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domenica 16 febbraio 2014

Gli ultimi giorni

Eh, cara lei, ma ha saputo poi cosa è accaduto a? 
Noooo, ma davvero? La stessa fine di quell’altro!!
Era scritto nel destino, ci avrei scommesso come su un cavallo, che così sarebbe andata. 
E signora mia, ha visto più l’inquilino del quarto piano? 
Uno nuovo? Ahh,  lo stesso dannato vizio di scotoliare la tovaglia dal balcone, e mannaggia, cambiano i cognomi, ma tant’è,  zuzzuso l’uno e zuzzuso l’altro. 
Tonino, Tonino, quello del civico 34, gioca sempre a biliardo? Marò, che mi andate raccontando, si è scumbinata la compagnia e mò  overamente al biliardo ci stanno sempre e solo i quattro dell’avemaria, quegli studenti scumbinati e sfaccendati! 
E del cognato della sorella  dell’amico del rappresentante di Folletti, che mi dite?
Uhhhhh, è muort! E chi se l’immaginava, nu così bell’omm!

Il Quartiere Latino a Parigi, Le Havre, il condominio dove abito io.
Certamente  i personaggi queneauniani sono  letterariamente più interessanti dei miei vicini di casa, delle persone che mi è capitato in modo insolito e imprevisto di incrociare (ma anche no, la signora M. !) e penso alle pippe mentali dello studente della Sorbona Tuquedenne 

“Certo, nessuna di quelle cose aveva in se stessa la propria ragione di essere, e tutte, immerse nel divenire, erano destinate a perire. Che cos’era la loro realtà? Non dipendeva essa da una cosa diversa da loro stesse? Dov’era allora la loro realtà? Cos’era che costituiva la loro realtà? Era l’Essere? Era l’Uno? Se l’Essere costituiva la realtà delle cose, perché allora quelle cose non erano? Forse perché non è essere ciò che è destinato a non-essere-più? E se era l’Uno, perché allora esse erano molteplici? Perché allora c’erano delle cose? Perché allora dovevano perire? (…) Come salvarle? Già, come salvare le cose? Come strappare le cose al nulla? Come liberarle dall’Essere? Come dare al particolare la propria ragione d’essere in se stesso? Come dare all’istante sia il divenire, sia l’eternità?"

al  vecchio professore di geografia che non ha mai viaggiato e si consuma nel rammarico per aver insegnato ciò che non ha mai visto e conosciuto, al barista filo(sofo) Alfred “sistemista” della vita.

Tuttavia, a finale, chi fa e chi non fa,  chi vale e chi non vale niente, chi tiene un miliardo e mezzo di amici e di femmine e chi si mette scuorno di andare al bordello ma poi ci va,   chi si consuma nei sensi di colpa e  chi si crogiola nell’accidia e  chi si lancia a precipizio nell’iperattivismo,  per tutti, per tutti quelli che si incrociano e   chiacchierano mentre continua  il viaggio, (e in ogni luogo e tempo) ci sta un solo punto d’arrivo. 

“Passano i giorni e passano anche le notti, e gli anni e le stagioni, e si potrebbe credere che tutto continuerà a girare così per sempre, come continuano i clienti a venire a prendere il cappuccino o l’aperitivo quotidiano, ma verrà il momento che non ci saranno più stagioni né anni, e tanto meno giorni e notti, che i pianeti avranno completato le loro rivoluzioni, che i fenomeni non avranno più periodi, che tutto smetterà di esistere. L’intero universo svanirà, avendo compiuto il suo destino, come qui e ora si compie il destino degli uomini.”

Grazie assai per la rivelazione. 
Mò solo perché è Raimondo, insomma.
Anche Raimondo è stato giovane e acerbo.
(però je l'aime anche così)


domenica 11 novembre 2012

Brouchtoucaille


"Nella Città Natale la si prepara così: prendete cavoli, carciofi, spinaci, melanzane, lattughe, peperoni, crescioni, scorzoni, cetriolini, chiodini, zucchini, bietole, nespole, sorbole, cocomeri, tuberi, datteri, fave, cipolle, lenticchie, pannocchie di granoturco e noci di cocco;  sbucciate, pelate, pulite, tagliate, tritate, macinate, triturate, passate, stufate, sgocciolate, filtrate, buttate, raccogliete, diluite, sublimate, concretizzate, sistemate, preparate e cuocete parte in acqua, parte in olio d’oliva, parte in olio di noce, parte in grasso di bue, parte in grasso d’oca. Prendete poi alcuni animali vivi, mammiferi maschi e volatili femmine. Sgozzateli, scuoiateli, tagliateli, divideteli, affettateli, infilzateli nello spiedo e arrostiteli. Amalgamate in un grande paiolo una salsa a base di olio, aglio, aceto, senapi varie, tuorli d’uovo, cognac di qualità, pepe, sale, peperoncini, zafferano, cumino, chiodi di garofano, timo, alloro, zenzero e paprica. Introducetevi l’elemento animale che correggerete con l’elemento vegetale. Mescolate e rimescolate e quando sarà arrivato il momento servite nel grande piatto atavico che avrete avuto cura di non lavare dall’ultima Festa."

Raymond Queneau  - Tempi duri, Saint Glinglin!



E' la  ricetta del piatto tipico della Città Natale in occasione della festa di Saint Glinglin.
Ecco, questo libro di Raimondino  è proprio una brouchtoucaille.
Il sostrato filosofico, la concettualizzazione, l’infarcitura di riferimenti coltissimi e l’esercizio linguistico  non sono nascosti, ma neanche tutti visibili e distinguibili.
(figurarsi comprensibili).
Si provasse a magnare una roba come la brouchtoucaille, vorrei proprio vedere che guazzabuglio di sapori, chi mai riuscirebbe a distinguerli se non avesse a portata di mano la lista degli ingredienti, e signora  mia, alcuni pure vaghi, chè tra i mammiferi maschi ci stanno i vitelli e i  montoni, ma pure gli elefanti e i delfini.

 “al lettore il compito di scoprirle (le interpretazioni del testo), dato che – perché non si dovrebbe esigere un certo sforzo dal lettore? Gli si spiega sempre tutto, al lettore. Finirà per offendersi a forza di vedersi trattato con tanto disprezzo, il lettore.”


Sarà, ma a me detta così pare che voglia pigliare per i fondelli, il Queneau.
Perché se è vero che il lettore è creatore di senso (non a caso l’ermeneutica, oibò), è pur vero che  a voler scoprire le infinite interpretazioni del testo si può pure arrivare a dire che la parola stella  a pagina x del libro di rkafojioa è un chiaro riferimento alla stella che move il caizer di tutto l’universo.

Glinglinglin mi ha fatto pensare ai ggiovani.
Poco c’entra il fatto che nel romanzo c’è la manipolazione letteraria del complesso edipico.
(poco c'entra anche il libro).
Mi ha fatto pensare alle loro certezze, al modo che hanno di impostarsi verso il mondo, alla loro “rigidità” nel sostenere le opinioni, anche se dannatamente sbagliate, al fatto che si sentono in dovere non tanto di dimostrartele, quanto di buttartele in faccia, stracoglionandoti  con i loro assiomi.
[alla disposizione al martirio e al sacrificio, negli animi più accesi]
La maturità, quella bella e vera (che per qualcuno può non giungere mai), è l’età in cui non si ha bisogno di dimostrare niente.
Non c’è bisogno di urlare.
Ecco.
Alcune opere di Queneau sembrano urlate, anche se a bocca chiusa.
(l’ossimoro è una figura retorica straordinaria)