domenica 20 ottobre 2013

Incubo di una notte di mezza estate (inizio autunno, meglio)

Shakespeare.
E chi non lo conosce, almeno per sentito dire.
La lettura  del saggio di Nadia Fusini,   sua traduttrice appassionata, "Di vita si muore",  ebbe  il devastante effetto di farmi sentire un’emerita ignurante,  dato che di Shakespeare poco e niente conosco in modo diretto delle sue opere,  in quanto lessi  soltanto “Romeo e Giulietta” - passato remoto a tutti gli effetti  - ,  nel pleistocene, mentre tentavo di imparare l’albionico idioma.
Testo in lingua originale con traduzione a latere.
(lessi la traduzione a latere)
Poi, di Shaskespeare  è rimasta solo la fama, e l’alone di grandezza tramandato in citazioni casuali, e il ricordo  incastonato nel film L'attimo fuggente, il sogno birichino di far l’attore nello stralcio della rappresentazione di Sogno di una notte di mezza estate.
“Se noi ombre vi abbiamo offeso, fate conto di aver dormito.”
Ora, posso vantare nel mio nutritissimo carnet anche la lettura integrale di codesta commedia, attinta direttamente dal web.


Un altro teatro, un’altra compagnia.
Una di quelle fatte da giovani attori, una di quelle che mettono in scena rappresentazioni per le scuole.
Devo far conto di aver dormito, non perché le ombre mi abbiano  offeso, anzi, i ragazzi sul palco son stati davvero bravi.
O meglio, non devo proprio far conto di aver dormito, se   tutto  l’ambaradan ha anche  avuto il merito di spingermi a leggere il testo integrale della commedia   per verificare fino a che punto è arrivato lo sfregio.
Chi, nel soggetto del  film  L’attimo fuggente , ha scelto proprio questa opera teatrale di Shakespeare, mica l’ha fatto a caso. 
(ci azzeccava proprio alla perfezione, Otello  non avrebbe avuto lo stesso effetto)
La finzione teatrale  nella finzione cinematografica conserva dell’opera di  Shakespeare il timbro lieve, giocoso e sognante e trasognato.



Tradurre è tradire.
(Anche reinterpretare è in qualche modo tradurre, dunque tradire)
Però c’è tradimento e tradimento.
Nulla impedisce di trasformare radicalmente un’opera, di contaminarla con altre, di  riprodurre pari pari dei versi o delle sequenze e di tagliarne altri, di fare aggiunte improbabili, sintesi, omissioni,   di creare degli ibridi.
Sarà alla fine una cosa diversa da quella da cui è partita.
Che lo si dica, però.
Non sarà più Il sogno di una notte di mezza estate, ma  potrebbe trasformarsi nell’incubo di una notte di mezza autunno.
Soprattutto se Puck è un metallaro con la faccia dipinta da  Jocker che sghignazza continuamente , se Oberon  sembra  Neo di Matrix, se le fatine indossano tutine in latex,  se la banda di artigiani è uno scomposto quartetto di vasciaioli parlanti (urlanti, la verità) solo in dialetto napoletano.
Soprattutto se si perdono totalmente di vista - date le mille distrazioni cabarettistiche e gli ammiccamenti all'estetica contemporanea -   il senso degli equivoci e le riflessioni sull’amore, sulla finzione, l’oscillazione tra il diosiniaco e l’apollino, la mescolanza tra dimensione onirica e vita reale.


(i miei ragazzi non ce li porto, ecco)

mercoledì 16 ottobre 2013

Controiatture

Lo avevo già visto da queste parti, negli ultimi anni, sempre con lo stesso effetto straniante. 
Non è certo la stessa cosa vederlo in azione  nella periferia urbana tra i palazzoni di cemento e il plexiglass piuttosto  che tra i vicoli del centro storico. 
Erano state le urla, gli strepiti, il clangore metallico di una mazza battuta, a spingermi alla finestra. 
Passava, con la sua mise trasandata, la giacca larga larga nera, certe scarpacce nere, i pantaloni neri così lunghi da fare plissè sulle caviglie, il cappellaccio,  l’ambaradan di corni appizzati sui baveri  e l’incensiere che dispensava fumo e puzza. 
Si fermava in ogni negozio,  dal merciaio, dal pasticciere, dall’assicuratore, dal tatuatore, dal giornalaio (e poi non ne vedo più dalla finestra), e immagino che nessuno gli abbia mai negato qualche spicciolo per  il suo straordinario servigio di scacciare il malocchio, la sfiga, la crisi. 
L’uomo della crisi. 
Oggi l’ho visto in piano, non dall’alto. 
Mai così da vicino. 
Era in un bar, a sciorinare  alluccando come un pazzo furioso scongiuri e controiatture,  mentre roteava la caccavella con l’incenso. 
E mannaggia alla morte che m’è venuto scuorno di entrare, posare l’ombrello grondante che nel frattempo ci stava l’iradiddio della pioggia, tirare fuori il cellulare nuovissimo che sicuramente fa anche le fotografie belle ma non so come si usa e avrei fatto sicuramente una quindicina di figure di merda contemporaneamente,  che almeno il particolare del cappellaccio avrei dovuto immortalarlo per sempre. 
Sul cappello stamattina si ergeva  fiera una tigre. 
Una tigre di peluche.
[Una tigre di peluche??]
Eh. 
Chiossape quanto fa la tigre nella smorfia. 
[ chiossape quali traslati simbolici tiene la tigre, che forse una ciucciuettola ci sarebbe stata meglio. 
Un poco di serietà, e che diamine!]

martedì 8 ottobre 2013

Neo e Invalsi

Io poi glielo vorrei dire, a quelli dell'INVALSI, ma venite in certe classi a vedere com'è, le competenze e le oscenità che andate blaterando, come se tutti i ragazzi fossero uguali, come se tutte le classi fossero uguali, come se tutte le realtà fossero uguali, come se e come se.
Che ci si siano pure, ste maledette prove invalsi,  ma che non vengano trasformate in armi improprie, perchè  giudicare il lavoro dei docenti  dagli esiti delle prove  ( tant'è che persino nel decreto legge 12/9 n. 104  art. 16 il ministro stanzia una bella cifretta per la formazione degli insegnanti "Al  fine  di  migliorare   il   rendimento   della   didattica, particolarmente nelle zone in cui i risultati dei test di valutazione sono meno soddisfacenti ed e' maggiore il rischio socio-educativo", e non voglio  chiedermi chi forma gli insegnanti, e che altro giro di magna magna è questo della formazione!) è una aberrazione palese.
Se mi dovessero valutare dopo aver analizzato i risultati conseguiti da una delle mie classi, sarei impietosamente bocciata, e dovrei di corsa sottopormi a corsi di formazione sotto vuoto spinto,  ma se mi dovessero valutare dopo aver analizzato i risultati conseguiti da un'altra mia classe mi farebbero i complimenti. 
E che è, non sono forse la stessa a destra e a manca?
(a manca ci butto molto più sangue, ma tant'è, non si direbbe proprio, visti i risultati). 
E' che ci penso, mi angoscio, mi torturo, su come addestrare la mia classe debole al superamento dignitoso della prova invalsi che farà media all'esame, ma c'aggia fa se a mò di esempio,  dopo aver dedicato la lezione precedente alla spiegazione, dopo aver assegnato una ricerca da fare a casa - bypassata da quasi tutti, che l'internet serve per feisbuc e basta, succede che...

Ma ragazzi, riflettiamo anche  sulla parola. Neoclassicismo. Neo e classicismo. Classicismo, lo sapete vero, è tutto ciò che si riferisce alla cultura classica, la cultura  dei greci e dei latini, infatti, chi di voi [nessuno]  andrà al liceo classico, studierà a differenza degli altri liceali anche il greco e il latino.
E neo? cosa significa neo? pensate alla parola neonato. NEO NATO.
(in coro) E' un bambino
Certo, è un bambino, ma è appena nato, è un NUOVO nato. 
Dunque, ritornando alla parola Neoclassicismo, cosa vorrà mai dire quel neo attaccato alla parola classicismo?
(in coro) Vuol dire NATO, pressorè!

lunedì 30 settembre 2013

Un pomeriggio al museo.

A Capodimonte si va a correre e a pazziare a pallone. 
(iamm ‘o bbbosco)
E’  un luogo di svago per gli abitanti  della periferia nord della città:  in qualche modo, pur stando ad uno sputo (ma ad uno sputo in salita) dal centro, è vissuto come un altrove.
Un luogo privo di qualunque aura snob e sciccosa, anche meta di picnic e macromagnate  nel giorno di lunedì in albis. 

I Borboni borbotteranno nelle tombe  per cotanto sfregio, per la proletarizzazione di tutti i loro parchi venatori,  ma qui  a Capodimonte si rivolteranno proprio.
Che stiano tranquilli sulle collezioni, però. 
Sono al sicuro, dentro il museo, ad appannaggio di un ristrettissimo numero di curiosi. 
Ma proprio ristrettissimissimo.
I Borboni nella dimora di Capodimonte ci inzepparono quintalate di opere d’arte. 
E ce ne sono  ancora a quintalate, persino opere di arte contemporanea (un nome: Andy Warhol). 
In un qualsiasi altro paese europeo (fatta forse eccezione per la Francia, ma tolta Parigi manco) , scorporando le collezioni  ne ricaverebbero  minimo minimo una quindicina tra pinacoteche, musei di ninnoli e gliptoteche,  e ne farebbero strombazzanti  panegirici.
(non ci sappiamo proprio vendere. Ci buttiamo o ci regaliamo)
Ci ho portato degli amici turinesi. 
Nel nostro giro,  in due ore di ammirazioni, abbiamo incrociato solo altri tre visitatori.
(non tutti insieme, naturalmente. Su piani e sale diverse.
ahhh, 5 visitatori, se si considerano anche i due giapponesi incrociati all'ingresso, mentre uscivano)

Ho pensato che il museo di Capodimonte è  un luogo pericoloso. 
Suscita pensieri cattivi. 
Oltre quelli suddetti  del troppa grazia santantonio,  per più di qualche attimo sono stata sfiorata da una malsanissimo impulso creativo. 
Ho pensato che avrei potuto ravvivare l’eburnea  statua di Letizia madre di Napoleone, opera di Canova, rendendola appena appena più femminile, un tocco di rossetto, un poco di fard, un velo di ombretto, qualche meches ai capelli. 


Ho pensato che avrei potuto illuminare la disperazione dei ciechi  di Brugel il vecchio.


Ho pensato che avrei potuto mettere tra le mani del soffiatore di El Greco  le bolle di sapone, piuttosto che un carbone ardente. 

E chi mi avrebbe fermata? Chi mi avrebbe impedito, se avessi voluto,  di fare uno sfregio sul costato del Cristo flagellato di Caravaggio, se avessi voluto mozzare la testa del Cristo crocifisso di Masaccio, se avessi voluto fare la pipì e la popò (massimo atto creativo) su una poltroncina regale.
Nessuno.
(i miei amici torinesi, gente seria, di sicuro)
Nessuno nelle sale, nessuno a controllare le sale.
Però le toilette sì.
Metti che qualche squilibrato voglia che so, imbrattare di gocce d’acqua lo specchio del bagno.
Meglio prevenire che pulire.
(ben due dico due custodi seduti sui divanetti antistanti i gabinetti)
In verità ne abbiamo incrociato (dopo averlo tanto cercato) anche un altro.
E’ a lui che ci siamo rivolti per sapere perché oltre il Caravaggio non si poteva andare, perché vi era un cordone che impediva l’accesso al piano dove ci sono le opere d’arte contemporanea.
“E non si può andare, scatta l’allarme, ci sta la visita guidata, non ve l’hanno detto in biglietteria? Una alle tre e mezza e una alle cinque e mezza.”
E no che non ce lo hanno detto in biglietteria.
Penso che si riferisca a questa cosa qui, scoperta dopo, naturalmente.
Ma anche ammesso, chi non vuole fare la visita guidata, perché non dovrebbe visitare il museo? Mica c’è scritto che saltando la visita guidata viene impedito l’accesso alle sale.
“E scatta l’allarme, mi dispiace, mi dispiace che non ve l’hanno detto”.
Bah.
Boh.
Mi viene  un atroce dubbio.
(l’ho detto che la pinacoteca suscita cattivi pensieri)
E se per caso avessero pensato di cominciare a chiudere piano piano, che a farlo tutto insieme alle 19 e 30 diventa uno stress?
E se non ci fosse stato  manco un cristiano spelacchiato a seguire  la visita guidata, e se avessero pensato i custodi, tramortiti dal dolce far niente  mò sti scassacacchi ci devono far fare le guarattelle per acchiapparli pure all’ultimo piano e potergli dire  signori tra mezzora il museo chiude, meglio prevenire che rischiare di sfaccendarsi?
No, non è possibile. Sono trooooooppo cattivissima, e neanche creativa, non va bene.

Di certo chi voglia godere dell’esperienza di osservare in lungo e in largo, di profilo e a capasotto le straordinarie opere che a Capodimonte sono custodite farà bene a consultare spingolo spingolo il sito, a chiedere in biglietteria prima di addentrarsi.

Perché, pensieri cattivi a parte, ne vale davvero la pena. 

domenica 15 settembre 2013

Le notti bianche

Il protagonista di le notti bianche è un sognatore, un timido, un esiliato dalla vita sociale.
Eppure, come tutti i sognatori e i romantici, non disprezza gli uomini, il contatto umano, l’ammore.
Anzi, nonostante non parli con nessuno, non abbia amici, desidera  così ardentemente “l’altro”  che gli pesa la Pietroburgo vuota, coi suoi abitanti riversi nelle dacie in campagna a godersi l’arrivo della primavera, e si riduce a scambiare parole coi palazzi,  quasi fossero animati.
E’ così tanto bisognoso di “umanità” che,  incontrata una ragazza durante una passeggiata, complice un evento casuale,  attacca bottone.
Lui, il timido, l’esiliato.  
Le parla di sè, oibò, le tiene la mano.
(lui, il timido, l’esiliato, il sognatore)
Lei, Nasten' ka, ricambia le attenzioni.
E’ legata con una spilla da balia alla nonna, e da una promessa ad un uomo.
(Ahh, quanto è volubile l’animo delle donne, qual piuma al vento…)
Chi di sogno ferisce di sogno perisce:  l’eroe romantico  aiuta la fanciulla  a ritrovare l’antico e  non del tutto perduto amore  spingendola a scrivergli una lettera e recapitandogliela.
L’illusione di un amore possibile, anche se per una delle parti è solo un amore di ripiego  [chiodo schiaccia chiodo,  e che palla tutti quei " vi amo quanto vi amo vi amo come fratello perchè non vi amo quanto amo lui] è presto cancellata dalla disillusione. 
Tuttavia, quanta generosità, quanta bontà e riconoscenza, per tre notti di sorrisi e di strette di mano.
"Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nell'intera vita di un uomo?..."
Risponderei con il cinismo che mi è proprio, sì, è troppo poco un attimo soltanto di beatitudine.
Proprio non sono una sognatrice.
[Nemmeno un cronopio, purtroppo per me, a volte un tantinello fama]
Comunque, anche se  non è stata una lettura di quelle che m’hanno fatto eco, una di quelle che mi hanno  rimbombato negli interstizi della mente e della panza,  con  piglio di burocrate mi tocca fare ammissione di originalità almeno su alcuni aspetti  del racconto: la scenografia ridotta all’osso, la presentazione  semi-monologante dei due unici personaggi  (Racconta! Ascolta!)  tale che il romanzo sembra aver  un impianto teatrale: la scena con il ponte, la scena con la panchina.
Il tutto funziona come una sorta di occhio di bue che sfonda le gabbie toraciche e le scatole craniche dei protagonisti: la donna mobile e il sognatore.

Però mi chiedo se non l'avesse scritto Dosto, ma che so, Novikov Aleksey cosa si sarebbe detto di questo libro, romanzo sentimentale.
Certo, alcuni temi della sua poetica  vi si intravedono in nuce, ma quanta distanza dalla produzione matura.
(il sognatore, così ben disposto verso l’umanità, mi pare un Aljosa imperfetto)
Non so.

Forse è tutta una questione di archetipi (o di condizionamenti).

giovedì 5 settembre 2013

12 uova e un filo(che) di memoria

Sembra  un’assurdità trasformare un evento tragico come l’assedio di Leningrado  in una avventura rocambolesca, poetica e anche ironica,  in una formidabile storia di amicizia e di amore. 
(e di amore per la vita). 
David Benioff ci è riuscito. 
E’ un giovane scrittore e sceneggiatore americano di origini russo/ebraiche. 
Sua è anche la sceneggiatura di X-Men le origini – Wolverine. 
(urca, Logan) 

Due vite in cambio di 12 uova da trovare in meno di sei giorni, una missione che pare impossibile in una Leningrado assediata dai nazisti,  stremata dalla fame,  ridotta a sciogliere le coste dei pochi libri sopravvissuti alle stufe per ricavare dalla colla delle  stecchette dolciastre; una città dove tutto fa brodo – anche la carne umana- , pur di mangiare. 
Tzè,  12 uova fresche. 
Lev, di padre scrittore portato via dalla polizia segreta russa, e di madre e sorella sfollate, ha solo 17 anni.
Un ragazzino, ebreo, per giunta,  che gioca a fare la resistenza antiaerea sul tetto del suo palazzo. 
Kolja è di poco più grande, è un cosacco birbante e strafottente, un tombeur de femmes, ma anche il suo opposto – ah, il segugio nel cortile - ; è un soldato dell’armata, ma  il richiamo del pisello ( la cazzite va sempre curata)  che  gli ha impedito di ritornare in tempo al suo battaglione, lo ha trasformato in un disertore. 
Entrambi finiscono nel carcere sulla Neva, disertore l’uno, ladro di beni di cadavere tedesco piombato dal cielo l’altro.

I soldati muoiono e i civili anche, a meno che non siano figli di generali e di comandanti in capo. 
Quelli, i generali e i comandanti in capo,  hanno la pelle e la panza al sicuro sempre, e possono permettersi lussi inauditi, per sé e per i propri, e anche capricci,  come offrire a un ladro e a un disertore la possibilità di avere salva la vita se riusciranno a trovargli 12 uova. 
Nei brevi lunghissimi giorni che Lev e Kolja trascorreranno insieme alla ricerca del mezzo magico per guadagnarsi il passaporto dei viventi, ne vedranno e ne faranno che manco gli X-men (e chi ha veramente subito la guerra),  impareranno a diventare amici, anzi, a volersi bene;  uno dei due troverà l’ammore, una partigiana cecchina ( e rossa di capelli)  che avrebbe potuto insegnare a  Zajcev, l’altro invece... 

Il libro inizia con pagine che sembrano (sono?) autobiografiche. 
L’autore va a trovare i nonni e si fa raccontare di Leningrado. 
“Quando ha terminato il racconto, l’ho incalzato sui dettagli: nomi, località, condizioni atmosferiche di certi giorni. Lui ha tollerato fino a un certo punto, ma alla fine si è chinato in avanti e ha schiacciato lo stop del registratore. “E’ stato tanto tempo fa” ha detto. “Non mi ricordo com’ero vestito. Non mi ricordo se c’era il sole”.
“Volevo solo essere sicuro di non sbagliare niente.”
“Non sbaglierai”.
“Questa è la tua storia. Non voglio mandare tutto a puttane”.
“David…”.
“Ci sono un paio di cose che ancora non tornano…”
“David” ha detto, “sei tu lo scrittore, inventa”.

E ha inventato bene, proprio bene, perché nonostante il picaresco e lo humor,  la sensazione claustrofobica dell’assedio e delle sue conseguenze, lo sdegno e la rabbia per le prepotenze, la compassione per la sofferenza, quelli ci sono tutti.
Ma c'è Kolja.
Kolja, caro delizioso ragazzo, è davvero un  personaggio chiave,   pietra d’angolo  della vita che si erge al di sopra di tutto, anche  delle più orrende paure.  
L’alleggeritore dei drammi. 
(il tombeur continua a colpire)

Io non so valutare quanta invenzione e quanta realtà ci siano nel romanzo, e neanche me ne fotte.
Mi è piaciuto  assai abbastanza, questo libro "ammericano".
Mi piacerebbe però se davvero fosse nato così,  da un racconto del nonno su cui l’autore  ha fatto ricami. 
Per un attimo ho pensato che  se fossi stata una scrittrice avrei potuto ricostruire lo sbandamento dei soldati italiani dopo l’armistizio e la fuga attraverso le montagne e le pianure, per giorni, settimane, pur di tornare a casa, dalle mogli, dai figli, dalle madri, prendendo spunto dai radi e scarni racconti di mio nonno. 
Lui, uomo di mezza età con famiglia già numerosa a carico, indifferente alla politica e per natura ostile alle guerra, catapultato in Yugoslavia con un fucile in mano, quando l’unica arma che conosceva era la canna per soffiare il vetro,   che manipolava con maestria, facendo venire fuori dalla massa infuocata oggetti leggeri come l’aria, fu un soldato in fuga. 

E’ tardi, ormai per registrare la sua voce.

(E  ça va sans dire,   non sono una scrittrice)


mercoledì 14 agosto 2013

Della Provenza e oltre: Camargue. (6)

Provenza è anche Camargue, un’area compresa tra i delta del fiume Rodano: zona  di paludi, di acquitrini, di stagni, di laghetti, di  uccelli, di tori, di cavalli e di butteri e gitani.
(nonché di grandi e gustose magnate)
E’ un luogo “orizzontale”, dove  gli spazi abitati e naturali non comunicano tra loro secondo un criterio gerarchico.
Si succedono e scorrono, e basta.
Non riesco a tradurre in altro modo questa strana  sensazione che unisce la “piattezza” alla libertà.
Aigues Mortes è il baluardo occidentale estremo della Camargue (la piccola Camargue) , Port-Saint Luois du Rhòne è quello orientale.
Quanto diverse, le due cittadine.
Nel mezzo, Les Saints Maries de la Mer.
(quanto diversa, questa cittadina).

Aigues Mortes ha il centro storico  inscritto in una  fortezza del XII secolo.
Tranne le tre strade centrali, piene di negozi di souvenir e di ristoranti, per il resto è il mortorio dei sensi.
Fuori dalla fortezza, la città nuova e il fiume, lungo il quale sosta un esercito di piatti barconi ristoranti, di barconi/case galleggianti,  di barconi arrugginiti, di barconi da trasporto.
E di barconi/battelli  che portano i turisti verso l’esplorazione dei canali.
Però a non capire una mazza di quello che dice la guida che con microfono alla mano accompagna nella traversata, il paesaggio pare tutto uguale, una monotonia tale da conciliare il sonno, salvo un ridestamento improvviso quando tra i canneti  si intravede una costruzione, manco la piramide di Cheope.
(un silos per la conservazione del riso?)
La gita in  battello prevede una sosta per poter osservare da vicino tori e cavalli camarguesi.
Due butteri, in uno spiazzo all’aperto tra i canneti, danno prova  della loro abilità nel guidare i tori nel recinto.
I tori sono di una potenza esagerata, quando corrono.
Però che tristezza questi spettacolini, come pure l’unica casa tipica camarguese che si vede dal fiume, lasciata lì (o ricostruita lì) apposta per far contenti gli spettatori.
(non ci andrò più sui battelli che esplorano i canali del Rodano, ecco)
Molto meglio aggirarsi sui bastioni della fortezza, nonostante il sole a picco sulla capoccia, nonostante il caldo, chè da lì lo sguardo arriva fino alle saline e oltre.
(Anche le Saline sono visitabili, a pagamento naturalmente, 9 euro il prezzo per salire sul trenino).

Les Saintes Maries de la Mer è un paese spagnolo, nonostante si parli francese.
La foto, e si capisce immediatamente, non è mia.
Non mi ricordo da dove l'ho presa.
 Tori, corride, paella, le case basse e bianche,  la chiesa/fortezza.
E’ il  villaggio  dove a maggio si riuniscono tutti  i Rom per la festa di  santa Sara la nera, la serva delle Marie che danno il nome al paese,  la cui statua è nella cripta della chiesa.
Ha davanti a sé una spiaggia lunghissima, divisa dai frangiflutti in tante calette.
Il mare ghiacciato.
(un mare tanto basso quanto freddo)
E’ qui che ho realizzato ancora una volta che non sarò mai sola, che  non potrò mai staccarmi dalle radici.
Una voce, anzi, un urlo si staglia nel silenzio, proveniente dal mare, ad  una ventina di metri dalla riva.
“Pascàààà, può venì, ccà  l’acqua è cavura!!”

A Port Saint Louis du Rhone c'è una delle bocche del Rodano.
Gentilissime le impiegate dell’ufficio turistico.
(Italiana?- si vede forse dalla faccia, fatto sta che l’hanno capito al primo sguardo e  mi hanno dato la mappa della città e le brochure in italiano, le uniche e sole in italiano, roba che manco ad Arles e Avignone)
E’ un paese turistico di serie b, perché nell’immediata periferia vi è  un'enorme area industriale.
Però.
Che bell'effetto fa il fiume che si interseca con il mare, nella smisurata lingua di sabbia che è  la Plage Napolèon,  creando  pozze d'acqua, come  mari lunari.
Lungo la strada che conduce alla spiaggia, si intravedono stagni, e forse fenicotteri rosa.
Infilando un viottolo sterrato, nel tentativo di raggiungere i fenicotteri, ho incocciato nei pirati.
Qualche bella casetta in pietra, qualche baracca, qualche ibrido tra casa in pietra e baracca.
Su alcune di queste nascoste case  sventola la bandiera del Jolly Roger.
Gli sguardi che si incrociano non invitano a restare.
(ma io ci resterei volentieri)

Anche dall’altro lato del paese, quello vicino al porto, c’è uno spazio enorme di riva.
Larghissima.
Qualcuno vi passeggia,  e chi guarda da lontano  ha la sensazione che quel qualcuno  stia camminando sulle acque, come Gesù Cristo.
E’ bellissimo.

Port Saint Luois e  Salin de Giraud sono paesi quasi dirimpettai. Il Rodano li divide. Per evitare di fare un giro lunghissimo, e arrivare da una sponda all’altra, si  può prendere un traghetto.
Chi ha l’abbonamento al mezzo di trasporto ha la precedenza nell’imbarco.
Gli altri pagano 5 euro ad auto (i pedoni e le bici passano gratis).
In tre minuti si è all’altra sponda del Rodano.
Saline de Giraud come paesello non ha grandi attrattive, ma ha appunto ha le saline.
Saline di Giraud
E l’ufficio turistico.
(Hanno uffici turistici in ogni pizzo, i francesi.)
Per vedere le saline c' è un punto di osservazione panoramico.
Un tempo, dice l’impiegata, anche lì c’era un trenino che permetteva ai visitatori di compiere un giro tra le vasche e le montagne bianche.
(ma preferisco così, la verità proprio)
Le saline hanno delle vasche completamente violette.
Chissà perchè.
(vabbuò, sicuramente qualche fatto di chimica, ma chi se ne fotte, si ammira uguale senza competenze)
Nell'ufficio turistico di Salin, l’impiegata è la prima e unica che parla bene l’italiano.
Una delizia, comprendere le indicazioni. E poi la signora è garbatissima, prodiga di spiegazioni e di suggerimenti
Peccato averla incontrata solo alla fine del viaggio, però.
Però.
Le ho detto della bellezza della plage Napoléon a  Port Saint Louis. Non ci era mai stata.
( Come uno che sta a Mergellina e non sa com’è Posillipo, più o meno).
Anche qui abbiamo una spiaggia molto particolare. Forse piace, forse no. Da vedere. Selvaggia in qualche modo. Non regolamentata.
E' la spiaggia di Pièmanson.
Anche questa foto non è mia. 
Un accampamento incredibile di caravan, tende, roulotte, furgoni, parcheggiati  direttamente sulla spiaggia,  cominciando da un centimetro dall’acqua, ingombra lo spazio per quanto è lungo l'orizzonte.
Pare  mappatella beach solo che al posto degli ombrelloni e delle sdraiette e degli asciugamani ci stanno camper caravan e tende.
Fa  strano vedere la signora coi capelli azzurrini che fa il cruciverba sulla seggiolina all’ombra della tenda della sua roulotte,   tutta sistematella,  accanto ad un camper con annesso recinto un cui si ergono i giochi per i bambini – privatizzazione di sabbia pubblica - , di sguincio ad una coppia di camper con tendone comune e tavolini apparecchiati posti  al fianco di un furgone a uso di camper abitato da ragazzi dall’aspetto  sciammannato.
Si avverte un senso di promiscuo e di disordine incredibile.
Proprio in riva al mare, che non si vede, si può solo immaginare, data la barriera di lamiere che gli si para davanti.

Fuori rotta e fuori dalle Camargue c’è  Martigues.
È di fatto il porto turistico dei marsigliesi.
Una città enorme e moderna che sarebbe potuta essere un bijou, invece è una città vassalla.
Il centro ê un'isola, con pochissimi ristoranti e niente souvenir.

Era un villaggio abitato da pescatori, l'isola, il centro.
Però anche  di qui conserverò il ricordo di qualcosa di strano, di anomalo, di mai visto: la  spiaggia fatta tutta da gusci di cozze e frutti di mare.
Solo gusci, nè sassolini nè poseidonia nè alghe né sabbia né pietre né scogli.
Un fondale di scorze.


Il viaggio è finito.
E’ un peccato, ma anche no.
Se non si torna, capace è che non si abbia poi l’immediato desiderio di ripartire.



In ordine, le tappe precedenti:
*il Verdon
*la piana della lavanda
*la terra delle ocre
 Arles e Les Baux
*  Avignone e Nimes


lunedì 12 agosto 2013

Della Provenza e oltre: Avignone e Nimes (5).

Avignone - bastano  briciole di reminiscenze scolastiche sulla  storia medievale - è  associata ai papi.
Era la città dei papi. 
D’istinto si pensa a severità e austerità, rigore e magnificenza. 
Ora è la città del teatro. 
Questione di mazzo, mica lo sapevo prima che a luglio vi è il festival del teatro. 





Avignone mi è parsa così: gggiovane, briosa, vivace, alternativa.
Il grande boulevard  affollatissimo,  un fiume di gente tanto che pareva di stare ad una   manifestazione, con frequenti  ingorghi causati da soste attorno  ad  artisti di strada, giocolieri, musicisti, attori travestiti o ”in borghese” che pubblicizzano il proprio spettacolo, locandine teatrali appese su ogni pizzo, legate da cordoncini di spago: sui muri dei monumenti, sui pali dei semafori, tra una ringhiera di balcone e un’altra, sugli alberi e sui cassonetti dell’immondizia. 
Ho incocciato persino l’uomo sandwich che portava in giro sul cartellone la propria faccia, essendo di pirsona pirsonalmente il  protagonista di una  pièce teatrale. 
Oltre ai millanta piccoli teatri   sparsi un po’ dovunque in città e nei dintorni,  c’è anche il multisala, un edificio che ospita in contemporanea (proprio come i cinema multisala), almeno una decina di spettacoli teatrali.

Dunque, se si vuol visitare Avignone, occorre tener presente che luglio è il periodo migliore, anche se penso che lo spirito “alternativo” in qualche modo abbia contaminato definitivamente il luogo.
Ecco, ad esempio, mi è suonato strano (ma può darsi sia una prassi diffusa e comune anche altrove, sono ignurante) che le severissime stanze del palazzo dei papi possano accogliere  una mostra di arte contemporanea, “Le Papesse”. 
Il link della mostra è questo.


E’ risaputa la mia caproneria nei confronti dell’arte contemporanea,  e di certo anche stavolta non ho potuto fare a meno di pensare, eccheccazz, ma che roba è.
Mi riservo, una volta finito il diario di viaggio a puntate, e quando  l’ispirazione si sarà impossessata di me,  di dare il mio intuitivo contributo alla scoperta dei sensi riposti in opere di grandissimo impatto emozionale e cerebrale, come queste:

Un uomo

Princi-pressa

Animae
(i titoli delle opere non sono reali, ma illegittamente da me medesma assegnati)


Nimes è una città fuori rotta, ovvero amministrativamente non fa parte della regione Provenza, Alpi e costa Azzurra, ma di Linguadoca- Rossiglione, pur essendo affine, per moltissimi  versi, ad Arles.
E’ conferma di  quanto la questione  dell’artificiosità dei confini amministrativi,  che vale in Italia come in tutti gli altri posti del mondo, sia sempre tale.

Anche a Nimes c’è il colosseo in miniatura – pare che sia quello meglio conservato tra tutti gli anfiteatri costruiti dai romani – e anche qui viene usato come  spazio per manifestazioni e spettacoli, tra cui le corride. 
A Nimes, visitata in poche ore,  ho percepito un senso di grande orgoglio cittadino (noi simm ‘e meglio, tanto per intenderci).
Sarò stata condizionata dal film in 3 D visto alla Maison Carrée, dove in 22 minuti viene ripercorsa la storia di Nimes attraverso le figure dei  suoi migliori cittadini (insomma, 4 o 5 dall’età romana ad oggi).
L’ultimo è il torero Nimeño II, la cui statua in bronzo si staglia davanti all’anfiteatro. 


[Mi chiedo comm’è che gli amministratori napoletani non abbiano ancora pensato di erigere una statua di marmo di Diego Armando Maradona detto el pibe de oro davanti allo stadio di Fuorigrotta, anzi, in mezzo a piazza Plebiscito, re tra i re.]

Quello che davvero vale la pena di vedere a Nimes sono i giardini, e solo i più ardimentosi (lo sono stata!! Con la vertigine costante, la tachicardia, l’affanno, il cuore nelle orecchie, l’ho fatto!!) potranno spingersi fino alla vetta della Tour Magna, che della struttura  romana conserva solo parte degli  esterni,   mentre dentro c’è una spiralissima scala a chiocciola che porta in alto, su una sorta di piccola terrazza a mezzaluna,  da cui si può osservare  il panorama della città. 
(la prossima volta non lo faccio manco se pagano loro a me)
E' bello arrivare ai giardini percorrendo Quai de la Fontaine, un bel viale alberato tagliato da un canale in cui guazzano un cuofano di pesci.
Guardare i pesci, guardare gli alberi.
Guardarli con molta attenzione, magari mettendosi a testa in giù.


(fine quinta puntata e penultima puntata)

sabato 10 agosto 2013

Della Provenza e oltre: Les Baux e Arles (4)

La Provenza  non è solo  lavanda e fiorellini sui tessuti e imposte tinteggiate di viola. 
E’ anche cultura, arte, etc etc. 
(dovrò farmi pagare dall’ufficio del turismo delle provincia francese Provenza, Alpi, Costa Azzurra e da quelli dei vari dipartimenti)

Quarta tappa/puntata: Les Baux e Arles.
Arles vista da Les Arènes

Arles è una città strategica. Ivi facendo base, si possono agevolmente visitare tante località diverse, dalle Camargue ad Avignone, da Nimes a Les Baux. 
Les Baux è quella meno distante (meno di una ventina di chilometri).
Non credevo che esistesse davvero il Signore di Baux, pensavo fosse una menestrelleria di Branduardi, pura invenzione.





(tra l’altro, i  Signori di Baux dal 1600  sono i Grimaldi  principi di Monaco – e marchesi di Baux- , anche se l’amministrazione effettiva è francese, ma ciò spiega   perché vi sia una  targa adulatoria e celebrativa  e commemorativa in una struttura del villaggio che ospita una mostra fotografica)
La canzone di Branduardi è  evocativa, cupa, tesa, misterica e misteriosa.
Les Baux ha poco di misterioso.
Les Baux
E’ davvero un borgo costruito sui sassi, sugli spuntoni di roccia, e da lontano è piuttosto suggestivo vedere i torrioni spiccare sui monti, rocce tra le rocce. 
E' attorniato da un vastissimo parcheggio – il nuovo borgo nomade/meccanico -, e nelle viuzze della cittadella è un susseguirsi di negozi di souvenir e paninoteche e ristoranti. 
Non ci abita nessuno, a Baux.
I signori di Baux spariscono di notte, a meno che non si faccia qualche bella manifestazione. 
Certo, nel momento in cui il traffico turistoide si allenta, e in alcuni vicoletti in cui difficile sarebbe stato piazzare il barettino o il negozietto,  con un certo sforzo, si possono immaginare gli scalpiccii dei cavalli  e i gridi dei falchi ( le iaculatorie dei monaci).

Il castello di Baux è visitabile a pagamento. 


E' anche abbastanza  caruccio (9,50 euro a cranio) la verità, considerando che ben poco oltre le mura esterne restano dell’antico maniero. 
Però  vi sono una serie di interessanti plastici che ricostruiscono la storia  del castello, il modo in cui si è esteso nel tempo inglobando tra le mura il borgo.
A disposizione dei visitatori vi è  anche un'audioguida multilingue che delucida filo filo sui vari edifici e sui resti delle murazioni.
(io non sono riuscita  a percorrere  tutte le “stazioni” , stante il solleone  e la temperatura rovente: una via crucis).

Anche gli orari degli spettacoli, tra cui il lancio della catapulta e il duello medioevale, poco più che delle scenette di animazione adatte ai bambini in un villaggio turistico, naturalmente a bambini parlanti francese, non sono proprio dei più felici. 
Da evitarli in generale, ma da evitare soprattutto quelli delle 13,30  e delle 14,30 a meno di non voler provare il brivido dell’allucinazione.
http://www.chateau-baux-provence.com/en/events/medievales-baux

Anche Arles è una città strana. 
Un ammescafrancesco di stili, l’anfiteatro romano attaccato ai palazzotti provenzali attaccati alle case in cemento armato attaccati alle chiese ottocentesche.
Ha il sapore paradossale di qualcosa quasi in disuso, ma in senso pittoresco e anche picaresco.
E’ fascinosa e talora birbantemente sorprendente.
(penso al moai che fa cucù da una finestra, ai murales, alle varie espressioni della street art)
Anche qui di  sera  per strada c’è pochissima gente, e chi c’è fa un po’ come gli pare. 
(Può essere che dalle 20  alle 22 vi sia il coprifuoco pro cena, boh)
Mi ha impressionato un ragazzo che faceva le acrobazie in bicicletta (bvavò, bvavò!!) nella piazza della Repubblica – La Piazza - , saltando con una ruota sola sui gradini della cattedrale, l’  Église Saint-Trophime,  roteando e capriolando attorno all’obelisco, senza importunare alcuno. 
(i quattro gatti vaganti si disperdevano sul bordo piazza) 
Insomma, la vedo dura per un ciclista acrobata esprimersi così in piazza del Gesù a Napoli, in una calda serata di luglio, ad esempio.
Comunque bella è Arles.
Bello e suggestivo è l’anfiteatro, Les Arènes, che non è pietra morta come il Colosseo de Roma,
ma ospita spettacoli coi cavalli, coi tori, insomma continua a vivere nella e con la città.


Ma sopra tutto mi ha affascinato l’Espace Van Gogh.
Un tempo era un ospedale, quello in cui fu ricoverato Van Gogh quando si tagliò l’orecchio, e dove dipinse, ritraendolo dal vero, il giardino.
Il Giardino è stato conservato così come l’occhio del pittore lo aveva immortalato, con le aiuole colme degli   stessi tipi di piante e di fiori.
Espace Van Gogh




L’Espace Van Gogh è un luogo fricchettone. 
(lo sono anche i visitatori che lì si trattengono)
Ho pensato, a latere, in un attimo di cinismo acuto, che i francesi sanno valorizzare pure le cacate delle mosche.
Non che l’Espace Van Gogh lo sia, però non ho potuto fare a meno di pensare a  quante cose in Italia  giacciono sotto incuria e indifferenza.








(fine quarta puntata. Qui la prima, la seconda e la terza. Coraggio, ne mancano solo due.)

venerdì 9 agosto 2013

Della Provenza e oltre: la terra delle ocre (3)

Apt è una città strana. Carino il centro storico,  pieno di gente, di pasticcerie e confetterie, molto “francese”.
Ma solo fino alle sette della sera.
Poi tutto chiude, tranne qualche ristorante e qualche gelateria.
(fino alle 22 e poco oltre, poi anche quelli…)
Il centro storico di Apt,  in  presa diurna e in presa notturna,  non  sembra lo stesso luogo.
Di sera diventa dominio di extraeuropei, o comunque  di  francesi  immigrati di seconda generazione.
(il francese parlato insieme all’arabo non mente)
Tutti maschi, naturalmente.
Rumorosi, caciaroni.
La volante della gendarmerie sfila veloce tra i vicoli.
(facendomi appiattire sui muri un paio di volte)
C’è qualcosa che non funziona bene in quella cittadina.
Tuttavia, Apt è un’ottima base d’appoggio per visitare la terra delle ocre e i villaggi fluviali.
Il mercato di fiori e frutta del sabato mattina, ben introduce al tripudio di colori  e alla stranezza delle forme di quella terra.  
Melanzane? Dal picciolino si direbbero melanzane.

Le zucchine gialle fanno un certo effetto.




Terza puntata/tappa: Roussillon e L’Isle sur la Sorgue.
La Provenza non è solo lavanda, tessuti a fiorellini e imposte dipinte di viola.

E’ anche fuoco.
Roussillon  nomen omen.
Il rosso, ma anche l’arancio, il giallo, tutta la gamma dei colori ocra, dominano il paesaggio.
Le case del villaggio hanno le pareti tinteggiate in tutte le sfumature e le declinazioni dell’ocra  e nonostante il paese sia pieno zeppo di turisti, vi si respira un’atmosfera slow, calma e pacifica.
Sono le montagne e  la grande spaccatura  che si apre  accanto al paese a fare da   serbatoio per i  colori.




Il canyon di Roussillon  a quelli australiani e americani fa un baffo e mezzo,  per intensità cromatica, per il senso di meraviglia che suscita.
Percorrere il sentiero delle ocre (visita a pagamento, naturalmente), addentrarsi  all’interno del canyon, è davvero emozionante.



Sembra di stare in un quadro, sulla tavolozza di un pittore, su un pianeta alieno, in un altro tempo.
(l’immaginazione galoppa, e non fa manco tanto caldo,  le chiome degli alberi forniscono rigeneranti pause ombrose)



Ad un paio di chilometri dal villaggio, c’è il Conservatoir des Ocres, un museo “esteso”,  che organizza millantanovecento attività.
In francese, naturalmente, e dunque chi può e vuol capire capisca.
Anche senza capire, di fronte all’infinità di colori in vasetti di vetro (la tattilità visiva!) che lo shop (il negozio, per i non parlanti inglese) del museo offre - una varietà che fa impallidire tutti le botteghe di prodotti per belle arti che abbia frequentato -  ho provato il desiderio di fare un’incetta colossale, tale da poter dipingere fino alla fine dei giorni.
Roussillon è il paradiso dei pittori.
(ma anche l’inferno)
Per averne un’idea:


Meno di 30 Km separano Roussillon da 

L’Isle sur la Sorgue.

E’ uno dei cosiddetti “paesi fluviali”,   con una caratteristica particolare:  il centro storico è totalmente circondato da uno dei canali nei quali si dirama la Sorga, sicchè  a tutti gli effetti è un’isola fluviale, e lungo il canale ci sono, funzionanti a tutto spiano, dei mulini, o forse è meglio dire delle ruote idrauliche,  alcune in ferro, altre in legno, alcune ricoperte di muschio, la cui funzione mi è tuttora oscura.
Tali ruote  conferiscono al paesello un che di favolistico.
(dove sono gli gnomi e le fate?)






La Sorgue  ha la sorgente a Fontaine-de-Vaucluse,  un  luogo cantato da Petrarca - chiare e fresche e dolci acque - e dopo averci messo i piedi dentro, non proprio nella sorgente, ma nei pressi, posso ufficialmente dichiarare che a distanza di 700 anni le sue acque sono ancora chiare e fresche, anzi no,  proprio fredde.
Una meravigliosa decongestione dopo  camminamenti feroci.

(il fiume, per una mediterrona come me, non è il mare, ma è talvolta uno splendido surrogato)




(fine terza puntata. Qui la prima e la seconda)

mercoledì 7 agosto 2013

Della Provenza e oltre (2)

Seconda tappa/puntata: piana di Valensole e dintorni.

La Provenza  non è solo  lavanda e fiorellini sui tessuti e imposte tinteggiate di viola, ma ci mancherebbe perdersela, una bella fioritura del profumato arbusto.Anzi, la verità proprio, il tuffo nel mare viola è stato il motore primo del  viaggio.
Un rischio, perché la fioritura avviene tra giugno e luglio, e boh, sarà stato  che l’inverno si è protratto a lungo (pare  impossibile, eh?), sarà che posticipano la raccolta in qualche appezzamento per il piacere dei turisti, fatto sta che di lavanda in fiore ce n’è  un montone. 
Vasti campi che si  inoltrano dal ciglio della strada fin sotto al bosco,  a disposizione dei viandanti. 

Non è facile  fermarsi lungo le stradulelle, soprattutto perché (e chi se lo immaginava) i francesi hanno una guida “sportiva”, ovvero corrono come i pazzi, fanno le curve a recchia  e si azzeccano al paraurti posteriore (alla faccia della distanza di sicurezza), sicchè manco il canzo di mettere le freccia e accostare e oillocò il campo era superato di qualche bel centinaio di metri.



L’immagine più bella, trattenuta solo dalla retina e dal cervello per i suddetti motivi, è quella di un campo di lavanda attaccato ad uno di girasoli attaccato al bosco attaccato al cielo. 
Una successione di colori di una intensità quasi dolorosa, tanto bella. 
Viola giallo verde azzurro, un incanto. 
Entrare dentro un campo di lavanda  è un’esperienza quasi mistica. 
I colori, l’odore, quelli si immaginano. Ma i suoni?
Un zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz continuato,  moltiplicato per il miliardo e mezzo di api e insettume vario. 
I cespugli di lavanda  sembrano  una massa compatta, ma in realtà sono dei filari, in mezzo c’è la terra  su cui zompettano altre varietà di animaletti,  e gli arbustelli fioriti  pungono pure un poco,  i fiori non sono morbidi. 
Insomma, tattilmente è quasi come  toccare il rosmarino. 
Però, cazzarola, che bello sentirsi completamente immersi nel  mare viola. 
La lavanda è un business overamente,  vendono i mazzetti a tre euro l’uno, quando poi ne cresce di spontanea un po’ dovunque.
Certo, sono cespugli selvatici sono  un poco spampinati e rachitici, ma il loro sporco dovere di profumare a vecchiarelli l’ambiente lo fanno uguale.
E i girasoli. 
Magnifici. 
Sono uno spettacolo meraviglioso che ingiustamente passa, rispetto alla lavanda, in secondo piano.

Valensole, la “capitale” della lavanda, vale una sòla.
Insomma, niente di che, a meno che nei giorni della festa della lavanda  non si trasformi totalmente.
Valensole  è l’unico borgo in cui  gli addetti al turista non sono tanto gentili (e manco tanto intuitivi).
Perché è vero che  ne parle pas le français,  ma chiedere in un bar un te freddo, te cold, estathe, insomma, non è una richiesta impossibile da afferrare. 
(come si dirà mai in francese te freddo??)
E invece del te freddo portano l’acqua tonica con il limone. 
Allora si riformula l’ordinazione, te, the, tè, tìì, e chiossape che avranno pensato, che a sud della Francia si è abituati a farsi il bidet nello stomaco nonostante i 35° di temperatura esterna, così, giusto per rinfrescarsi un poco, e portano una graziosa teiera piena di acqua bollente e la bustina da infusione con la sua fetta di limone. 
Graziosa presentazione, non c’è che dire.


A poco più di 40 km da Valensole c’è il paesiello di  Forcalquier. 
Famoso per le fontane, poste per lo più  al centro di vivaci piazzette, oltre la cattedralona ha  una chiesetta abbarbicata (e quando mai) in cima alla muntagna. 
Insomma, val più la pena di fare un bel giretto qui, fermarsi a bere qualcosa, piuttosto che a Valensole. Nei dintorni c’è il priorato di Salagon, un complesso in cui oltre al museo vi sono dei giardini tematici con moltissime specie di piante. 
Anche questo, come Bauduen, occasione persa. 
(ahhh, le scoperte tardive, mannaggia!!)



(fine seconda puntata. La prima  qui )