venerdì 19 agosto 2016

Viaggio in Portogallo. Lisbona: Sintra, Belém [ 6 ]

Pozzo iniziatico
Pozzo iniziatico
 Sbariando su Google  alla ricerca di qualcosa di interessante da vedere nei  dintorni di Lisbona, mi ero imbattuta nelle foto di una costruzione assai strana, una specie di torre rovesciata: il pozzo iniziatico della Quinta della Regaleira. 
Prima reazione: stupore. 
Seconda reazione: incaponimento. Ci devo entrare dentro assolutamente. 
La quinta della Regaleira è uno dei “siti monumentali” che si trovano a  Sintra
Ignoravo l’esistenza di Sintra. 
A Lisbona  è la prima meta proposta dei tour operator per visite fuori città.
La Quinta de la Regaleria è fuori dal circuito del parco di Sintra: ha una gestione separata. 

Palacio Nacional




E’ l’unico sito, assieme al Palacio Nacional, raggiungibile a piedi senza sconocchiamento. 
Una scarpinatella piacevole, perché la vista  è allietata da bei panorami e da belle sculture moderne lungo la strada dalla stazione al centro della cittadina,
Da Sintra alla Quinta la strada, non troppo in salita,  prosegue fresca e alberata.






Una coppia di pazzi sfrenati, il ricchissimo Carvalho Monteiro - che comprò la tenuta nel 1893 - e l’architetto italiano Luigi Manini sono gli artefici della Quinta, così come si consegna agli occhi dei visitatori. 
(Il nucleo originario è molto più antico)

Quinta de la Regaleira
Massoneria, esoterismo, occultismo, riferimenti alla mitologia, alla letteratura – da Virgilio a Dante a de Camões a Milton - simbolismi di ogni genere intessono il disegno della tenuta. 
Nel parco vi sono  grotte e labirinti, tunnel, gruppi marmorei, fontane, statue, rocche e castelletti, scale e scalette, e il pozzo iniziatico, scavato nella roccia per oltre 27 metri, immagino da assai attoniti manovali.
Un’esperienza inquietante arrivare al fondo,  sia  che si giunga dai tunnel  che dalla scala  - una vera discesa agli inferi – nonostante i tanti visitatori che inevitabilmente - foto, chiacchiericci, foto, chiacchiericci, foto a murì,- allentano la tensione  e depotenziano l’ emozione. 

Il fascino dell’antro della Sibilla a Cuma è altra cosa, ma il mondo iniziatico creato da Monteiro ha pur sempre un secolo, e non è certo assimilabile ai magicword contemporanei, nonostante la sottile sensazione di artificiosità e di posticcio che ogni tanto mi pervade. 
Sperimentare la visita del parco doveva fare tutt’altro effetto agli ospiti di cento anni fa. 
Più di cinque ore a girare tra anfratti e salotti. 
E comunque ancora tempo avrei voluto, ancora tempo per osservare i particolari, per guardare da altre prospettive…

Mi chiedo come sia possibile visitare tutto il circuito di Sintra in un giorno solo (dalla Quinta si vedono piccoli piccoli  il palacio de Pena e il Castelo dos Mouros, arroccati sul cocuzzolo di due montagnelle). 
Bella esperienza. 
Gli altri palazzi e castelli di Sintra li riservo al prossimo viaggio in Portogallo;  non posso lasciare Lisbona senza vedere Belém.  

A Praça do Comercio nel tram 15 - meno fascinoso del 28, ma infinitamente più comodo, pure  con l'aria condizionata – ho un saggio sull'efficienza della polizia  portoghese.
Due poliziotti si guardano in giro.
Hanno gli auricolari. In un lampo bloccano cinque uomini, tutti pelati, tutti con gli occhiali, tutti con pantaloncini e maglietta bianca. Li mettono da un lato, chiedono documenti e frugano negli zaini. Poi la mi folla che ha riempito il tram mi  impedisce di vedere il prosieguo dell'azione.

Lisbona è una città sicura - mi aveva detto  Fernando. 
Fernando:  6 anni in Italia con un buon lavoro fino alla chiusura della ditta,  5 lingue parlate fluentemente,  ritornato a casa,   per vivere  fa il vu comprà di mattina nei pressi del castello di San Jorge e la sera procaccia clienti per i ristoranti del Barrio Alto, mentre sta per conseguire la licenza di guida turistica che ha svolto abusivamente prima di essere beccato e multato.
Grazie alla polizia turistica Lisbona è una città sicura: niente scippi e rapine, solo borseggi, furti di destrezza
Ne ho avuto prova. 
[Grande destrezza. Fernando alla fine mi ha venduto tre braccialetti] 

Il tram 15 ferma davanti al monastero dos Jerónimos. È molto più grande di quanto non sembri dalle foto viste in internet. C'è un ammasso di gente davanti:  un nugolo di formiche davanti ad un forrmicaio ostruito.
Decido di passare al ritorno, la torre di Belém dista parecchie centinaia di metri.
Strada secca e assolata. 
Molto assolata. 
Molto caldo, moltissimo.
Il monumento alle scoperte è in restauro. 
Solo nella parte superiore non ci sono impalcature.
Un blocco in ri- costruzione sotto il sole.

Dall'esterno la torre di Belem è bellissima. Si riflette ondulata nell'acqua in cui vorrei spjaccicarmi.  
Torre di Belém
Sul pontile che conduce alla torre c’è una fila lunga. 
Armata di santissima pacienza, mi metto in coda. 
[guardo i pescioni nuotare ad un centimetro dalla riva, e la regata di barche a vela che sfila sul fiume e penso a distese di iceberg per ingannare il caldo].
Un'ora di attesa sotto il sole bruciante prima di arrivare al botteghino. 
E’ fatta, penso. 
Sbaglio.

Ancora fila, biglietto alla mano,  nella prima terrazza della  fortezza. Mi sento quasi una deportata, una prigioniera.  
[Le maleparole escono incontrollate dalla mia bocca. Cerco ristoro infilando la capa tra i merli della fortezza, dove c’è un’anticchia di ombra.]
Mezz'ora ancora, poi finalmente si entra nella torre. 
All'ombra, ma ancora in  fila. 
Dieci minuti di attesa, poi sempre in fila (indiana stavolta)  si sale rapidi rapidi una scala a chiocciola di 96 gradini. 
In cima alla torre un’altra  terrazza; il panorama non è  un granchè.
La discesa: in fila.
Davanti alla porticina c'è un semaforo. E’ rosso. Appena scatta il verde, la fila indiana  scende la scala e termina la visita.
Due ore per cosa? 
Sarebbe stato molto meglio  trascorrerle in estatica contemplazione  dell’esterno della torre, coi piedi in ammollo, o sdraiata sull’erba sotto un ombroso albero, e immaginare assalti e battaglie…

 “Il viaggiatore sta per concludere questo suo giro per Lisbona. Ha visto molto, ha visto
quasi niente. Voleva vedere bene, forse ha visto male: è il rischio costante di qualunque viaggio.”*

Forse Lisbona si deve visitare in inverno, o in autunno, o in primavera.
Forse avevo aspettative troppo alte, forse immaginavo qualcosa di diverso. 
Forse ho soltanto visto male, come mi suggerisce Saramago, o forse Porto  mi ha fatto innamorare così tanto riempire troppo i miei occhi.
Porto è Portogallo. 
Lisbona è il Portogallo dei turisti.





mercoledì 17 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: Lisbona [ 5 ]

Lisboa, la città di Pessoa. 
[La città dell’inquietudine e della suadade?]
Una città certamente frenetica. 
Cantieri, ristrutturazioni, gru, strade interrotte.
Lavori in corso mentre mappate di inglesi, francesi, italiani, tedeschi sciamano dovunque. 
[Gestire un massiccio flusso turistico probabilmente inaspettato è sicuramente un problema]
Nelle zone ad alto tasso di interesse turistico si sente parlare la babele di lingue e pochissimo  il portoghese. 
Aver preso un appartamento in un quartiere residenziale dove ci sono case popolari forse è una fortuna, ma anche no: nottate segnate non dal canto del fado ma da allucchi e maleparole. Rigorosamente in portoghese.


Non si può visitare Lisbona senza fare almeno un viaggio sul tram 28. E’ quello che faccio subito, da capolinea  a capolinea.  
Un occhio al cartello multilingue avvisante del pericolo di borseggio – borsa ben stretta, si rischia davvero  -, e ooohh alle semi strusciate lungo i muri dei palazzi dei vicoli stretti dell’Alfama, aaaahh ad ogni curva a recchia, uuuhh ad ogni auto parcheggiata di traverso sui binari che costringe il conducente a snervanti soste impreviste. 
(mai potrei fare il conducente di tram elettrico 28. Le macchine ferme sui binari le trascinerei via senza se e senza ma)

Poi la Baixa, il Chado
Folla smisurata nella Rua Augusta, folla nelle traverse ortogonali,  folla  nella Praça do Comércio - doveva fare un gran bell'effetto arrivare dal mare  e trovarsi di fronte la statua di re Giuseppe e l'arco e il lunghissimo boulevard . 
Si va verso l’elevador de Santa Justa, che voglio prendere assolutamente perché in teoria l’ascensore è un mezzo di trasporto come un altro ed è compreso nel costo del biglietto giornaliero per i trasporti pubblici. 
Primo tentativo. Una fila impressionante. Si gira la  la capa al cavallo.
Secondo tentativo idem.
Al terzo tentativo, ormai di sera, almeno non sotto il sole, mi  arrendo alla fila.
40 minuti per entrare nell’elevador,  6 secondi di salita per arrivare sul ballatoio di ferro che mette in comunicazione la Baixa con il largo do Carmo, dove c’è la chiesa “scheletro”

A Lisbona non sono mai piaciute le rovine. O le ripara con pietre nuove o le rade al suolo per costruire edifici che rendano. Il Convento do Carmo è un’eccezione. La chiesa è ancora, essenzialmente, come l’ha lasciata il terremoto. Di tanto in tanto si è parlato di restaurarla e ricostruirla. La regina Maria I fu quella che si spinse più avanti nel restauro, ma, o per mancanza di denaro o per infiacchimento della volontà, le aggiunte si ridussero a poco. Meglio così.” *

Un dislivello di sette  piani circa, a farlo a piedi   con calma si impiega molto ma molto meno tempo.
I lisbonesi non prenderanno mai l’elevador de Santa Justa per necessità: non è più un mezzo di trasporto. 
( Viaggiare anche solo per la decima volta sul tram 28 sminuisce  notevolmente il suo fascino)

Il viaggiatore, nelle sue vaghe riflessioni, considera che la ricostruzione pombalina fu un violento taglio culturale da cui la città non si è ripresa e che dimostra continuità nella confusa architettura che, a ondate disordinate, si è diffusa nello spazio urbano.”*

E’ dai miradouri, dalle terrazze panoramiche,  che la considerazione di Saramago assume una valenza definitiva. 
Dal Miradouro di Nostra Senhora Do Monte, uno dei più alti punti della città (più  del Castelo de Sao Jorge, altro scheletro)  si può osservare il tramonto sulla cittá comodamente seduti sulle panchine,  ignorando le frotte di turisti che si ammassano alle ringhiere, turisti giunti in gran parte  con le auto elettriche aperte che in tripla e quarta fila sono parcheggiate ai margini della terrazza. 
Le gru e certi brutti  palazzi moderni rovinano un  pò lo skyliner.

Dalla terrazza del Panteão Nacional si gode un altro panorama. 
Molto più esteso, fino al ponte XXV Aprile ed al Cristo Rei. 
Nato come  chiesa, la chiesa di Sant’ Engracia,   250 anni di lavori per  terminare la costruzione, ora il Panteão Nacional è il tempio dei grandi portoghesi di tutti i tempi. 
Accoglie le tombe degli eccellenti: da quella  di Vasco de Gama a  presidenti, generali, filosofi, scrittori  (no, Pessoa non c'è. E neanche Saramago).
Alla tomba di Amalia Rodriguez, attrice e cantante di fado,  la cui voce registrata accompagna i visitatori dall’ingresso alle scale, si rende omaggio con mazzi di fiori. 
Premura che è riservata solo a lei e al  calciatore  Eusébio da Silva Ferreira (!!!).
Le tombe sono al piano terreno. Ai piani superiori ci sono il centro di documentazione e mostre temporanee. 
Adesso c’è una mostra fotografica:  luoghi abbandonati o destinati all'abbandono o alla ri-conversione. 
Luoghi morituri fissati in foto bellissime.

Come  è umano, tanto umano, il Panteão Nacional.
Niente folle oceaniche di turisti. 
Ressa invece sulla banchina di Santa Apolònia per i giganti a vela del mare convenuti a Lisbona per “The tall ships race”.
C’è anche la nave scuola “Amerigo Vespucci”. 
Si potrebbe anche salire a bordo, come su altri velieri aperti alla curiosità dei visitatori, ma non ho fatto la fila quando era all’àncora al porto di Napoli, non la farò di certo a Lisbona. 
[Se fossi una cadetta preferirei avere la divisa uguale a quella maschile, pantaloni e scarpe basse piuttosto che gonna e scarpa con tacchetto] 

Il viaggiatore è andato al Bairro Alto. Chi non ha altro da fare alimenta le rivalità popolari fra questo quartiere, il Bairro Alto appunto, e Alfama. È tempo perso. Sia pur peccando di quell’esagerazione che sempre contengono le affermazioni perentorie, il viaggiatore dirà che sono due quartieri radicalmente differenti. Non è il caso di suggerire che sia migliore questo o quello, supponendo che si finirebbe per dedurne che cosa significa essere migliore in paragoni del genere: fatto sta che Alfama e il Bairro Alto sono agli antipodi, nell’aspetto, nel linguaggio, nel modo di camminare per la strada o di stare affacciati alla finestra, in una certa alterigia presente in Alfama e che il Bairro Alto ha scambiato per sfrontatezza. Con mille scuse per chi ci vive ed è tutt’altro che sfrontato.”*



Alfama, di giorno.  Vicoli strettissimi e tra porticine e finestrelle suggestivi scorci  che rivelano il  fiume. Odore di sardinhsa assadas, sardine di stoffa colorata appese tra i palazzi. Voci di bambini che giocano. 
Sant’Antonio sul trono decorato, vestigia della devozione popolare che a giugno infiamma il quartiere.


Bairro Alto, di sera. Un disegno ortogonale di straduzze piene di localini, di gggiovani, di procacciatori di clienti che abbordano per offrire fado e baccalau.  
Movimento, musica, odore di cibo.
(ah, il fado. Impagabile l’esecuzione spontanea tra tre abituè di una tasca nel quartiere popolare dove è l’appartamento)
Per capire  se Bairro Alto e Alfama sono ancora agli antipodi dovrei  fare  l’inverso, Alfama di notte e Bairro Alto di giorno. 
In 35 anni – il Viaggio in Portogallo di Saramago è stato pubblicato nel 1981 –  molte differenze si riducono. 


lunedì 15 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: Óbidos, Peniche [ 4 ]

Óbidos è un borgo medioevale racchiuso tra le mura del castello. 
Si conserva quasi intatto.
Ho il sospetto che sia una cosa “eccezionale” per il Portogallo. 
Questa eccezionalità è sfruttata massivamente, poiché per più di tre settimane in estate, dal giovedì alla domenica, il paese si trasforma nel palcoscenico di una gigantesca rievocazione storica: locande, arti e  mestieri, tornei, spettacoli, intrattenimenti e cotillons; i visitatori possono pure affittare un costume per partecipare da comparse al tuffo nel passato. 


No, non ho partecipato al mercato medievale. 
Ho scelto di andare ad Óbidos in un giorno di tregua. 
Lo avrebbe fatto anche Saramago. 
 Quando l’ha visitata lui il mercato ancora non si faceva:


Óbidos per i gusti del viaggiatore, dovrebbe essere meno infiorata. I fiori, che, come qualunque persona normale, gli piace vedere e annusare, qui sono troppi, un inutile belletto: il valore cromatico del bianco delle pareti è sminuito dalla massiccia quantità di giardinetti, spalliere di verzura che ricadono dall’alto dei muri, aiuolette da cui salgono rampicanti di vario colore e forma, vasi alle finestre alte. (…) 
Ma Óbidos merita il resto delle lodi. Può anche darsi che la cittadina abbia un modo di vivere un po’ artificiale. Essendo luogo obbligatorio di passaggio e sosta di visitatori, si è approntata bene per fare non una, ma tante fotografie, preoccupandosi di venire al meglio in tutte. Óbidos è un po’ la signorina di un tempo che è andata al ballo e aspetta che la invitino a danzare. La vediamo tutta composta nella sua seggiolina, non batte ciglio ed è seccatissima perché non sa se il ricciolo sulla fronte si è disfatto con il caldo. Ma, insomma, la signorina è proprio bella, non c’è che dire.”*

Si può percorrere l’intera cinta muraria del borgo. 
Non è cosa   complicata, se i piedi non sono doloranti e le scarpe comode: le pietre sono lisce e sdrucciolevoli.  
Ma si fa.
Solo dalle mura che affiancano la porta principale si ha la visione globale del guscio di pietra che racchiude le case, le viuzze, le piazzette.
E’ proprio bella Óbidos, non c’è che dire. 


Anche ad Óbidos al mattino c'é la nebbia, e fa fresco. 
Il proprietario del bed and breakfast sembra un  nobile intellettuale di altri tempi  nell’incedere, nel sorridere, nel  parlare a voce bassa e nella misura dei gesti.
La sua casa odora di incenso, sembra di stare in una chiesa. Il giardino è pieno di fiori.
Il gentiluomo ci da molte indicazioni su cosa vedere e cosa comprare, ad esempio un’artigianale Ginjinha, il tipico liquore di amarene. 
(berla in un bicchierino fatto di cioccolato fondente è vera goduria) 
La produce da generazioni una famiglia di  Óbidos: la vendita avviene nel retrobottega di un emporio, come tanti anni fa, senza etichette e senza scontrini.  
Tesori nascosti. 

Su consiglio del gentlemen si fa un fuori programma: la laguna di Óbidos
E’ vicina a  Foz Do Arelho, un paesello che ha degli straordinari affacci panoramici sulla scogliera. 
Tra  dune di sabbia e spuntoni di roccia  ( ma come fa ad esserci la sabbia cosi in alto, cosi verticalmente lontano dal mare?) c'è un camminamento di legno:  passerelle e di tanto in tanto pedane con  sedie di legno girevoli che consentono di vedere a 360° il panorama.
E di farsi inondare dal vento in ogni direzione. 


Sulla sabbia della laguna sembra che ci siano poche  persone. Eppure non c'è un buco per parcheggiare l’auto. 
Nella distesa naturale gli uomini sono formichine.

Una quarantina  di chilometri più a sud c’è  Peniche.
Italianizzandolo, il  nome suona  adatto, Peniche evoca penisola: peniche è una penisola.

In portoghese la parola Peniche è solo un nome proprio. 
Il primo impatto è caotico. 
Casermoni, casone, palazzoni, albergoni, tutto grosso alto invadente. 
Uno stranissimo contrasto, percorrendo la Estrada Marginal che gira tutt'attorno al perimetro della penisola, è vedere da una parte  le rocce delle scogliere, nere, selvagge, tagliate di netto, quasi affettate, e dall’altra i  capannoni industriali, orripilanti ammassi di lamiere ondulate.

Non si possono voltare le spalle al mare, in Portogallo. 





* Viaggio in Portogallo - Josè Saramago



sabato 13 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: Aveiro, Costa Nova, Nazarè [ 3 ]


Aveiro, Aveiro. 
Aveiro non è proprio quella che sembra.
Una piccolissima parte della città è assai  fotogenica.
E’ la città con il più grande centro commerciale del Portogallo, il Forum (Così mi hanno detto, marò, e che vanto).
Ha l’Università.
E’ una città il cui centro storico è  un muorzo vicino al canale.

La nuova stazione ferroviaria è sorta proprio accanto alla vecchia, quella sì un gioiellino, tutta la facciata rivestita di azulejos, e miriadi di uccelli che hanno fatto del tetto il proprio nido.
Dalla  stazione parte l’ Avenida Doutor Lourenço Peixinho  che arriva fino al centro storico.
Lungo il boulevard, negozi eleganti, edifici nuovissimi e edifici di fine Ottocento e inizio Novecento in sfacelo. (a carne sott ‘e i maccarun acoppa).

La fama turistica di Aveiro è legata ai moliceiros, imbarcazioni  un tempo usate per la raccolta dei sargassi, ora per la scarrozzata dei turisti attraverso i canali.

Il viaggiatore (…) Ha  alzato gli occhi e ha visto un gabbiano sperduto. Lui conosce la laguna. La vede dall’alto, fende con le zampe la superficie lucida, si immerge fra il limo e i pesci. È cacciatore, navigante, esploratore. Vive lì, è contemporaneamente gabbiano e laguna, come laguna è questa barca, quest’uomo, questo cielo, questa profonda commozione che accetta di tacere.”*

Il canale dall’alto posso solo immaginarlo. 
Dal livello dell’acqua, dal moliceiro che mi trasporta, colgo uno stridente contrasto tra la barchetta che somiglia ad una gondola, dal sapore antico, e lo scenario degli edifici ultramoderni con vetri e laminati in grigio, e le auto che sfrecciano rapide sulla strada parallela al canale.
Solo in alcuni punti,  dove ci sono case dai muri  colorati, o dove sono ormeggiati altri moliceiros, per i  riflessi sul fiume  allungati dai bassi  raggi solari, ci si può quasi commuovere.


La commozione vera è imprevista.
Si chiama Costa Nova.
E’ sulla  lingua di terra tra  Ria de Aveiro e l’Oceano Atlantico.



Pensavo fosse un luogo affollato, bordellaro. Invece è quieto e ha un sapore retrò, pur nella  vivacità di colori.
Le facciate delle case rivolte verso il fiume sono tinteggiate a strisce colorate su fondo bianco e hanno il tetto spiovente, sembrano cabine da spiaggia.



Le case/cabine ricordano i pannelli che  ricoprono gli edifici in ristrutturazione, quinte
che nascondono qualcosa.
Qualcosa nascondono davvero: le dune di sabbia a ridosso dell’oceano.


Alle spalle delle case/cabine, si ergono dune alte, bianchissime e selvagge, vuote di passi umani.
Sulle dune è vietato camminare.
Ci sono passerelle in  legno che di tanto si biforcano in direzione della riva, consentendo l’accesso alla spiaggia, che è sottile e bianca bianca.
E, come a Porto, la foschia sulle onde.





La costa del Portogallo è bellissima da nord a sud: falesie e lagune, spiagge smisurate, cale, conche, faraglioni, grotte.
!50 km più a sud, Nazarè.
E’ il paradiso dei surfisti: la particolare conformazione geologica del fondale, la presenza del canyon sottomarino più esteso e profondo d’Europa, in particolari condizioni, soprattutto in inverno,  genera onde altissime.




Al Sitìo, il quartiere sul promontorio, una porta che sembra uno stargate taglia la  strada che conduce al  Forte de São Miguel Arcanjo, fortezza del XVI secolo.
Nel forte agli  inizi del ‘900  è stato collocato un faro.
E’ visitabile, alla modica cifra di 1 euro.



All’interno, oltre a  mostre temporanee di arte moderna (papere in tutte le salse), vi sono salette dedicate alla particolarità geologica di Nazarè, agli usi e alle tradizioni locali.



Sul mare, a Nazarè beach,  la cementificazione ha azzerato la storia;  al barrio del Sitio qualcosa resiste.
Sulla piazza del  Miradouro do Suberco  alcune vecchiette in abito tradizionale si pavoneggiano sotto chioschi di vendita di noccioline.


Passi accanto e mani rotanti veloci, orientate in direzioni diverse, ti poggiano in   mano o quasi ti infilano in bocca le nocelle, gli anacardi, dei  pezzi di biscotto con arachidi.
(non ho pensato alle  mani zuzzose, marò, ma era proprio invitante il gesto, il biscotto)
La vendita è senza bilancia.



Tre euro tutto ciò che dai bustoni  entra in uno scatolino di legno, l'unità di misura dello spilluzzicammme.
Lungo le stradine, negli angoli, sedute su sedie pieghevoli e sotto ombrelloni o ombrellini, altre  vecchiette sostano con cartelli su cui a mano è scribacchiato  rent apartment.
Ammiccano; alcune hanno il cartello alcune appeso al collo come una collana, altre dritto rigido in mano.
Mi chiedo quante ore o giorni stiano ferme a fare da pali umani.

E’ bello il barrio del  Sitìo di Nazarè; è bella anche la  chiesa do Nossa Senora.
Davanti alla chiesa, sotto il sole bollente, si può immaginare di stare in Brasile.
Forse i portoghesi colonizzatori  in Brasile potevano immaginare  di stare in Portogallo.


Da Nazarè beach ci si allontana in fretta.
Si va ancora più a sud, verso Lisbona. 

venerdì 12 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: Porto [ 2 ]

Dopo chilometri e chilometri durante i quali dai finestrini dell'auto si vedono solo campi (la Spagna è gialla), su autopiste quasi deserte, primo incontro con il Portogallo: surreale.
Sosta in una stazione di servizio a boh, poco  dopo il confine.
La pompa, una scatola prefabbricata che funge da punto di ristoro, scaffali semivuoti. [una punta di nostalgia per il trionfo degli autogrill].
Collegata da una tettoia in lamiera, un’altra scatola prefabbricata con pareti a vetrate lerce: un ristorante self service. 
Si può scegliere tra carne, riso in bianco, insalata, pomodori, patatine fritte moscissime, tre tipi di frutta: mela,  pera, arancia.
Un uomo si sente male. Si sdraia a terra. E’ un francese. 
Dopo pochissimo arriva un’ambulanza. 
Strano contrasto tra l’efficienza del servizio di soccorso e il luogo. 
(forse sarebbe bastata l'aria condizionata nel locale per evitargli il malore).

Finalmente Porto.
(e non Oporto come dicono italiani, inglesi, etc etc)

Porto, per fare onore al proprio nome, è prima di tutto quest’ampia insenatura aperta verso il fiume, ma che solo dal fiume si vede (…).  Il pendio è ricoperto di case, le case disegnano vie, e, siccome il suolo è tutto granito su granito, il viaggiatore ha l’impressione di percorrere sentieri di montagna. Ma il fiume arriva fin quassù. (…). 
E il viaggiatore non può dimenticare i colori con cui si dipingono le case: ocra rosso o giallo, o castano scuro.
Porto è uno stile di colore, un’armonia fra il granito e i colori della terra che il granito accetta, a eccezione dell’azzurro se con il bianco trova un equilibrio nell’azulejo.”*

Porto è azulejos. Ce ne sono dappertutto. 
La stazione, le chiese, hanno racconti scritti con   gli azulejos: tante palazzine ne sono rivestite.

E davvero Porto è il fiume: la Ribeira, il quartiere che s’affaccia sul Duero, è incantevole. 

Le case della Ribeira, tinteggiate di ocra rosso o  giallo o castano scuro, hanno un qualcosa che ricorda le abitazioni  belghe, sono  alte e strette, coi portoncini vicini vicini.
Davanti alle case, un muretto. 
Una signora   stende sul muretto dei tappeti ad asciugare. 
(perché penso ai vasci e ai panni stesi al sole tra i vicoli miei?)

Dall’altra parte del fiume c’è Vila Nova de Gaia

Su questa sponda sinistra del fiume sono sotterrati grandi tesori: sono i tesori provenienti da quei
versanti tagliati a terrazze, dai ceppi di vite che in questi giorni di gennaio hanno già perso tutte le foglie e sono neri come radici bruciate. In questo versante di Gaia sfociano i grandi affluenti delle uve schiacciate e del mosto, qui si filtrano, decantano e dormono gli spiriti sottili del vino, caverne dove gli uomini vengono a conservare il sole.
Meno male che non lo conservano tutto.”*

Meno male, perché bere un bicchiere di porto a Porto, seduti di fronte al fiume, è bellissimo. 


La visita di Vila Nova de Gaia, attraversando il ponte Dom Luis, uomini e macchine indifferentemente,  è d’obbligo: ora le imbarcazioni tipiche, i barcos rabelos,  sono veicoli pubblicitari delle distillerie che punteggiano il lungo fiume, ma sono comunque un bel guardare. 
Cave, cantine: visite a pagamento con degustazione inclusa. 


Ci si arrampica fino alla Graham, segnata dal proprietario dell'appartamento come cantina da vedere.
Niente italiano, solo visite guidate in altre lingue, costo minimo 10 euro a capa con degustazione.
Meglio è  passeggiare, inoltrarsi nelle viuzze in salita e guardare Porto da un’altra prospettiva.



A Porto c’è la famosa libreria Lello e Irmao, quella in cui è stata girata qualche scena dei film di Harry Potter. 
Non potevo perdermela. 
Ma non immaginavo che la sua visita si trasformasse in un’esperienza quasi mistica, per folla e calore. 
C’è un vigilante all’entrata che dirotta il potenziale visitatore verso il botteghino dove si acquista il biglietto: tre euro che vengono rimborsate in caso di acquisto. 
Il botteghino è una specie di lumacone rosso che ha come bava una fila lunga lunga di turisti che come me, evidentemente, vogliono assolutamente entrare nella libreria. 
Quasi quasi rinuncio. 
Ma la fila scorre e allora. 
Si entra. 
L’umidità determinata da una esagerazione di corpi sudati  è impressionante. 
Non so più se sono in una libreria o in  una sauna finlandese.
C’è così tanta folla che è un’impresa cercare di guardare gli scaffali: anche della famosa scala, tanto ingombra di persone, è difficile scorgere l’insieme.  
Raggiungo con fatica il reparto di libri italiani: oltre a qualche Pessoa (che ho già), poco altro. 
E il poco altro mi sconcerta. 
Esco senza aver comprato nulla, e con il rammarico di esserci entrata. 


Con il tram elettrico, lo stesso tipo che ha reso famosa Lisbona, si raggiunge il mare, l’oceano. 
Capolinea Passeio Alegre.
Il tram va alla fine del mondo” -  dice ridendo a bocca sdentata larga un anziano che aspetta alla fermata. 
L'estuario del Douro è largo. L'incontro  con il mare è delimitato da barriere artificiali. 
L’acqua è verde, scura. 
Sulle grandi  spiagge ci sono moltissimi portoghesi. Nel mare invece  pochissimi temerari, e solo con mezzo busto immerso: l’acqua è  gelata. 


Piano piano viene giù la nebbia. E’ strano l’effetto nebbia con il caldo. 
Camminando sul pontile che conduce al Farol de Felgueiras sembra di stare in Norvegia, o nella penisola britannica.


Allontanandosi dall’Oceano, e tornando verso il Douro,  il cielo si schiarisce di nuovo.
Ai bordi del Jardim do Passeio Alegre, tante famiglie. 
Tavolini, sdraiette, seggioline,  enormi cascioni frigoriferi da cui esce il corrispettivo portoghese del ruoto ‘o furn  e del puparuolo imbuttunato.  
Uguale al  bosco di Capodimonte a Pasquetta trent’anni fa.

Il fiume è il regno dei gabbiani quando comincia a sorgere il sole. 
La  foschia   avvolge il ponte Dom Luis:  il ferro con cui il discepolo di Eiffel lo ha progettato sembra fluttuare come una striscia di tessuto. 
L’unico suono è lo stridìo, il grido dei  gabbiani. 
I gabbiani, ma quanti.
Porto è una città meravigliosa. 
Suadade, suadade. 




* Viaggio in Portogallo - Josè Saramago

mercoledì 10 agosto 2016

Viaggio in Portogallo: il principio [ 1 ]

In principio è stato un libro,
"Spiegazione degli uccelli" di Antonio Lobo Antunes.

Qualche tempo fa mi hanno parlato di una locanda sull’estuario ad Aveiro – dissi – Potremmo provarla, che ne dici?”

Aveiro.
Aveiro, Aveiro, che nome suadente.
Ma dov’è, com’è?
Una rapida googolata e oooohhh.
Suadente, suadade.
Perché non andare in  vacanza in Portogallo questa estate?
Aveiro come tappa intermedia tra Porto e Lisbona.
Ma poiché semel in anno si fa, ed è  lecito esagerare,  si può fare una  puntatina in Algarve, e poi una all’incrocio tra Atlantico  e Mediterraneo, e poiché si è quasi sul posto, perché non dare una sbirciata anche al trittico andaluso per eccellenza?

In mezzo, e durante,   è stato un altro libro,
"Viaggio in Portogallo" di Josè Saramago, di cui tradisco lo spirito riportando un passo incompleto.

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.”

Da ora, la narrazione.


Per arrivare in Portogallo si può andare in aereo  - no, l’aereo no – o usando millanta treni – e tutto il bagagliume? Troppe valige, troppo stress – o con l’auto, attraversando mezza Italia, mezza Francia e mezza Spagna.
Pensando di ottimizzare tempi e fatica, si opta per attraversare solo mezza Spagna e un pochino di Italia, imbarcando auto, bagagli e umani a Civitavecchia e sbarcando a Barcellona.

Partenza ore 22,15
Mmmm no. Partenza  ore 01,00 del giorno dopo.
Un messaggio sul cellullare.
Sorry.
La conferma al check-in.
Ciò   significa, oltre a fare’attesa aggiuntiva da ingannare non si sa come, una volta ammassati macchine uomini bagagli in file compatte,  che le quasi tre ore di ritardo si trascineranno sull’arrivo.
Quanto son furbe le compagnie!
Un ritardo di due ore e tre quarti, solo un quarto d’ora in più e ci si sarebbe potuti appellare al diritto di rimborso del 25% del costo del biglietto.
Un quarto d'ora strategico.
Quanto son furbe le compagnie! Sono sicura che se fossero state 3 ore e passa, senz’altro avrebbero addotto il ritardo al mare grosso, e contro il mare niente si può fare.

Sulla nave si ondeggia.
Cerco di dormire fingendo di essere regredita agli albori della vita, ninnananna ninna oh, questa bimba a chi la do...
Lo spazio è stretto:  dall'oblò che non si apre penetra il chiarore della luna,  non c' è il buio buissimo.
Crociere mai più, ma anche questi trasbordi lunghi…
La nave è una prigione galleggiante: non posso andarmene  se voglio.
(Viaggiare in auto ha un suo perché: decidi tu se e quando e dove fermarti)
Una notte e un giorno intero mi sembrano un’eternità.

Il personale che lavora sulla nave è in parte  italiano, per lo più napoletano, e in parte  honduregno. Gli italiani hanno un contratto minimo di tre mesi. Tre mesi annanz e arete  Civitavecchia e Barcellona, senza mai scendere, se non per un paio d’ore quando va bene.
(e che fai in un paio d’ore?, dice Salvatore, contratto rinnovato di un altro mese)
Per gli honduregni i mesi sono minimo  6.
Si deve pur ammortizzare il costo del lavoro: a loro pagano anche il viaggio per arrivare dall’America.
Eh.

Barcellona, finalmente.
Piove.
Ma non importa,  è solo il punto di partenza.

Poi Burgos, altra sosta “tecnica” verso il Portogallo,   nobilitata dalla volontà di visitare il MEH, il Museo de la Evoluciòn Humana.
I musei scientifici moderni – penso anche a quel che fu "Città della scienza" prima dell’incendio, o all’"Universeum" di Gotemborg -  sono assai attraenti, ma questo di Burgos è bellissimo dentro e fuori, a cominciare dalla struttura architettonica.
Più bello di quello che sembra in rete.
Purtroppo – ma stiamo in  vacanza, mica ci dobbiamo svegliare presto?? – mi devo accontentare della visita veloce: avendo più tempo m’avrebbe fatto assai  piacere  visitare anche gli Yacimientos di Atapuerca  (la dolina di Atapuerca, ad una ventina di chilometri di distanza,  è il luogo in cui sono stati rinvenuti i fossili dell’Homo Antecessor) e il Carex, il centro di archeologia sperimentale che costituiscono, con il  museo cittadino,  una rete.

 http://www.museoevolucionhumana.com/


Davanti al complesso del MEH ci sono la fontana con l’acqua danzante e i giardini.
Poi il ponte sul Rio Arlanzòn che divide la città in due; la statua del Cid.

E la sfilata dei gruppi che partecipano al Festival Internazionale del  Folklore.
Non molti gruppi, una decina forse,  tra cui quelli che rappresentano il Cile, la Macedonia, Ciudad real (che è una città nella Mancha spagnola), il Brasile, il Sudafrica.
(chissà  qual  è il  criterio)
Costumi tradizionali.
Il Sudafrica, nella sua semplicità, è il gruppo  più vivace e coinvolgente: è il ritmo, sono i canti, sono i saltatori e gli urlatori.

Più bello delle sculettanti e sorridenti majorette cilene.


Non ne  capisco il senso.
Forse il senso è far festa, e basta.
I burghesi [si dirà così??] sono  disciplinatissimi:  fanno  ala immobile sul bellissimo paseo del  Espolòn, il  viale alberato  che conduce all’Arco di Santa Maria, la porta del centro storico, la porta che porta alla piazza dove si erge la cattedrale.



Io tra i gruppi ci vado davanti, di dietro, in mezzo.
(italiani, tzè)

Un’ultima occhiata in giro.
La quinta in poco meno di un’ ora.
A Burgos va di moda tingersi i capelli di fucsia o di viola.
Niente verde, niente blu.
Chissà in Portogallo, domani.

martedì 12 luglio 2016

Kobane calling

Le  tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono capaci di produrre una cultura di comunicazione globale? Un mito e una chimera, una grande illusione. 
Te le devi andare a cercare, le informazioni, e discriminarle con scienza e coscienza. 
Mò, per esempio, mica lo sapevo che la città dove vivo io  è gemellata con Kobane. 

Kobane, Isis, Turchi, Curdi, Siriani, Russi, Americani, Pkk, Terrorismo, Profughi, una macedonia – un macello -  che vai a districare. 
E il Rojava?


Kobane è nel Rojava, a Nord della Siria, sul confine con la Turchia]

Qualcuno – prima di Zerocalcare -  ci era andato a Kobane, ah, sti ragazzi dei centri sociali, che per discriminare le informazioni con scienza e coscienza preferiscono viverle da dentro, farne esperienza diretta.
Epperò poi al  ritorno,  se non stai nel girotondo,  quello che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione  ti restituiscono – vedi i siti web dedicati, facebook, twitter e tutte le altre socialcorbellerie -  non è mica il vero nudo e crudo. 
E’  questione di linguaggio: in genere domina la palla della codificazione ideologica del  linguaggio della “militanza”.

Il grande merito del reportage di Zerocalcare sui suoi viaggi tra Turchia, Siria e Iraq,  nel novembre del 2014 e  nel luglio del 2015,  è duplice secondo me. 
Il primo è che in modo papale papale, semplice semplice, spiega quello che succede in quell’area del medioriente:  cosa è il Rojava, cosa c’è dietro sigle come YPG e YPJ, come si campa con le bombe sulla capa, quanta dipendenza dà il chai, il tè curdo e chi sono i cattivi cattivissimi: oltre all’Isis, il governo turco.
(E se non ti fidi puoi sempre avviare ricerche incrociate, e cercare altre informazioni, per discriminare con scienza e coscienza, oppure – ma mi fido dopo aver cercato  – fare medesima esperienza e verificare di persona)
Il secondo è nella leggerezza (che non è superficialità),  nell’abiura del “linguaggio militante” che rende la realtà delle cose distante e “astratta”. 
(come dire, è un piccolo dramma pure non riuscire a cacare tutti i giorni, eh)

Naturalmente il mezzo, il fumetto, aiuta e consente, ed ha una cassa di risonanza più  estesa ed eterogenea rispetto ad un seriosissimo resoconto, reportage, saggio, articolo, etc etc. 
(quasi quasi lo faccio leggere a qualche ragazzino di terza)

E poi - ma questo prescinde dallo specifico di Kobane calling -   adoro la “nudità” di Zerocalcare. 
Gli scambi con il mammut (l’alter ego/il coro greco/il grillo parlante/la voce del dissidio interiore) sono  esilaranti.

Mammut:    - Mò tu mi guardi negli occhi. 
                     - E  mi dici che davvero ti trasferiresti qua.
Zerocalcare: - Bè, caro amico mammut.
                     - Ci sono momenti in cui vorrei essere un poeta.
                     - E saper toccare le corde del cuore con parole antiche e nuove.
                    - Ma dovrò invece cercare di articolare una risposta col povero lessico che 
                      la vita mi ha lasciato in dote…
                    - COL CAZZO.


sabato 14 maggio 2016

In Blade Runner gli androidi sognano pecore elettriche?

Ho visto cose che voi umani…

Ho rivisto il film:  nella memoria non rimanevano che brandelli. 
[Il primo dopo vari anni. In sei round, vabbuò. Merito della lettura è.]

Brandelli che non coincidevano affatto con il disegno del libro di Philip K. Dick a cui è liberamente ispirato Blade runner
Non è solo per le differenze nell’ambientazione, nei personaggi, nella struttura narrativa. 
Sono due “oggetti” diversi,  con prospettive e visioni dell’uomo  secondo me abbastanza  differenti.
L’unico sottotesto comune è una  domanda. 

Cosa è l’umano? 

In Blade runner l’umano ha a che fare con il Tempo. 
Il passato  rende all’umano la sua identità  – non a caso i ricordi impiantati sono l’ultima frontiera degli androidi Nexus 6 – , l’esperienza da trasmettere è ciò che costituirà il passato di quel che verrà, in una traiettoria tesa all’infinito.



 “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. […] E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Le parole pronunciate da   Roy prima che il suo tempo finisca, sono  la rivendicazione  del diritto alla vita e alla prosecuzione della vita. 
Gli androidi ribelli vogliono tempo. 
Vogliono vivere più a lungo, senza scadenza. 
Vogliono emanciparsi dalla loro condizione di prodotto,  ovvero di oggetto, ovvero di  schiavo.  
Roy uccide suo padre,  il costruttore, che lo ha imprigionato in una scadenza. 
Roy è l’angelo ribelle, è Lucifero.
(anche l'iconografia del personaggio rimanda all'angelo ribelle, il biondo portatore di luce)

Il simbolo della libertà è il tempo.  
Immortalità.
La ricerca della pietra filosofale,  l’aldilà dei paradisi, il desiderio a tutti i costi di avere figli. 
L’uomo ha sempre rigettato, in un modo o nell’altro,  l’idea di essere a termine, di avere una scadenza.
Avere una scadenza è la schiavitù dell’uomo. 
Uomo o  cloni dell’uomo.

Non è così nel libro di Dick.
Umano è ciò che è in grado di provare empatia verso l’altro. 
I cacciatori di taglie individuano i soggetti da “ritirare”  attraverso un test che misura la capacità di empatia. 
Anche i modelli Nexus 6, i più avanzati, nonostante tendano ad assimilarsi agli uomini, ne difettano. 
Ma gli uomini?  Tra edifici che si decompongono  e automobili volanti, ne sono rimasti volontariamente pochissimi. 
(altro che babele di lingue e di razze del film di Ridley Scott)
Alcuni non possono emigrare verso le  colonie extraterrestri: sono i cervelli di gallina, marchiati dagli effetti della guerra mondiale del 1992 che ha ridotto il mondo in palta e lo ha ricoperto  di polvere. 
John Isidore è uno di loro.
(Il mio personaggio preferito. Nel film non c’è.  E’ stato  inserito  invece il genetista giocattolaio, con funzione meramente strumentale)
Isidore è l’unico inquilino di  un enorme condominio abbandonato. 
Lavora come conducente di furgone  per la Clinica per animali Van Ness
Gli animali veri, viventi, sono pochissimi: chi non può permetterseli, si accontenta di quelli artificiali. 
Prendersi cura di un animale  è segno di empatia. 
[Mi sono venuti in mente i Furby e i  Tamagotchi ]

Ma anche il desiderio di possedere un animale è un falso desiderio, perché in realtà, tranne per Isidore,  che non  vede la differenza tra quelli  veri e quelli artificiali,  rappresenta solo uno  status symbol.
E’ una grande truffa anche il mercerianesimo, la “religione” di Mercer, che attraverso 
una scatola si mette in contatto con tutti i seguaci - in una catena che abbraccia tutta l'umanità - affinchè  condividano  gioia e   sofferenza, soprattutto sofferenza. 
(sulla valenza simbolica della scatola empatica, su Mercer, sulla voce unica che viene trasmessa da radio e tv,  sul rapporto tra il cacciatore di androidi e sua moglie Iran ci sarebbe da scrivere un papiellone)

Sognano gli androidi le pecore elettriche? Sognano ciò che sognano gli uomini, possedere un animale, che sia un cavallo, una capra, un ragno?
Desiderano gli androidi entrare in empatia con gli altri?

Nel libro il problema non sono gli androidi. 
Sono gli uomini. 
Sono loro che si avvicinano alle macchine,  a  “oggetti”,  a cose. 
Palta.

Il futuro immaginato da Dick è molto più claustrofobico e inquietante di quello consegnato alla memoria collettiva dal film di Ridley Scott.

Diversi, diversamente bellissimi.