mercoledì 19 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Sei: Vienna

Secondo la  meticolosa e paranoica organizzazione del viaggio, nel percorso tra Cracovia e Vienna ci sarebbe dovuta essere una piccola deviazione con breve sosta agli Alvernia Studios, di  cui avevo visto sul web delle foto innamorandomene repente.

Cracovia ufo
Alvernia Studios
















A


Avevo rinunciato  all’idea di mandare mail per impetrare una visita degli interni – e in che cazz di lingua parlo, se mi dicono di sì?? , ma contavo almeno di immortalarmi all’esterno – è domenica! parcheggio sgombro da auto! nessuno al lavoro, condizione ideale! – per poter poi spararmi la posa di essere stata nella base spaziale di una colonia di venusiani, approfittando di una frattura spazio/temporale.  
(elloso…)
Già in andata – seppur  di sfuggita, un’epifania -  la vista del complesso dall’autostrada aveva un po’ turbato le aspettative: a distanza più o meno ravvicinata  non è propriamente ammaliante come nelle foto. 
Ah, le foto abbellenti!
Una trappola e un inganno.
Già avevo fatto i conti con il castello di Neuschwanstein.
Bellissimo sì, ma non stupefacente  come appare ripreso nello scenario autunnale, o nel luccicchio della neve invernale: in realtà prevale un imponente grigio.  
(il grillo parlante che alberga dentro di me fa le capriole) 
Il mostruoso ritardo sulla tabella di marcia – eccheccazz, siamo in vacanza, putessim durmì almeno fino alle 9,00?? – e  l’inzallanimiento del navigatore che preferisce le strade sterrate di campagna alle nuove bretelle similautostrada ci mettono il carico da 11.
Niente foto con ufo. 
Però mi dispiace lo stesso, soprattutto perché non posso scamazzare il grillo, in mancanza di verifica esaustiva in loco.

Vienna è principesca. 
Marmi bianchi, statue, fregi, ori, giardini, fontane, pompa magna a profusione.
Oro a profusione anche nelle espressioni artistiche della Secessione, dall’omonimo  Palazzo alle opere di Klimt.
Vienna è cultura, soprattutto musei. 
I biglietti costano una cifra blu, è necessario fare una selezione. 
Due su una mappata. 
(e se i due sono come la mappata, si è perso parecchio, eh)
Il MuseumsQuartier, che si estende alle spalle degli  imponenti edifici che ora sono Museo di Storia Naturale e Museo della Storia dell’Arte, è fighissimo.
 Nel cortile interno, dove ci sono caffè e localini, e   strane panchine e installazioni artistiche, bazzica una variegata fauna composta per un quarto da bambini, per un quarto da turisti, e per la  restante metà da  artisti e artistoidi, forse anche turisti artisti e artistoidi.


Panorama dal museo Leopold
Museo Leopold





Il 










Il museo Leopold è  Schiele & friends.
Soprattutto Schiele. 
Un pazzo, ma quanto amo il suo tratto nervoso!
Dopo la ricostruzione dello studio del pittore, c’è una sala meditativa. 
Si accede salendo qualche scalino. 
Alcuni divani rossi, e una parete interamente di vetro che permette l’osservazione dei tetti della città. 
Già stare seduti su quei divanetti – a pensare, naturalmente - forse vale il biglietto. 

Al piani superiore del Castello del Belvedere c’è Klimt.
Veramente c’è anche molto altro:  i Romantici, i Neoclassici, i Barocchi, (e il medioevo e e e ) e ancora Schiele e Kokoschka, ma nessuno se li fila. 
La ressa è per Klimt. 
Anzi, la ressa è per il  Bacio di Klimt.

Klimt, ritratto di Josef Lewinskj
Ma io sono  attratta irresistibilmente da un paio di  tele non finite, e soprattutto da un piccolo quadro che non ho mai visto né sui libri di storia dell’arte, né sul web. 
E’  ritratto l'attore Josef Lewinsky nel ruolo di Carlos, un personaggio del Clavigo di Goethe, dipinto da Klimt nel 1895. 
Ha un qualcosa di magnetico e inquietante, nella cornice in cui le foglie d’oro si alternano alle foglie grigie, una texture elegantissima, e nelle figure laterali che sembrano generarsi da un braciere e come nuvole sfumano. 
(un quadro metateatrale)
Klimt mi ha sorpreso per la capacità camaleontica di mutare stile e segno. 
Davanti ad un suo quadro ho pensato a Van Gogh.  


E poi sono rimasta in estatica contemplazione di una firma, una sola così, inscritta geometricamente dentro un quadrato, proprio come quelle di Schiele. 


Che devo fa, mi intrippano le “divergenze”. 





Mi piace Hulk che spadroneggia nella sala terrena del Belvedere...










... mi piace Hundertwasserhaus, la casa - ho pensato a Gaudì -  che interrompe il giallino il grigiolino il beigiolino degli edifici del quartiere con un’esplosione di colori.
Una botta di vitalità, peccato non poterne vedere gli interni, ma doversi accontentare di gironzolare nell’Undertwasser Village

Sembra di stare all’aperto stando al chiuso. C’è il bar, nella piazzetta – ahem, nello spazio  centrale, e poi tutt’attorno negozi di souvenir, e ai piani superiori negozi di souvenir…
Mi piace Hulk e mi piace l’Undertwasserhaus perché spezzano un ordine. 

Vienna mi sembra algida. 
Si va a dormire presto e non si esagera quando si beve. 
Grinzing, ad esempio. 
E’ una tappa obbligata per chi voglia provare il vino nuovo, per chi voglia vedere una Vienna agreste e bucolica a un soffio dalla metropoli. 
Cosi dicono. 
La differenza tra la metropoli e Grinzing c’è.
E l'unico posto di Vienna dove ai 5 piani regolamentari (sia che si tratti di case moderne che di edifici ottocenteschi) si sostituiscono villini e case basse.
(Grinzing era l'ex collinetta di salubrità per gli agiati)
Alle 23 è buio pesto.
Tutto tace, silenzio assoluto.  
Non so come sia  nel pomeriggio o di mattina, anche se  non credo meglio, con orde di turisti vomitati dagli autobus.
Così dicono. 
Certo è che già alle 10 di sera c'è aria di dismissione. 
Cenerentola fuggita dal ballo un’ora prima del previsto. 

Vienna la ricorderò per i tre colori: il bianco, l’oro e il nero. 
Il bianco e l’oro imperiale e il nero delle incappucciate.
Tante, tantissime donne con il velo, molte con il chador, alcune con il burka, la maggioranza con  l'hijab.
Sembrano essere più delle donne a capo scoperto. 
Eppure si fanno i selfie con i cellulari. 
Eppure sculettano manco una pin up.
Eppure passeggiano   in grupponi ridendo e occhieggiando.
Le strade attorno a Stefanplatz sono elegantissime: solo negozi grandi firme alta moda, Chanel, Gucci, Ferragamo. 
Un'incappucciata entra da Cartier. 
Mi chiedo cosa comprerà mai da ostentare al chiuso del tendone che la ricopre. 
Se i comportamenti e i bisogni sono quelli demoniacamente occidentali, che senso ha, allora, marcare esteticamente una differenza?
Ah, vero, bisogna non omologarsi. 
L’ultima immagine che si imprime, in una fresca serata nel centro di Vienna, è ancora di una donna.
Ondeggia, sotto il mantello nero finemente ricamato sul davanti, sulle maniche, sinuosa e elegante. 
Ha un viso bellissimo, un incarnato leggermente ambrato, ciglia lunghissime e fondi occhi blu contornati dal kajal.
Le labbra colorate da un rossetto lucido. 
Una bambina le tiene la mano.
Ondeggia e nell'aria si diffonde un profumo intensissimo, dolce e speziato.
(io che detesto i profumi non posso riconoscerlo, ma di sicuro non è di quelli che si sentono in giro. E’ proprio un profumo “attraente”)
La scia persiste anche quando si allontana. 
Dietro, a qualche passo, la segue un'asiatica. 
Spinge un carrozzino su cui è seduto un capriccioso bambino.
L'asiatica ha una divisa rosa con cuffietta e zoccoli olandesi anch'essi rosa.  
Due donne. 
Non credo che quella messa peggio sia la donna nascosta dal mantellone nero. 

Adesso, come prima,  le uniche vere differenze sono tra chi ha i soldi  e il potere e chi non ce li ha. 
Bianchi, neri, a stelle, a strisce, a pois. 


In manovra di riavvicinamento a casa, si attraversa la Slovenia.


Le tappe precedenti.
Uno: Lazise, lago di Garda
Due: Tirolo e Baviera
Tre: Salisburgo e dintorni
Quattro: Cesky Krumlov e Praga
Cinque: Auschwitz
Cinque: Cracovia


lunedì 17 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Cinque (b): Cracovia, Miniere di sale di Wieliczka

Da Auschwitz/ Oświęcim, dopo aver cambiato qualche euro  per poter fare la pipì, che nelle toilette che si trovano nell’aera del sito si può entrare solo previo pagamento in zloty –  naturalmente vi è anche l’ufficio di cambio -  partiamo verso Cracovia, che dista circa 80 km. 

Cracovia, pur essendo una delle più antiche città della Polonia,  è una città giovane.
(indistintamente giovane: alla sera calano anche certi truzzoni, nel centro. 
I tamarri si riconoscono a qualunque latitudine)

Il centro storico, che si estende in una sorta di ovale ideale dalla fortezza del  Barbacane  fino alla collina del Wawel, dove c’è il borgo del Castello, è delizioso. 
Nessuna folla magmatica di turisti: è un passeggio rilassato, solo i piccioni sono  invadenti.
(così tanti piccioni li ho visti solo a Venezia).
La piazza Rynek Glowny, enorme, una vera piazza d’armi, è “tagliata” dal fondaco dei tessuti, un edificio rinascimentale che doveva essere una vera meraviglia quando era mercato dei tessuti: adesso è il luogo della goduria souveniristica.
(ma è pur sempre bellissimo) 
Sui lati della piazza c’è una fila di carrozzelle trainate da cavalli impernacchiati di rosso, guidate nella stragrande maggioranza da belle figghiole (proprio belle) in costume:  mi meraviglio di come non ci siano né puzza né tracce di cacatone. 

Un promoter di tour  turistici – molto meno invasivi che a Praga -   ci individua attraverso le scarpe. 
“Sxxxxxx? Italiani!”
(meno male che parliamo poco)
Decliniamo l'invito per il tour ma accettiamo il consiglio per un buon ristorante dove si mangi qualcosa di veramente tipico.
Ci indica approssimativamente un locale "alle spalle della piazza del mercato, con i fiori nell'insegna dove fanno 25 tipi di pierogi, e solo pierogi."
Trovarlo è un’impresa. 
La piazza del mercato è enorme e anche le sue spalle sono enormi. 
E poi, tanto per,  gli italiani esagerano sempre. 
Sono 10 i tipi di pierogi, non 25.  Di cui due dolci.
Un locale caratteristico assai, sia per gli arredi, sia per le modalità di servizio. 
Self service. 
Ci vogliono un pò di tempo e  attenta osservazione verso gli avventori – polacchi soprattutto - per capire che una volta preso il tavolo, bisogna alzarsi,  ordinare,  pagare, portarsi le bevande e le posate al tavolo  e aspettare che chiamino il proprio numero.
Pronti i piatti, li si va a ritirare. 
Dopo, si portano direttamente allo sportello della cucina, oltre il corridoio. 
Un vero self service.
Non capisco in cosa siano cotti i pierogi. Forse in un brodo di cipolla. 
E se l’aspetto vagamente ricorda i ravioli, il sapore innesca un immediato moto di nostalgia. 
(marò, i ravioli al ragù!)
Per digerire lo gnommero dei pierogi, urge una solerte camminata fino alla collina del Wawel, dove ci sono il castello Reale e la Cattedrale (e altro, che il “castello” è un complesso di edifici, come a Praga)


Della leggenda del drago sputa fuoco sconfitto e costretto a bere tutta l'acqua della Vistola, che adesso in fissità bronzea sputacchia fuoco a uso e consumo dei turisti, sapevo.
Ma della tana del drago no.
Vedo un caseruoppolo sul  belvedere appena sotto il castello.
Penso ad una scorciatoia, ad  un ascensore a pagamento per ridiscendere velocemente  la muntagnella e trovarsi ai  suoi piedi senza colpo ferire. 
Non ascensore, ma scala a chiocciola. 
 [ecchecazz, si paga  per  scendere con la pedicolare?? ]
Entro, dopo aver fatto il biglietto, e  impegnando la scala a chiocciola,  mi rendo conto della sua spropositata lunghezza - ma addo s'arriva? In culo a Lucifero? - con relativo ruotamento di capa, e   realizzo che non è una scorciatoia. 
Non certo la tana di un drago, ma una grotta freschissima  che alle spalle della statua del  drago sbuca.  
Forse qualche povero diavolo - mò ci vuole - finì al fresco i suoi giorni qua - nel vero senso della parola.
Niente di imperdibile, se non per il refrigerio dalla calura, e per l’idea che si è sotto il livello del fiume, che giustifica l’acqua sulle pareti e le gocciole e le pozzanghere.
Però  manco la sputazzata di fuoco del drago riesco a vedere , nella luce abbagliante,  solo qualche scintillina. 


Le Miniere  di sale di Wieliczka sono il must delle escursioni nei dintorni di  Cracovia. 
Pochi chilometri, una visita quasi obbligata. 
Il sale e la ricchezza sono accomunati dallo stesso gesto,  due dita che si strofinano, cambia solo il verso.
La miniera di sale era la ricchezza del passato. 
I turisti sono la ricchezza del presente.
I turisti sono il sale della  miniera di sale.

Un'infinità di scale.
Molti metri sottoterra. Molti molti. Il pensiero stravolge.
Mai però si avverte sensazione di claustrofobia, a meno di non voler pensare costantemente che la superficie è  oltre 100 metri sopra la propria testa. 
La miniera conserva i segni del lavoro e della religiosità. 
I segni del lavoro sono ricostruzioni scenografiche (fanno un po’ Gardaland) e attrezzature e strumenti. 
I segni della religiosità sono  bassorilievi, statue, l’intera chiesa sotterranea, tutto ricavato dalla stessa pietra nella quale si scava il salgemma. Alcune consumate dal tempo, altre conservate meglio.
In una cava vicino al bar stanno allestendo dei tavoli per un matrimonio. 
Sposarsi nella miniera, a 120 metri di profondità;  un matrimonio sotto sale si conserva forse meglio? 
Certamente la miniera è una macchina per produrre ricchezza, bel oliata e molto ben organizzata – millanta attività, non solo matrimoni, anche corsi di cucina, pernottamenti benessere, oltre a una vasta gamma di "percorsi": una vera “attrazione” turistica. 
Però ne esco in parte soddisfatta.
(non avevo mai visto la vena di salgemma dentro la roccia, già solo questo)
Destino, fato, ciorta:  gran parte dell’entusiasmo è comunque  merito della competenza e della simpatia della guida, che oltre a spiegare con gran dovizia di particolari, con sagacia e ironia, risponde a tutte le domande e le curiosità.  
(mi poteva capità una così ad Auschwitz!)
Il percorso turistico si interrompe ben lontano dall'uscita, in un grappolo di cave rispettivamente adibite a shop ( ve ne è uno anche a metà percorso), a ristorante self service, a sala proiezione multimediale. 
La nostra guida parlante italiano prima di lasciarci ci comunica che per uscire bisogna, in gruppone multilingue, raggiungere l'ascensore. 
Ce ne sono due.
Uno porta vicino all'ingresso della miniera, uno in paese, più lontano, dove un’altra guida condurrà il gruppo fino al sito. 
Impossibile scegliere.
Dal momento della presa in carica del gruppo misto di 40 persone,  un tizio parlante esclusivamente polacco, a passo rapido rapidissimo ( e meno male che si sta freschi) ci conduce verso l'ascensore. 
Un percorso lunghissimo.
Ogni tanto il tizio si ferma e "zwjkaskzwakkwzz!!" dice qualcosa che mi fa pensare ad un ordine, ad un comando:  una comunicazione vitale di cui non capisco un cazz. 
(E sarò morta.)
Poi finalmente si arriva all'ascensore, nel quale siamo stipati all'inverosimile. 
(Ora si blocca e mi mancherà l’aria.  
E sarò morta.)
Ovviamente quale ascensore ci riserva il destino? Quello in paese, of course. 
Si cammina veloce dietro la guida superficie, passando repente dai 15 gradi di sottoterra ai 33 dell’esterno.
Da questa seconda parte della visita ne esco molto meno soddisfatta.

Cracovia Museo dell'ingegneria



Forse sarebbe stato meglio visitare il Museo dell’ingegneria, le cui mura perimetrali e il cui cortile, nel bel mezzo di Kazimierz, mi hanno intrippato parecchio.



(ma che è? La facciata della fabbrica di Schlinder e della Stazione ferroviaria che ci fanno piazzate qua dentro? Ma che è ‘sto posto??)
Era chiuso, il posto. 
Non ho potuto che dare una sbirciatina attraverso i cancelli chiusi. 



Kazimierz è il quartiere ebraico di Cracovia. 
Di ebraico resta poco. 
Qualche sinagoga, qualche iscrizione, e molti ristoranti  poco ebraici se non  per i musicisti che suonano melodie yiddish davanti ad un candelabro a sette braccia tra i tavoli, nella piazza prospiciente la Vecchia Sinagoga.
E nonostante gli occhi sguarrati a trattamento Ludovico, non sono riuscita ad individuare neanche uno degli edifici o delle strade dove è stato girato Schindler's List. 
Per il resto il quartiere è molto hipster, pieno di  localini alternativi e localini “aperti” alternativi, come questo. 



Già si riparte, purtroppo.  



Mannaggia,  non ho avuto neanche il tempo di scoprire la funzione di certi orpelli metallici che si trovano alla base di porte e portoni,  di cui i più significativi, per dimensioni, si trovano proprio sotto l'arco, uno per lato, della porta Floriana. 
Ma comm'è che nessuno li nota??



Da Cracovia – bella bella Cracovia - di nuovo in Austria.


Le tappe precedenti.
Uno: Lazise, lago di Garda
Due: Tirolo e Baviera
Tre: Salisburgo e dintorni
Quattro: Cesky Krumlov e Praga
Cinque: Auschwitz




sabato 15 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Cinque (a): Oświęcim, Auschwitz/Birkenau, Polonia

Cracovia, anzi Auschwitz, l’ombelico del viaggio, il centro attorno al quale sono stati pensati gli altri passaggi. 
Su Google maps Auschwitz non c’è. 
Nelle indicazioni stradali non comparirà mai se non quasi arrivati al sito.
Si va  verso Oświęcim, il nome polacco che aveva la località prima dell’invasione nazista e di cui i polacchi si sono giustamente riappropriati. 
L’ingresso è libero e gratuito, formalmente, ma per “disciplinare” l’affluenza, nei mesi di luglio e agosto è possibile fare la visita solo con la guida, previa prenotazione. 


E’ comunque molto più conveniente prenotare direttamente sul sito e andarvi in autonomia, piuttosto che affidarsi alle agenzie turistiche che organizzano il tour:  certo, è incluso il trasporto dai punti convenuti a Cracovia o il prelievo diretto dall'albergo, ma il costo è più che triplicato. 
Certo, affidandosi alle agenzie o partendo da Cracovia  si riduce il rischio di inconvenienti, come trovare una fila di otto chilometri otto  - fila compatta e seminamovibile  dovuta a “lavori in corso” - poco prima di Brno, e vedere l’orologio del navigatore che indica l’orario di arrivo a destinazione sovrapporsi  all’orario di ingresso indicato sulla prenotazione. 
Certo, affidandosi alle agenzie o partendo da Cracovia si riduce il rischio di inconvenienti legati agli accidenti atmosferici, come un temporale di dimensioni catastrofiche, un muro d’acqua così denso e spesso da non lasciare vedere la strada (sconosciuta), anzi da dare la sensazione di trovarsi dentro un autolavaggio, con conseguente spostamento dell’orario di arrivo a destinazione ben oltre l’orario di ingresso indicato sulla prenotazione.
(Eccheccazz, tutto il viaggio è stato costruito su Auschwitz,  mò va a finire come per Pamplona e la festa di San Firmino dell’anno scorso?!?)

Sfidando i millanta limiti di velocità, complice la buona sorte, riusciamo ad arrivare pelo pelo, giusto il tempo di lasciare le borse al guardaroba –  all'ingresso vi sono più controlli che in aeroporto dopo un attentato terroristico, gli addetti alla  sicurezza hanno anche un cartoncino che indica materialmente le misure consentite per le borsette che possono entrare coi loro proprietari, borsellini in pratica -  , di superare i vari varchi (primo: lettura ottica del codice sui biglietti, secondo: metal detector come in aeroporto appunto, terzo: ritiro cuffie e audioguida) e ci si ritrova in coda al gruppo già radunato attorno alla guida. 

Ci sono silenzio e compostezza:   chi sceglie di visitare Auschwitz sa, ha la consapevolezza di essere lì, in Quel Luogo. 
I gruppi, con la propria guida,  sono formati al massimo 20 persone. 
Nel campo ci si muove compatti in  file serrate, a discreta distanza le une dalle altre. 
La nostra guida si chiama Marco. 
E’ flemmatico.
E’ svogliato.
E’ annoiato. 
Senza sapere, nessuno immaginerebbe quel luogo come l’inferno in terra. 
Sembra un quartiere operaio dismesso: è  tutto cosi ordinato, lindo, pinto, silente.
Se una voce non evoca i rumori, i suoni, gli odori, le storie, le vite, senza  la narratio, il luogo  si depotenzia tantissimo.
Mi sono auto-raccontata.
Ho considerato dimensioni, distanze, materiali. 
Ho realizzato la misura, nel vero senso della parola, della sistematicità dell’orrore. 
Nel nostro gruppo ci sono tre  ragazzini: due  si annoiano presto e si siedono per terra ad aspettare il ritorno dei genitori dalla visita. 
Capisco la loro indifferenza anche se non l'approvo. 
[La nostra guida forse avrebbe dovuto fare  il lavoro di controllo biglietti. 
I genitori forse avrebbero dovuto fare meglio i genitori]

Marco dice pochissimo, parla di numeri – ripete sempre gli stessi - e quello che dice non è nuovo. 
Del resto cosa aggiunge ad una foto in cui si vedono da un lato la fila dei deportati e dall’altro i nazisti dicendo: qui sono i deportati e qui i nazisti? 
Ma colgo, tra le rarissime didascalie, più che spiegazioni, delle  sfumature. 
Rarissimamente parla di ebrei. 
Più di una volta dice  di “ registrati senza alcuna differenza di ordine religioso.”
Sento come una sorta di risentimento:  i milioni di ebrei mandati a morire   offuscano le prime vittime dei nazisti, i polacchi. 
Il dramma gigante degli ebrei deportati ad Auschwitz da ogni punto dell’Europa occupata dai nazisti, ha nascosto il dramma –numericamente meno consistente, ma non per questo  meno importante – dei polacchi. 
Il campo era stato costruito per loro. Prigionieri politici. 
I villaggi attorno al campo furono rasi al suolo e i contadini internati. 
(Sette fattorie, dice Marco, c’erano a Oświęcim, attorno alla caserma dell’esercito polacco prima che diventasse Auschwitz)
Nelle case che si costruirono attorno vennero mandati i coloni tedeschi. 

[Mi viene il dubbio che la gestione e la volontà di farne museo e memoriale, almeno inizialmente,  sia legata a qualche ricca eminenza ebrea, non alla generalizzata volontà polacca che, forse, e dico forse,  avrebbe preferito dismettere, riconvertire, come è successo a Monowitz]

Sfumature: nessuna differenza di ordine religioso. 

In alcuni edifici  - block, il termine accomuna sia le palazzine in mattoni di Auschwitz che le baracche  di Birkenau - si entra. 
Ad Auschwitz le stanze sono vuote al centro, spoglie;   tutto è schiacciato sulle pareti, foto o grandi vetrine di profondità variabile, da uno a quattro metri, nelle quali, come in depositi o segrete, sono ammucchiati  oggetti.
Occhiali, tutti tondi e in metallo, migliaia e migliaia.
Pennelli da barba e pettini;  capelli;  abitini da neonato;   valigie, alcune con i nomi e indirizzi segnati, alcune con grafie elegantissime. 
Scarpe, 43000 paia: davanti, in primo piano, anche se in apparente disordine, le scarpe femminili con tacchetti, nastri, stringhe, ricami. 
Dietro una montagna di scarponi maschili. 
(Non è solo questione di estetica, la scelta di disporre così le scarpe. Le calzature femminili sono più distinguibili, hanno una varietà che fa pensare all’individualità, mentre gli scarponi maschili, eh, quelli conferiscono l’idea di massa indistinta)


A tre chilometri da Auschwitz c’è il campo di Birkenau,  Auschwitz 2.
Di Buna/Monowitz,  che sarebbe dovuto essere una mega fabbrica di prodotti  chimici,  dove fu deportato Primo Levi - il terzo dei campi che amministrativamente dipendevano da Auschwitz, insieme ad un’altra cinquantina di sottocampi/fattorie  dove i prigionieri lavoravano come schiavi contadini o schiavi operai -  non è rimasto niente.

Birkenau costituisce la seconda parte della visita guidata. 
Si raggiunge con un autobus/navetta: la partenza ogni sette minuti. 
(Ci vediamo lì tra venticinque minuti, avete tempo per caffè o comprare libro – dice Marco)
A Birkenau ci sono i binari che conducevano direttamente alle camere a gas. 
Oltre all’ingresso, ai binari, ad una locomotiva, alla recinzione in filo spinato, a qualche torretta, in piedi restano una ventina di baracche:  si intravedono tracciati di altre baracche, e un cumulo di  macerie segna il luogo dove c’era un crematorio. 
Solo in una baracca, dove sono disposte in stanze/pollaio i tavolati a castello su cui gli internati agonizzavano sonni, si entra. 
Non c'è nessuno oltre il nostro gruppetto di diciotto persone ripulite e profumate e fa un caldo bestiale. 
Non oso immaginare il calore e il fetore quando in quegli stessi spazi vi erano stipate centinaia e centinaia di esseri ormai quasi non più umani. 

All’estremità opposta all’ingresso del campo vi è il monumento commemorativo, davanti al quale ci sono tante lapidi, ognuna riporta lo stesso "pensiero" nelle lingue dei popoli che hanno vissuto la deportazione: quella con la scritta in ebraico è l'unica ricoperta di fiori e candele.
Nei pressi del monumento commemorativo ci sono  uomini e donne, alcuni in divisa: uno ha una tromba, un altro sta issando la bandiera di Israele, un altro ha la videocamera su un treppiede, altri aspettano qualcosa.
E' come se si preparassero per una rappresentazione.
Un altro gruppo, più numeroso, sosta più lontano ancora.
Chiedo alla guida cosa stiano facendo. 
Mi fa strano. Perché in divisa?
Risposta laconica.
"Ogni tanto fanno una commemorazione"
Si gira e se ne va. 
Come se l'interesse verso gli ebrei,  ancora una volta, avesse offuscato un’altra memoria.

(Sfumature)

Le fonti mute hanno bisogno di voci che le interpretino, che le raccontino.  

Ho  l'impressione che i polacchi abbiano verso questo luogo che è diventato gallina dalle uova d'oro un rapporto di odio/amore.
Più di odio che di amore, nonostante le uova.

Mi è  rimasta la curiosità di sapere, e  una brutta sensazione di spreco, di inutilità, anche se continuo a pensare che sia  - e sia stato anche per me  -  un pellegrinaggio necessario. 

giovedì 13 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Quattro: Český Krumlov, Praga.

Moneta unica sì o no, euro sì, euro no, blablablablà. 
Avevo sottovalutato il problema del cambio. 
(la verità non ci avevo proprio pensato)
Al confine tra Austria e Repubblica Ceca, niente controlli niente frontiere: il passaggio è segnato dai chioschetti di vendita di Vignette nonché uffici di cambio.
E’ una gran comodità la moneta unica quando si viaggia:  nessun inzallanimiento dovuto alla quantità di spiccioli sfuggiti al controllo,  ordine massimo nel portafoglio, riduzione della sanguisugaggine delle banche se si usa la carta di credito, ma soprattutto niente calcolatrice o convertitore per il raffronto dei prezzi.  
(a mente non son capace)
E poi, almeno in certi paesi,  la strana sensazione di consegnare allo sportello del cambio una banconota e riceverne taaaante , uammamà, e  vederle poi consumarsi così rapidamente da sembrare i soldi del monopoli.

Fatto il primo cambio, accattata e azzeccata la seconda Vignette, si entra in Repubblica Ceca. 
Non è un passaggio “naturale”, come tra Tirolo e Baviera. 
Le case sono  più modeste, meno curate, hanno  forma più tozza e le pareti esterne sono in pietra nuda, con calce viva a disegnarne i blocchi.  
Assembrate, non più sparse. 
E non vale il discorso di trattenere la bellezza che giustifica limiti di velocità da tartarughe. 
Sembra di stare in pianura Padana.

A metà strada tra Salisburgo e Praga c’è una cittadina il cui castello e centro storico sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO: Český Krumlov.
E’ molto carina, anche perché spunta nella pianura desolata come un colorato  funghetto.
Spezza la monotonia e la piattezza. 
(Però Bruges...)
E’ un morso di città, ad altissimo tasso di concentrazione turistica. 
Il centro  è diviso in due tronconi dal fiume Moldava. 

La parte più antica è di fatto un’isoletta, con  un borgo molto caratteristico che si sviluppa a spirale. 
Segno dell’ iperturisticità è il modo in cui il fiume che lo circonda è stato piegato alle esigenze delle attività ludico- ricreative:  un sistema  di barriere, di dighe, lo rende adatto persino al rafting addomesticato.

Canoe, gommoni, kajak, pedalò, così tanti che manca solo il semaforo. 
(L’acqua della Moldava ha il colore del fango. Un fiume marrone)

Primo approccio: visivo. 
Secondo approccio: olfattivo/gustativo/tattile/
Subito dopo il ponte di legno che conduce nel borgo, c’è un chiosco che prepara  i trdelnik – impronunciabili -   dei rotoli di pasta attorcigliati e cotti su dei cilindri roventi e passati caldissimi su zucchero condito con mandorle o altro. 
Buonissimi: croccanti e morbidi e  cannellosi.
Gnommosisissimi: un trdelnik abboffa quasi come un piattone di lasagne.





Giro sciolto e sfaccendato: ci sono molti begli edifici, uno dove sulla facciata si alternano finestre vere e  finestre trompe l’oeil;  figuri dipinti fissano con occhio torvo e inquietante  i passanti. 






Domina l’isoletta la chiesa di San Vito. 

Tra Austria e Praga, Český Krumlov

Niente visita degli interni: mi hanno inibita i tremila cartelli di divieto ( no foto, no dog, no shorts, no audio, no food – e questi sono solo i primi di una sfilza di almeno 12) ma soprattutto il  prete e la perpetuona a guardia dell'ingresso (manco sanpietro).
Accanto alla chiesa c’è una scuola di musica: batteria a tutto spiano, altro che Mozart.
Non c’è tempo per visitare il castello – troppe sosta birra. Ma come resistere? Costa meno dell’acqua, e poco più di un euro, calcolatrice alla mano. 

E’ tardi, bisogna ripartire, andare  a  Praga. 


skyline Praga
Lo skyline di Praga si erge in lontananza come una New York in salsa boema. 
Grattacieli. 
E’ strano, dopo tanta campagna. 
[Il profilo degli edifici della città vecchia e del ponte Carlo, così caratteristico, così romantico,  non si vedono mica da tanto lontano. 
La periferia rivela gli anni della dipendenza sovietica e i segni della modernità globalizzata]
Rimpiango il fresco del Tirolo. 
Fa caldo, a Praga. 

Da piazza San Venceslao fino a Mala Strana, oltre il ponte Carlo, non c’è un edificio che sia uguale ad un altro. 



Il fascino dei particolari: portoni, finestre, cuspidi, decorazioni. 




La sagoma  del turista  cartina alla  mano e dito indice ritto è uguale sia che si abbiano gli occhi a mandorla e i tacchetti ( come facciano le orientali a turistizzare agghindate  come per andare ad un gran galà,  quando non sono vestite da manga,  resta per me  un mistero) sia che abbiano i panzoni e gli short e i calzini nei sandali.
La sagoma del turista singolo, non già intruppato,   è immediatamente individuata dai promoter che offrono tour a piedi e motorizzati  e gite in battello, in calesse, in carrozza. 
Dalla individuazione al bloccaggio e alla marcatura trascorrono pochissimi secondi. 
(in cinque minuti quattro assedi)
Due di italiani: propongono un giro gratuito della città vecchia e quartiere ebraico al termine del quale se si è gradito il servizio, si lascia "mancia" alla guida. 
Cediamo al primo degli offerenti italiani. 
Il giro gratuito è promozionale per proporre altri tour a pagamento:  quello enogastronomico, il tour al castello, a Mala Strana, a Terezin. 
(Per un attimo ho pensato ai viaggi ai santuari con annessa vendita di pentole. Si butta l’esca per acchiappare il pescione.)
Il manager, a metà percorso, prende le prenotazioni e i soldi per gli  altri tour. 
Sono curiosa di sapere in che percentuale vengano divisi gli introiti: quanto ai promoter che adescano per strada (al punto convenuto si registrano gli adulti adescati assegnandoli ai promoter) quanto alla guida, quanto dell'offerta libera finale vada alla guida, quanto agli organizzatori. 
Però la guida, un ragazzo calabrese, era davvero bravo, come il secondo cicerone, al quarto mese di lavoro: empatici, preparati, disinvolti. 
Mi hanno commosso l’entusiasmo, la passione e l’impegno di questi giovani connazionali al lavoro all’estero (spero si  divertano anche). 
La mancia per il tour gratuito è obbligo morale.
(e visto il servizio, la si lascia molto volentieri)

7 chilometri   almeno percorsi con i tour guidati e  7 bottiglie grandi di acqua. 
(Fontanelle manco con la bacchetta dei rabdomanti.) 
Altrettanti per le scarpinate libere.
I tour   toccano gli edifici e le aeree più note di Praga ma lasciano alcuni buchi che bisogna assolutamente coprire. 
Come perdersi le case danzanti?


Dalla città vecchia si prosegue a piedi seguendo il fiume: oltre ai bateaux – la crociera sulla Moldava nera eh – una flotta di  canoe,  gommoni e anche  palle dentro le quali si "cammina sull'acqua".

Si entra nella sacca di plastica  poi,  con una specie di sifone ad aria, stando il pazziariello umano dentro, la si gonfia.  Quando è  tesa, una sfera perfetta, viene  sigillata e il pazziariello umano è libero di    rotolare fino all’acqua, dove la palla galleggia e l’umano volteggia. 
Bleah, che disgusto stare in un involucro dove chissà chi ha lasciato ogni tipo di schifezza: sudore, bava, sporcizia dei piedi.
(Ma neanche se l'ingegnassi io la palla, perfettamente sterile)  

Le case danzanti, inserite tra edifici neoclassici e liberty, ad angolo di una trafficatissima strada, non mi hanno colpito granché. 
Sono molto fotogeniche.

Molto invece mi ha impressionato il sincronismo nella piazza della città Vecchia allo scoccare dell’ora dell’orologio astronomico: centinaia e centinaia di mani armate di cellulari si sollevano all’unisono. 
Un vero spettacolo, più interessante del movimento delle figure dell’orologio, che passano soltanto davanti alle finestrelle (pensavo facessero capolino come negli orologi a cucù).


Mi ha reso triste il muro di John Lennon.

Il muro, quando in Repubblica Ceca la libertà di espressione era limitata dal regime comunista, era diventato un simbolo di contestazione, più volte i segni e disegni furono rimossi.

Adesso è soprattutto meta turistica, chiunque può inquacchiarci liberamente sopra.  
Anche i proprietari dei locali adiacenti per farsi pubblicità, oltre alle bande di ragazzini armati di bombolette:  la “trasgressione” permessa.
Quello che si sente di sicuro è un nauseante odore di colori acrilici. 


Ciao, bella bellissima Praga.  Si riparte, poco dopo l’alba. 
Destinazione Cracovia. 

martedì 11 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Tre: Salisburgo, Liechtensteinklamm, fortezza di Hohenwerfen.


Salisburgo dista da Reutte poco più di 200 km. 
I primi 100 si percorrono su verdi strade curve, tra   abeti e abeti e laghi e fiumi e anse, ad un’andatura massima di 40 km orari. 
Una lentezza necessaria: la bellezza è tale che non si vorrebbe lasciarla andare via.



Salisburgo è una città natalizia, anche a 40°. 
Lo rivelano i tanti negozi che vendono palle stelle e presepietti. 
Anzi, una città festiva, che oltre ai gadget natalizi  ci sono anche le uova pasquali, che si contendono con le palle natalizie e le palle di Mozart, cioccolattini tondi sul cui involucro spicca il volto del compositore – no, non ne ho assaggiatata neanche una – il primato souveniristico.
Di Salisburgo ricorderò lo spirito musicale: molti musicisti in strada e di strada, molta programmazione di concerti (e mi sono persa anche il carillon della torre, la lentezza dei laghi, eh), molti giapponesi davanti alla casa di  Mozart concentrati a cogliere l’aura, Mozart e musica in tutte le salse, anche sotto forma di pane (pani a forma di note e di strumenti musicali). 
Ricorderò la fiumana di turisti (molti italiani) nella strada dello shopping,  la Getreidegasse.

Ricorderò i molti lucchetti sui ponti. Il ponte Staatsbrücke ne era stracolmo. 
I lucchetti, che sto detestando in modo esponenziale, li ho trovati su ogni ponte, a Cracovia, a Praga, a Maribor, dovunque. 
A Salisburgo soprattutto lucchetti rossi (natalizi?), il pezzo più esposto insieme alle palle di Mozart e alle altre palle nei negozi di souvenir (quando si dice lo spirito del capitalismo…)
Non credo  sia  tutta colpa di Moccia, che al massimo arriva a Ponte Milvio. 
Piuttosto  della globalizzazione della scemità.



Qualcosa di originale invece è la  predilezione “tirolese” per le altezze e il vuoto.

All’uscita del garage  di Glockengasse, sulla parete rocciosa del monte dei Cappuccini, proprio accanto al parcheggio, si fa free climbing.
Una recinzione alta un paio di metri in metallo  separa la parete dalla strada. Tre  ragazzi in pantaloncini e torso nudo si arrampicano come l’uomo ragno sulla roccia,  senza imbragature, senza casco.
(colti il flagrante nonostante i moniti!)


Considerazione a ritroso. 
Una montagna su cui arrampicarsi appena dietro il salotto della città non può prescindere da una “tipica” passiuncella.

ponte sospeso tirolo
Oltre il ponte sospeso “Marienbrücke” che permette di osservare il castello di Neuschwanstein stando su una gola (ahhh, vertigine!), oltre il quieto ponte sulle cime degli alberi del Walderlebniszentrum vicino Fussen,* emblematico è l’Highline 179,** il più lungo ponte sospeso per pedoni in stile tibetano, roba da Guinness dei primati. 


400 metri e passa da percorrere  ad un’altezza di 114 metri, anche in notturna. Come camminare nel cielo. 
(Sono di natura terrestre:  solo la minaccia di un temporalone ha scongiurato  la possibilità che morissi di infarto sospesa nel vuoto)


Passerelle e scalette addossate alla roccia e ponti sospesi costituiscono il percorso nella splendida forra del  Liechtenstein, Liechtensteinklamm, ad un’ottantina di km da Salisburgo. 

Di certo il salisburghese non può dirsi povero di bellezze naturalistiche, ma la forra è davvero spettacolare.
L’accesso alla gola si paga (4 euro), ma vale assolutamente la pena, perché prospettive così, nel cuore della montagna, se  non ci fosse  il percorso  -  fattibile  anche per  bradipi mollaccioni come me – e per vecchiardi con bastone, nonostante certe scalette strette strette e ripide ripide - , le  si potrebbero godere solo  essendo  uccelli, rapaci o free climbisti.
Il rombo dell’acqua è l’unico suono, un suono dalle modulazioni diverse (altro che pioggia nel pineto) fino allo scrosciare della cascata. 
Peccato per le nuvole: sicuramente il sole conferisce ai riverberi dell’acqua luccicanze e brillantezze da incanto. 

A metà strada tra la forra e Salisburgo,  la fortezza di Hohenwerfen
Arroccatissima sulla montagna, si può scegliere tra raggiungerla a piedi (non so se lungo il percorso ci siano defibrillatori, immagino di sì) o servirsi dell’ascensore che è accanto alla biglietteria. 
Una funivia, ma così verticale da meritare l’appellativo di ascensore. 
Anche nella fortezza è possibile visitare le stanze interne solo con la guida ad orari stabiliti, ogni ora esatta.
Guida tedesca, ma audioguide in tante lingue diverse (segui il gruppo ascoltando l’audioguida)



Della fortezza mi ha impressionato un particolare pulpito presente nella cappella: lo sguardo in anticipo sulla spiegazione della voce registrata  aveva già formulato ipotesi fantascientifiche, o post moderne, o vagamente horror sul braccio che spunta dal pulpito brandendo un crocifisso. 
(contro l’invasione di vampiri)


Nella fortezza è possibile assistere  alla dimostrazione del volo dei falconi, coi falconieri in abiti d’epoca: fa un certo effetto vedere  i rapaci, da quelli di piccola stazza a quelli di misura gigantesca, gli ultimi quasi aeroplani   –  è pur sempre uno show ooohhhh! -  poggiarsi docili sulle mani degli addestratori, e poi spiccare voli in verticale.
Aquiloni viventi tra il cristallo azzurro del cielo e la cartavetrosità grigia delle montagne.
A terra sembrano dei tacchini, goffi, quasi ridicoli.
Ci sono creature nate  per volare.


Per  avere un’idea della storia della fortezza (e della vena ironica tirolese, che mi ha davvero sorpreso), si faccia clic sul video:





Dopo una notte di assoluto ristoro in un luogo di Heidiana memoria, si riparte, direzione Praga.







Qui le tappe precedenti:
Uno, Lazise, lago di Garda
Due, Tirolo e Baviera

lunedì 10 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Due: Tirolo, Castello di Neuschwanstein in Baviera

Perché proprio il castello di Neuschwanstein e non qualche altra fortezza, il Tirolo in generale, la Baviera in generale (uh, Monaco! Ci si sarebbe potuti allungare fino a Monaco!),  un parco naturale,  un pizzo di montagna qualunque? 
Sempre colpa di google maps e  delle foto che osservo vivisezionando  tragitti  e itinerari possibili.  
Mi  infatuai, affatai, ‘nnammurai, delle immagini del castello turrito e merlato  che ha ispirato il logo della Walt Disney pictures. 
(Il grillo parlante che alberga dentro di me mi bacchetta ricordandomi che le foto, soprattutto quelle professionali, o quelle ritoccate impupazzate iperfiltrate, abbelliscono fin troppo la realtà. 
E vabbuò, dovrò sforzarmi di ascoltarlo, il maledetto)

Dal lago di Garda con l’autostrada del Brennero si tira fino in Austria. 
Il paesaggio muta, diventa inequivocabilmente montano.
Compaiono  le case coi tetti  spioventi e i balconcini di legno e le chiese con i campanili rossi o bruni dalla punta lunghissima. 
(missili verso il cielo)

Tra un paesiello e l’altro faranno a gara a chi ce l’ha più lungo (il campanile della chiesa, dico).

Il passaggio tra Italia e Austria non è segnato da dogane, controlli, fermi. 
Solo avvisi minacciosi – Vignette!! Attenzione!! -- Vignette!! Ultimo avvertimento!! – e non avrei potuto ignorarli anche ammesso che non avessi saputo del contrassegno da accattare e azzeccare sul vetro della macchina per percorrere le autostrade.

Tre piccole note tirolesi prima del castello.

Breitenwang

1) Nel Tirolo  sono sicuramente molto religiosi. Non è solo per i campanili esagerati. Sulle pareti esterne delle case,  sono  dipinte scene sacre o immagini di madonne e santi, inserite in cornici floreali o geometriche. 
A Reutte e  Breitenwang ci sono tante case dalle facciate dipinte.
Sono belle. 


2) Non solo in Tirolo, ma  anche in Repubblica Ceca e in Polonia, ognuno dorme e si avvolge per sé, anche nei letti matrimoniali.  Innanzitutto niente lenzuola. Talvolta solo il coprimaterasso, e poi piumini. 
Rigorosamente singoli anche sui letti a due piazze.  
(ma quando fa freddo è così bello fare due in uno sotto la capannina calduccia. Poi si dice che è fandonia la freddezza solipsistica di certi europei)


3) Vienna esclusa, in Tirolo e nel Salisburghese un certo tipo di water riscuote un discreto successo. 
Nella tazza c’è un avvallamento,  come un bacile interno, una specie di conca dove staziona l’acqua. 
Fa un po’ schifo, perché tutto quello che viene  deposto resta  ben visibile e presente fino a quando – il più in fretta possibile – non viene azionato lo scarico.
In principio pensavo che fosse un vezzo esclusivo della proprietaria dell’appartamento, o una ributtante espressione di bidè incorporato nel water.  
Siffatti prodotti ceramici si trovano nei ristoranti, nelle stazioni di servizio, fino a Salisburgo. 
Ho scoperto che è una questione legata all’igiene (sic), perché il depositato, appoggiandosi sulla conca dove c’è l’acqua, viene poi tirato via più velocemente dallo scarico, senza  lasciare tracce. 
E vabbuò. 
Vale il discorso per cui il bidè non è necessario. 
(distorsioni)


Il Castello di Neuschwanstein  è in Baviera (il Tirolo tedesco). Venti minuti da Reutte, come tra Italia e Austria il passaggio di frontiera è inesistente. 
(non c’è frontiera o confine, ecco) 
Hohenschwangau, la località dove si comprano i  biglietti per accedere al castello, è solo un piccolo agglomerato  di alberghi ristoranti  negozi di souvenir sorti attorno all’attrazione. 
(Meno male che non si è fatto base qui, nel villaggio per turisti.)
L’accesso agli spazi esterni del castello, ai sentieri,  alle amene terrazze panoramiche è gratuito, mentre la visita delle sale interne è possibile non solo previo pagamento, ma anche solo tramite visita guidata.
(Si entra in gruppi compatti con la guida. Tempi e marcia stabilite. Nessuna dispersione individuale.)
Ore nove, mi metto in fila per i biglietti. Il display indica una visita in italiano alle ore 11. 
Il tempo passa, la fila si muove moooolto lentamente. 
Quando arrivo allo sportello, dopo mezzora, la visita in italiano è slittata alle 14. 
Evidentemente non ci sono italiani desiderosi di visitare il castello. 
(e le audioguide in lingua diversa dall’inglese e dal tedesco? Boh, nessuna indicazione)
Opto per la visita in lingua inglese, contando sulla traduzione collaborativa familiare. 
(una parola la capisci tu e mezza io).

Il percorso breve dalla biglietteria al castello dura 40 minuti a piedi, così almeno c’è scritto sull’opuscolo con il tracciato del tragitto. 
Penso che l’abbiano calcolato come media tra salita e discesa:  si arriva in cima con le cosce a molliccione. 
Fino ad una certa altezza, dove ci sono bar e ristoranti, e anche un defibrillatore, si può scegliere di usufruire del trasporto in calesse, a pagamento (resta poi un’altra ventina di minuti da fare a piedi). 
Ma tutto sommato la passeggiata non è sgradevole: la strada è in notevole pendenza ma gli alberi danno conforto e ombra. 
Si sale, cercando di evitare le carrozzelle coi cavalli (enormi), le cacate (gigantesche anch'esse) con nugoli di mosche, le torme schiamazzanti di giapponesi che corrono con tacchetti e ombrellino o in mise da manga (mi chiedo se sono i manga a imitare i giapponesi o viceversa, tuta di acetato sotto e golfino rosa ricamato e merletti sopra) e le Volkswagen  sfreccianti dei dipendenti dei punti ristoro.

I giapponesi sono statisticamente l'80% dei visitatori (ma si accontentano dell’esterno).
Il castello di Neuschwanstein, il castello del cigno, il memoriale delle saghe germaniche e del medioevo. 
E’ il sogno di un re pazzo, Ludovico II di Baviera, amante di Wagner e della mitologia,  costruito dalla seconda metà dell’800. 
Ludovico II  era davvero fuori di testa: la sua camera da letto è un’angusta stanza, claustrofobicissima, con un catafalco, un sarcofago al posto del letto (a una piazza:  se fossi stata un re mi sarei fatta fare un letto a tre piazze e l’avrei fatto posizionare davanti ad  una finestra gigante, il panorama ai miei piedi). 
Né aria né luce, scuro buio, come la micro cappella annessa. 
Però la stanza che riproduce una grotta,  ha una veranda dove la magnificenza del paesaggio  rianima sorprendentemente.
Belle sono le cucine,  dove sono conservati anche un sacco di strumenti da lavoro, padelle pentole, stampini.
Dopo la visita ci si può fermare al ristorante (prezzi esorbitanti), o a vedere la riproduzione virtuale di quello che sarebbe dovuto essere il castello, perché di fatto non è finito (Ludovico II venne internato prima che potesse dar fondo a tutti i denari reali).
Alla fine, senza manco bisogno della traduzione cooperativa, ho capito che le cose che ha detto la guida (un giovanottino, proprio) - faceva gli occhi di pazzo, l’unico tocco teatrale alla sua narrazione monocorde e sintetica - sono  meno di quelle che si possono leggere su Wikipedia o sul sito del castello. 
Se qualcuno mi chiedesse se è proprio indispensabile vedere una volta nella vita il castello di Walt Disney (Ludovico II si sta contorcendo nella tomba) direi di no. 
La visita dell’interno non vale la spesa del biglietto. 
E’  sincopata e riguarda pochissime stanze. (Valgono gli spazi esterni, e Marienbrücke, il ponte sospeso: senza spese, file, biglietti, prenotazioni, incombenze…)
Quella delle stanze forse  è  meglio farla virtualmente.

http://www.neuschwanstein.de/ital/castello/visita.htm






Di ritorno dal castello, passeggiata a  Fussen.

Di notevole, oltre ai particolari edifici e alla bella piazza, i negozi che vendono abiti tradizionali. 
Non solo negozietti (almeno 4), ma anche un grande store, un similOviesse, con una larghissima scelta di modelli e colori per donna, uomo e bambino. 
Non credo che li indossino solo gli addetti ai servizi turistici, o che siano venduti come souvenir: troppi e troppa varietà. 
Quanto vorrei avere il coraggio di comprarne uno e di indossarlo per andare a passeggio! 
Ma l’imbarazzo della scelta - sono tutti deliziosi, non riesco a decidere quale - mi  solleva dall’impasse. Non so scegliere dunque niente.





E ora verso Est, verso il Salisburghese. 


Qui, a Lazise, la tappa precedente.

domenica 9 agosto 2015

Pa(e)(s)saggi in Europa. Uno: Lazise, lago di Garda.

In principio sarebbe dovuto essere solo Auschwitz. 
Ma non andiamo anche a Praga? Stiamo lì, in pratica. E  Budapest?  E Vienna? Che ci vuole, una piccola deviazione.”
Quando si prende la mano, capita di esagerare. 
(Senza contare le manie.  Dall’innocua passiuncella per google maps, alla compulsiva consultazione di tutti i siti di prenotazione e di condivisione delle esperienze di viaggio)

7 confini nazionali varcati (vabbuò, considerando anche San Marino, per esagerata coerenza),  23 giorni, quasi 5000 chilometri macinati con l’auto, almeno 50 con i  piedi. 
Dalla montagna al mare, da una capitale all’altra, passando per ameni paesielli,  ricche cittadelle, affollati castelli, mostruosi  ingorghi stradali.
Semel in anno licet insanire,  dimenticare  il quotidiano [Renzi chi?],  ma come vuless insanire per il resto della vita.
Ma non sono colà dove si puote quel che si vuole, e dunque, rimembro, mentre affondo nell’ inferno. 
(e pensare che ho dormito anche sotto il piumoncino, sigh)

La prima sosta ha il sapore dolce dell'acqua di lago. 
Lago di Garda. 
Prima mi era nota solo Gardaland.
(che cosa non si fa per….)

Possibile che anche  stavolta sia solo un nome sulla cartina e un letto per dormire? Certo che no. 
(per le file e lo sbatocchiamento non se ne parla neanche, già dato una volta e basta per l’eternità)
Una mezza giornata impone una scelta tra i tanti paesi che si distendono sulla costa.
Lazise. 
Lazise, darsena. Lago di Garda

(ora so di Gardaland e Lazise. Urca e che progresso)


Considerata il primo comune libero d’Italia, per le larghe concessioni elargite dall’imperatore Ottone II,  è una cittadina molto carina, ordinata, edifici tenuti bene, una bellissima darsena. 


Il lungolago, alberato e fresco,  è punteggiato da piccole anse dove fanno il bagno animali di varia specie: cuccioli ed esemplari adulti di uomo, cigni, papere, cani. 
(i cigni sembrano farla da padroni, almeno fino a quando la spiaggetta ghiaiosa non s’affolla. Un esemplare di umano con guanti raccoglie le cacate)


Tanti in bicicletta, alcuni corrono.
(penso all’anello di cemento della nuova strada che delimita il luogo dove vivo: tanti corridori, tra grigia mura alte e tubi di scappamento. C’è chi può e chi s’arrangia)



Alla vista l’acqua del lago è pulita, niente melmosità, fanghiglia, schifezze galleggianti. 
(ah, ad avere costume e asciugamano a portata di mano!)
Gli altri sensi restano all’asciutto, ma lo sguardo si riempie di colori:  è un bellissimo paesaggio (chiamali fessi,   i George Clooney e i Brad Pitt).
Garda sarebbe dovuta essere solo una sosta tecnica per arrivare al Castello di Neuschwanstein, prima tappa del viaggio.

E invece la vacanza è cominciata già.

Dopo in Baviera, attraversando il Tirolo.