di un rilievo solitario nella vasta piana assolata. 
Fanno un gran bell’effetto. 
La strada del  Quijote rimane incompleta. Sarebbe dovuto essere ancora El Toboso,  dove c’è la casa in cui visse la donna che ispirò il personaggio di Dulcinea, e Campo de la Criptana.
Non tutto è prevedibile in anticipo. 
E’ ora di rientrare davvero.

Tutto è iniziato con un libro e si interrompe con un libro. 
Anche se non si è più in Portogallo.

La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.”    
Josè Saramago -  Viaggio in Portogallo




Le tappe precedenti

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-e-oltre-1.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-porto-2.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-aveiro-costa-nova.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-obidos-peniche-4.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-lisbona-5.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-lisbona-sintra.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-algarve.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-parentesi.html

martedì 23 agosto 2016

Viaggio in Portogallo [parentesi andalusa]: Minas de Rio Tinto, Siviglia, Cadice, Tarifa [8 ]

Si deve tornare, ma non subito.
Tra il percorrere il Portogallo a ritroso e l'arrivare a Barcellona attraversando l'Andalusia e la Mancha, la tribù a maggioranza relativa sceglie la Spagna.
[Josè, non è  un tradimento, capisciammè: la democrazia non è un'opinione]

Sull’autostrada il passaggio dal Portogallo alla Spagna è segnato dalla presenza, nella parte ispanica, di piante e fiori nello sparticorsie, e di festosi cartelli di benvenuto e arrivederci.
(olè,olè, andale andale)
Prima di arrivare a Siviglia, una delle città della parentesi andalusa, si fa deviazione verso Minas de Rio Tinto, Huelva.  
E’ stato ancora l’errare lungo le strade virtuali di google view a spingermi verso questo luogo:  il fiume rosso, il paesaggio extraterrestre.

Rio Tinto, Minas de Rio Tinto

A Minas de Rio Tinto c’è un museo, anzi più precisamente un parco minerario  davvero molto interessante e ben organizzato.
http://parquemineroderiotinto.es/?lang=en
L'impiegato  alla biglietteria ė gentilissimo. 
“No parlo italiano, ma parlo lento e ci entendiamo.”
( ha una voce  suadente, calda)
La fondazione Riotinto ha recuperato alcuni chilometri della vecchia linea ferroviaria che ora vengono percorsi da due antiche  locomotive con vagoni  restaurati.  
Si sale sul treno,   ultimo vagone, quello aperto.
Nonostante il cielo  coperto e qualche goccia di pioggia, fa un caldo allucinante.
La voce della guida giunge da un altoparlante e  accompagna durante  tutto il percorso. 
Spiega in spagnolo.
Non parla lentamente, non s’intende un cazz. 
Un’intera vallata scavata, scheletri di edifici e carcasse di impianti, montagnelle di detriti, di traversine di ferro e legno, di  pietre,  di sabbia. 
Alcune caprette si aggirano davanti ad una casupola sgangherata.
Di tanto in tanto fa capolino, come un serpente, il fiume.

Minas de rio Tinto
Una lingua violacea orlata di rosso. 
Il treno si ferma: mentre il macchinista cambia verso alla locomotiva, si ha il tempo di scendere e di passeggiare lungo il corso del rio Tinto. 
Non è vero che sembra di stare su Marte, come avevo letto da qualche parte, a meno che non si guardi il fiume senza il contorno: il contorno sono   gli  alberi. 
Piuttosto questo luogo ha qualcosa di luciferino, di infernale, per la furiosa commistione tra il  rosso e il blu violaceo del fiume, il giallo sulfureo della terra  e il verde degli alberi,  e per il caldo che soffoca e brucia. 
Un luogo  affascinante e inquietante. 
Indimenticabile.  

Si arriva a Siviglia accompagnati dal  calore terribile. 
Tremo al pensiero di girare in  cittá. 
(dovrò comprare un ombrello parasole, come fanno i cinesi, penso). 
E invece  tanto caldo non fa. 
Eh, le aspettative tradite. 
Immaginavo  Lisbona dolce e  l'ho vista caotica,  immaginavo Siviglia caotica e l’ho vista dolce. 
Siviglia si sveglia tardi.
 Alle 9 e mezza non c'è nessuno per strada.
Anche i monumenti sono chiusi, aprono tra le dieci e  le undici.
In  Calle Fray Ceferino González, accanto alla Cattedrale, alcune ragazze in abito da flamenco ripetono infinite volte gli stessi tre passi:  c’è  una troupe cinematografica al completo, si gira per un videoclip di una famosa (?) cantante indiana. 
Bollywood in trasferta.

Per dire di qualcosa di enorme, di gigantesco, nella lingua mia si dice “’na piazz ‘e Spagna”.
Penso che la plaza de Espana a Siviglia sia il riferimento più calzante.
Tra tutte le piazze di Spagna è la massima espressione di grandiosità e magnificenza, .
I vicoletti del barrio Santa Cruz sono deliziosi  e le vie del centro sono  ombreggiate grazie a  teloni bianchi  tirati da palazzo a palazzo. 
Un bel passeggiare e guardare.  
(altro che file sotto il sole cocente lisbonese, e sgomitamenti tra frotte di turisti)
Poi alla Triana,  sulla riva destra del  Guadalquivir,  dove restano le vestigia di tanti negozi di ceramica  ormai chiusi.


Sul lungofiume, vicino alle scale, un cartello di divieto che non ho mai visto in nessun altro luogo. 
Divieto di orinare. 
[Vale solo per i maschi?]





The tall ships race, la parata delle  grandi navi a vela,  si è spostata a Cadice
[Una persecuzione]
Forse Cadice offre meno attrattive di Lisbona, visto che la ressa non è solo sul molo, ma anche al suo esterno.
I vigili  regolano l'afflusso umano sin dai marciapiedi di fronte all'ingresso al molo.
Di Cadice, vista in modalità mordi e fuggi, oltre al castilo di Santa Caterina, ai gabbiani che hanno eletto i lampioni come casa, un gabbiano per lampione [guardiani], ricorderò un albero gigantesco, anzi due.
Ficus enormi. 
Le loro chiome ombreggiano l'intera piazzetta.
Ombrelloni  e tetto per i barboni.

Tarifa è il punto più estremo dell'Europa, con l'Africa di fronte, il Marocco a quattro bracciate.
Lì si incrociano Oceano Atlantico e  Mediterraneo.
Chissá se hanno un diverso colore, pensavo.
Acqua e acqua,  divisi dal ponte e dall’ isla de Palomas, acquisita ad uso militare e perciò impraticabile, oceano e mare hanno lo stesso colore, tuttavia tra il lato mancino e il lato destro cambia il  paesaggio:  l'Atlantico lambisce con le sue onde una spiaggia enorme, larghissima, dove dimorano alghe e surfisti;  il Mediterraneo bagna immobile,  quasi un lago,  una cala affollata di ombrelloni e bambini, e più il là, il porto.

Vorrei tornare qui. 
In inverno però.
Il tramonto sull'oceano -   e ancora più tardi, quando solo un alone rosa separa la notte dal giorno, e pochissime sagome si muovono nere sull'orizzonte -  è un incanto.
https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-algarve.html

https://alea-iactaest.blogspot.it/2016/08/viaggio-in-portogallo-lepilogo.html

mercoledì 10 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: il principio [ 1 ]

In principio è stato un libro,
"Spiegazione degli uccelli" di Antonio Lobo Antunes.

Qualche tempo fa mi hanno parlato di una locanda sull’estuario ad Aveiro – dissi – Potremmo provarla, che ne dici?”

Aveiro.
Aveiro, Aveiro, che nome suadente.
Ma dov’è, com’è?
Una rapida googolata e oooohhh.
Suadente, suadade.
Perché non andare in  vacanza in Portogallo questa estate?
Aveiro come tappa intermedia tra Porto e Lisbona.
Ma poiché semel in anno si fa, ed è  lecito esagerare,  si può fare una  puntatina in Algarve, e poi una all’incrocio tra Atlantico  e Mediterraneo, e poiché si è quasi sul posto, perché non dare una sbirciata anche al trittico andaluso per eccellenza?

In mezzo, e durante,   è stato un altro libro,
"Viaggio in Portogallo" di Josè Saramago, di cui tradisco lo spirito riportando un passo incompleto.

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.”

Da ora, la narrazione.


Per arrivare in Portogallo si può andare in aereo  - no, l’aereo no – o usando millanta treni – e tutto il bagagliume? Troppe valige, troppo stress – o con l’auto, attraversando mezza Italia, mezza Francia e mezza Spagna.
Pensando di ottimizzare tempi e fatica, si opta per attraversare solo mezza Spagna e un pochino di Italia, imbarcando auto, bagagli e umani a Civitavecchia e sbarcando a Barcellona.

Partenza ore 22,15
Mmmm no. Partenza  ore 01,00 del giorno dopo.
Un messaggio sul cellullare.
Sorry.
La conferma al check-in.
Ciò   significa, oltre a fare’attesa aggiuntiva da ingannare non si sa come, una volta ammassati macchine uomini bagagli in file compatte,  che le quasi tre ore di ritardo si trascineranno sull’arrivo.
Quanto son furbe le compagnie!
Un ritardo di due ore e tre quarti, solo un quarto d’ora in più e ci si sarebbe potuti appellare al diritto di rimborso del 25% del costo del biglietto.
Un quarto d'ora strategico.
Quanto son furbe le compagnie! Sono sicura che se fossero state 3 ore e passa, senz’altro avrebbero addotto il ritardo al mare grosso, e contro il mare niente si può fare.

Sulla nave si ondeggia.
Cerco di dormire fingendo di essere regredita agli albori della vita, ninnananna ninna oh, questa bimba a chi la do...
Lo spazio è stretto:  dall'oblò che non si apre penetra il chiarore della luna,  non c' è il buio buissimo.
Crociere mai più, ma anche questi trasbordi lunghi…
La nave è una prigione galleggiante: non posso andarmene  se voglio.
(Viaggiare in auto ha un suo perché: decidi tu se e quando e dove fermarti)
Una notte e un giorno intero mi sembrano un’eternità.

Il personale che lavora sulla nave è in parte  italiano, per lo più napoletano, e in parte  honduregno. Gli italiani hanno un contratto minimo di tre mesi. Tre mesi annanz e arete  Civitavecchia e Barcellona, senza mai scendere, se non per un paio d’ore quando va bene.
(e che fai in un paio d’ore?, dice Salvatore, contratto rinnovato di un altro mese)
Per gli honduregni i mesi sono minimo  6.
Si deve pur ammortizzare il costo del lavoro: a loro pagano anche il viaggio per arrivare dall’America.
Eh.

Barcellona, finalmente.
Piove.
Ma non importa,  è solo il punto di partenza.

Poi Burgos, altra sosta “tecnica” verso il Portogallo,   nobilitata dalla volontà di visitare il MEH, il Museo de la Evoluciòn Humana.
I musei scientifici moderni – penso anche a quel che fu "Città della scienza" prima dell’incendio, o all’"Universeum" di Gotemborg -  sono assai attraenti, ma questo di Burgos è bellissimo dentro e fuori, a cominciare dalla struttura architettonica.
Più bello di quello che sembra in rete.
Purtroppo – ma stiamo in  vacanza, mica ci dobbiamo svegliare presto?? – mi devo accontentare della visita veloce: avendo più tempo m’avrebbe fatto assai  piacere  visitare anche gli Yacimientos di Atapuerca  (la dolina di Atapuerca, ad una ventina di chilometri di distanza,  è il luogo in cui sono stati rinvenuti i fossili dell’Homo Antecessor) e il Carex, il centro di archeologia sperimentale che costituiscono, con il  museo cittadino,  una rete.

 http://www.museoevolucionhumana.com/


Davanti al complesso del MEH ci sono la fontana con l’acqua danzante e i giardini.
Poi il ponte sul Rio Arlanzòn che divide la città in due; la statua del Cid.

E la sfilata dei gruppi che partecipano al Festival Internazionale del  Folklore.
Non molti gruppi, una decina forse,  tra cui quelli che rappresentano il Cile, la Macedonia, Ciudad real (che è una città nella Mancha spagnola), il Brasile, il Sudafrica.
(chissà  qual  è il  criterio)
Costumi tradizionali.
Il Sudafrica, nella sua semplicità, è il gruppo  più vivace e coinvolgente: è il ritmo, sono i canti, sono i saltatori e gli urlatori.

Più bello delle sculettanti e sorridenti majorette cilene.


Non ne  capisco il senso.
Forse il senso è far festa, e basta.
I burghesi [si dirà così??] sono  disciplinatissimi:  fanno  ala immobile sul bellissimo paseo del  Espolòn, il  viale alberato  che conduce all’Arco di Santa Maria, la porta del centro storico, la porta che porta alla piazza dove si erge la cattedrale.



Io tra i gruppi ci vado davanti, di dietro, in mezzo.
(italiani, tzè)

Un’ultima occhiata in giro.
La quinta in poco meno di un’ ora.
A Burgos va di moda tingersi i capelli di fucsia o di viola.
Niente verde, niente blu.
Chissà in Portogallo, domani.

martedì 12 agosto 2014

Hispanic trip. Paesi Baschi: Bosco di Oma, Eremo di San Juan Gaztelugatxe (7)

Nel raggio  di una trentina di chilometri intorno a  Mundaka ci sono molte località interessanti da visitare. 
Bilbao – che non ho visto – ne dista   37.
Guernica  solo 13. 
(D’obbligo la tappa nel Museo  della Pace;   in un museo del genere, molto “parlato e de-scritto”, è bene servirsi della visita guidata,  disponibile però solo in Basco, Spagnolo, Inglese e Francese, e dunque ...) 

Il bosco dipinto di Oma, ne dista quasi 17. 
Con l’auto. 
Una volta parcheggiata la macchina,  occorre camminare.
Molto.
A  250 metri dal parcheggio, il cartello con l'indicazione. 
Bosco dipinto 2,9 chilometri. 
Il sentiero, fresco, molto fresco e solitario,  è  prevalentemente in salita.
Pioviggina. 
Il terrore di un temporale che illumini il cielo nero aleggia. 
Di tanto in tanti, mentre arranco sulla salita, odo tra lo stormir del vento tra le foglie e il canto degli aucielli il passo rapido di altri visitatori. 
Pochi secondi. Il sorpasso, e i camminanti scompaiono alla vista.
Mi sento come una seicento sull'autodromo di Monza.
Un cartello nel bosco avvisa che manca solo un chilometro. 
Uff, pant, asp, pant, pant.
Un altro cartello: mancano 250 metri.
E' quasi fatta.
Solo che l'ultimo sforzo è tutto in salita, anzi, in discesa su gradoni sconnessi alti anche 70 centimetri. 
(quanti funghi sulle alzate, che peccato non saper distinguerli)
Alla fine,  eccolo. 
La magia del bosco si riverbera su di me scindendomi in due entità:





[butto  bestemmie che manco uno scaricatore di porto] 
ma cazz, pittò, era proprio necessario addentrarti con le vernici, i pennelli, la scala e tutto l’ambaradan dell’occorrente fino a sopra il pizzo della montagna? Non sarebbe stata la stessa cosa pittare gli alberi a mezzo chilometro dall’inizio del bosco?







[mi commuovo e ammiro]
Che magnifica idea. I segni dipinti sugli alberi, linee rette o curve,  formano figure al mio passaggio. Il bosco è mobile, compaiono baci e legacci, guerrieri, uomini in fuga e occhi che spiano, ed eccolo, l’occhio gigante che sovrasta tutti gli sguardi.





[inarco le sopracciglia e continuo  ad inveire]
Pittò, ma che marina, avresti potuto essere meno arronzone,  tra  tutte queste scippate di colore a botta di stenti tre o quattro fanno effetto, per il resto hai acciso le cortecce, mannaggia alla capa tua. 




[seduta per terra, piccola piccola di fronte all’esercito di occhi che mi guarda]
Che magnifica idea, Agustin Ibarrola
Hai incantato il bosco proprio al centro del suo cuore:  con un filo ideale lo hai  legato  alla grotta di Santimamine, dove ci sono graffiti del paleolitico. 
Gli uomini della preistoria e noi: loro fissavano i bisonti e i cavalli per propiziare la caccia, noi, presi dall’affanno della corsa, non riusciamo a fissare nulla, se non epifanie, attimi percepibili in uno e in solo istante, un passo oltre e il nastro, il bacio  si sciolgono, l’uomo si scompone e della sua interezza non resta più nulla, la molteplicità diventa uno e viceversa.







Mi ricompongo ritornando. 
Io, che sono un tipo da divano e ho molte riserve intorno all'arte contemporanea, non sono entusiasta, ma neanche pentita di aver fatto questa esperienza.
Magari avrei potuto mettere le scarpe chiuse e non i sandali che sono diventati, camminando sulla terra bagnata, tutt'uno con il selciato.





In questa parte dei Paesi Baschi si cammina molto. 
Da Guernica e per un lunghissimo tratto della strada statale vi è una sorta di pista ciclo-pedonabile che conduce da nessuna parte. 
(improvvisamente si ferma, così, nel nulla)
Vi camminano vecchi, grupponi di ragazzi, mamme coi passeggini,  singoli, in coppia, in comitiva.
(ma dove dovranno mai arrivare??)
Chiossape se il cammino di Santiago ci appizza qualche sasiccio.


Dal parcheggio 
Anche per arrivare all’Eremo di san Juan Gaztelugatxe bisogna camminare molto. 
Un convento costruito forse dai Templari sul cocuzzolo di un isolotto roccioso:  un nido di aquila della preghiera.
Nessun afflato mistico mi spinge, ma la terrestre voglia di osservare la costa da un'insolita prospettiva e la capacità umana, tanto umana, di essere  costruttori di bellezza.
(mica facile portare le pietre e il resto sulla cima dell’isola)

Google map non è aggiornato sulle strade basche. E neanche sugli accidenti che capitano alle strade basche.
Segnalava, l'immagine, un bel parcheggio situato ai piedi dell'isolotto, e la scarpinata sarebbe dovuta constare del tratto di  ponte artificiale che collega la terraferma all'isola e della scalinata di 250 e passa gradoni.
Sorpresa!!! 
Strada carrabile chiusa (spaccata in più punti). 
Per arrivare all'eremo bisogna prima discendere il sentiero di  montagna, poi arrivare all'ex parcheggio, e poi affrontare la via crucis degli scaloni. 
Davvero la scalinata è  segnata dalle stazioni della via crucis!
Tra chi sale e chi scende c’è sempre l’ola di saluto, l’ammiccamento e il sorriso transnazionali, come a dire su, su, ci siamo.

Però l'impresa vale la fatica.
Il paesaggio visto dalla cima dell'eremo è una meraviglia. 
Gli scarpinatori più prosaici arrivati alla meta  tirano la corda della campana apposta all'ingresso della chiesetta. 
Gli scampanellii che si sentono sulla montagna prospiciente l'isola non sono dunque i segni delle ore nè dell'invito alla preghiera, ma il segnale di chi ha compiuto la scalata:  l'eremo   ( tutto ricostruito, ho scoperto: prima sir Francis Drake e  poi  un incendio nel 1900 lo distrussero completamente) non è abitato, e l’edificio viene utilizzato come luogo di culto solo in determinate occasioni.

Straniante per chi sale sull'eremo con l'intento di farsi una preghierina (ma anche per altri vari ed eventuali come me) è il sottofondo musicale che proviene dall'interno della chiesa: la signorina addetta alla vendita di gadget (libri , gagliardetti che riproducono l'immagine di san Juan), di acqua e bibite varie, combatte noia e solitudine  con pimpanti  canzonette da discoteca.

Un gabbiano è immobile nel cielo, ali aperte.
Sembra voglia fare gara di resistenza con il vento.
Resta fermo a mezz'aria, tra il mare e il cielo, per un tempo lunghissimo.
Poi si fionda in basso, fa una risalita e riprende il gioco.
Penso che mi servirebbero delle ali per ritornare alla macchina, un puntino bianco nel folto del verde, proprio di fronte a me,  in linea d’aria.

E’ davvero tempo di ritornare, in tutti i sensi. 
Prima di andare a casa però, l’ultimo passaggio in Francia.


Le altre tappe: 



domenica 10 agosto 2014

Hispanic trip. Paesi baschi: San Sebastian, Mundaka. (6)


Cambio, cambio, ancora cambio sipario.
(e come mi piace la varietà!)
Stavolta escludo l’autosuggestione.
Il paesaggio, da Pamplona alla costa, muta  in modo radicale.
Verde, verde, ancora verde:   monti ricoperti di abeti, casarelle in stile altoatesino con tetti spioventi e soffitti bassi, microfinestrelle con imposte di legno e fioriere ai davanzali.
E un cazz di freddo.
A solo 20 chilometri dalla costa sembra di essere in Svizzera.
Pure l’Euskera, la lingua dei cartelli e delle indicazioni stradali, è così diversa dallo spagnolo, così dura, così “consonantica”, piena di K e di Z, da sembrare una lingua ugrofinnica.
(lo so, lo so, è invece una lingua “isolata”)

San Sebastian è una città grande.
La città vecchia non ha nulla del villaggio di pescatori che chiossape come si era delineato nei miei pensieri.
Gli alti palazzi,  eleganti e signorili, mi danno  l'idea di una colonia marina per  benestanti  signori  spagnoli dell’entroterra.
E a proposito di colonie, molto in voga sono quelle infantili.
Campi estivi, nella versione moderna.
Sulla playa de la Concha,  nonostante il cielo grigio e la temperatura  "freschetto andante",  davanti ai miei occhi vi sono  almeno 4 blocchi di mocciosetti  tenuti sotto rigido  controllo da giovani animatori/educatori .
Un gruppo compatto saltellante in acqua ( ma le bronchiti? i raffreddori?)
Un altro sulle scale a scuotere piedini e infilare calzini e scarpette.
Non solo sulla spiaggia, ma anche nei piccoli parchi che punteggiano la città ci sono gruppi di bambini  vocianti urlanti scalmanati e ragazzi con fazzoletti rossi o gialli o verdi o magliette monotinta  che richiamano all'ordine con voce rauca: Josééééééééééé, Mariooooo.
San Sebastian è “cresciuta”  come una città per ricchi, je pense, e rimane tale.

Di delizioso ci sono i pinchos,   delle fette di pane con sopra appoggiata la qualunque: polpo al sugo, pezzi di baccalà fritto, salumi, formaggi, pastrocchi di verdure e uova,  verdure grigliate, salsiccette, calamari e ogni altra cosa commestibile possa venire in mente.
Ne  ho visto uno con pancetta croccante, uovo piccolissimo (di quaglia?) salmone affumicato e formaggio.
(non l’ho assaggiato, troppo guazzabuglio)

La bruschetta elevata alla massima potenzialità.
Pinchos

Ma sfiziosissimo  e  unico è  il principio dell’ape e del fiore che governa la modalità di consumo del pincho: si entra in un locale, si sceglie uno o più pinchos servendosi direttamente - dal bancone al piatto - , si paga il corrispettivo dovuto per i pinchos scelti (da 1,30 euro a 5 euro per pezzo, a seconda della “copertura”),  si accompagna con un bicchiere di birra o vino, e poi si continua  provando i pinchos di un’ altra jatetxea  e poi di un'altra ancora; lunghe teorie di tabernas e di banconi stracolmi di pinchos si succedono nelle strade del centro storico, soprattutto in Kalea 31 de Agosto.
Tambasiare di taberna in taberna  fino a che l’aperitivo sostituisca il pranzo, la merenda e pure la cena.
Come l’ape con il fiore, appunto.


Mundaka  è un piccolo borgo situato  nella  Riserva della Biosfera di Urdaibai, all’estremità dell’estuario del fiume Oka.
E’ il paradiso europeo dei surfisti.
Dicono.
Dei principianti, sicuramente.
Acquattati come patelle sulle tavole, ne ho visti tanti. 

Di quelli che volano sull’onda, manco mezzo.
Non ho visto manco l’onda, la verità.
Mundaka


Invece di quelli che volano sulla tavola e basta, gli skaters, ce ne sono  eccome.
Anche sui muri.


Playa de Laidatxu


La spiaggia di Laidatxu  è una profonda lingua di sabbia che si insinua nella costa rocciosa.
(una costa frastagliatissima)
In poco tempo la bassa marea scopre  lunghe oasi di sabbia, le due rive del fiordo sembra possano essere raggiunte a piedi senza bagnarsi.
Di sera  si va a raccogliere le ostriche.
Gli scogli ne sono pieni.



Il mare entra a Mundaka e Mundaka si  protende sul mare: passerelle, piattaforme, scalette, corridoi in metallo sono stati costruiti  in più punti della costa per permettere agevolmente il passaggio in acqua.
Ma il mare, mondo boia, è di un freddo gelido.

Sull’altra riva dell’estuario  c’è la spiaggia di Laida.
Playa de Laida

Bellissima.
Chiusa da Capo de Ogono, si accoccola  la spiaggia di Laga
Ancora più bella. 
Camperisti liberi, molti gggiovani.
(cape pazze, si capisce)
Qui ci sono i anche i surfisti, quelli veri.
Al tramonto, alle dieci di sera, sembrano gabbiani.
Playa de Laga



porticciolo Mundaka
Mundaka

Piove.
Piove e le previsioni non promettono nulla di buono.
(pioverà anche domani, e l'altro domani ancora)
Dato l'aspetto scandinavo di questa zona, e il verde verde verde delle alture, mi chiedo se la pioggia non sia la costante, e non l'eccezione che come la nuvola di fantozzi perseguita me dovunque vada.



E mannaggia, come si fanno le escursioni nei boschi con la pioggia?

venerdì 8 agosto 2014

Hispanic trip: Pamplona (no, dis-grazie), Olite.(5)

Se si va in Spagna allora si va nel periodo della festa di San Firmino e si visita Pamplona (mannaggia a Hemingway!).
Eh, vai a programmare. 
Il giorno destinato a tale visita,  pronti ad andare poco dopo l'alba,  succede  che  la ruota della macchina è  completamente a terra.
(mannaggia il fuosso di ieri notte!)
L’auto è una di quelle la cui casa produttrice non dà manco  il ruotino  in dotazione,  bensì un   kit di gonfiaggio  che garantisce  la tenuta della ruota bucata per  massimo 80 chilometri di percorrenza. 
Un’ora di decodifica delle istruzioni, un'ora per eseguire il gonfiaggio. 
Altro che 80 chilometri: il taglio è una  sguarrata,  e   il  liquido del  gonfiaggio già dopo tre metri lascia la bava sull’asfalto. 
Meno male che appena fuori dal paesello ci sta il gommista. 
C’è il  gommista , ma non la ruota, che deve   arrivare da Pamplona. 
Naturalmente,  causa festa di San Fermin ( traffico,  deviazioni, divieti)  la ruota per arrivare ci impiega una giornata intera.
(l’anno prossimo nel bagagliaio al posto  delle valige ci metteremo la ruota di scorta)
Dunque, invece dell’immersione nella ressa bianco rossa dei sanfermines  (nei fiumi di vomito e immondizia, come dicono quasi sollevati i cordiali e gentilissimi gestori dell’albergo che ci ospita: Non è Pamplona, è una città diversa  -  Hemingway, mannaggiaattè!  ), si trascorre l’intera giornata  a bighellonare  a Villafranca di Navarra, avanti e indietro, tre volte il giro della chiesa; delle  2800 anime registrate all’anagrafe ne  vedo forse  una trentina, tra cui  ’o nonno, che come con  dei nipoti carissimi, si ferma  a parlare (trattenendo proprio la spalla con la mano), a raccontare:  dice  di quanto era bello il paesaggio dalla chiesa prima che costruissero le cinque casette che impediscono di guardare senza ostacoli la piana. 
In catalano. 
Tú entiendes?
(eh, insomma)
I nonnini sono sempre cari, anche quando non li si capisce. 
Dunque niente Pamplona (e neanche il piano  B,  elaborato al momento  della terribile scoperta ed effettuabile in mezza giornata). 
La riconsegna della macchina alle 18,30 obbliga ad una riduzione drastica degli spostamenti. 

Olite palazzo reale
Olite
Olite, il palazzo reale. 
Di un castello così i francesi ne farebbero cartoline a morire.  
Le  torri con le azzurre punte coniche,  le finestre che offrono prospettive  quasi labirintiche dello stesso complesso,  creano un’atmosfera fiabesca.  
E anche la vertiginosa scala a chiocciola con 132 scalini che conduce alla Grande Torre. 
[Ci sarà barbablù, in cima alla torre?]
Il palazzo, residenza prediletta di alcuni re di Navarra, una delle più lussuose dimore reali dell’’Europa tardo medioevale ( diventato poi  fortezza, avamposto militare, sede di governatori, incendiato e semidistrutto all’inizio del 1800), è stato oggetto di  imponenti opere di restauro integrativo, eppure non si ha la sensazione del  falso, del posticcio.

[Da una delle finestre della Torre dei  Quattro venti, guardo la piana fino all’orizzonte. 
Forse compariranno i cavalli, e le carovane dei pellegrini che hanno deviato il cammino di Santiago per fermarsi qui]

“Cerramos, cerramos” – la voce decisa della signorina che invita ad uscire mi distoglie dalle fantasticherie.  
Cazz, non riesco a trovare l’uscita. 
Salida, penso  sia la salita, prendo la direzione opposta. 
La signorina mi  ritrova. 
(tentativo di ammacchiarsi  nel palazzo: fallito)


La cittadina di Olite è molto graziosa. I vicoletti medievali, il chiostro antistante la chiesa di Santa Maria la Real, coi bambini che si arrampicano e fanno nascondino tra le colonne, l’accogliente piazza Re Carlo, la quiete rumorosa invitano a restare,  almeno per un po’. 
  
Ogni impedimento è giovamento, diceva la nonna mia. 
Forse è stato un bene saltare Pamplona.
(ma anche no, uffa) 
Andando verso la costa basca, la si vede  dall’autostrada. 
(è una città enorme)
Al casello, subito dopo il pagamento,  nuovo  stop. 
Una barriera di militi forniti di pistola, etilometro  e sacca piena di boccagli monouso,  accerta il tasso etilico di tutti  (proprio di tutti) i conducenti delle vetture che hanno passato il casello.  
Alle 10 del mattino.
Vabbuò, sarà  (forse) per un’altra volta. 

Ora è tempo di Euskadi.



Le altre tappe: 
8: Albi e Carcassonne



martedì 5 agosto 2014

Hispanic trip: Bardenas Reales, Navarra.(4)





Cambio sipario. 


Sull’autopista che collega Barcellona a Saragozza  un cartello indica che ci si approssima al meridiano di Greenwich. 
Un arco segna la linea immaginaria. 
Eh, capita di emozionarsi anche per una cosa simile. 
(Concretizzare le astrazioni, il passaggio  dall’Est all’Ovest)



Così come repentino mi era sembrato il mutamento di paesaggio tra Francia e Spagna, tale mi è parso il cambiamento allontanandosi da Barcellona. 
Non sottovaluto l’autosuggestione, naturalmente. Però  prevale un che di brullo, di aspro,  di roccioso; di tanto in tanto spuntano  giganteschi  tori di cartone, incuranti della loro fumettistica  realizzazione:  solo la parte anteriore della sagoma è colorata, mentre il retro, rozzo,  rivela le assi e i sostegni per tenerli fieramente in piedi.
Tori che un tempo pubblicizzavano i vini Osborne, ora la Spagna intera. 

Nelle piane, vitigni. 
Tantissimi. 
Ah, il tinto!
Poco prima di arrivare al  campo base,  un delizioso e ospitalissimo albergo a Francavilla di Navarra,  per la prima volta vedo filari di viti preceduti da piante di rose:  tutte fiorite, rosa, gialle, rosse, arancioni. 


Penso che abbiano solo una funzione estetica, eppure mi chiedo perché proprio le rose, per quanto bellissime.
Un viticoltore lunigianense che invece la sa lunga, mi dirà poi che è usanza comune (eh, vedi a frequentare solo asfalto e plastica), e che la rosa funge da campanello di allarme per funghi e malattie, in quanto come la vite è soggetta agli stessi “pericoli”.
Il primo della fila è anche il primo a “cadere” (come i soldati).


Castildetierra

Il passaggio dal caos moderno di Barcellona al silenzio esteso di Bardenas  Reales  è straniante. 
Bardenas Reales è molto di più della sua immagine/pubblicità, è molto più del Castildetierra, una montagnella che sembra assemblata con la sacca del pasticciere,   sormontata da un cocuzzolino (la ciliegina sulla torta.)
Un tempo, si dice,  c’era una statua di Madonna, sulla cima). 





Navarra, Bardenas Reales
Bardenas Reales

Bardenas Reales è uno spazio larghissimo dove i rilievi sembrano sculture modellate  con panneggi e tessiture:  una meravigliosa opera d’arte naturale.
Non è neppure il deserto che immaginavo: l’acqua sgorga dal terreno rugoso come dal nulla, improvvisa, formando pozze, acquitrini,  stagni, laghetti, fiumiciattoli. 


Nei  ruscelli  sguazzano  dei gamberi neri. 
E  la volta del cielo sembra davvero una volta, con le nuvole che si dilatano e allargano verso l'alto e si assemblano verso il basso, come se venissero inghiottite dall'orizzonte.

Impronte di animali nella crosta di argilla spaccata.


Non è possibile fotografare il mormorare del vento, nè i versi  degli animali nascosti chissà dove, nei cespugli, tra le pieghe delle rocce.
Non è possibile fotografare l’ampiezza (nessun grandangolo per  quanto professionale ci riuscirebbe), e il dilatarsi dello sguardo e del pensiero. 
E’ un pò luna,  un pò Grand Canyon, con il vantaggio che è molto più facilmente raggiungibile di entrambi. 




Ecco, visitare le Bardenas Reales ha un qualcosa di laicamente mistico: difficile comunicare con le parole. 
Quelle di un preadolescente sono state: “Mi piace questo posto, mi sento come  Bear Grylls.

Navarra, Bardenas Reales
Bardenas Reales