lunedì 12 agosto 2013

Della Provenza e oltre: Avignone e Nimes (5).

Avignone - bastano  briciole di reminiscenze scolastiche sulla  storia medievale - è  associata ai papi.
Era la città dei papi. 
D’istinto si pensa a severità e austerità, rigore e magnificenza. 
Ora è la città del teatro. 
Questione di mazzo, mica lo sapevo prima che a luglio vi è il festival del teatro. 





Avignone mi è parsa così: gggiovane, briosa, vivace, alternativa.
Il grande boulevard  affollatissimo,  un fiume di gente tanto che pareva di stare ad una   manifestazione, con frequenti  ingorghi causati da soste attorno  ad  artisti di strada, giocolieri, musicisti, attori travestiti o ”in borghese” che pubblicizzano il proprio spettacolo, locandine teatrali appese su ogni pizzo, legate da cordoncini di spago: sui muri dei monumenti, sui pali dei semafori, tra una ringhiera di balcone e un’altra, sugli alberi e sui cassonetti dell’immondizia. 
Ho incocciato persino l’uomo sandwich che portava in giro sul cartellone la propria faccia, essendo di pirsona pirsonalmente il  protagonista di una  pièce teatrale. 
Oltre ai millanta piccoli teatri   sparsi un po’ dovunque in città e nei dintorni,  c’è anche il multisala, un edificio che ospita in contemporanea (proprio come i cinema multisala), almeno una decina di spettacoli teatrali.

Dunque, se si vuol visitare Avignone, occorre tener presente che luglio è il periodo migliore, anche se penso che lo spirito “alternativo” in qualche modo abbia contaminato definitivamente il luogo.
Ecco, ad esempio, mi è suonato strano (ma può darsi sia una prassi diffusa e comune anche altrove, sono ignurante) che le severissime stanze del palazzo dei papi possano accogliere  una mostra di arte contemporanea, “Le Papesse”. 
Il link della mostra è questo.


E’ risaputa la mia caproneria nei confronti dell’arte contemporanea,  e di certo anche stavolta non ho potuto fare a meno di pensare, eccheccazz, ma che roba è.
Mi riservo, una volta finito il diario di viaggio a puntate, e quando  l’ispirazione si sarà impossessata di me,  di dare il mio intuitivo contributo alla scoperta dei sensi riposti in opere di grandissimo impatto emozionale e cerebrale, come queste:

Un uomo

Princi-pressa

Animae
(i titoli delle opere non sono reali, ma illegittamente da me medesma assegnati)


Nimes è una città fuori rotta, ovvero amministrativamente non fa parte della regione Provenza, Alpi e costa Azzurra, ma di Linguadoca- Rossiglione, pur essendo affine, per moltissimi  versi, ad Arles.
E’ conferma di  quanto la questione  dell’artificiosità dei confini amministrativi,  che vale in Italia come in tutti gli altri posti del mondo, sia sempre tale.

Anche a Nimes c’è il colosseo in miniatura – pare che sia quello meglio conservato tra tutti gli anfiteatri costruiti dai romani – e anche qui viene usato come  spazio per manifestazioni e spettacoli, tra cui le corride. 
A Nimes, visitata in poche ore,  ho percepito un senso di grande orgoglio cittadino (noi simm ‘e meglio, tanto per intenderci).
Sarò stata condizionata dal film in 3 D visto alla Maison Carrée, dove in 22 minuti viene ripercorsa la storia di Nimes attraverso le figure dei  suoi migliori cittadini (insomma, 4 o 5 dall’età romana ad oggi).
L’ultimo è il torero Nimeño II, la cui statua in bronzo si staglia davanti all’anfiteatro. 


[Mi chiedo comm’è che gli amministratori napoletani non abbiano ancora pensato di erigere una statua di marmo di Diego Armando Maradona detto el pibe de oro davanti allo stadio di Fuorigrotta, anzi, in mezzo a piazza Plebiscito, re tra i re.]

Quello che davvero vale la pena di vedere a Nimes sono i giardini, e solo i più ardimentosi (lo sono stata!! Con la vertigine costante, la tachicardia, l’affanno, il cuore nelle orecchie, l’ho fatto!!) potranno spingersi fino alla vetta della Tour Magna, che della struttura  romana conserva solo parte degli  esterni,   mentre dentro c’è una spiralissima scala a chiocciola che porta in alto, su una sorta di piccola terrazza a mezzaluna,  da cui si può osservare  il panorama della città. 
(la prossima volta non lo faccio manco se pagano loro a me)
E' bello arrivare ai giardini percorrendo Quai de la Fontaine, un bel viale alberato tagliato da un canale in cui guazzano un cuofano di pesci.
Guardare i pesci, guardare gli alberi.
Guardarli con molta attenzione, magari mettendosi a testa in giù.


(fine quinta puntata e penultima puntata)

sabato 10 agosto 2013

Della Provenza e oltre: Les Baux e Arles (4)

La Provenza  non è solo  lavanda e fiorellini sui tessuti e imposte tinteggiate di viola. 
E’ anche cultura, arte, etc etc. 
(dovrò farmi pagare dall’ufficio del turismo delle provincia francese Provenza, Alpi, Costa Azzurra e da quelli dei vari dipartimenti)

Quarta tappa/puntata: Les Baux e Arles.
Arles vista da Les Arènes

Arles è una città strategica. Ivi facendo base, si possono agevolmente visitare tante località diverse, dalle Camargue ad Avignone, da Nimes a Les Baux. 
Les Baux è quella meno distante (meno di una ventina di chilometri).
Non credevo che esistesse davvero il Signore di Baux, pensavo fosse una menestrelleria di Branduardi, pura invenzione.





(tra l’altro, i  Signori di Baux dal 1600  sono i Grimaldi  principi di Monaco – e marchesi di Baux- , anche se l’amministrazione effettiva è francese, ma ciò spiega   perché vi sia una  targa adulatoria e celebrativa  e commemorativa in una struttura del villaggio che ospita una mostra fotografica)
La canzone di Branduardi è  evocativa, cupa, tesa, misterica e misteriosa.
Les Baux ha poco di misterioso.
Les Baux
E’ davvero un borgo costruito sui sassi, sugli spuntoni di roccia, e da lontano è piuttosto suggestivo vedere i torrioni spiccare sui monti, rocce tra le rocce. 
E' attorniato da un vastissimo parcheggio – il nuovo borgo nomade/meccanico -, e nelle viuzze della cittadella è un susseguirsi di negozi di souvenir e paninoteche e ristoranti. 
Non ci abita nessuno, a Baux.
I signori di Baux spariscono di notte, a meno che non si faccia qualche bella manifestazione. 
Certo, nel momento in cui il traffico turistoide si allenta, e in alcuni vicoletti in cui difficile sarebbe stato piazzare il barettino o il negozietto,  con un certo sforzo, si possono immaginare gli scalpiccii dei cavalli  e i gridi dei falchi ( le iaculatorie dei monaci).

Il castello di Baux è visitabile a pagamento. 


E' anche abbastanza  caruccio (9,50 euro a cranio) la verità, considerando che ben poco oltre le mura esterne restano dell’antico maniero. 
Però  vi sono una serie di interessanti plastici che ricostruiscono la storia  del castello, il modo in cui si è esteso nel tempo inglobando tra le mura il borgo.
A disposizione dei visitatori vi è  anche un'audioguida multilingue che delucida filo filo sui vari edifici e sui resti delle murazioni.
(io non sono riuscita  a percorrere  tutte le “stazioni” , stante il solleone  e la temperatura rovente: una via crucis).

Anche gli orari degli spettacoli, tra cui il lancio della catapulta e il duello medioevale, poco più che delle scenette di animazione adatte ai bambini in un villaggio turistico, naturalmente a bambini parlanti francese, non sono proprio dei più felici. 
Da evitarli in generale, ma da evitare soprattutto quelli delle 13,30  e delle 14,30 a meno di non voler provare il brivido dell’allucinazione.
http://www.chateau-baux-provence.com/en/events/medievales-baux

Anche Arles è una città strana. 
Un ammescafrancesco di stili, l’anfiteatro romano attaccato ai palazzotti provenzali attaccati alle case in cemento armato attaccati alle chiese ottocentesche.
Ha il sapore paradossale di qualcosa quasi in disuso, ma in senso pittoresco e anche picaresco.
E’ fascinosa e talora birbantemente sorprendente.
(penso al moai che fa cucù da una finestra, ai murales, alle varie espressioni della street art)
Anche qui di  sera  per strada c’è pochissima gente, e chi c’è fa un po’ come gli pare. 
(Può essere che dalle 20  alle 22 vi sia il coprifuoco pro cena, boh)
Mi ha impressionato un ragazzo che faceva le acrobazie in bicicletta (bvavò, bvavò!!) nella piazza della Repubblica – La Piazza - , saltando con una ruota sola sui gradini della cattedrale, l’  Église Saint-Trophime,  roteando e capriolando attorno all’obelisco, senza importunare alcuno. 
(i quattro gatti vaganti si disperdevano sul bordo piazza) 
Insomma, la vedo dura per un ciclista acrobata esprimersi così in piazza del Gesù a Napoli, in una calda serata di luglio, ad esempio.
Comunque bella è Arles.
Bello e suggestivo è l’anfiteatro, Les Arènes, che non è pietra morta come il Colosseo de Roma,
ma ospita spettacoli coi cavalli, coi tori, insomma continua a vivere nella e con la città.


Ma sopra tutto mi ha affascinato l’Espace Van Gogh.
Un tempo era un ospedale, quello in cui fu ricoverato Van Gogh quando si tagliò l’orecchio, e dove dipinse, ritraendolo dal vero, il giardino.
Il Giardino è stato conservato così come l’occhio del pittore lo aveva immortalato, con le aiuole colme degli   stessi tipi di piante e di fiori.
Espace Van Gogh




L’Espace Van Gogh è un luogo fricchettone. 
(lo sono anche i visitatori che lì si trattengono)
Ho pensato, a latere, in un attimo di cinismo acuto, che i francesi sanno valorizzare pure le cacate delle mosche.
Non che l’Espace Van Gogh lo sia, però non ho potuto fare a meno di pensare a  quante cose in Italia  giacciono sotto incuria e indifferenza.








(fine quarta puntata. Qui la prima, la seconda e la terza. Coraggio, ne mancano solo due.)

venerdì 9 agosto 2013

Della Provenza e oltre: la terra delle ocre (3)

Apt è una città strana. Carino il centro storico,  pieno di gente, di pasticcerie e confetterie, molto “francese”.
Ma solo fino alle sette della sera.
Poi tutto chiude, tranne qualche ristorante e qualche gelateria.
(fino alle 22 e poco oltre, poi anche quelli…)
Il centro storico di Apt,  in  presa diurna e in presa notturna,  non  sembra lo stesso luogo.
Di sera diventa dominio di extraeuropei, o comunque  di  francesi  immigrati di seconda generazione.
(il francese parlato insieme all’arabo non mente)
Tutti maschi, naturalmente.
Rumorosi, caciaroni.
La volante della gendarmerie sfila veloce tra i vicoli.
(facendomi appiattire sui muri un paio di volte)
C’è qualcosa che non funziona bene in quella cittadina.
Tuttavia, Apt è un’ottima base d’appoggio per visitare la terra delle ocre e i villaggi fluviali.
Il mercato di fiori e frutta del sabato mattina, ben introduce al tripudio di colori  e alla stranezza delle forme di quella terra.  
Melanzane? Dal picciolino si direbbero melanzane.

Le zucchine gialle fanno un certo effetto.




Terza puntata/tappa: Roussillon e L’Isle sur la Sorgue.
La Provenza non è solo lavanda, tessuti a fiorellini e imposte dipinte di viola.

E’ anche fuoco.
Roussillon  nomen omen.
Il rosso, ma anche l’arancio, il giallo, tutta la gamma dei colori ocra, dominano il paesaggio.
Le case del villaggio hanno le pareti tinteggiate in tutte le sfumature e le declinazioni dell’ocra  e nonostante il paese sia pieno zeppo di turisti, vi si respira un’atmosfera slow, calma e pacifica.
Sono le montagne e  la grande spaccatura  che si apre  accanto al paese a fare da   serbatoio per i  colori.




Il canyon di Roussillon  a quelli australiani e americani fa un baffo e mezzo,  per intensità cromatica, per il senso di meraviglia che suscita.
Percorrere il sentiero delle ocre (visita a pagamento, naturalmente), addentrarsi  all’interno del canyon, è davvero emozionante.



Sembra di stare in un quadro, sulla tavolozza di un pittore, su un pianeta alieno, in un altro tempo.
(l’immaginazione galoppa, e non fa manco tanto caldo,  le chiome degli alberi forniscono rigeneranti pause ombrose)



Ad un paio di chilometri dal villaggio, c’è il Conservatoir des Ocres, un museo “esteso”,  che organizza millantanovecento attività.
In francese, naturalmente, e dunque chi può e vuol capire capisca.
Anche senza capire, di fronte all’infinità di colori in vasetti di vetro (la tattilità visiva!) che lo shop (il negozio, per i non parlanti inglese) del museo offre - una varietà che fa impallidire tutti le botteghe di prodotti per belle arti che abbia frequentato -  ho provato il desiderio di fare un’incetta colossale, tale da poter dipingere fino alla fine dei giorni.
Roussillon è il paradiso dei pittori.
(ma anche l’inferno)
Per averne un’idea:


Meno di 30 Km separano Roussillon da 

L’Isle sur la Sorgue.

E’ uno dei cosiddetti “paesi fluviali”,   con una caratteristica particolare:  il centro storico è totalmente circondato da uno dei canali nei quali si dirama la Sorga, sicchè  a tutti gli effetti è un’isola fluviale, e lungo il canale ci sono, funzionanti a tutto spiano, dei mulini, o forse è meglio dire delle ruote idrauliche,  alcune in ferro, altre in legno, alcune ricoperte di muschio, la cui funzione mi è tuttora oscura.
Tali ruote  conferiscono al paesello un che di favolistico.
(dove sono gli gnomi e le fate?)






La Sorgue  ha la sorgente a Fontaine-de-Vaucluse,  un  luogo cantato da Petrarca - chiare e fresche e dolci acque - e dopo averci messo i piedi dentro, non proprio nella sorgente, ma nei pressi, posso ufficialmente dichiarare che a distanza di 700 anni le sue acque sono ancora chiare e fresche, anzi no,  proprio fredde.
Una meravigliosa decongestione dopo  camminamenti feroci.

(il fiume, per una mediterrona come me, non è il mare, ma è talvolta uno splendido surrogato)




(fine terza puntata. Qui la prima e la seconda)

mercoledì 7 agosto 2013

Della Provenza e oltre (2)

Seconda tappa/puntata: piana di Valensole e dintorni.

La Provenza  non è solo  lavanda e fiorellini sui tessuti e imposte tinteggiate di viola, ma ci mancherebbe perdersela, una bella fioritura del profumato arbusto.Anzi, la verità proprio, il tuffo nel mare viola è stato il motore primo del  viaggio.
Un rischio, perché la fioritura avviene tra giugno e luglio, e boh, sarà stato  che l’inverno si è protratto a lungo (pare  impossibile, eh?), sarà che posticipano la raccolta in qualche appezzamento per il piacere dei turisti, fatto sta che di lavanda in fiore ce n’è  un montone. 
Vasti campi che si  inoltrano dal ciglio della strada fin sotto al bosco,  a disposizione dei viandanti. 

Non è facile  fermarsi lungo le stradulelle, soprattutto perché (e chi se lo immaginava) i francesi hanno una guida “sportiva”, ovvero corrono come i pazzi, fanno le curve a recchia  e si azzeccano al paraurti posteriore (alla faccia della distanza di sicurezza), sicchè manco il canzo di mettere le freccia e accostare e oillocò il campo era superato di qualche bel centinaio di metri.



L’immagine più bella, trattenuta solo dalla retina e dal cervello per i suddetti motivi, è quella di un campo di lavanda attaccato ad uno di girasoli attaccato al bosco attaccato al cielo. 
Una successione di colori di una intensità quasi dolorosa, tanto bella. 
Viola giallo verde azzurro, un incanto. 
Entrare dentro un campo di lavanda  è un’esperienza quasi mistica. 
I colori, l’odore, quelli si immaginano. Ma i suoni?
Un zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz continuato,  moltiplicato per il miliardo e mezzo di api e insettume vario. 
I cespugli di lavanda  sembrano  una massa compatta, ma in realtà sono dei filari, in mezzo c’è la terra  su cui zompettano altre varietà di animaletti,  e gli arbustelli fioriti  pungono pure un poco,  i fiori non sono morbidi. 
Insomma, tattilmente è quasi come  toccare il rosmarino. 
Però, cazzarola, che bello sentirsi completamente immersi nel  mare viola. 
La lavanda è un business overamente,  vendono i mazzetti a tre euro l’uno, quando poi ne cresce di spontanea un po’ dovunque.
Certo, sono cespugli selvatici sono  un poco spampinati e rachitici, ma il loro sporco dovere di profumare a vecchiarelli l’ambiente lo fanno uguale.
E i girasoli. 
Magnifici. 
Sono uno spettacolo meraviglioso che ingiustamente passa, rispetto alla lavanda, in secondo piano.

Valensole, la “capitale” della lavanda, vale una sòla.
Insomma, niente di che, a meno che nei giorni della festa della lavanda  non si trasformi totalmente.
Valensole  è l’unico borgo in cui  gli addetti al turista non sono tanto gentili (e manco tanto intuitivi).
Perché è vero che  ne parle pas le français,  ma chiedere in un bar un te freddo, te cold, estathe, insomma, non è una richiesta impossibile da afferrare. 
(come si dirà mai in francese te freddo??)
E invece del te freddo portano l’acqua tonica con il limone. 
Allora si riformula l’ordinazione, te, the, tè, tìì, e chiossape che avranno pensato, che a sud della Francia si è abituati a farsi il bidet nello stomaco nonostante i 35° di temperatura esterna, così, giusto per rinfrescarsi un poco, e portano una graziosa teiera piena di acqua bollente e la bustina da infusione con la sua fetta di limone. 
Graziosa presentazione, non c’è che dire.


A poco più di 40 km da Valensole c’è il paesiello di  Forcalquier. 
Famoso per le fontane, poste per lo più  al centro di vivaci piazzette, oltre la cattedralona ha  una chiesetta abbarbicata (e quando mai) in cima alla muntagna. 
Insomma, val più la pena di fare un bel giretto qui, fermarsi a bere qualcosa, piuttosto che a Valensole. Nei dintorni c’è il priorato di Salagon, un complesso in cui oltre al museo vi sono dei giardini tematici con moltissime specie di piante. 
Anche questo, come Bauduen, occasione persa. 
(ahhh, le scoperte tardive, mannaggia!!)



(fine seconda puntata. La prima  qui )

martedì 6 agosto 2013

Della Provenza e oltre: il Verdon (1)

E’ una delle prime cose che Madame, una collega insegnante di lingua francese,  spiega ai ragazzini: i francesi sono nazionalisti, non usano parole straniere, ad esempio dicono  ordinateur, non computer.
(ma come si fa? persino in Burundi, eccheccazz) 

Effettivamente, fuori da Parigi e dalle grandi città, i francesi parlano quasi esclusivamente francese. 
In provincia però sono molto più gentili e cortesi che a Parigi e nelle grandi città, e dato che non spiaccicano non dico l’italiano, che non è spiaccicato manco dagli italiani, ma neanche un poco di inglese maccheronico,  sono  inclini a parlare con le mani e con i gesti (le orecchie del coniglio, le corna del toro).
E chi non parla francese fa altrettanto, si arrangia come può. 
Pollution de l'air. Levez les pieds.
Questa scritta lampeggiava su un cartellone luminoso sull’autostrada, a Menton, appena varcato il confine.
A me che  ne comprends pas le français,  sembrava volesse dire:
Lavate i  piedi (puzzoni) per non inquinare l’aria. 
Oppure, alzate in alto i piedi (puzzoni) e inquinate l’aria.
A proposito di puzzonerie, ancora non mi capacito sull’assenza del bidet. 
Bidet non è soltanto parola francese.  E’ un  figlio partorito e abbandonato.
(perdona loro che non sanno quello che hanno fatto!!)
Ma ci passo volentieri, sul bideicidio, e pure sul nazionalismo, perché in 10 giorni ho visto meraviglie. 

La Provenza  non è solo  lavanda e fiorellini sui tessuti e imposte tinteggiate di viola. 
E poiché da scrivere ci sta troppo, e pure troppo da ricordare, sperimenterò il resoconto di viaggio a puntate. 

Prima tappa/puntata:  gole del  Verdon e  Moustiers-Sainte-Marie e dintorni.


(si incazzeranno gli abitanti, dipartimento del Var, ad essere chiamati provenzali?)

Il lago di Sainte Croix e le montagne che ivi si specchiano sono un paradiso per  chi ha occhi e per gli amanti degli sport estremi: arrampicate a mani nude, arrampicate con il culo sulla bicicletta in pendenze al 75%, rafting, lanci e tuffi.
Per i mollicci come me, è un paradiso solo per gli occhi:  il massimo dell’estremo è una sfiancata in pedalò, a cui si deve necessariamente  aggiungere il rischio autoscontro (natantescontro?)
Di mollicci è pieno il fiume. 
Però mi aggrada che tutto sia libero, trovi da parcheggiare e ti fiondi sulla riva o sotto un albero, nessuno stabilimento balneare,  nessuna privatizzazione. 
Però dove mi sono fiondata io manco  nessun chioschetto per il beveraggiamento, mannaggia (è assolutamente necessario attrezzarsi , pena il rischio di tuffarsi e bere nelle fresche ma non proprio chiare acque del lago), solo le baracchelle presso le quali, previa lista da attesa (Comme tu t’appelle? Name, name. E poi, con il megafono: Cristine, Cristiiiine,  Luciò, Luciòòòòò!) è possibile affittare i pedalò le canoe i pneumatici da galleggio le tavole da windsurf e relative pagaie. 
(un’ora per il pedalò 15 euro, no scontrino, no carta di credito) 


A Moustiers-Sainte-Marie invece il parcheggio è un problema,  a meno di non voler conteggiare qualche altro chilometro in salita oltre la visita del paesello, tutto arroccato su una montagna, attraversato da fiumicello e cascatella. 
Graziosissimo, affollatissimo, turisticissimo. 
Occorrono poi polmoni d’acciaio e un clima clemente,  non certo i 35° e il sole a spaccapietre, per giungere alla trecentesca  Chapelle Notre-Dame de Beauvoir e al decantato sublime paesaggio che da li  si gode. 
La chiesetta e la stella dorata che congiunge due versanti della montagna li vedrò  da vicino la prossima volta. 
In autunno, o in  primavera , o quando  deciderò di smettere di fumare. 
[Mai. 
Occasione mezza persa.]

E tutto sommato, non val la pena  fermarsi a Les Salles sur Verdon.  
Di centri turistici spuntati  come funghi negli ultimi anni ce ne sono a bizzeffe in ogni dove.
Bauduen invece…
Mannaggia, solo di sfuggita! 
[occasione persa per intero]

(fine prima puntata)

lunedì 8 luglio 2013

Miss Charity



Miss Charity, la protagonista del romanzo –  ispirata da Beatrix Potter,  personaggio realmente esistito di cui non conoscevo nulla se non i suoi disegnini,  di Potter mi sovvenivano solo Harry  & Compagnia - è nata in un tempo sbagliato, quando era SCONVENIENTE per una ragazza, per dirla con le parole della signora madre, studiare le scienze (studiare in generale, tranne che il francese, il canto, il pianoforte), andare ai balli se non per trovare marito, sposare un uomo che lavora per vivere  e soprattutto  lavorare per vivere. 

La respectability di età vittoriana.


Tuttavia, prima ancora che lo auspicasse Virginia Woolf,  Charity riesce ad avere  una stanza tutta per sé.
Da bambina era la nursey, che condivideva con bestie e bestioline , non solo coniglietti e anatre. 
Zoccole.
Topi e ricci (le  mancavano solo gli scarrafoni) per riempire la solitudine 
“E poi ripenso a voi, Signora Passettini, a voi che avete salvato quella bambina dalla follia, perché con i vostri occhi come chicchi di caffè, i vostri baffi sfrontati e il calore del vostro corpo, eravate semplicemente la vita, la Vita.”
Amici che animerà con gli  acquerelli e che grazie alla doppia  regola delle tre S – “Sterline, scellini, soldi” e “… Studio, Saggezza e Sacrificio. Lo studio e l’applicazione svolti con la saggezza dell’esperienza e che poggiano sul paziente sacrificio del lavoro.”  -  la renderanno, forse, indipendente e  libera. 


Di Marie-Aude Murail avevo già letto due libri deliziosi, immediatamente infilati nella lista letture dei miei ragazzini.
Ha una mano lieve e ironica, la Murail. 
Charity, la voce narrante, è un personaggio intenso e affascinante  e anche il modo in cui racconta, intessendo  il ricordo in prima persona con “stralci liberi” di conversazione, quasi come in un copione teatrale, è vivido e accattivante.
Così:
“Da diversi anni, e forse da quando ero nata, mamma si aspettava di vedermi finire zitella. La notizia del mio matrimonio l’avrebbe certamente sconvolta. Decisi di procedere per tappe, all’ora di cena. 

IO
Sarete sicuramente felici di sapere che ho ricevuto una proposta di matrimonio, oggi.

MAMMA, totalmente incredula
Ma sentiamo!

Per l’effetto della sorpresa, papà aveva appoggiato le posate. 

IO
Forse desiderate conoscere il nome dell’imprudente che aspira alla mia mano?

PAPA’
In effetti.

IO
Si tratta di Mr Marshall King
[…]

IO 
Non è un librario, mamma, è qualcuno che pubblica libri.

MAMMA
E che li vende! E’ qualcuno che si guadagna da vivere vendendo i libri! Albert, dite qualcosa!

PAPA’ 
Credo che facciate confusione tra libraio e editore.

MAMMA
Uno o l’altro, è comunque uno che si guadagna da vivere.

Ebbe un brivido

MAMMA
Sento che sto per svenire. Chiamate Gladys. "


La Murail riesce perfettamente nell’intento di reinterpretare  una certa letteratura   “al femminile”, come è esplicitato nell’aletta di copertina -  “Un omaggio a Jane Austen, un romanzo per ragazze di ogni età” -  attraverso  la  figura forte e fragile di Charity,  capace di travestirsi da uomo ed entrare in una fumeria di oppio ma anche di sospiranti svenimenti,  e attraverso tanti altri  interessanti personaggi (Tabitha la folle, Ulrich e Mr Ashely, il cuginato) agenti su un  tessuto sociale e culturale di notevole concretezza, pur se abitato da pindarismi – far convergere nella vita di Charity  sia Bernard Shaw che Oscar Wilde, ad esempio.


“Noi abbiamo, in quanto editori per la gioventù, una missione sacra, Miss Tiddler. Perché i nostri libri devono sì sedurre i nostri piccoli lettori, ma per meglio preparare i loro animi al Bello, al Buono,  al Bene.”
Nonostante non siano categorie universali,  ma dettate dalla cultura e dalla società, mi sembra che anche il libro della Murail  risponda alla regola delle tre B.

Tuttavia. 
Non mi piacciono i “libri per ragazze”,  ne  scoraggio la lettura in ogni modo. 
Non  credo di inserire Miss Charity  nella lista di libri consigliati ai miei alunni, come ho fatto per  Oh, boy e Mio fratello Simple, perché  non immagino nessuno dei miei ragazzini leggerlo con piacere.
(Già lo vedo,  Pasquale il lettore, a sbuffonchiare e borbottare)

Ma le contraddizioni sono la linfa dell’animo umano, e  non posso negare  che alla ragazza della mia età che sono io,  sia  piaciuto parecchio.
(lo suggerirò in via informale solo alle femmine)

sabato 6 luglio 2013

I hate shopping

Detesto lo shopping. 
Lo detesto in tempi di pace ma soprattutto in tempi di guerra, in tempi di saldi.
Che poi, tra le miliardate di offerte promozionali, di sconti straordinari e generici o abituali e ad personam, il saldo che è?
Allodole, allodole. 
Tranne per i  negozi  a cui non posso accostare né prima né dopo – una magliettina  passa da euro 260 a euro 210,  da briscole a bruscoline, sticazzi che differenza! – ho sempre l’impressione di veder spuntare i rimasugli dal cascione.

Detesto lo shopping. 
Misurare, provare, indossare: depressione. 
Sono impietosi, i camerini, con le luci sparate e gli specchi che  rivelano ogni grammo di cellulite, che esplorano l’intera grafia venosa, che evidenziano in triplice prospettiva il peso della gravità. 
E magari  pure ti capita il culo di adocchiare, tra tanti capi demodè o difettati,  un vestitino caruccio, uh, che delizia. 
Lo è soltanto appeso alla gruccetta però,  dato che la prova camerino dimostra che non è tutto oro quello che luccica. 
Insomma, meglio dir così che immaginare quanto sarebbe bello esser secca secca, un’esperienza possibile tanto quanto essere maschio. 

Detesto lo shopping. 
Adoro il mio rassicurante armadio di paperino. 

venerdì 28 giugno 2013

Calvino e Ponge: i maestri, le cose, le parole

"Chi arrivava a interessarsi a un libro diventava automaticamente schiavo della lettura. Un libro ti rimandava ad un altro libro, un autore a un altro autore, perchè, al contrario di quel che si suol dire, i libri non risolvevano i problemi ma ne creavano, di modo che la curiosità del lettore restasse sempre insoddisfatta. "

Signora in rosso su fondo grigio  -  Miguel Delibes


E così andò a finire che da Calvino, mon amour, approdai a Ponge. 

Scriveva Calvino nelle “Lezioni americane” : 

“Ponge per me è un maestro senza eguali perché i brevi testi de Le parti pris des choses e delle altre raccolte che proseguono in quella direzione, parlino essi della crevette o del galet o del savon, rappresentano il miglior esempio d’una battaglia col linguaggio per farlo diventare il linguaggio delle cose, che parte dalle cose e torna a noi carico di tutto l’umano che abbiamo investito nelle cose. Intenzione dichiarata di Francis Ponge è stata quella di comporre attraverso i suoi brevi testi e le loro elaborate varianti un nuovo De rerum natura; io credo che possiamo riconoscere in lui il Lucrezio del nostro tempo, che ricostruisce la fisicità del mondo attraverso l’impalpabile pulviscolo delle parole.”


Chi cacchio l’aveva mai sentito nominare,  Ponge.
[pongo la plastina,  pingu il pinguino di plastilina, s-ponge-bob la spugnettina, un florilegio di associazioni mentali indebite]
Persino santawikipedia, del maestro, del Lucrezio dei nostri tempi, riporta poche scarne notizie.
Eppure Calvino con Ponge ci aveva  proprio la fissa, tale da  parlarne  anche in Perché leggere i classici.

Dovevo verificare, dovevo sapere, dovevo scoprire. 
Ho verificato, ho sperimentato, ho scoperto.
Ho letto Il partito preso delle cose. 
(veramente mi è venuto il prenillo di rileggerne qualche passo, e dunque)
Scrivevo, la prima volta, che Ponge effettivamente ricostruisce la fisicità del mondo attraverso le parole.
Ne descrive la  materialità, la fisicità  in una prospettiva che esclude il dato sentimentale, affettivo, filosofico, concettuale, per concentrarsi sulla "essenza" delle cose,  inducendo l’osservatore, ovvero il  lettore-soggetto pensante, a restare sospeso e messo a parte di fronte alla "evidenza" ontologica degli oggetti descritti. 
Le descrizioni danno a forme note - acqua, candela, una giovane madre,  pane, ma anche  pietre e “ciottoli”, materia inorganica per eccellenza -  una sorta di "vitalismo" anomalo, surreale, forme vitali inserite nel grande circuito del divenire universale. 
Ponge  tenta di fondare una  sorta di "neo-naturalismo materialista" che invita a "riproporzionare" l'umanità, e il poemetto "Appunti per una conchiglia" ne è il manifesto (ed uno dei segmenti più riusciti). 
Il titolo originario del libro è "Parti pris des choses, compte tenu des mots". 
Non si può fare a meno di "descrivere" senza tener conto del linguaggio, delle parole. 

Pensiero a latere numero uno. 
Azz, i maestri (Calvino incluso).
Stima e rispetto, ma anche distacco: non esistono vestiti che vadano bene per tutte le stagioni. 

Pensiero a latere numero due.
A volte le parole non bastano, non servono, non possono dire.
Diventano pura e vuota retorica. 
Sarebbe meglio dosare le parole  con il contagocce, preferire  l’ascolto e lo sguardo silenzioso. 

E comunque. 
Riporto alcune "descrizioni" tratte dal libro  di Ponge, caso mai la curiosità…




La candela 
La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra.
La sua foglia d’ora si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo.
Le farfalle povere la assalgono preferendola alla luna troppo alta, che vaporizza i boschi. Ma subito bruciate o sfinite bella battaglia, tutte fremono sull’orlo di una frenesia vicina allo stupore.
Intanto la candela, con il vacillare dei chiarori sul libro nel brusco sprigionarsi dei fumi originari, incoraggia il lettore – poi si inclina sul suo piatto, e affoga nel suo alimento.

Gli alberi si disfano 
all’interno di una sfera 
di nebbia 
Nella nebbia che circonda gli alberi, le foglie sono loro sottratte e queste, sconcertate da una lenta ossidazione, e mortificate dal ritirarsi della linfa a vantaggio di fiori e frutti, fin dalle grandi calure di agosto già erano meno attaccate ad essi.  Nella scorza si scavano canaletti verticali attraverso cui l’umidità del suolo è portata a disinteressarsi alle parti vive del tronco. I fiori sono dispersi, i frutti vengono deposti. Dalla più tenera età, rassegnare qualità vive e parte dei loro corpi è diventato per gli alberi un esercizio familiare.

Il pane
La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.
Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.
Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…
Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.

Il ciclo delle stagioni
Stanchi di essersi contratti per tutto l’inverno, gli alberi all’improvviso si lusingano dell’essere ingannati. Non ce la fanno più: lasciano andare le parole, un flusso, un vomito di verde. Cercano di raggiungere un infogliamento completo di parole. Tanto peggio! Tutto si metterà in ordine come potrà! Ma, in realtà, si mette in ordine! Nessuna libertà nell’infogliarsi… Lanciano, perlomeno lo credono, parole qualsiasi, lanciano gambi per appendervi ancora parole; i nostri tronchi, pensano, ci stanno per assumersi tutto. Cercando di nascondersi, di confondersi gli uni negli altri. Credono di poter dire tutto, poter ricoprire il mondo interno con parole variegate: non dicono altro che “gli alberi”: neanche capaci di trattenere gli uccelli che se ne volano via, mentre essi si rallegravano di aver prodotto fiori così strani. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo di spiegarsi, e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a se stesse, simmetricamente sospese! Tenta, ancora una foglia! – La stessa! Ancora un’altra! La stessa! Niente insomma che possa fermarli se non improvvisamente questa riflessione: “Non si esce dagli alberi con mezzi di alberi”. Una nuova stanchezza, un nuovo capovolgimento morale. “Lasciamo che tutto ingiallisca, e cada. Venga lo stato taciturno, lo spoglio, l’AUTUNNO”.

Il pezzo di carne
Ogni pezzo di carne è una specie di fabbrica, mulini e frantoi per il sangue.
Tubature, altiforni, vasche vi coabitano con i magli, con i cuscini di grasso.
Il vapore vi sorge, bollente. Fuochi cupi o chiari avvampano.
Ruscelli a cielo aperto trascinano scorie con il fiele.
E tutto ciò si raffredda lentamente verso la notte, verso la morte.
Avvengono subito, se non la ruggine, per lo meno altre reazioni chimiche, che emanano odori pestilenziali.

venerdì 14 giugno 2013

Gli esami non finiscono mai...

Il leitmotiv ricorrente nei corridoi, nelle aule, nel giardino e nella sala professori è “ma che la facciamo a fare questa presa in giro, è meglio che lo tolgano di mezzo, come alle elementari”.
Non è solo questione di abboffamiento da scartoffie, o di marcata  indisponibilità o incapacità a far da prestigiatori coi numerielli, ora che i giudizi sono stati sostituiti esclusivamente dai voti - non è cosa bella ammettere all’esame con una media e licenziare con una più bassa, non ammettere chi ti ha fatto schiattare in cuorpo tre anni? meglio levarsele da torno,  dopo  che abbiamo ammesso non  possiamo bocciare all’esame, che figura facciamo.

La presa di coscienza di un dato di fatto.
(una strunzata, ma che non si sappia in giro.)

Non avrebbero dovuto toglierlo neanche alle elementari: l’esame è (era) un  rito di passaggio.

Poi  capita, che tra tanti rodimenti di fegato,  Vincenzo, l’allampanato, il riluttante, lo strafottente, il ritardatario perenne al mattino perché il bar ha fatto tardi a cacciare la pizzetta , Vincenzo che nei compiti in classe al massimo  scriveva cinque righe striminzite e sgrammaticate, pressoreeeeeè, mi sfàsterio, ammesso all’esame – lui e tanti altri, come dice un collega, per santa intercessione della madonna del carmine –  sta lì seduto concentrato per tre ore di seguito, e scrive e scrive, tanto che  non credi a tuoi occhi.
Lo leggi, il compito di Vincenzo, che dentro le parole ci mette le paure e i ricordi, le ingenuità della sua età, e l’impegno e lo sforzo di utilizzare una lingua così diversa da quella parlata, e ti commuovi, e il sette/dieci che scrivi a caratteri quasi cubitali sulla facciata (maledetti indicatori!) vale più di un 10 e lode, e non puoi fare a meno di lasciare l’aula delle correzioni e andare in quella d’esame,  nella pausa tra le prove di lingue straniere, e abbracciarlo, bravo Vincenzo, e speri che faccia il bis, il ter, il quater, che non dimentichi gli elogi così plateali, così fuori luogo.

Che me ne fotte, del fuori luogo.

Nonostante gli esami, oggi sono stata felice. 

domenica 9 giugno 2013

Contr-azioni

Stamattina ho visto un video.
Questo.



Due minuti, una misura ideale per la mia capacità di applicazione e di attenzione. 
Non mi interessano le questioni di lana caprina, quanti Ammmericani e quanto Novecento, e quante arraffazzonature.
(sul Novecento è indiscutibile che in pochissimi anni ci sono stati cambiamenti che hanno modificato radicalmente la faccia del pianeta e  il modo di vivere dei suoi abitanti. 
Internet dove mancano pure le fogne e i cessi, insomma). 

In quale periodo storico ti sarebbe piaciuto vivere, mi ha chiesto una volta.
Adesso. In questo periodo. 
Dubito che sarei potuta essere Cleopatra, o una zarina, o Vittoria Colonna, in un altro periodo storico. 
Sarei stata una serva della gleba, una schiava, una contadina, un’operaia delle filande, marò. 
Meglio mò.  
Anzi, mi sarebbe piaciuto essere una nativa digitale, sarei voluta nascere un ventennio e più dopo, che figata, sarei ancora una pulzelletta.

Ho pensato a quanti mattoni ci sono dietro ognuna delle nostre più fesse abitudini, alzarsi dal letto (il letto), scendere o salire le scale, lavarsi i denti con lo spazzolino, prendere l’autobus, andare a fare la spesa – comprare l’ananas  e il mango anche in Scandinavia – telefonare per avvisare che si è in ritardo, e anche ammesso che si  voglia andare a vivere nel faro, chi non si  porterebbe  l’impermeabile con cappuccio in tela cerata per ripararsi dal vento, la tachipirina per il mal di capa?
E puta caso si voglia   rinunciare alle medicine chimiche,   le pasticchette omeopatiche,  se non le avesse preparate qualcun altro, in quanti sarebbero  capaci di prepararsele  da soli?
(all’eliminazione del dolore non rinuncio manco morta)

Non potremo mai più tornare indietro.
(la decrescita felice di sti cazzi, è proprio un’utopia di quelle con la U)

Mi ha attraversato una stranissima  duplice ossimorica sensazione: onnipotenza e impotenza. 
Onnipotente e impotente come chi si trova in cima alla scala che altri, piegando le schiena e facendo da gradino, uno sull’altro, hanno preparato affinchè potesse salirvici sopra, a guardare le stelle in avanti e il baratro alle spalle, o anche  le stelle alle spalle e il baratro in avanti.
Non mi sono guadagnata niente di quello che ho. 
Né lo spazzolino, né l’impermeabile, né la tachipirina per il mal di capa.
Se da un lato posso dominare con uno sguardo il passato - dominarlo - il futuro non  riesco  a immaginarlo, anzi, non posso che immaginarlo catastrofico.
E comunque,  qualunque cosa io faccia non potrà cambiare di un decimo di micron una beata minchia. 
Sentirmi un granello di sabbia già sarebbe qualcosa. 
E invece, dominatrice del passato,  manco quello.


mercoledì 29 maggio 2013

Chiacchiere da bar

Ho un debito, con Stefano Benni. 
Mi ha garantito la sopravvivenza in molte ore di sostituzione. 
Ero al mare, non troppi anni fa, quando lessi il suo primo libro di racconti, Bar sport 2000
So benissimo che i benniani (bennisti?) della prima ora ritengono insuperabile il primo Bar sport,  quello della Luisona, che non so chi sia, ma è diventata mitica anche solo come significante. 
Errata corrige.
Proprio mò, in contemporanea alla scribacchiazione del tributo al Benni d’annata (che ancora rosico per Le beatrici, insomma, un tanto a parola, mi è sembrata una raccolta fatta per batter cassa), per curiosità e sempre grazie a santaWikipedia ho scoperto che la Luisona non è, come immaginavo, la proprietaria tettona del bar, bensì la decana delle paste da vetrina. 
(mi si è spoetizzata l’immaginazione)
Vabbuò.
Insomma,  ho cominciato dal mezzo,  e in quel mezzo del Bar sport 2000 c’è un racconto, Sigismondo e Vittorina, grazie al quale dal settembre successivo ho amabilmente intrattenuto platee di mucchette e vitellini coriacei e resistenti all’attenzione, certo, facendo le vocine e lanciandomi persino nel canto di pensiero stupendo (forse l’istupidimento da esso derivato ha potuto più delle parole, mah, mistero), creando la giusta suspense per sparare i sette finali diversi, 
anche se censurando talvolta quello dello stupro, per evitare inconsulte ovazioni.

Da quell’estate in cui ho scoperto Stefano Benni, non sono più riuscita a non associarlo all’utilizzazione didattica. 
Naturalmente ne ho sempre tratto anche personale godimento, sensazione di rilassatezza, sorrisino e  anche qualche oooh  di fresca meraviglia (forse non tanto con Achille piè veloce), e tuttavia  ad ogni libro acquistato  il primo pensiero  è sempre vediamo se trovo qualcosa che mi possa servire per

Ne “Il Bar sotto il Mare” ce ne sono un montone, di spunti per.
Da settembre  farò man bassa. 
A me già ha intrigato  la copertina, un improbabile ammescafrancesco di personaggi,  e sono loro - visibili e invisibili -  che raccontano, “perché chiunque entra nel bar sotto il mare deve raccontare una storia”.
Compresa la pulce del cane. 
(compresi voi, cari mucchette e vitellini, facciamo che dobbiamo inventarne una con un mangiatore di fuoco, un clown innamorato, una donna cannone)
L’eterogeneità dei personaggi si riflette nella varietà delle storie: Benni utilizza  le strutture narratologiche dei generi letterari più disparati, dalla fantascienza al mistero, dal giallo al romanzone d’ammore (quello russo poi, gote infiammate e cuori in palpitazione), dall’epistola al mito e alla fiaba, tutti trattati con la cifra bulimicamente ironica e agrodolce che gli è propria.
Ce n’è qualcuno un poco così cosi, ma alcuni mi sono piaciuti proprio tanto: il cattivissimo La chitarra magica, il saporitissimo Il più grande cuoco del mondo, e poi la splendida sfida di insulti, rutti e vino e salsicce  tra i sompazziani doc Achille e Ettore per il possesso di una bicicletta, e la chicca, il Verme Disicio, che qui riporto.

“Di tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è sicuramente il più dannoso. Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia. Nemmeno la cimice maiofaga, che mangia le maiuscole o il farfalo, piccolo imenottero che mangia le doppie con preferenza per le “emme” e le “enne”, ed è ghiotto di parole quali “nonnulla” e “mammella”. Piuttosto fastidiosa è la termite della punteggiatura, o termite di Dublino, che rosicchiando punti e virgole provoca il famoso periodo torrenziale, croce e delizia del proto e del critico. Molto raro è il ragno univerbo, così detto perché si ciba del solo verbo “elìcere". Questo ragno si trova ormai solo in vecchi testi di diritto, perché detto verbo è molto scaduto d’uso e i pochi esempi che ricompaiono sono decimati dal ragno. Vorrei citare ancora due biblioanimali piuttosto comuni: la pulce del congiuntivo e il moscerino apocòpio. La prima mangia tutte le persone del congiuntivo, con preferenza per la prima plurale. Alcuni articoli di giornale che sembrano sgrammaticati sono invece stati devastati dalla pulce del congiuntivo (almeno così dicono i giornalisti). L’apocòpio; succhia la “e” finale dei verbi (amar, nuotar, passeggiar). Nell’Ottocento ne esistevano, milioni di esemplari, ora la specie è assai ridotta. Ma come dicevamo all’inizio, di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un’altra, e mette quest’ultima al posto della appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com’era prima dell’augurio del verme disicio. Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.” 


domenica 5 maggio 2013

...che ne è del resto?

In principio fu una domanda.

“Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto? “
Sparata a bruciapelo, che ne pensi? 
E che ne pensavo. 
Spreco, niente -  risposi.
In realtà pensavo che la domanda fosse una strunzata . 
Si vive di fatto, non in potenza. 
Il resto sono solo pensieri. 
(non sono filosofa e certe volte ne farei volentieri a meno, dei pensieri.)

La domanda è una delle millanta che sono racchiuse nel libro “Treno di notte per Lisbona”. 
In genere non leggo mai un libro poco prima di averne letto commenti, giudizi, recensioni. 
Temo i condizionamenti. 
Vabbuò che mi basta poco per scordarmeli. 
Dopo una settimana già si  è definita una tabula rasa e quello che resta è la vaga sensazione che  mi piacerebbe o non mi piacerebbe leggere il tale libro. 
(dopo 15 giorni scompare anche quella)

Del libro da cui  aveva tratto la domanda mi  ha detto peste e corna, e poi  mi ha passato il pdf. 
“non devi mica ciucciartelo tutto, magari solo qualche paginetta per farti un' idea.
capace pure che ti piace, eh!, e che quello privo di zenzibbbilità narrativa so' io.”
Bel regalo, grazie, infinitamente grata.
Fossi capace di abbandonare un libro, mi resta sempre lo scrupolo di coscienza.
(ah, non sempre è facile esercitare i proprio diritti, Monsieur Pennac)
E allora, dopo averlo letto, * servendomi  da pagina 90  della lettura veloce (leggi un rigo e ne salti nove, senza perderti assolutamente niente), e avendolo trovato di una pretestuosità  abnorme, mi chiedo:
Sarò mai stata condizionata dal suo giudizio? Avrò fatto  bene a compensare la sua valutazione con un'abboffata di commenti entusiastici e mielosissimi? In che modo riusciamo a discernere  il buono dal cattivo,  in maniera  istintiva o perché non siamo altro che  sostenitori di miscugli di pregiudizi preconfezionati  a cui aderiamo per convenzione, per simpatia, per imposizione? Esiste il libero arbitrio? E il giudizio incondizionato?

Vabbuò.  E’ meglio se me ne vado a fare una passeggiata. 
No, una ruzzliata.  
No, una telefonata a quell’amica  che mi introna la capa di chiacchiere e mi libera dalle mie. 




* il commento qui.
http://poostiiilleee.blogspot.it/search/label/Treno%20di%20notte%20per%20Lisbona

mercoledì 1 maggio 2013

Rughe e altri accidenti


“… e dissi faticosamente: Avevamo sognato di invecchiare insieme. Qualcosa lo irritò; mi gettò addosso il suo pesante sguardo di miope con palese arroganza: Scordatelo, disse. Le donne come Ana non hanno il diritto di invecchiare. “

Miguel Delibes - Signora in rosso su fondo grigio.


Ana è la  Signora in rosso su fondo grigio.
Una donna sottile e slanciata, una caterva di figli e non un filino di ciccia o una smagliatura, bella e tosta, a 48 anni, come una ragazzina.
La malattia le avrebbe lasciato segni: paralisi del volto, ma sempre meglio di un chilo in più.
Ma un imprevisto, dopo l’intervento chirurgico, le risparmia il sacrificio di invecchiare.

Quando ero piccola, le mamme avevano l’aspetto di mamme.
Forse prima c’era un discrimine nell’abbigliamento, nelle pose, negli atteggiamenti, tra mamme e figlie:  capitava rarissimamente di pensare che  potessero essere sorelle, eppure spesso la differenza reale di età non era tanto marcata.
La signora V. abitava nel mio palazzo.
Lei era diversa dalle altre mamme: i capelli platinati lunghissimi, lisci lisci e fluenti, i tacchi  altissimi, il trucco da bambulella.
Sembrava la fidanzata di suo figlio.
L’ho rivista dopo molti anni tre volte,  anche se non è andata ad abitare lontano, solo qualche palazzo più un là: la prima volta mi venne un pànteco, quando si girò.
Di dietro era sempre la stessa,  una ragazzina sculettante.
Ma il viso infilato nella tenda dorata dei capelli rivelava una ragnatela di rughe e di macchie e il trucco si spargeva in modo grottesco negli avvallamenti cutanei, formando grumi.
La rividi dopo non molto tempo, forse un paio di anni. Aveva le stampelle, e scarpette da ginnastica.
Pensai ad un incidente.
L’ultima volta l'ho vista un mesetto fa. Lei aveva sempre i capelli biondissimi,  un vestitino rosa e le scarpe con il tacco.
Il marito stava tentando di spostarla dalla sedia a rotelle al sedile dell’auto, tenendola in braccio, con fatica, mentre lei agitava le mani nervosamente, le gambe inerti come stecchette di una marionetta.
Ricordo di aver provato una grandissima pena,  forse più che per lei o per suo marito, per me  stessa e per i miei pensieri molesti.

Il diritto di invecchiare dovrebbe essere concesso a tutti.
Bisognerebbe però anche godere del diritto di imparare il piacere di invecchiare.
E’ più difficile adesso, in un tempo che ci vuole tutti  belli giovani e pimpanti, anche ad 80 anni.