lunedì 28 agosto 2017

Breizh con parentesi (4). Saint-Malo, Dinan, Cancale, Cap Frèle.



Ni français ni breton, malouin suis!” 

Saint-Malo è una città bretone “anomala”.  

Ma in fondo, checchè ne dica l’adolescente-zavorra, con il suo motto “sono tutti uguali questi posti!”,
le città, i paesi, i villaggi che ho visitato hanno tutti qualcosa in comune e tutti delle differenze: in comune oltre  la Gwenn ha du (la bandiera bianco-nera), hanno il triskel (il simbolo celtico a tre spirali intrecciate), le galettes (crepes di grano saraceno con ripieno salato), la pietra e i fiori, il clima. 
Un clima di merda, la verità. 
Mutevole, anche in estate fresco tendente al freddo grazie all’azione combinata del vento infame, piovigginoso.  
[su millanta foto, in almeno tre quarti   il cielo è grigio metallizzato o è attraversato da plumbei nuvoloni] 

E’ così che mi accoglie Saint-Malo, con  vento gelido e pioggia intermittente. 
La plage du Sillon è lunghissima e larghissima. 


Cerco riparo tra i possenti tronchi di quercia fissati nella sabbia, tutti con la stessa altezza, tutti alla stessa distanza (una palizzata ciclopica), ma sono frangiflutti, non frangivento e il mare, complice la bassa marea, è quasi sul filo dell’orizzonte. 
Non ci provo proprio ad avvicinarmi alla battigia, dove sono pronti a menarsi  i kitesurfers.
[Avere tanto mare e spiagge così belle e non potersene vedere bene, marò. 
Se i bretoni avessero anche il beneficio del clima, vivrebbero in un paradiso terrestre].
 Il cielo è solcato da un cuofano di aquiloni curvi e dai gabbiani. 
Gabbiani impertinenti e audaci. 
Davanti ai miei occhi si consuma un arrembaggio. 
Plana alle spalle, in un  fulmineo  frullare di ali. 
Un gabbiano strappa dalle mani di un ragazzo il panino che era sul punto di addentare.

E’ ancora città corsara.

Stesso giorno, spiaggia du Sillon qualche ora dopo.

Prima di entrare in Intra-Muros,  passo per un bassin, un bacino di carenaggio, una delle “piscine" che accolgono le attività portuali mercantili e di riparazione navi. 
Il cuore/occhio della città  protetto da possenti mura e prolungato verso l’Oceano,  nasconde i container, le gru, i magazzini del  porto mercantile. 
E’ più romantico pensare che  un tempo nascondeva i pirati. 
In Intra-Muros, affollata di gente, piena di negozi eleganti e ristoranti,  mangio l’ hot-dog bretone – il primo di una lunga serie - ,  la galette-saucisse, una crepe di grano saraceno che avvolge una salsiccia. 
Buonissimo ed economico street-food.

La passeggiata sui remparts è d’obbligo. Solo dalla città fortificata si accede alla spiaggia del buon Soccorso, che ha una piscina di acqua di mare costruita negli anni trenta del secolo scorso per consentire ai bagnanti di nuotare anche con la bassa marea. 
Non piove più, è comparso il sole, ma nella piscina non c’è manco un’anima. 
Si va alla Grand Bé, l’isola  nella quale è sepolto Chateaubriand   e che con la bassa marea diventa una penisola. 
E’ incredibile quanto possa proteggere dal vento la Grand Bé!
Riparata dallo scoglione, con la città davanti ai miei occhi riesco persino a liberarmi della giacca e della felpa e a sentirmi al mare, d’estate. 
Proprio mentre la beatitudine sta per raggiungere il  culmine – sto per liberarmi persino della maglietta a maniche lunghe – un fischio. 
Due, tre. 
Realizzo al quarto fischio unito a parole urlate in francese e in inglese  e a sbracciamenti.
Un addetto alla sicurezza fa smobilitare tutti. 
Il mare avanza, bisogna immediatamente abbandonare l’isola. 
Con tutte le mappatelle in mano – e la busta con le cozze raccolte in luogo delle conchiglie - si torna sulla terraferma.  
A vista d’occhio la spiaggia si restringe. 
L’ultimo gruppetto di persone che lascia la Grand Bé lo fa con i piedi a mollo e le onde che sciacquettano sulle cosce.


Ho perso la marea di Mont-Saint-Michel, ma questo  spettacolo ripaga in parte.  

La stessa meraviglia  mi assale a Cancale, piccola cittadina specializzata nell’ostricultura a pochi chilometri di distanza. 
L’alternarsi di bassa e alta marea trasmuta i luoghi e li rende fascinosissimi. 
Tantissime barche ancorate sulla sabbia,  sembrano relitti.


Penso ai pescatori che regolano il loro lavoro sui ritmi delle maree, oltre che sui capricci delle onde.  

Oltre il porto de la houle, quasi a ridosso della falesia, c’è il mercato delle ostriche: a me sembrano tutte uguali, invece evidentemente la differenza c’è, non è solo di prezzo che varia in base alla misura.



Le bancarelle sono attrezzatissime: mani svelte ed esperte aprono le ostriche e le servono sull’apposito piatto, corredato di forchettine e limone. 
Il rituale prevede l’accomodamento sul muretto, piatto ivi poggiato, strizzata di limone, degustazione con risucchio, lancio della conchiglia in mare,  restituzione di piatto e forchettina da riporre  nell’apposita  bagnarola con l'acqua.

Non ne ho mai mangiate di così buone.








Dinan è una cittadina assai rispondente all’immagine che avevo delle cittadine bretoni: case a graticcio, artisti di strada che indossano abiti medioevali e suonano melodie pseudoceltiche, triskel diffusi. 
Molto carina, con un’appendice costituita da molte casette coi tetti di ardesia che si adagia sul fiume Rance.


C’è il mercato nella place du Champ Clos. Oltre alle bancarelle di cazettielli e mutande, di pentole e tegami, di verdure frutta salami e formaggi, ce ne sono moltissime di magnatoria pronta al consumo: dalla paella al cous cous, dalle galettes al pollo fritto con patate. 
Una multiculturalità che mi commuove e mi provoca una voragine nello stomaco a cui rimedio con una galette complete, mentre il resto dell’equipaggio si lancia su altre ghiottionerie.


Cap Fréhel mi ha ricordato l’Irlanda, le scogliere di Moher. 
Non sono così alte e spettacolari le falesie bretoni, ma si passeggia sulla brughiera proprio a ridosso dei precipizi, accompagnati dallo stridio di centinaia di gabbiani che nidificano tra le rocce.



Il faro di Cap Frèhel si vede  da Fort La Latte
E’ un castello medioevale convertito dopo qualche secolo  in fortezza militare. 
Si accede attraversando un bellissimo viale  fiorito, ricco di piante di ogni tipo, una sorta di piccolo giardino botanico che è proprietà privata, come il monumento.
Il panorama è incantevole.



Anche la fortezza è bella, con i ponti levatoi, le torrette, il forno per fondere le palle di cannone, la chiesetta, il torrione la cui ultima salita si fa in esterna, salendo  una gradinata  ripidissima sulla cupola, servendosi di una corda come passamano. 
(l’ascesa finale me la sono risparmiata)
Tuttavia.
Un pò come nel castello di Lichtenstein,  mi sono sentita come un’ospite – pagante – a cui è stato generosamente concesso di entrare nel cortile di una casa nobiliare. 
Quello che viene affittato per gli eventi. 
(il castello/fortezza è stato anche set cinematografico)
Se dovessi tornare, mi fermerei prima del botteghino. 

Il viaggio in Bretagna continua. 
Si va alla fine del mondo, nel Finistère.




Le tappe precedenti: :

Napoli, Bolzano, TubingaBreizh con parentesi. (1) Napoli-Fortezza-Tübingen

Foresta Nera : Breizh con parentesi. (2) Schwarzwald: Schiltach, Triberg, Gengenbach.

Mont Saint Michel : Breizh con parentesi. (3) Sainte-Menehould, Mont-Saint-Michel, Mont-Dol.


Le tappe successive:

Douarnenez,  Concarnerau, Pont-AvenBreizh con parentesi (5). Finistére

Vannes, Paimpont : Breizh con parentesi (6). Morbihan: Vannes, Brocéliande, Guéhenno, Sarzeau



sabato 26 agosto 2017

Breizh con parentesi. (3) Sainte-Menehould, Mont-Saint-Michel, Mont-Dol.

E’ pur sempre una vacanza, stare al volante per più di 6 ore al giorno – esclusi imprevisti quali traffico immotivato, strade scassate o lavori in corso con conseguente rallentamento   della circolazione, intalliamenti a bordo carreggiata o in stazioni di servizio, che le soste pipì e pappa sono state considerate nella tabella di marcia – è una follia. 
Dunque per “spezzare” il lungo percorso dalla Germania alla Bretagna, dopo aver preso in considerazione svariatissime ipotesi, tutte con il vincolo di  porsi in approssimativa equidistanza tra una tappa e l’altra – Reims no, poi ci passi e non stai almeno un  giorno? -  si opta, un po’ a caso, un po’ a mazzo, per la sosta in una piccola cittadina nella regione dello Champagne che ha il pregio di situarsi  a pochi chilometri dall’autostrada e di offrire più di una scelta alberghiera non costosa e carina:  Sainte-Menehould


Scopro che la maisentitanominare Sainte-Menehould si fregia dell’etichetta di Piccola città di carattere, etichetta  da non confondersi con quella di Villaggi e città di carattere, o con quella di  Città fiorita, o con quella di Città e paesi d’Arte e di Storia, o con la denominazione Village d’etape.

[Sta cosa delle etichette mi perplime. La maggior parte sono rilasciate dal Ministero del Turismo in presenza di determinati requisiti, quali la ricettività alberghiera, l’ecosostenibilità etc etc. 
Quasi tutte le località che ho visitato hanno una delle suddette etichette. 
Da un lato mi indispone  il fatto che i francesi – già durante il viaggio in Provenza avevo fatto le stesse considerazioni – si vendano benissimo, la cacata per pepita d’oro, dall’altro penso che gli italiani dovrebbero guardare con occhi più attenti alle politiche turistiche dei vicini di casa,  perché le etichette in qualche modo contribuiscono a migliorare effettivamente l’esistente. 
E’ una questione di orgoglio. 
Pure nei buchi di culo ci sono gli uffici turistici: accoglienti, efficienti, organizzati]

La cittadina è carina, la piazza principale è proprio bella, ma la cosa notevole ha a che fare con la gastronomia: pied de porc à la Sainte-Menehould, una ricetta tradizionale antichissima apprezzata anche da re Luigi XVI.
Del maiale si mangia tutto, ma mai avrei pensato che si potessero mangiare pure le ossa.
Vous mangez tout – ci avvisa il cameriere, accompagnando le parole con eloquenti gesti delle mani e  servendoci una specie di sacchetta cosparsa di pangrattato, in cui sono ben visibili le unghie. 
Sollevata la cotenna, spuntano le ossa bianche. 
Ma quante ce ne sono in un piede di porco?? 
La parte carnosa non c’è. 
Cotenna,  strato di grasso e ossa. 
Provo a tagliarle con il coltello. 
Non si tagliano. 
Il mio ardimentoso compagno sperimenta la masticatura. 
Le ossa si masticano. 
E’ stranissimo, l’impressione è quella di sgranocchiare una nocciolina tostata (neanche le nocciole si tagliano con il coltello), il sapore non riesco a definirlo, prevale un’untuosità generica. 
Una volta, due, tre. 
Infilo in bocca, mastico e ingoio. 
Alla quarta la ridda di voci nella testa si scatena. 
Me lo sono portato il maloox? E le pillole contro la diarrea? Marò, manco nei lager la gente si magnava le ossa. Manco i cannibali si magnano le ossa. I cani magnano le ossa. Mi sento un cane. 
Desisto. 
Meno male che il vino è buono, la bottiglia finisce in un battibaleno. 
Ah, l’identità. 
Il piede di porco per me è lo zampone  con le lenticchie oppure   ‘o père e o’musso con il limone*.
[non mangerò mai le cavallette]

Il viaggio in autostrada può essere molto monotono, soprattutto se tutt’intorno non c’è un caizer da vedere. 
Per ovviare a questo inconveniente, sull’A4, nel tratto da Sainte-Menehoud a Parigi,  sono stati messi in atto dei diversivi:  forme  colorate, collocate poco oltre i cigli stradali,   colpiscono l’attenzione dei viaggiatori. 
Il tempo di dire che sono tutte queste palle? e  si supera  la composizione di sfere in un nanosecondo, dopo qualche chilometro arrivano i triangoli, e poi i rettangoli, i rombi,  e le palle alternate alle forme piane. 
Per una mezzora il tempo passa veloce. 


Mont-Saint Michel è in Normandia,  ma il suo profilo a torta con candelina si vede dalla parte bretone della baia. 

E’ iperturistica e iperaffollata, le Mont Saint Michel. 
Non potrebbe essere altrimenti, data la sua straordinarietà.
(la navetta che congiunge il monte con il parcheggio, 7 minuti in alternativa ai 2 km a piedi, è affollata come la metro napoletana linea 1 o il tram 28 di Lisbona nell’ora di punta, e aspettare una corsa non risolve granchè, dato il numero sempre impressionante di turisti in attesa sulla banchina.  
E piove.)
Un po’ mi dispiace di aver visto solo il monte e non il monte diventare isola. 
Il coefficiente di marea è basso,  non sarebbe bastato invertire l’ordine del percorso, avrei dovuto proprio far slittare la data di inizio e fine viaggio. 
Ma anche così, con la sterminata sabbia paludosa a far da contorno, è  uno spettacolo. 
Immagino l’impressione che, in altri tempi,  doveva fare ai pellegrini che vi giungevano. 
Imponente, verticale, una lancia verso il cielo, a volte irraggiungibile.
Un po’ mi dispiace non poter fare la traversata a piedi nella baia fino all’isolotto di Tombelaine, sperimentare le sabbie mobili. 
Ma l’agenzia con cui avevo prenotato il tour ha annullato la passeggiata, e un po’ son contenta perché piove  e stare a piedi nudi nella fanghiglia  gelata con la temperatura esterna a 10°  non sarebbe stato proprio esaltante. 
[già coi piedi nelle scarpe e sull’acciottolato mi cionco dal freddo]

In alternativa si fa il giro del borgo – sgomitando tra la marea umana di turisti  – la scarpinata sui remparts  e la visita dell’abbazia. 
Questa è davvero un fuori programma perché, secondo il sito ufficiale che avevo consultato,  l’orario di apertura  termina alle 19,00. 
Quasi  due ore dopo l’orario ultimo di ingresso riportato scopro che si può entrare e godere della visita notturna. 
Di certo si perdono l’aura sacra – e chi se ne frega – e  la precisa visione architettonica, ma la fascinazione è notevole. 
Non comprendo bene quale sia il filo conduttore degli allestimenti, uno spettacolo di suoni, luci e ombre, proiezioni sui muri: c’entrano gli uccelli, il disfacimento. 
Mi piace, mi piace molto. Suggestivo assai. 
(non tutti i mali vengono per nuocere)




Il viaggio nella Bretagna vera e propria comincia con Saint Malo, la città corsara. 


Ma prima di arrivarci, si fa breve sosta in un altro piccolo villaggio, Mont-Dol
E’ Bretagna, ma di fatto è molto più vicino a le Mont Saint-Michel. 
Ancora un’etichetta: village d’Exception. 
Carino, si, ma  di eccezionale mi pare che non abbia proprio un cazz. 
Un mulino a vento  e un punto  panoramico da cui, condizioni meteorologiche permettendo, si dovrebbe vedere la baia. 
Sembrano discrete, ma non è che si veda granchè. 




E’ meglio il laghetto con le paperette e le ninfee. 


Ma non dimenticherò mai il cappuccino. 
Non ne ho mai bevuto uno più schifoso. 
Un bubbazzo marroncino senza ombra di schiuma dal sapore orripilante, tre euro e cinquanta e venti minuti di attesa. 








Città corsara, accoglimi! 




I link.

*‘o père e o’musso  voce di Wikipedia.

Abbazia di Saint Michel: Sito ufficiale

Mer et terr oir: Sito di Virginie Morel, guida autorizzata della Baia, visita della baia.







giovedì 24 agosto 2017

Breizh con parentesi. (2) Schwarzwald: Schiltach, Triberg, Gengenbach.

"Foresta nera"  (Schwarzwald in tedesco). Il nome non mi faceva di certo venire in mente  il ritiro dove Martin Heidegger  scrisse "Essere e tempo" - no, il pellegrinaggio alla casa di Heidegger te lo scordi, manco ci si può avvicinare, c'amma fa?  - quanto piuttosto  lupi,  streghe, folletti cattivi e ogni sorta di mostri.
[pesantezza e cupezza, in entrambe le versioni] 
Sarà l’estate, la stagione della luce, ma questa regione della Germania è al contrario ridente e colorata. 
Infinite sfumature di verde tingono i fitti boschi tra i paesini, ed è un piacere percorrere anche a 30 km orari  le strade – stradine – che li collegano. 

Schiltac è pieno di case a graticcio, i vicoletti sono una delizia.





Il paese è tagliato in due dal fiume Kinzing che per secoli è stato la strada dei boscaioli: il museo fluviale tramanda l’abilità nel costruire zattere e usarle come mezzo di trasporto dei tronchi.

E’ un museo gratuito, a guardia del quale c’è un anziano signore impegnato nel fare le parole crociate. 
Chissà se da giovane ha guidato una chiatta, se la memoria di cui il museo è testimonianza è anche in parte la sua. 
Non potrò mai chiederlo. 
Oltre  guten Morgen non vado. 
Vicino al museo, sulla stessa sponda del fiume,  una donna ritira il bucato che sventola sui fili attaccati ai pali della luce. Li ripone in una grande cesta di vimini.
Sulla riva opposta bambini giocano con l’acqua, e altri lavorano e decorano le pietre sotto la guida di due robuste signore. 
[Un campo estivo?]

La Marktplaz ha  forma triangolare: l’edificio del comune si distingue per la facciata decorata con scene riguardanti la storia della città. 
In un localino in piazza assaggio la famigerata torta della foresta nera e un caffè espresso che del caffè ha solo il nome, però è servito con un vassoietto sul quale c’è un centrino di merletto, la tazzina, un biscottino, una microciotola con la panna, un minuscolo bicchierino con una zolletta di zucchero. 
Ah, l’identità. 
(il caffè vero e  la sfogliatella riccia, magnati a zuzzusi al bancone del bar)


Schiltac è un paesino davvero “pittoresco”, come Triberg, nel quale la tradizione degli orologi a cucù invade in senso letterale tutti i negozi di souvenir.


In uno di questi, il più famoso, mi alieno ad ascoltare il battito sincrono di  centinaia di orologi  e a guardare lo scorrere simultaneo di mappate di lancette di ogni misura e forma.
[Non ci penso proprio a comprarne uno. A parte il costo, non si addicono all'arredamento minimalista.]



Gli orologi fanno la parte del leone anche nel  museo della foresta nera, Schwarzwaldmuseum.



C’è una piccola sezione dedicata agli abiti tradizionali. 

Mi colpiscono i copricapi femminili con delle giganti palle rosse .

Sono ciliegione?






Quale prodotto della globalizzazione che si fonde con la specificità culturale,  nello spazio adiacente il parcheggio, in una sorta di piccola villa comunale in fase di costruzione, si innalzano al cielo dei mamozi che riproducono i moai:  portano sul capo mozzo le palle giganti dei copricapi tradizionali femminili.





Il fuori misura – ce l’ho enorme – si esprime al massimo nel Weltgrosste Kuckucksuhr, l’orologio a cucù più grande del mondo, che si trova a Schonach.
Due euro a cranio per entrare nella casa/orologio, disporsi nel giardino e aspettare che allo scoccare dell’ora un rigido uccellaccio esca dalla porticina mentre il boscaiolo taglia il legno. 
Osservare il meccanismo dell’orologio all’interno della casetta è impossibile, poiché prima del cucùcucù è affollata di turisti e dopo, come prima,  è inzeppata di souvenir.







Molto meglio allungarsi verso Hornberg, dove accanto ad un'altra casa dei 1000 orologi, in un piazzale,  ce n’è uno davvero gigantesco, a carillon, con un cuofano di personaggi in legno intagliato che si muovono alla modica cifra di un euro da infilare nell’apposita “gettoniera”.

Triberg è famosa  per le cascate, le più alte della Germania.


E’ possibile scegliere tra tre diversi percorsi: naturalistico, culturale e quello delle cascate, il più breve ma anche il più suggestivo.
Tra un salto e l’altro gli scoiattoli fanno capolino.




Se le cascate, come avevo letto da qualche parte, fossero state illuminate per il prolungamento dell’apertura del parco fino alle dieci, sarebbero state ancora più suggestive. 
Invece la sera avvolge ogni cosa, non si incontra manco un’anima: sono i cellulari ad illuminare il percorso, e quando si arriva alla fine i cancelli sono aperti e il botteghino  sbarrato. 
Sbarrato come  negozi e  ristoranti.






Ah, l’identità. 
(pizza a mezzanotte e cornetto alle tre del mattino, marò che bellezza)
Imparo  che in quella parte della Germania – e pure  in Bretagna - bisogna stare attenti agli orari: i negozi chiudono prestissimo, e nei ristoranti la cucina si ferma tra le otto e mezza e le nove. 
Meno male che sul fondo degli zaini sono rimaste delle merendine. Sbriciolate, ma vabbuò. 



Ultima tappa nella foresta nera, Gengenbach.


Ancora una piazza triangolare, al centro di una lunga strada alle estremità della quale resistono le porte delle mura cittadine, sovrastate da torri. 
L’ingresso nel centro storico attraverso la porta maggiore è preceduto dall’attraversamento di un passaggio a livello: fa un certo effetto vedere il moderno treno giallo sfrecciare davanti alle antiche mura.
Ancora case a graticcio, ma quelle del vicolo degli angeli sono davvero uniche: tutte hanno una sorta di portellone accanto all’entrata. 
E’ l’ingresso della cantina, a cui si accede direttamente dalla strada.




Ma ciò che mi permette di distinguere ancora di più Gengenbach dalle altre cittadine della Schwarwald è la presenza di un particolarissimo arredo urbano: mucche dipinte in modo estroso che stazionano sui marciapiedi.






Chissà perché chissà per cosa. 










Il confine è vicinissimo. 
Pochi chilometri ancora e poi il Reno, la frontiera tra Germania e Francia. 
La Bretagna però è ancora lontana.



link

Schwarzwaldmuseum Sito ufficiale del Museo di Triberg

Casa dei 1000 orologi Sito ufficiale del negozio di souvenir


mercoledì 23 agosto 2017

Breizh con parentesi. (1) Napoli-Fortezza-Tübingen.

A ritroso.
Il ritorno è segnato dalla desolazione, da una vertigine dolorosa. 
Bruttezza senza appello connota il coacervo urbanistico che si addensa attorno alla mia città,  appena imboccato l’asse mediano, dopo l’autostrada. 
Sin da Afragòla. 
( 'a fràgola, che frutto delizioso. Quanto cambia un accento!)
Eppure stando altrove mi sperticavo in lodi, cantavo alleluia per il caos creativo, per la meraviglia che assale sbirciando tra un vicolo e un altro, per la sorpresa continua: un portale trionfale nel mezzo di  un anonimo muro di cinta, i miliardi di balconcini tutti differenti, le tettoie, i mezzanini, i muri sgarrupati e quelli acchittati uno a fianco all’altro, una scala dove ci si aspetta il piano, il mare che si affaccia tra le quinte  dei palazzi o dirompe dalle terrazze e dagli slarghi, e le due corna -  i due seni, le due onde - del Vesuvio che dorme. 
Ma quello è il centro, il cuore di un enorme corpo metropolitano  lebbroso e tumefatto:  più si e lontani dal cuore più l'occhio pare che non veda [soprattutto l’occhio della politica];  più si è lontani dal cuore (da casa) più si tende ad esaltare il bello e a nascondere il resto. 

Dell'altrove da cui torno,  la bellezza è nei piccoli borghi immersi nel verde,  accoccolati tra fiumi e  monti o  sdraiati sul bordo dell'oceano: per scelta nessuna grande città . 
"Ma quando torniamo? Sono tutti uguali questi posti" -  voce di adolescente zavorra commenta le cittadine bretoni. 
Breizh, Bretagna. 
La distanza e variegati  fattori hanno imposto altre tappe oltre quelle bretoni: in Italia e in Germania, oltre che nel mezzo della Francia. 

Distanza,  non solo chilometrica. 
Forse  questa è la parola chiave di tutto in viaggio, e il suo controcanto è  identità.
"Ni français ni breton, malouin suis!". 
Né francese né bretone, io sono di Saint-Malo, è il   motto degli abitanti della città corsara.
I bretoni sono francesi  ma in modo diverso dai parigini – tralasciando le differenze tra bretoni e bretoni - ,  i tirolesi sono italiani  o austriaci in modo relativo, europei chissà.  E io? 
Mi compiacevo nel dirmi cittadina del mondo. Lo sono, certo, sempre.
Ma sono soprattutto partenopea. Sento i greci, i latini, tutto il Mediterraneo nel mio suk interiore. 
E sono naturalmente italiana. E ovviamente sono europea. 
[Sono soprattutto partenopea?]
Allineare tutti gli aggettivi di “nazionalità” sullo stesso piano è da paraculi, e forse non corrisponde alla verità. 
Non so più in quale ordine disporre le parole.

23 giorni in viaggio. 
Da Napoli a Tubinga passando per l’Austria,  poi la Bretagna,  il  ritorno attraverso il traforo del Frejus,  la sosta  a Torino. 
Si parte. 
L’arrivo a Fortezza, Bolzano
Aria fresca, frizzantella (da 30° a 22° c’è da rallegrarsi, in modo progressivo già dall’autostrada), montagne altissime, pareti di alberi che ingoiano campanili a punta, silenzio. 
L’albergo con adiacente ristorante-birreria in cui riposiamo le affaticate membra e nutriamo la vuota panza è carinissimo e non carissimo. 
La storia locale,  che annovera una gloriosa battaglia vinta dai tirolesi a colpi di sasso contro i francesi , è rievocata in modo caricaturale e simpatico dal tratto di un pubblicitario in gamba ed è il segno distintivo  della birreria.
(Buona la birra, buonissimo il liquore alla birra)
E’  una sosta tecnica  ma sufficiente a confermare che potrei anche diventare tirolese (alla faccia dell’identità e del io sono).
Mi piace molto il dirndl, anche quello che indossa la proprietaria dell’albergo. 
Dovrei imparare il tedesco però. 
L’italiano è parlato poco (e maluccio). 

Al mattino oltrepassiamo il confine. 
Il fresco diventa quasi freddo, il sole scompare dietro grigi nuvoloni e i deliziosi laghi alpini sono avvolti da una bruma quasi autunnale, così come i paesi dalle case con le facciate dipinte.  
La pioggia accompagna il lento viaggio: alla faccia delle italiche lamentele, le strade e autostrade austriache sono un cantiere aperto, il traffico segue l’andamento della pioggia: a tratti senza,  a tratti a mappate.


Sette ore  per percorrere 400 km (!) e si arriva a Tübingen, città universitaria ad una trentina di chilometri da Stoccarda e ai margini della Schwarzwald, la foresta nera. 
Di giorno Tubinga è una città vivace, piena di giovani, multietnica e colorata. 
Sono giovani anche le mamme. Giovanissime  le coppie con tre o quattro figli piccini. 
Di notte Tubinga si svuota. Nel centro storico non c’è anima viva. 
Gli studenti fanno le ore piccole negli studentati, i WHO,  che sono in gran parte decentrati, in collina. 
(casermoni stile Policlinico nuovo)

E’ una città molto carina, con le case a graticcio e piena di fiori,  – mannaggia sul mio balcone non cresce manco il basilico, e sul Neckar scivolano placide le gondole sveve, gli Stocherkähne. 
Su una gondola abbardata con fiocchi rosa dieci ragazze, tutte con occhiali rosa, ridono e bevono. Addio al nubilato? Compleanno? Gravidanza? 
Non saprò mai com’è Tubinga  vista dal fiume, da uno Stocherkahn. 
Ora c’è il sole, dopo mezzora il diluvio e il giro sulla gondola è andato.

Mi consolo con un pasto svevo. 
Spatzle - che assomigliano a pasta fatta in casa con del formaggio sopra -   e Maultaschen - che assomigliano a dei ravioli giganti. 
[non sia mai dire tedeschi e non svevi gli  spatzle e i maultaschen!]
E birra, naturalmente. 
Però ho sfoderato un tempismo perfetto nella salita  sulla torre della  Stiftskirche, la chiesa evangelica che si affaccia sulla piazza del mercato.  Orecchio in perfetto asse con la cassa di risonanza delle campane allo scoccare del mezzogiorno, rintronamento totale aggiunto alle vertigini per la stretta e ripida scala a chiocciola.

Tubinga è nu muorz, in una  giornata si gira da cima a fondo (con doppiatura del circuito).



A qualche chilometro, raggiungibile per gli ardimentosi attraverso i boschi, c’è Bebenhausen, un microscopico e incantevole villaggio (svevo per la precisione, tale perché si parla ancora il dialetto svevo che è differente dal  tedesco)  dominato da un’abbazia cistercense che dopo la riforma protestante venne adibita ad altre funzioni, tra cui quella di residenza di caccia dei re. 
Il pulpito mi impressiona per la sua esuberante pacchianeria.  




A qualche decina di chilometri, domina la località Honau il castello di Lichtenstein, che con l’omonimo staterello ha in comune solo il nome.  
Del nucleo originario  del XII secolo non c’è cippa. 
E’ una costruzione neogotica, di proprietà privata (ci abitano!) ma visitabile. 
Un nido d’aquila, piantato a strapiombo sulla montagna. 

Mi sa di posticcio, di finto. Sarà anche a causa della impalcatura che avvolge la torre e mette in evidenza il modus operandi dei restauratori: ricostruzione. 
Tuttavia vale la pena arrivarci anche solo per passeggiare nei boschi attorno al castello, e gettare lo sguardo sui paesini che si distendono nella vallata. 
Gratuitamente, escludendo il parcheggio, senza orari e prenotazioni.





Tubinga è a sud di Stoccarda. 
Nessuna visita della città – la memoria del traffico bestiale all’arrivo a Tubinga, peggio che sulla tangenziale di Napoli durante un nubifragio prenatalizio, è fattore demotivante.

Però il  museo della Mercedes-Benz non è proprio al centro, ha il parcheggio, e allora si fa eccezione. 
Dal punto di vista architettonico e museografico è straordinario, ma non è un museo dell’automobile, e dopo sei piani (che ascensore megagalattico per la salita! Che rampe scenografiche per la discesa!) di Mercedes e Benz,  dai protomotori alle auto ipertecnologiche mostrate in tutte le salse,  – persino come carro funebre – la  noia divampa, sembra di essere in un infinito spot pubblicitario.
Il mio interesse si  concentra più sulla ricostruzione del contesto storico attraverso foto e pannelli esposti sulla pareti delle rampe che collegano ogni piano – anche se alcune scelte dei momenti più significativi della storia, soprattutto quella recente, sono discutibili – che sulle luccicanti vetture. 
Però quanta gente ci lavora. 
[perché penso all’Italsider e allo sconcico che ne resta?]

Armi bagagli e altro membro dell’equipaggio recuperato, il viaggio prosegue  nel cuore della foresta nera. 
Schiltach, Triberg, Gengenbach.



I link

Birreria Ah   Fortezza Bolzano

WHO  Studentati in Tubingen

Bebenhausen Sito ufficiale del monastero e castello.

Castello di Lichtenstein Sito ufficale.

Museo Mercedes-Benz Sito ufficiale. Non è indicato il costo del biglietto, che è di  10 euro, incluso gadget, ovvero il laccetto delle audioguide, regalato ai visitatori al momento della restituzione degli apparecchi.



Le tappe successive:

Foresta Nera : Breizh con parentesi. (2) Schwarzwald: Schiltach, Triberg, Gengenbach.

Mont Saint Michel : Breizh con parentesi. (3) Sainte-Menehould, Mont-Saint-Michel, Mont-Dol.

Saint-Malo e dintorni: Breizh con parentesi (4). Saint-Malo, Dinan, Cancale, Cap Frèle

Douarnenez,  Concarnerau, Pont-AvenBreizh con parentesi (5). Finistére

Vannes, Paimpont : Breizh con parentesi (6). Morbihan: Vannes, Brocéliande, Guéhenno, Sarzeau







giovedì 11 maggio 2017

Solaris - Stanislaw Lem

Solaris è un pianeta della costellazione dell’Acquario dominato da due soli, ricoperto da un Oceano gelatinoso, una “macchina plasmatica” da cui vengono generati e a cui tornano, liquefacendosi, architetture gigantesche dette Mimoidi, o Longoidi, o Simmetriadi.

Disegno di Alex Andreev

Solaris per anni è stato al centro delle attenzioni degli scienziati, che hanno installato, sospesa sul vivo magma, una stazione di ricerca.
Il dottor Kelvin, arrivato alla Stazione per collaborare con il dottor Gibarian, si accorge subito che qualcosa non va.
Apprende dal ciberneutico Snaut, confuso come se fosse ubriaco, che Gibarian è morto, mentre l’altro scienziato è barricato nel laboratorio.

Cosa ha sconvolto il team della stazione?

L’oceano agiva, eccome, solo che lo faceva secondo categorie diverse da quelle umane: invece di costruire città, ponti o macchine volanti, invece di aspirare a conquistare lo spazio o ad attraversarlo (cosa che i difensori a spada tratta della superiorità dell’uomo consideravano un nostro inestimabile atout) si dedicava a un’interminabile attività di trasformazioni, all’«autometamorfosi ontologica»”.

L’Oceano genera "visitatori", ovvero copie di esseri umani attingendo direttamente dai ricordi degli scienziati.
Ad ognuno assegna il proprio visitatore: a Kevin tocca sua moglie, morta suicida dieci anni prima.

Chi sia il donnone con il gonnellino di paglia che giace sul cadavere di Gibarian, o il bambino che scalpita nel laboratorio con il dottor Sartorius o chi sia stato il visitatore di Snaut non è dato sapere, ma poco importa, perché l’essenza del libro di Lem è che nulla è dato sapere, non solo ciò che è altro dall’Uomo – un cuofano di studi, indagini, ipotesi, teorie sulla natura di Solaris e sui fini del suo farsi e divenire, così tante e accurate da sembrare corrispondere ad una vera bibliografia: ho avuto più volte la tentazione di cercare su wikipedia informazioni sui vari scienziati che nel libro si sono occupati della Solaristica - ma anche ciò che è nella natura intriseca dell’uomo:

L’uomo era andato incontro ad altri mondi e ad altre civiltà senza conoscere fino in fondo i propri anfratti, i propri vicoli ciechi, le proprie voragini e le proprie nere porte sbarrate”.

Solaris è giustamente definito un libro di fantascienza filosofica: è una riflessione sui limiti della capacità di comprensione degli uomini, e sui disperati e incessanti tentativi di superarli.

Come sperate di comunicare con l'oceano se non riuscite a intendervi tra di voi?”

[La luce e i colori generati dai due soli, le concrezioni e le protuberanze dell’Oceano; il perturbante realismo del dibattito scientifico. 
Solaris non era ed ora è.
La capacità dell’uomo di comprendere l’esistente è inversamente proporzionale alla capacità dell’uomo di immaginare l’inesistente.]

domenica 23 aprile 2017

Homer & Langley - Edgard L. Doctorow

Disposofobia, o disturbo da accumulo, accumulo patologico seriale, accaparramento compulsivo, o "sindrome dei fratelli Collyer".


I fratelli Homer e Langley Collyer, nati rispettivamente nel 1881 e 1885, furono ritrovati cadaveri nel 1947 nella casa di Harlem dove vivevano segregati e soffocati da tonnellate e tonnellate di oggetti, mobili scassati, giornali, copertoni, immondizia.

Palta.

Una storia che deve aver tenuto desta l’attenzione della cronaca del tempo per giorni e giorni, anche perché il corpo di uno dei fratelli fu ritrovato solo dopo un mese, poco distante da quello dell’altro, sepolto da cumuli di monnezza.

Pensavo che il libro Homer & Langley di  Doctorow, ispirato alla storia dei Collyer, fosse assimilabile al genere di cui “A sangue freddo” di Capote è fulgido esempio.
E invece no, a partire dallo scambio di personalità: Langley non è il minore né il musicista.
La cronaca è davvero solo un pretesto.
I due fratelli vivono anni di disagio e di enormi vuoti: quello che conduce all’ossessione per “l’autosufficienza”- di cui ossessione secondaria è l’accumulo di oggetti - è la mancanza di senso nella vita.
“Cosa poteva esserci di più terribile che venire trasformati in un aneddoto leggendario?”
Sono le parole di Homer,  il protagonista del libro di Edgard L. Doctorow, uno dei due "esuli"dal mondo. 

L’aneddoto si dilata fino a coprire quasi un intero secolo: dagli inizi del Novecento alle passeggiate sulla luna e oltre, passando per le due guerre mondiali, il Vietnam,  gli hippie, le stragi in Salvador.

Il trauma di Langley risale alla prima guerra mondiale, vita e morte in trincea: è dopo quell’esperienza che comincerà a formulare la Teoria dei Rimpiazzi, “il suo modo per definire l’amarezza, la disperazione della vita”, e il progetto del giornale unico per tutti i tempi, quello definitivo, quello che fissa per sempre la Storia dell’Umanità, collezionando tonnellate di giornali da cui estrarre, catalogare e sistematizzare miliardi di notizie solo apparentemente diverse.
Il trauma di Homer è nella cecità che lo colpisce sin da ragazzo. Impara ad orientarsi nel mondo usando l’udito, ma anche il tatto, riconoscendo gli oggetti da come respingono l’aria.
Quando diventa anche sordo, e quando la casa gli si richiude intorno con gli ingombri delle masserizie accumulate dal fratello, non gli restano che le parole per “sentire”, parole per supplire alla mancanza dei sensi.


La loro casa diventa il centro del mondo: entrano Harold, i coniugi giapponesi, Mary Elizabeth che diventerà suora e martire, il gangster Vincent e la sua cricca, i figli dei fiori.
E se ne vanno.
Le persone escono dalla tua vita, e a te non rimane che il ricordo della loro umanità, una povera cosa discontinua senza alcun potere, proprio come la tua.”
Una vita, anzi due che tentano disperatamente di ritagliare uno spazio in cui potersi “muovere” senza dover dipendere da “sistemi” stabiliti e organizzati da altri.

Non sono fenomeni da baraccone Homer e Langley.
Sono due persone che di patologico hanno solo il reciproco irragionevole sostegno.
Entrambi soffrono di un esasperato bisogno di amore e di senso, che surrogano in modi diversi: Homer conservando la memoria, prima degli spazi che non vede più, poi degli eventi e delle persone attraverso le parole.
Langley conservando le cose, giornali, macchine da scrivere, strumenti musicali, maschere antigas, armi, torce, fino ad implodere.

[“C’è stato uno schianto, l’intera casa ha tremato. Dov’è Langley? Dov’è mio fratello?”]

Un bel libro davvero: inaspettato, sorprendente.

sabato 1 aprile 2017

La confraternita dell'uva, ovvero la Coscienza di Henry.

Primo sottotitolo: La coscienza di Henry. Focus su La morte di mio padre.
Secondo sottotitolo: Padre padrone.
Terzo sottotitolo: La famigghia.
(Potrei continuare ad libitum: da Mazz e panell fanno i figli belli a Parenti serpenti.)

La storia è narrata in prima persona da Henry Molise, cinquantenne scrittore apparentemente smarcato da molti anni dall’asfittico “imperio” dei genitori: a venti anni lascia il focolare materno e la fornace paterna.
(Alter ego dello scrittore John Fante)

Sai che cos’è un uomo? Un uomo lavora. Suda. Scava. Martella. Costruisce. Prende un po’ di dollari e li mette da parte. Senti chi parla, ironizzavo io. Non c’era risposta per quel dago da trivio, per quel wop abruzzese di umili origini, per quel bruto d’un bifolco, quel ruzzolamerda, quel leccaculi.
Il wop abruzzese etc è il padre, Nick Molise.
Nick martella, costruisce, si ubriaca, sperpera i soldi al gioco e picchia la moglie.
Un campione di moralità e tenerezza.

Henry è chiamato a casa dal fratello per sedare una situazione scottante – il paventato divorzio dei genitori, [e chi si  tiene papà il babbo??], ma credo soprattutto per fare in modo che un po’ di acido affetto genitoriale ricada su di lui, l’unico figlio ad essersi realmente emancipato dagli intingoli di mammà e dalle carocchiate di papà, 
Henry si ritrova incastrato nell’ultima irragionevole volontà paterna: costruire un affumicatoio in montagna con il suo aiuto come manovale.
La fatica, il coma diabetico e l’ultima colossale bevuta nella vigna di Angelo Musso coi suoi “confratelli” conducono il vecchio Molise al tavuto, e la inconsolabile vedova a stare quieta.
Non mi diceva mai niente. Ogni sera mi chiedevo se sarebbe tornato a casa. E ora è finita. Non mi devo più preoccupare. So dov’è.”

Non è solo un libro sul conflitto generazionale, e sul gap che l’integrazione produce tra immigrati di prima e seconda generazione [adesso invece capita che gli immigrati di seconda generazione, perfettamente integrati, rinverdiscano il peggio della “cultura” del paese dei genitori].
E’ soprattutto un libro sulla corrosiva permanenza dei legami familiari, nonostante da questi si faccia di tutto per allontanarsi, siano essi catene, o abbracci.
Ero anch’io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quando ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio. “.

Si può non essere genitore, ma non si smette mai di essere figlio.
Si è per sempre figlio di qualcuno.
E quel qualcuno, in qualunque modo sia, lascia molto più di un corredo genetico.
Non è un libro che dimenticherò facilmente, tanto repellente e odiosa è la famiglia Molise: non solo Nick la bestia, la cui vera famiglia è quella dei compagni di bevute, la confraternita, ma pure la querula sua consorte, e i figli tutti, scrittore compreso.

[molti hanno una fortuna e un tesoro che non vengono apprezzati se non quando è troppo tardi.]

lunedì 27 febbraio 2017

Lettera a [da] una professoressa

Cari ex ragazzi della scuola di Barbiana,
la lettera che vi aspettavate arrivò, arrivò molto prima di questa mia.
Quante cose sono cambiate dagli anni ’60, per fortuna.
Quante cose sono cambiate dagli anni ’80, quando ero dalla stessa vostra parte della barricata e i Gianni avevano le stesse opportunità dei Pierini.
Da quasi vent’anni sono dall’altra parte.
Dalla parte di chi ora si sente - ed è, per moltissimi fattori – la parte scamazzata (da martello a incudine).

Cari ex ragazzi di Barbiana, chissà che uomini siete diventati - [lo so, mi sono informata, siete tipografi, sindacalisti, infermieri, Francesco Gesualdi è uno scrittore e saggista] – chissà cosa ne pensate della scuola dei vostri nipoti.
Adesso non si insegna solo l’educazione civica ma l’educazione alla cittadinanza e costituzione che contempla centomila altre educazioni, alla salute, all’ambiente, alla legalità, alla melanzana fritta; agli esami di terza media non ho mai visto un bocciato – e ormai sono venti anni – , anzi qualche pargoletto ha ricevuto l’onore di essere svegliato da prodi professori che pur di non fargli perdere l’anno sono andati fino a casa a prenderlo e a portarlo a scuola, dal letto dove dormiva beato dopo aver fatto bagordi e impennate notturne con il motorino; conta chi balla, chi canta, chi suona, chi è atleta e chi rappa e strappa.

Leggendo il vostro atto d’accusa, il vostro sputo sul sistema educativo degli anni ’50, così giusto, così sacrosanto rispetto a quel che era la scuola di un tempo – ma adesso dovendo fare il calcolo delle mie ore di lavoro, oltre alle 18 in classe e alle altre contrattuali, si perde il conto di quelle  impiegate per preparare e per diversificare le lezioni, per produrre materiali diversi per i bes, i dsa, i ragazzini da potenziare, altro che ripetizioni a pagamento - ho pensato marò, ma perché poi da un eccesso si deve passare ad un altro?

Chissà, ex ragazzi della scuola di Barbiana, se qualche volta vi è capitato di rileggere il vostro libro.
E dire. Ahh, altri tempi, proprio altri tempi.

Riporto solo una frase che riassume ciò che il libro può dire adesso.

Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui.
 Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli.”

Si può essere in larga parte d’accordo, ma in larga parte anche no.

sabato 11 febbraio 2017

Il partigiano Johnny

Il partigiano Johnny è un libro sulla Resistenza, e si sa.

E’ un libro in larga parte autobiografico e neorealista: Johnny è Beppe Fenoglio, sbandato come lui dopo l‘8 settembre, arruolatosi come lui prima nelle file di partigiani rossi, poi in quelle degli azzurri, i  badogliani: i capi partigiani, le vicende della città di Alba e dei paesi delle Langhe, le non-azioni degli inglesi e quelle dei repubblichini e dei tedeschi sono reali, storicamente documentate e anche
questo si sa.

Il partigiano Johnny è stato pubblicato postumo: l’assemblaggio dei capitoli è dovuto ai curatori che hanno “manipolato” varie “versioni” fenogliane del testo, e anche questo si sa.
E allora, perché leggere un libro di cui già si sa?

[Soprattutto, perché leggere Il Partigiano Johnny avendo letto altri romanzi brevi che in qualche modo sono una costola del suddetto?]

Dire che è bellissimo potrebbe bastare, ma anche no.
Ci sono temi e tracce presenti in altri racconti lunghi, Primavera di bellezza e Una questione privata,  ma in questo romanzo l’accento è calcato sul senso di disfatta, di “sbandamento”, che non è - in riferimento all'uso del termine nel racconto - solo il momento in cui le formazioni partigiane si scompongono dopo il massiccio attacco dei repubblichini e dei tedeschi: è una condizione intima, individuale e collettiva, di fronte alla necessità di fare e alla disperata consapevolezza di poter fare poco più che pochissimo o niente.
[se pochissimo può dirsi liberare un paese sapendo di non poterlo “tenere” per più di 15 giorni, se pochissimo può dirsi offrire cibo e alloggio rischiando la vita, se pochissimo può dirsi affrontare il nemico ed esser certi della disfatta, se pochissimo, attualizzando e assolutizzando, può dirsi sopravvivere alle bufere della vita].
Oltre a Johnny, oltre ai suoi  compagni, ci sono i contadini. 
Quanta dignità, quanta. 
La vecchia della Langa e la sua cagna sono indimenticabili. 
(Vecchia a cinquantanni, urca)

Straordinario, rispetto ai romanzi brevi,  è il linguaggio: incrostato di parole ed espressioni anglofone [il mellow sole e la mareante erba], di aulicisimi [nictalopa curiosità e rapinosa tristezza], tessuto in fili di lancinante poetica bellezza.

Johnny andò verso una tetra notte previa d’un goalles giorno vuoto e fremitoso, e senza fine. Nel greve cielo dove le stelle erano, appuntate come sul velluto, un aereo gemeva, con una infinita coscienza di minuscolità, sempre sull’orlo del naufragio. Era un apparecchio di sconosciuta nazionalità, forse waged e pilotato da un moderno aeronautico capitano Nemo, che la voce popolare asseriva mitragliasse tutte le luci violanti l’oscuramento, in una fanatica istanza di tenebra assoluta.