mercoledì 29 maggio 2013

Chiacchiere da bar

Ho un debito, con Stefano Benni. 
Mi ha garantito la sopravvivenza in molte ore di sostituzione. 
Ero al mare, non troppi anni fa, quando lessi il suo primo libro di racconti, Bar sport 2000
So benissimo che i benniani (bennisti?) della prima ora ritengono insuperabile il primo Bar sport,  quello della Luisona, che non so chi sia, ma è diventata mitica anche solo come significante. 
Errata corrige.
Proprio mò, in contemporanea alla scribacchiazione del tributo al Benni d’annata (che ancora rosico per Le beatrici, insomma, un tanto a parola, mi è sembrata una raccolta fatta per batter cassa), per curiosità e sempre grazie a santaWikipedia ho scoperto che la Luisona non è, come immaginavo, la proprietaria tettona del bar, bensì la decana delle paste da vetrina. 
(mi si è spoetizzata l’immaginazione)
Vabbuò.
Insomma,  ho cominciato dal mezzo,  e in quel mezzo del Bar sport 2000 c’è un racconto, Sigismondo e Vittorina, grazie al quale dal settembre successivo ho amabilmente intrattenuto platee di mucchette e vitellini coriacei e resistenti all’attenzione, certo, facendo le vocine e lanciandomi persino nel canto di pensiero stupendo (forse l’istupidimento da esso derivato ha potuto più delle parole, mah, mistero), creando la giusta suspense per sparare i sette finali diversi, 
anche se censurando talvolta quello dello stupro, per evitare inconsulte ovazioni.

Da quell’estate in cui ho scoperto Stefano Benni, non sono più riuscita a non associarlo all’utilizzazione didattica. 
Naturalmente ne ho sempre tratto anche personale godimento, sensazione di rilassatezza, sorrisino e  anche qualche oooh  di fresca meraviglia (forse non tanto con Achille piè veloce), e tuttavia  ad ogni libro acquistato  il primo pensiero  è sempre vediamo se trovo qualcosa che mi possa servire per

Ne “Il Bar sotto il Mare” ce ne sono un montone, di spunti per.
Da settembre  farò man bassa. 
A me già ha intrigato  la copertina, un improbabile ammescafrancesco di personaggi,  e sono loro - visibili e invisibili -  che raccontano, “perché chiunque entra nel bar sotto il mare deve raccontare una storia”.
Compresa la pulce del cane. 
(compresi voi, cari mucchette e vitellini, facciamo che dobbiamo inventarne una con un mangiatore di fuoco, un clown innamorato, una donna cannone)
L’eterogeneità dei personaggi si riflette nella varietà delle storie: Benni utilizza  le strutture narratologiche dei generi letterari più disparati, dalla fantascienza al mistero, dal giallo al romanzone d’ammore (quello russo poi, gote infiammate e cuori in palpitazione), dall’epistola al mito e alla fiaba, tutti trattati con la cifra bulimicamente ironica e agrodolce che gli è propria.
Ce n’è qualcuno un poco così cosi, ma alcuni mi sono piaciuti proprio tanto: il cattivissimo La chitarra magica, il saporitissimo Il più grande cuoco del mondo, e poi la splendida sfida di insulti, rutti e vino e salsicce  tra i sompazziani doc Achille e Ettore per il possesso di una bicicletta, e la chicca, il Verme Disicio, che qui riporto.

“Di tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è sicuramente il più dannoso. Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia. Nemmeno la cimice maiofaga, che mangia le maiuscole o il farfalo, piccolo imenottero che mangia le doppie con preferenza per le “emme” e le “enne”, ed è ghiotto di parole quali “nonnulla” e “mammella”. Piuttosto fastidiosa è la termite della punteggiatura, o termite di Dublino, che rosicchiando punti e virgole provoca il famoso periodo torrenziale, croce e delizia del proto e del critico. Molto raro è il ragno univerbo, così detto perché si ciba del solo verbo “elìcere". Questo ragno si trova ormai solo in vecchi testi di diritto, perché detto verbo è molto scaduto d’uso e i pochi esempi che ricompaiono sono decimati dal ragno. Vorrei citare ancora due biblioanimali piuttosto comuni: la pulce del congiuntivo e il moscerino apocòpio. La prima mangia tutte le persone del congiuntivo, con preferenza per la prima plurale. Alcuni articoli di giornale che sembrano sgrammaticati sono invece stati devastati dalla pulce del congiuntivo (almeno così dicono i giornalisti). L’apocòpio; succhia la “e” finale dei verbi (amar, nuotar, passeggiar). Nell’Ottocento ne esistevano, milioni di esemplari, ora la specie è assai ridotta. Ma come dicevamo all’inizio, di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un’altra, e mette quest’ultima al posto della appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com’era prima dell’augurio del verme disicio. Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.” 


domenica 5 maggio 2013

...che ne è del resto?

In principio fu una domanda.

“Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto? “
Sparata a bruciapelo, che ne pensi? 
E che ne pensavo. 
Spreco, niente -  risposi.
In realtà pensavo che la domanda fosse una strunzata . 
Si vive di fatto, non in potenza. 
Il resto sono solo pensieri. 
(non sono filosofa e certe volte ne farei volentieri a meno, dei pensieri.)

La domanda è una delle millanta che sono racchiuse nel libro “Treno di notte per Lisbona”. 
In genere non leggo mai un libro poco prima di averne letto commenti, giudizi, recensioni. 
Temo i condizionamenti. 
Vabbuò che mi basta poco per scordarmeli. 
Dopo una settimana già si  è definita una tabula rasa e quello che resta è la vaga sensazione che  mi piacerebbe o non mi piacerebbe leggere il tale libro. 
(dopo 15 giorni scompare anche quella)

Del libro da cui  aveva tratto la domanda mi  ha detto peste e corna, e poi  mi ha passato il pdf. 
“non devi mica ciucciartelo tutto, magari solo qualche paginetta per farti un' idea.
capace pure che ti piace, eh!, e che quello privo di zenzibbbilità narrativa so' io.”
Bel regalo, grazie, infinitamente grata.
Fossi capace di abbandonare un libro, mi resta sempre lo scrupolo di coscienza.
(ah, non sempre è facile esercitare i proprio diritti, Monsieur Pennac)
E allora, dopo averlo letto, * servendomi  da pagina 90  della lettura veloce (leggi un rigo e ne salti nove, senza perderti assolutamente niente), e avendolo trovato di una pretestuosità  abnorme, mi chiedo:
Sarò mai stata condizionata dal suo giudizio? Avrò fatto  bene a compensare la sua valutazione con un'abboffata di commenti entusiastici e mielosissimi? In che modo riusciamo a discernere  il buono dal cattivo,  in maniera  istintiva o perché non siamo altro che  sostenitori di miscugli di pregiudizi preconfezionati  a cui aderiamo per convenzione, per simpatia, per imposizione? Esiste il libero arbitrio? E il giudizio incondizionato?

Vabbuò.  E’ meglio se me ne vado a fare una passeggiata. 
No, una ruzzliata.  
No, una telefonata a quell’amica  che mi introna la capa di chiacchiere e mi libera dalle mie. 




* il commento qui.
http://poostiiilleee.blogspot.it/search/label/Treno%20di%20notte%20per%20Lisbona

mercoledì 1 maggio 2013

Rughe e altri accidenti


“… e dissi faticosamente: Avevamo sognato di invecchiare insieme. Qualcosa lo irritò; mi gettò addosso il suo pesante sguardo di miope con palese arroganza: Scordatelo, disse. Le donne come Ana non hanno il diritto di invecchiare. “

Miguel Delibes - Signora in rosso su fondo grigio.


Ana è la  Signora in rosso su fondo grigio.
Una donna sottile e slanciata, una caterva di figli e non un filino di ciccia o una smagliatura, bella e tosta, a 48 anni, come una ragazzina.
La malattia le avrebbe lasciato segni: paralisi del volto, ma sempre meglio di un chilo in più.
Ma un imprevisto, dopo l’intervento chirurgico, le risparmia il sacrificio di invecchiare.

Quando ero piccola, le mamme avevano l’aspetto di mamme.
Forse prima c’era un discrimine nell’abbigliamento, nelle pose, negli atteggiamenti, tra mamme e figlie:  capitava rarissimamente di pensare che  potessero essere sorelle, eppure spesso la differenza reale di età non era tanto marcata.
La signora V. abitava nel mio palazzo.
Lei era diversa dalle altre mamme: i capelli platinati lunghissimi, lisci lisci e fluenti, i tacchi  altissimi, il trucco da bambulella.
Sembrava la fidanzata di suo figlio.
L’ho rivista dopo molti anni tre volte,  anche se non è andata ad abitare lontano, solo qualche palazzo più un là: la prima volta mi venne un pànteco, quando si girò.
Di dietro era sempre la stessa,  una ragazzina sculettante.
Ma il viso infilato nella tenda dorata dei capelli rivelava una ragnatela di rughe e di macchie e il trucco si spargeva in modo grottesco negli avvallamenti cutanei, formando grumi.
La rividi dopo non molto tempo, forse un paio di anni. Aveva le stampelle, e scarpette da ginnastica.
Pensai ad un incidente.
L’ultima volta l'ho vista un mesetto fa. Lei aveva sempre i capelli biondissimi,  un vestitino rosa e le scarpe con il tacco.
Il marito stava tentando di spostarla dalla sedia a rotelle al sedile dell’auto, tenendola in braccio, con fatica, mentre lei agitava le mani nervosamente, le gambe inerti come stecchette di una marionetta.
Ricordo di aver provato una grandissima pena,  forse più che per lei o per suo marito, per me  stessa e per i miei pensieri molesti.

Il diritto di invecchiare dovrebbe essere concesso a tutti.
Bisognerebbe però anche godere del diritto di imparare il piacere di invecchiare.
E’ più difficile adesso, in un tempo che ci vuole tutti  belli giovani e pimpanti, anche ad 80 anni.




domenica 21 aprile 2013

Neanche una bugia


Clelia Marchi,  in un italiano sgrammaticato e approssimativo, che cede spesso il passo al dialetto, alla lingua parlata e pensata, lascia una traccia di sé, della sua vita, della sua storia e della storia collettiva e contadina su 15 chili di carte ignorate e su un lenzuolo che  è in mostra nell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo. 
Il libro è la trascrizione tipografica delle righe scritte sul lenzuolo, numerate così come lo sono sul tessuto.

Quando la pausa dalla fatica contadina e un discreto benessere economico erano giunti  a pacificare un’esistenza di stenti, alla vigilia dei 50 anni di matrimonio, un incidente le aveva portato via il marito.
Gnanca na busia
Da quel momento, nelle notti insonni, aveva cominciato a scrivere.
“Quasi mi viene l’idea di dire: sarà stata la mia tristezza che m’à dato là forza di scrivere tante cose senza essere stanca anche che scrivo male! Un qual cosa c’è che mi aiuta stare sul sentiero…”
Sono memorie stropicciate e semplici, testimonianza di un tempo  in cui i bambini per scaldare i piedi gelati li mettevano  nella cacca appena sfornata dalle mucche nella stalla, un tempo in cui si veniva  bastonati dai padroni delle terre per aver preso un grappolo d’uva dalla pianta.
[lavorare la terra come bestie e non poter godere neanche di un frutto]

E’ un  tessuto fitto di pianto antico sulla fatica e sul dolore del vivere, e qui e là affiora il  rimbrotto  -  [sento la voce della nonna mia] -  per la leggerezza dei nostri tempi: 

“Tornando in dietro un passo ma cose questo andamento di vita, vogliono divertirsi niente figli sarebbe comoda la vita; ma volere abbordire per me: è come uccidere una persona, ma se tu ai un bambino di .2. anni… che ti dicono di ucciderlo diventeresti matta!!! per me cè lò stesso valore: è sempre un essere umano che sta fiorendo, perchè strapparlo così: è sempre tuo figlio come quello di .2. anni: non fatelo mamme, direte ma sai che i figli sono sacrifici!!”

Io lo capisco il bisogno della siora Clelia. 
E’ un bisogno, mi verrebbe da dire,  istintivo.
[come riempire  quindici chili di carte, o scrivere su un muro  “Pinco Pallino è stato qui”]
Scrive la siora Clelia: 
“chi legge questo libro penso che non sia da scordare come buttare un paio di scarpe vecchie ne bidone delle mondizzie, chi leggeranno queste scritte si possono rendere conto come era la vita di certe persone;”
E la sua, naturalmente, e quella di suo marito Anteo.

Non tutti i diari vengono pubblicati, non tutte le iscrizioni sui muri vengono staccate e messe nei musei e negli archivi. 
Una vita sul lenzuolo sì, e a pieno diritto, per la sua stessa originale natura. 
Sulla carta stampata non fa però lo stesso effetto. 


http://youtu.be/TKuu_IrOd6Q



martedì 16 aprile 2013

Dominicanis


Pensavo agli “esotismi”. 
Qualche mese fa  su Google maps  ho girato in lungo e in largo attorno a Timbuctù, che città straordinaria, nel mio immaginario.
Il lontano, il mille e una notte, arrivare fino a Timbuctù, come andare sulla luna stando sulla terra.
La guerra l’ha riportata  dove di fatto è. 
Nel nulla.
Un agglomerato di catapecchie e polvere e miseria, e qualche straordinaria moschea o casa di fango che resiste alla sabbia del deserto. 
(e  che deserto, mica le dune morbide su cui ondeggiano i cammelli)


Il nome Santo Domingo l’ho sempre associato al mare con le palme - i Caraibi dalle acquecristalline e le spiagge bianchissime dei depliant delle agenzie di viaggio - e ai racconti della figlia della signora Giuseppina che lì ha passato il viaggio di nozze – il primo , e forse il solo che farà mai, viaggio in aereo della sua vita, ore di terrore purissimo.
Santo Domingo non è un atollo caraibico ma la capitale della Repubblica Domenicana, mezza isola di Hispaniola.
L’isola di Hispaniola è divisa tra Repubblica Domenicana  (palme e mare, dicono le immagini, digitando  su un qualunque motore di ricerca) e Haiti (miseria e povertà, dicono le immagini, digitando su un qualunque motore di ricerca).
Le palme e il mare  s’impongono  sulle conoscenze oggettive.
Colpa di Trujillo?
Ecco, anche Trujllo. Mica il nome risuona come, che so, Pinochet. 

La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Dìaz, fa luce  su cosa fu la dittatura di Trujillo e su quali sono i codici culturali nella Repubblica Domenicana, in modo non convenzionale,  attraverso il racconto di vite (e leggende)  stra-ordinarie, e con un linguaggio agile, brioso, colorito e venato da parole ed espressioni  spagnolo-domenicane e gergo da nerd.
(i glossari in appendice sono  insufficienti, mannaggia)
 El Jefe domina sullo sfondo, assieme al Fukù, alle superstizioni, alla preghiera  e alla voglia di ribellione e di vita.
Il libro non narra solo della vita di Oscar,  che davvero è breve e favolosa, ma anche di quella di sua madre Beli (vita più lunga ma non meno favolosa), di sua sorella Lola,  della testardaggine e dell’amorevolezza dell’abuela, delle sciagure di tutta la famiglia Cabral.
Sono storie saldamente ancorate alla realtà, eppure in qualche modo trascendenti nella leggenda.
“Guardate la bambina, la bella muchachita: la figlia di Lola. Scura e veloce come il lampo: una jurona, come dice la sua bisnonna, La Inca. Avrebbe potuto essere  mia figlia, se fossi stato più intelligente, se fossi stato… Non per questo è meno preziosa. Si arrampica sugli alberi, strofina il sedere contro gli stipiti delle porte, si esercita con le malapalabras quando crede che nessuno l’ascolti. Parla spagnolo e inglese.
Non è Capita Marvel né Billy Baston: è il fulmine. 
Una bambina felice, per quanto possibile. Felice!
Ma al collo porta tre azabaches: quello che Oscar portava da piccolo, quello che Lola portava da piccola, quello che La Inca regalò a Beli quando le offrì Asilo. La potente magia degli anziani. Tre barriere contro l’occhio. Sostenute da un piedistallo di preghiera alto diecimila metri.”

Wao, come Lola e il suo ex fidanzato,  le voci che raccontano la storia,  sono  nati negli USA, ma come lo zappatore non si scorda la mamma, un dominicano anche di seconda  o di terza generazione  non dimentica di essere tale, e difficilmente riesce a staccare il cordone con un paese che più che un’area geografica è un modo di sentire, di essere. 
 (il corpo, l’ammore)
“Ogni estate, Santo Domingo mette la retromarcia alla macchina della Diaspora, strappandole il maggior numero di figli espulsi.”

Il fatto che Oscar sia un domenicano sui generis,  un super nerd  fissato con la fantascienza, che  non cucca, non  ha il fisicaccio mostruoso,  poco importa. 
(anzi sì,  importa a lui, povero tenero Oscar)
Ha la stessa inestirpabile voglia di vivere e di amare di sua madre,  dei suoi avi. 
E si trascina dietro la stessa maledizione, amare per vivere, fino alle estreme conseguenze. 

“Salve, Cane di Dio, mi salutò quando arrivai a Demarest. 
Ci misi una settimana a capire cosa cazzo volesse dire. 
Dio. Domini. Cane. Canis.
Salve, Dominicanis.”

E dunque. 
Il libro è bello e mò la Repubblica Domenicana, la vorrei visitare al di là delle palme e del mare e degli esseri umani che sono i più bonazzi del mondo,  anche  per  qualcuna delle cose che Oscar vede e fa: 
“”… dopo essersi abituato al clima torrido, alla sorpresa di svegliarsi al canto del gallo (…) , dopo essere stato in una cinquantina di locali dove, visto che non sapeva ballare né la salsa, né il merengue, né la bachata, era rimasto a bere President (…), dopo essersi più o meno abituato al surreale turbinio della vita nella Capital – le guaguas, gli sbirri, la povertà sconvolgente, i  Dunkin’ donuts, i mendicanti, gli haitiani che vendevano noccioline tostate agli incroci, la povertà sconvolgente, turisti stronzi  che occupavano tutte le spiagge, (…) le passeggiate pomeridiane sul Conde, la povertà sconvolgente, il groviglio di stradine e baracche di zinco arrugginite dei barrios populares, le folle di negri fra cui ogni giorno doveva aprirsi un varco e che lo investiva se rimaneva fermo, i sorveglianti pelle e ossa con i fucili sgangherati  davanti ai negozi, la musica, le battute sconce che sentiva per strada, la povertà sconvolgente, rimanere schiacciato nell’angolo di un concho sotto il peso di altri quattro clienti, la musica, le nuove gallerie scavate nella terra ricca di bauxite, i cartelli che vietavano l’accesso nelle suddette gallerie ai carri trainati da asini….. “

domenica 7 aprile 2013

Al Fusaro


La casina Vanvitelliana sta sul  lago del Fusaro.  
E’ una bomboniera, e le foto vabbuò, rendono l’idea ma mica tanto.
Entrarci è stato bello. 
Naturalmente, di ciò che c’era in origine all’interno non ci sta quasi niente più, fatta eccezione per  il camino,  per un grande tavolo tondo e per un affresco sul soffitto di una sala al primo piano. 
Manco il pavimento è più l’originale: le maioliche dipinte sono state sostituite con  piastrelle che ne imitano i colori e i disegni (i frammenti rimasti sono in una vetrina).
Manco il lago Fusaro, of course,  è come in origine. 
Immaginare la struttura come un casino di caccia, un punto fermo da dove sparare alle folaghe,  in mezzo al verde e al verde, e all’azzurro e all’azzurro,  l’è dura.
Però che profumo  di salsedine, sulla terrazza.
Però, se si esclude parte dello sguardo, restano le strisce del mare e del cielo, in fondo. 
(mi sento un Borbone in vacanza, in un guizzo)

A tenere aperta e visitabile la casina ci pensano dei volontari, pensionati del luogo.
Il signor Giuseppe  - ha il cartellino con il nome appuntato alla giacca – ci pedina. 
Non lo fa – voglio sperare – perché abbiamo l’aspetto dei vandali  o dei distruttori di reliquie. 
Lo fa – sono sicura – perché vuole parlare. 
Giuseppe è un bell’anziano. Fisico asciutto, capelli bianchi curatissimi, sguardo azzurro tagliente, la ragnatela di rughe che non sfigura la fisionomia. 
(Paul Newman.  Deve aver arruvutato parecchio, in un passato neanche troppo lontano,  il signor Giuseppe)
“La conoscete la storia della casina?”
Vabbuò, sì, ma  facciamo finta di no. 
“Io la conosco perché l’ho vista costruire.”
[Azz, highlander è vivo e lotta con noi!]
Ci dice due parole su Vanvitelli e sui Borboni,  sulla  fortuna della casina come location per film e telefilm. 
“I ragazzini di qua la chiamano la casa di Pinocchio. Questa è la casa della fata di Pinocchio dello sceneggiato  che fecero in tv.” 
[Non è vero. La notizia, falsa,  è falsamente riportata anche su Wikipedia.  La casa della fata Lollobrigida non è la casina Vanvitelliana. L'avrebbero dovuta truccare troppo.  La casina, dico]
Poi mette la quinta. 
“Negli anni ’70 qua era tutto chiuso, c’era il guardiano e non faceva entrare nessuno. Allora abbiamo sfondato i cancelli e abbiamo aperto la casa. Il guardiano diceva che doveva guardare, e faceva come se fosse robba sua. 
A casa  ho 3 fucili e il porto d’armi, qua siamo tutti cacciatori, ma io non vado più a caccia, a che serve uccidere un uccello e poi la moglie a casa manco lo vuole cucinare? Cammino e mi sto accorto a non schiacciare le formiche,  se penso a   quanto lavorano le formiche.
Quando ero giovane mi chiamavano scansafatiche. Non volevo zappare la terra. A 15 anni ho aperto un negozio di barbiere,  entravano e dicevano dove sta il masto? Sono io il masto.  
E poi ho fatto il portalettere, 20 anni, a Fuorigrotta. 
Nessun lavoro faticoso, eppure, non ci sono riuscito a non invecchiare.
Un lampo è stato, mi sono svegliato e mi sono fatto vecchio. Perciò dico che l’ho vista costruire la casina. Il tempo è un lampo. 
Non sono riuscito a non invecchiare, anche se ho fatto di tutto per evitarlo.”

La casina Vanvitelliana è una bomboniera, e vale la pena farci una passeggiata. 
Il signor Giuseppe è stato oggi il valore aggiunto. 

Il tempo. Il tempo è un lampo. 

lunedì 1 aprile 2013

Olezzo di pesce (d'aprile)


Mi guarda e mi dice:
- Oggi sto inzallanuto, non riesco a capire, ma come funziona?
- Cosa? 
- Vai su Google.  Ci sta questa cosa sotto, ma che è? Google olezzo. Non mi funziona, come si fa?
Apro la scheda dal mio portatile (due neocentauri, stravaccati sul divano ognuno  con il pc al posto delle gambe)
Vado su Google, clicco su Prova Olezzo Beta.


Strade parigine al mattino. 
Clicco. 
Vruuuumm, dall’immagine si levano ombre di fumo.
Riclicco.
Rocce lunari.
Vrummmm, dall’immagine si levano ombre di fumo.
Uammamà, che divertente, ma quante varianti di olezzo avranno mai pensato,  che pariantoni, e quanto tempo ci hanno messo a creare sta pagina di supercazzeggio?
Infinite varianti!!

- Ma a te funziona? Io non sento nessun odore. Ma che roba è, la pubblicità di un profumo? Ma è una presa per il culo?
Non posso contenermi.  Si può morire per asfissia da risata?
Solo dopo che gli faccio cliccare sul serve aiuto, e solo dopo che è arrivato  all’ultima riga delle indicazioni, realizza, e si assesta sul vaffan. 
(forse diretto a me, che sto ancora scompisciandomi)


E io che pensavo che ormai il pesce d'aprile fosse solo ad appannaggio dei cioccolattieri che ne fanno di ogni forma e dimensione.



Nemesi, o della vendetta, o del rimorso.

Dice il vocabolario che la Nemesi è una punizione del destino riferita a un evento o situazione che si è svolta precedentemente.
Vendetta, ripristino dell'armonia, compensazione.
Hai avuto tanto bene? E' giusto che mò te lo sconti.
(marò, io pure tengo la mia nemesi)

E però a volte si esagera.
Prendiamo un giovanotto che pure non è che sia stato chissà quanto baciato dalla ciorta.
Una madre morta nel darlo al mondo, un padre non proprio per la quale, insomma, un mezzo fetente, mai visto nè conosciuto, epperò due nonni che pur nelle difficoltà fanno la famiglia.
Mazza e panelle, tenerezze e bambagia dalla nonna, disciplina ferrea dal nonno.
Una famiglia di certo non proprio ortodossa nel panorama della buona borghesia ebrea di Newark.
(le colpe dei padri ricadranno sui figli)

Come in "Pastorale Americana", dove il protagonista è lo Svedese ma è Zuckerman a ricostruire la sua storia, in questo romanzo di Roth  il protagonista è Eugene Cantor, detto Bucky, ma è Arnold Mesnikoff che fa in modo che la vicenda di Mr. Cantor prenda forma, in incontri avvenuti molti anni dopo, nel ‘71.
Arnold era uno dei ragazzi  del campo estivo di Newark dove nel 1944 l’epidemia di polio falciò più vittime tra i bambini che la guerra mondiale tra i soldati;  il campo in cui Mr. Cantor faceva l'animatore.
Arnie era un timido, un giocatore mediocre, uno di quelli contagiati dalla polio.

Si narrava che il primo lanciatore di giavellotto fosse stato Eracle, il grande guerriero e uccisore di mostri che, ci raccontò Mr. Cantor, era il gigantesco figlio del dio supremo dei greci, Zeus, nonché l’uomo più forte della terra.
Così era visto dai ragazzini l’istruttore che insegnava a lanciare il giavellotto e a praticare ogni tipo di sport.
Le tre D: determinazione, dedizione e disciplina, e praticamente non vi servirà altro.
Così diceva, Mr. Cantor /Ercole, capace di sopportare tutte le fatiche del mondo: un semidio.
Invece esiste un nemico che colpisce e atterra più della guerra, più della polio, più di ogni altra sciagura e disgrazia: il senso di colpa.
Non esiste fardello più pesante da sostenere che quello della propria coscienza.
Manco Ercole sarebbe riuscito a sostenerlo.
(lo so, lo so. Il mio mal di testa ne sa qualcosa)

Mr. Cantor  era stato sopraffatto dal senso di colpa, annichilito dal sentimento di vergogna per il suo fallimento, che non era più soltanto quello di non essersi potuto arruolare per la fortissima miopia, o di essere stato cresciuto dai nonni perché orfano di madre e figlio di un delinquente.
Bucky aveva fatto qualcosa che riteneva ingiusto, eppure lo aveva fatto ugualmente.
Aveva commesso, lasciando Newark per raggiungere la fidanzata in un campo estivo alle Pocono Mountains, aria salubre e fresca - il morbo lontano - un terribile errore: aveva pensato a se stesso, al suo benessere.
[sticazzi, ma senza manco pensarci mezza volta ci sarei andata]
Un semidio che si allontana, come il dio dei cieli, dai destini dei suoi figli: la bestemmia verso il dio che aveva creato la polio si ritorce su se stesso, sulla freccia avvelenata che aveva sentito di essere.
L'untore.
Bucky Cantor era ossessionato dal senso di colpa, tanto da aggiungere, alla “punizione” inflittagli nel corpo dalla malattia, la punizione auto-inflitta nell’animo, condannando se stesso all’espiazione attraverso l’allontanamento da sé degli altri e la rinuncia ad ogni ipotetica felicità.

Deve trovare una necessità a quanto è accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovare una ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio o in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore. (…) In uno come Bucky il senso di colpa potrebbe sembrare assurdo, ma in realtà è inevitabile. Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all’altezza dell’ideale che nutre dentro di sé.

Nessuno è più irrecuperabile di un bravo ragazzo che si è rovinato.

E’ quello che pensa Arnie.
E' la voce di Arnie, la cosa che forse meno ho apprezzato nel romanzo, che pure è un gran bel romanzo. 
(non lo so perchè. Forse il tono didascalico)
Arnie, che dalla malattia e dall'aumento della sensibilità verso i diversamente abili, trae invece la sua fortuna, diventando architetto specializzato nell'abbattimento delle barriere architettoniche. 
Arnie che nonostante i segni della malattia, ha una sposa e due figli dolcissimi. 
Arnie che non fa di un evento tragico il marchio per la sua autodistruzione.
Ehh, la ciorta, la ciorta.
Mi rimbombano nella capocchia le parole della nonna "aiutati che dio ti aiuta", eccerto, se non mi aiuto da sola hai voglia di aspettare. 

Mr. Cantor sembra sconfitto due volte, eppure vi è una specie di tragica grandezza nella sua autoflagellazione, nella sua autoesclusione dalla vita.
“Fai solo la cosa giusta, la cosa giusta, la cosa giusta e la cosa giusta. Mille volte la cosa giusta. Cerchi di essere oculato, di essere ragionevole, di essere premuroso. E poi succede questo. Qual è allora il senso della vita?"

E’ inutile farsi domande a cui non esiste risposta, domande che generano solo altre infinite domande. 
Ad esempio  su qual è cosa giusta.
Questo è il problema. 
Magari riuscissimo a sapere qual è veramente la cosa giusta da fare, senza dover provare rimorsi o rimpianti. 


giovedì 21 marzo 2013

Ho visto Nicola.


Mi è capitato di imbattermi - potenza di feisbuc che prima ti faceva arrivare in bacheca le foto di pinchi pallini commentate da un tuo contatto  amico di amici di amici -  in alcune immagini, fotografie di dipinti, di oli su tela.
Mi è  venuta curiosità, ho sbirciato, sono entrata nella  pagina del proprietario.
(meditare, riflettere, solo quello che non si mette sul web non si trova, per il resto…)

Lui, il proprietario,  è Nicola Piscopo. E’ un artista.
Giovane (giovanissimo).
Ha una mano che mi piace assai.
Una testa che mi piace ancora di più. Pariante.
(non lo conosco, non l’ho mai visto, potrei cambiare immantinente opinione)
E’ l’opposto dell’artista così come è consegnato all’immaginario collettivo.
Al mio immaginario, pardon.
Presuntuoso, pretenzioso, snob, distante, distratto, egocentrico, iosoepercepiscotuttievoicomunimortalinoncapiteunamazzadellaprofonditàdelmiosentireartistico.
(ho ancora memoria di certe opere d’arte viste al PAN)
E' il contrario, dico.

pomodori secchi

Delle cose che fa Nicola mi piace l’ironia, il giocare con i luoghi comuni, il rendere materico (la sua pittura è espressionistica,  carnosa, anche quando dipinge i filamenti) certe espressioni figurate;  trovo che sia esplosiva la prolificità delle associazioni mentali che trae da parole comuni, e la sua capacità di condensarle in immagini.
Penso ai dipinti Altrimenti… ma non solo.
(un poco egocentrico, vabbuò, Nicola lo è,  in Altrimenti…i profili sono sempre i suoi, ma è meglio pariarsi addosso che pariare addosso ad altri, non  mi sarebbe piaciuto impersonare il fallimento, ad esempio)


Giocare con i significati e i significanti senza che questi assumano la dimensione dell’incomprensibile, che bella cosa.


Magari i critici puzza al naso chiossape quante ne avranno da ridire, il carattere fumettistico, e  blablabla.
Chisenefotte.
Il mio è lo sguardo di un passante, a cui pare che Nicola di  creatività ne abbia da vendere.
E a cui pare che abbia anche una bella mano: fluida fluida, esuberante, incontinente, irriverente.
E anche una forte carica comunicativa.
Questione di impressioni, ma a me sembra proprio che sia un buon artista.
Un artista buono.

La morte bianca - Nicola Piscopo






martedì 19 marzo 2013

La signora nel furgone


“La signora nel furgone” è un racconto che si legge in poco tempo,  e viene da chiedersi se sia una storia vera o una pura invenzione letteraria. 
Il narratore/autore, mister Bennett, racconta  della fantomatica Miss Shepherd:  un donnone di un metro  e ottanta, piedi giganti, cappellino immancabile  e sottana  cucita con gli stracci per la polvere arancioni.
Miss Shepherd  ha scelto come sua casa un furgone giallo, il colore del papa.  
Un personaggio memorabile e non così improbabile come può sembrare ad un primo impatto.
In fondo ce ne sono tanti di stravaganti e non allineati,  che passano sotto i nostri occhi ogni giorno. 

[Ho pensato al terzetto. 
E’ da un po’ che  non lo vedo più.
Un uomo e due donne:  capelli grigi e unti,  abiti sciupati  e demodè, magro e allampanato lui, più piantate le altre; camminavano vicini vicini, come a volersi sostenere con la forza del pensiero, poiché  le braccia erano tenute rigide lungo i fianchi. 
Si dirigevano verso la fermata dell’autobus e prendevano quello per la zona ospedaliera. 
Mai una parola tra di loro, un gesto. 
Un trio di silenti robottini.
Chissà che fine hanno fatto. Spariti insieme, così come erano comparsi, da un giorno all’altro, insieme]

E’ la  storia ad essere  paradossale: è possibile ospitare per oltre 15 anni nel proprio giardino un furgone abitato da una  raccattastracci e raccattabriciole -  accettare una porcilaia nel proprio orticello -, senza sapere niente, senza voler sapere niente dell’ ingombrante vicino?
E’ questo che fa il narratore,  ripercorrendo episodi della convivenza condominiale non proprio involontaria. 
Giustifica la tolleranza del furgone e della signora Shepherd , comparsa nelle strade di   Gloucester  Crescent  dal ’69, come frutto del “ Contrasto tra il tenore di vita del nuovi arrivati scoprivano di potersi permettere  e le loro idee progressiste : in poche parole avevano dei sensi di colpa sconosciuti agli yuppie di adesso  (che “non vedono il problema”)”.

Quanto vera com-passione, mi chiedo.  Ci sono voluti 15 anni, e la morte, a spingere il signor Bennett  a scoprire qualcosa di più sulla donna del furgone. 
A cercare di conoscerla davvero. 

Sostenere che l’uomo sia un animale sociale mi pare a volte  una grande menzogna. 

venerdì 15 marzo 2013

Blatte e fulmini


Ci sono incontri fulminanti, talvolta.
Boris Vian, ad esempio, e  La schiuma dei giorni.
La meraviglia del surreale che dice più del reale.
(un libro pieno di musica, disse de L'Écume des jours  una mia amica, e nonostante la cupezza finale, c’è una voglia irresistibile di vitalità, un vitalismo sfrenato  e dolce, melanconico talvolta)

Il Mar delle Blatte e altre storie è una raccolta di racconti visionari e surreali scritti da Landolfi.
(Il realismo magico, eco scolastico rimbombante)
Mi sarebbero dovuti piacere assai.
Invece c’è qualcosa di cattivo, in questi racconti di Landolfi.
(non tutti i fulmini fulminano)
Una sorta di inettitudine e di banalità che esige nella vendetta, anzi, nel desiderio di vendetta , il proprio riscatto.
Questa è la sensazione che ha dominato la lettura, unita alla convinzione che  in queste storie  imperi  una affatto sottile misoginia, declinata in tutte le forme del  simbolico e del visionario.
(per non parlare del  fastidioso prurito, e l’orrore che uno scaraffone di stramacchia si potesse essere infilato sotto la maglietta, friccicando sulla pelle con le zampe pelose)
Non mi riferisco solamente al primo racconto, Il Mar delle Blatte, di gran lunga il più notevole (per il secondo,  quello sulle nozioni di astronomia sideronebulare,  ho da fare le ripetizioni).
Penso anche al sogno dell’impiegato, dove  la moglie del capoufficio,  “di un’imponente venustà  eppur vivace, senza dire della sua notevole cultura”,  che era tenuta per donna inaccessibile, viene ritrovata come entraneuse   in un bordello, a chiamare pupo e cocco o bel bruno gli impiegati ivi giunti a trascorrere allegramente la serata.
O al racconto del lupo mannaro, dove  uno dei licantropi raccoglie la luna, un grosso oggetto rotondo simile ad una vescica di strutto, appiccicosa e molliccia ( e non lo so perché,  ma ho pensato alla luna come al femminino, ho associato quella  luna vescicolare all’utero, boh) e cerca di sopprimerlo infilandolo nel camino.
[stai fresco a voler uccidere la luna]
Nel  primo racconto,  Roberto, figlio sfaccendato dell’avvocato Coracaglina , si trasforma nell’Alto Variago, e per carpire l’amore di Lucrezia non esita ad attraversare il mare delle blatte, capitanando in guisa di pirata un veliero, per  giungere all’isola su un mare azzurro sotto un cielo azzurro,  passando prima per il rapimento, la sfida di seduzione  da svolgersi sotto gli occhi dell’equipaggio e del signor padre  e infine, persa la sfida (eheh),  lo schiacciamento sotto i piedi del rivale in amore. 
Il  desiderio di rivalsa  si concretizza in una visione cupissima, dove il debole  Roberto riesce a imporsi chiamando a raccolta le ombre degli inferi, punendo la donna che gli si è negata con l’umiliazione - attaccare i serpenti ai capezzoli che spruzzano fiotti di latte, marò!  -  rendendo l’antagonista in amore  un vermiciattolo azzurro.
Insomma,  c’è del morboso, e un morboso fine a se stesso, involuto, e assolutamente  privo di ironia.
Molto meglio le due zittelle.
Anzi, molto meglio la scimia.

domenica 24 febbraio 2013

Election day


"Dopo che gli scrutatori mi ebbero dato scheda e matita, mi ritirai nella cabina. Sulle schede c’erano tutti i simboli dei partiti. Come sempre. Ma in quell’occasione mi sembrarono più ridicoli del solito. Chissà perché la politica si era interessata a noi quel giorno. Il seggio elettorale era l’unica cosa appartenente al mondo esterno che fosse riuscita a entrare nel penitenziario. […]
Quel giorno invece quello spiegamento di forze,  solo per fare in modo che io potessi esprimere il mio voto. Tutto ciò non doveva essere stato fatto per me, visto che di me e di quelli come me non interessava a nessuno. Doveva esser stato fatto nell’interesse di qualcun altro. E questo qualcun altro erano i partiti, i cui simboli erano disegnati sulle schede che avevo in mano, e i loro candidati. Questo pensavo. Il mio voto non era  più una cosa importante per me,  come ingenuamente credeva Antonio, era una cosa importante per loro."

Sandro Bonvissuto  -  "Dentro"

Sì, sì, come gli diceva Antonio, che aveva perso la facoltà di farlo, c’era stata gente nel passato che aveva combattuto ed era morta per consentire a tutti di votare.
Però, anche se non hanno allestito l’ambaradan del seggio elettorale solo per il mio voto,  oggi mi sono sentita  un poco come quel detenuto lì.



Memento.
Tante volte, prima, ho fatto parte dei seggi elettorali, ricoprendo tutti i ruoli: presidente, segretario, scrutatore. 
Non ricordo più l’ordine. Segretaria o presidente, la prima volta. 
Segretaria diciottenne di una presidente diciottenne. O viceversa.
Il seggio più amato dai soldati. 
C’erano ‘sti poveri cristi a fare il servizio di vigilanza - nooo, per piacere, andate a votare in un altro seggio, che altrimenti dobbiamo compilare un’altra caterva di  carte! - , noi si allestiva il seggio e loro le brandine nelle aule del piano superiore. 
Neanche ricordo da quando  i carabinieri  hanno preso il posto  degli alpini. 
(gli alpini in terronia, ma chissà quale criterio…  possibile che fossero alpini?)
Si azzeccavano i manifesti coi simboli dei partiti tra le a di ape e le b di banana, o di sopra, che staccare dal muro i sillabari e i disegnini mi faceva  brutto.
Facevo con le matite rosse e blu,  due cartelli coi disegni di  maschi e femmine,  da azzeccare sotto i banchetti degli scrutatori, lista maschile e lista femminile,  gli uomini con i pantaloni, uno con la cravatta a la valigetta, uno con la tuta da lavoro e la cassetta degli attrezzi, uno coi pantaloni optical e la supercresta, e le femmine,  tutte in gonnella, accessoriate variamente: battipanni e i bigodini, tailleur e valigetta, etc etc.
“da che parte aggia i?” - “Signora, ma ci sono anche le indicazioni visive” – dicevo, mostrando i cartelli.
[Ho sempre avuto una certa insofferenza per le cose serie]

Quando ancora si poteva scrivere la preferenza per il candidato, le elezioni comunali erano le più temibili, le più terribili. 
(insieme alle regionali o politiche, poi, un vero inferno)
Il fiato sul collo non tanto dei messi comunale, dati statistiche, quanto dei -  come si chiamano - ,  dei controllori delle liste, dei rappresentanti dei partiti, dei cani da presa dei candidati (dei candidati stessi). 
Ogni scheda palesemente nulla una storia infinita. 
Fino a quando – imparai presto – non si metteva nelle mani del contestante il foglio e la penna e senza rispondere né ai né bai alle urla, agli improperi, alle bestemmie, con un sorriso freddo gli si diceva  –  SCRIVA– i motivi della contestazione, così da riportarli  agli atti. 
A volte una penna fa più paura di una pistola. 
Erano dei tour de force, quelle tornate elettorali. 
Non come i referendum:  lo spoglio rapidissimo, lo stress ridotto al minimo – una pacchia.
Soprattutto quello dei dodici quesiti, dodici schede, un gruzzoletto tale da permettere una vacanza all’estero quasi tutta spesata, seppure in sacco a pelo e tenda.

In mancanza di nomina,  si faceva la fila alle 16,00 del sabato a  sperare di tappare i buchi degli eventuali scrutatori assenti. 

Chissà stavolta in quanti hanno rinunciato alla nomina di scrutatore. 

mercoledì 20 febbraio 2013

Il pleut


C’è un motivo per cui Natura morta con picchio  ha stazionato sotto i miei occhi per un fottio di tempo, che manco Dostoevskij.
Anzi più di uno.
Ruzzle, il primo. 
Vita e opinioni di Tristan Shandy di Sterne, secondo.
Le montagne di chiacchiere dell’uno e dell’altro, terzo.
Non è possibile fare un confronto tra i due libri, non è questione di  stelle e stalle: sono inconfrontabili, carne e pesce.
Tuttavia  una sottile linea li unisce: il piacere della divagazione, che determina l’ inevitabile caduta della mia  concentrazione e  attenzione, visto che già autonomamente e senza particolari sollecitazioni divago pure su un monolite. 

Tra i tanti, tantissimi fuori traccia di Natura morta con picchio – del resto lo dice pure Robbins, che è “l’incontro ravvicinato tra oggetti animati e oggetti inanimati uno dei temi del libro” , oltre alla parentesi  sulla mitologia del fuoco legata all’atto del fumare, almeno un altro.

Pioggia. 


Sul continente pioveva. La celebre pioggia di Seattle. La sottile pioggia grigia che i funghi  velenosi adorano. La persistente pioggia che conosce ogni più nascosto accesso nei colletti e nelle sporte. La pioggia quieta che sa arrugginire un tetto di latta senza che questo faccia il benché minimo rumorino di protesta. La sciamanica pioggia che alimenta l’immaginazione. La pioggia che sembra in realtà un idioma segreto, un sussurro simile all’estasi del primitivi, all’essenza delle cose. In realtà la pioggia serve a molte cose. Impedisce al sangue e al mare di farsi troppo salati. Somministra gocce da K.O. alle viole indisciplinate. Erige la scala che il neon risale fino alla luna.





Manco sotto sforzo e dietro lauto compenso, riuscirei  ad associare alla pioggia immagini  poetiche, quale  idioma segreto e sussurro simile all’estasi dei primitivi, e se piove nel pineto e il verde vigor rude ci allaccia i malleoli ci intrica i ginocchi, penso solo che affondiamo nella lota e gli inzaccheri di fango  ci arrivano fin sotto le mutande.
In ordine, quando il pleut, penso a:
- gli ombrelli che quando servono non ci sono mai, se appena comprati si perdono immediatamente, lasciati in ogni dove,  restano gli  stazionanti nel portaombrelli  che sono scassati e dovrebbero stare nella munnezza, intanto possono ancora servire,  tenendo la stecca dritta  con  una  mano. 
- le scarpe inzuppate  e anche i pantaloni, che  fanno  quel simpatico effetto risucchia acqua, assorbendola  in verticale. 
- l’effetto  umidiccio che pare attraversare, manco un raggio x, finanche  il midollo osseo.
- il colore plumbeo del cielo  quando dovrebbero comparire le dita rosa di Eos, fatto  che mi si macigna nel cervello e mi dispone malamente  per tutto il giorno (meteoropatismo acuto)
- i lavaroni che coprono i fuossi nella strada che abitualmente percorro per andare al lavoro, e anche se conosco le buche  ad occhi chiusi e zigzago a memoria, resta sempre l’incognita  dell’apertura di nuove voragini subdolamente  nascoste dall’acqua. 

Potrei continuare ad libitum.
Lo faccio fare a Luciano Folgore.
Alla sua rivisitazione  de “La pioggia nel pineto”


La pioggia sul cappello.

Silenzio. Il cielo 
è diventato una nube, 
vedo oscurarsi le tube 
non vedo l’ombrello, 
ma odo sul mio cappello 
di paglia, 
da venti dracne e cinquanta 
la gocciola che si schianta, 
come una bolla, 
tra il nastro e la colla. 
Per Giove, piove 
sicuramente, 
piove sulle matrone 
vestite di niente, 
piove sui bambini 
recalcitranti, 
piove sui mezzi guanti 
turchini, 
piove sulle giunoni, 
sulle veneri a passeggio, 
piove sopra i catoni, 
e, quello ch’è peggio, 
piove sul tuo cappello 
leggiadro, 
che ieri ho pagato, 
che oggi si guasta; 
piove, governo ladro! .... 

L’odi tu? Non è di passaggio 
come l’acqua 
di maggio, 
che sciacqua la terra e la monda. 
Sgronda terribilmente; 
si sente il blasfemo 
di un polifèmo ambulante, 
si veggono ninfe e atalante 
fuggire in un angiporto; 
Plutone più vivo che morto 
si pone una nivea pezzuola 
sul feltro che cola; 
Diana s’accorcia la tunica 
fin quasi all’altezza del femore, 
e Dedalo immemore a Marte 
con toga a due petti e speroni 
s’impalano ai muri con arte 
per evitare i doccioni. 
Cibele fa segno all’auriga 
che incurva il soffietto alla biga, 
e monta sul cocchio 
mentre la furia di Eolo 
le palpa il malleolo 
le morde il polpaccio, 
si sfibia 
d’intorno allo stinco e alla tibia.

Bagnati dal coccige al collo, 
dal naso al tallone d’Achille, 
fradici fino al midollo, 
cugini alle anguille, 
nubili d’ombrello, 
col solo cappello, 
sentiamo che l’essere anfibi 
sarebbe un superbo destino, 
te biscia, 
io girino, 
e liscia la piova del giorno 
ci colerebbe d’attorno, 
non come Issïone 
che fece la ruota a Giunone, 
ma pari al Tritone 
cui Teti concesse 
- regalo di nume - 
di potersi fare 
un ampio palamidone 
di schiume di mare.

E piove sempre, 
sul càmice mio, 
sul peplo tuo 
colore oramai dell’oblio, 
piove sul croceo e l’eburno 
del tuo moccichino di seta, 
piove sul cromo del mio coturno 
che s’impatacca di creta, 
piove sopra il cinabro 
che t’impomidaura il labro, 
piove sui tremoli tocchi 
che t’anneriscono gli occhi, 
e andiamo d’androne 
in androne, 
con facce da mascherone, 
squadrandoci obliquamente 
se qualche pozza lucente 
ci specchia e ci invecchia 
per farci morir di furore, 
Narcisi 
dai visi colore 
di colla di paglia, 
di succo di nastro, 
d’impiastro di minio, 
di guazzo assassino 
di cipria e di carboncino.

E piove a dirotto 
da tutte le nubi, 
piove dai tubi 
sfasciati 
dell’acquedotto 
del cielo, 
piove sui cani spelati, 
piove sul melo e sul tiglio, 
piove sul padre e sul figlio, 
piove sui putti lattanti 
sui sandali rutilanti, 
su Pègaso bolso, 
su orïolo da polso, 
piove sul tuo vestitino, 
che m’è costato un tesauro, 
piove sulla salvia e sul lauro 
sull’erbetta e sul rosmarino, 
piove sulle vergini schive, 
piove su Pàsife e Bacco, 
piove persin sulle pive 
nel sacco. 
E piove sopra tutto 
sul tuo cappello distrutto 
mutato in setaccio, 
che ieri ho pagato 
che adesso è uno straccio, 
o Ermïone 
che scordi a casa l’ombrello 
nei giorni di mezza stagione.

giovedì 14 febbraio 2013

SanRementino


C’è una pubblicità che è stata fatta su di me. 
Dovrebbero pagarmi per l’ispirazione arrubbata. 
E dire che non guardo la televisione, anche se è accesa  non la vedo, non la sento, non l'ascolto. 
(guardo forse l’oblò della lavatrice che gira?)
Eppure l’ho notata, en passant. 
Non mi ricordo manco cosa pubblicizzi. 
C’è un tizio che si alza dal letto, fa colazione, si veste e si impernacchia (ecco, qui c'è la divergenza, io no, mi vesto soltanto), poi scende le scale e lungo la parete nota un quadro fuori squadra, lo acconcia rimettendolo in perpendicolare, si avvia alla porta, la apre e trova la guerra fuori.
I bombardamenti.
Ecco, così moi.

“Ma come, non vedi Sanremo?”
Non guardo la televisione, risposta solita, e dunque  neanche il festivàl.
E poi ci ho pensato che, qualcuno sì, un tempo.
Sono andata su wiki per ripercorrere la storia di Sanremo e dei miei ricordi. 
Pochini, la verità.
I vocioni: una sbiaditissima [ora ridicola] Anna Oxa,   Alice e Per Elisa (urca, mi piace ancora),  
e poi.
Eros Ramazzotti. 
Che  purpo è ora forse non come  allora,  possibile che mò mi viene in mente, mò ci ho fatto caso,   che il mio primo fidanzatino era pari pari, uguale uguale , stesso broncio stesso sguardo da morbido pescione? 

Meglio non ricordare, non rinvangare, non togliere gli scheletrazzi dall’armoire.

No, non guardo Sanremo.






sabato 26 gennaio 2013

Ossessione


Una volta capitò che si parlasse di passioni.
Leggere, il cioccolato fondente in tutte le sue sublimi varianti, guardare, andare al mare all’alba.
E le ossessioni? 
Non me ne venne nessuna in mente. 
E neanche dopo.
Ma ora.
C’è. E so com’è.
Un brulicare continuo dello stesso pensiero, attanagliante, dominante, tutto il resto a latere. 
Un sottofondo che  s’impenna nel dormiveglia, continuo, assillante.
Una colla.
Cola/colai/oca/ca/ai/ola/lai/ci/alci/ciao/coli/oli/cali/ali/la/li/callo/allo/olia...

ossessione ruzzle




(urca, ma quante me ne sono venute, cazzarola, e in quadrato di 4x4, 16 lettere a disposizione, hai voglia quante).

Ruzzle ruzzle.
L’ossessione.
E non basta trovarne di lunghe, devono essere  tante, in fretta, bisogna essere rapidi/ardi/ria/pii/pia/radi/pira/apri…


sabato 5 gennaio 2013

Del perchè alcuni sì e altri no.


Nimbo, Volo e Raggio sono miei coetanei. Hanno 11 anni,  nel 1978.
Sono i protagonisti del libro di Giorgio Vasta,  Il tempo materiale.
Sono i componenti della cellula eversiva che in una Palermo  abitata da gatti e cani randagi  mette in atto una serie di attentati e azioni terribili.
[L’orrore, l’orrore.]

Del delitto Moro mi ricordo che in classe, una mattina, la prof. ci obbligò ad un minuto di silenzio.
Era strano il minuto di silenzio, non per il silenzio in sé, tanto ci toccava sempre stare zitti, ma per la faccia della professoressa. Era lei che faceva il silenzio e le espressioni gravi e contrite.
Nimbo dice di sé che era “ideologico, concentrato e intenso, un ragazzino anti-ironico, refrattario. Un non-ragazzino.”
Io ero concentrata e intensa, refrattaria,  e sicuramente solitaria. 
(ideologica no, e manco anti-ironica)
Il giorno del minuto di silenzio, come tutti gli altri giorni,  mi appoggiavo alla parete su cui avevo disegnato un’isola con una palma e lontana, ma non troppo, la terraferma: il mio banco e il resto della classe.
(il cazziatone. “da te proprio non ce lo aspettavamo”)
Non ho memoria della tensione da terrorismo, dei proclami dei volantini delle Brigate rosse e dell’impostatura dei politici e di tutto il resto, eppure sono sicura che la televisione era sempre accesa, in cucina. 
(e mica c’era tutta la scelta di adesso, quella era la minestra)
I telegiornali, come i discorsi dei grandi, non mi interessavano granchè, come non interessano agli undicenni di adesso.
E’ per questo che  proprio il paradosso narrativo di Vasta  non mi va giù,  anzi,  mi assilla, mi tormenta?
Belli fatti, a dire che la Letteratura osa tutto, il ribaltamento dei ruoli, delle convenzioni, delle certezze. 

Eravamo bambini. 
Riempivamo gli spazi coi trasferelli,  guardavamo Spazio 1999, alcuni giocavano al going, tira tu e tiro io, una reiterazione infinita del movimento di lancio e respinta (urca, l’infezione mi ha contagiata, adesso vedo il going investito da  chiarissime allusioni sessuali!)
Avevamo sogni. 
“La parola lotta contiene sesso, rabbia e sogno......Quello che che le Br hanno capito… é che il sogno deve legarsi alla disciplina, diventare duro e geometrico e proiettarsi verso l'ideologia.” 
Un sogno duro e geometrico? Naaaaa.
Non è affatto nella natura del sogno. 
Il sogno è libero, vago,  fluido, imprevedibile . 
La disciplina non è sogno, è tortura, è  costrizione. 
Forse sono troppo bloccata dai limiti delle convenzioni linguistiche, il pane è pane, il fango è il fango, la cacca è cacca, e dai limiti legati alla mia esperienza personale.
Ma anche no.
Adoro Queneau e  Perec,  che con la  lingua – significanti e significati - fanno capriole, e ho amato moltissimo anche Vian (la schiuma, sì, la schiuma dei giorni) , e il Cortàzar dei cronopi e dei famas. 
Allora, perché Il tempo materiale no?  
Non dipende dall’iperrealismo (surrealismo? antinaturalismo? ) dei personaggi. 

“In questa polaroid siamo tutti ironici. E a me l'ironia fa male. Anzi, la odio. Non solo io, anche Scarmiglia e Bocca. Perchè ce n'è sempre di più, troppa, la nuova ironia italiana che brilla su tutti i musi, in tutte le frasi, che ogni giorno lotta contro l'ideologia, le divora la testa, e in pochi anni dell'ideologia non resterà più niente, l'ironia sarà la nostra unica risorsa e la nostra sconfitta, la nostra camicia di forza, e staremo tutti nella stessa accordatura ironico-cinica, nel disincanto, prevedendo perfettamente le modalità di innesco della battuta, la tempistica migliore, lo smorzamento improvviso che lascia declinare l'allusione, sempre partecipi e assenti, acutissimi e corrotti: rassegnati.
Quindi con un aculeo di filo spinato sfiguro Chiri, sfiguro Gugliotta, sfiguro D’Avenia, sfiguro me e sfiguro lo Spago, perforando gli occhi e allungando le bocche.”

E no, non ci siamo proprio. L’ironia è un’arma, corrode  dall’interno. 
L’ideologia irrigidisce e irreggimenta, ma quale libertà, quale lotta, quale rabbia.
Ecco,  sono i presupposti ad essermi insostenibili,  e non ce la faccio a farmi piacere  un libro così anche ammesso che in fondo in  fondo non sia altro che un  mettere  sull’ideologia la lapide. 
E’ una questione di leggerezza.
Mi viene voglia di fare il gioco dello sfiguro, senza filo spinato, solo con il pennarello nero su queste foto qua. Anzi, no, solo su una.



 

venerdì 28 dicembre 2012

Pan, altri racconti.


Davanti a certe espressioni di arte contemporanea ammutolita resto. 
Mi viene  lo sconcerto di non riuscire a capire se trattasi di cacate (ma piglia per il culo? E che è, arte, questa??)  o   personale durezza di comprendonio e di animo, sono troppo  limitata per afferrarla,  per sentirla, per emozionarmi.  
[Gli artisti contemporanei sono troppo avanti,  hanno il cerebro e l’immaginatio ipertrofici e io non ci posso arrivare.]

Al PAN, Palazzo delle arti di Napoli, lo storico  Palazzo Roccella adibito dal 2005 a sede di esposizioni di arte contemporanea, ci sono  tre mostre. 
“… e poi c’è Nina” – dice il ragazzo al banco shop.
Naturalmente sorrido - c’è Nina – e chi ‘a sape, penso. 
Pensavo fosse una tizia, Nina, invece NINa, Nuova Immagine NApoletana,  è una collettiva di artisti dell'Accademia di belle arti. 
Moltissime opere, diseguali, eterogenee per temi  (e meno male che ci hanno messo almeno le targhette coi  titoli, accanto alle opere d'arte!), per tecniche, per materiali, per tutto:  iperboli di segni, di linee,  di macchie,  di guazzabugli, di coacervi, di cose ammuntunate.
Alcune di bell’impatto estetico ed emotivo, altre incuriosenti e stimolanti, altre invece, come dire,  diversamente impressionanti.
Ad esempio, cosa pensare dell’opera d’arte  “Fragmenti vitae” che consta di un volume, un libro, che raccoglie migliaia di sms riportati da un cellulare personale?
 Eh, cazz, naturalistico assai.

foto Spalluzza su Flickr
[sicuramente sono limitata io]




Per non dire dello  sconcerto provato davanti alla pila di zerbini,  un metro e mezzo circa di zerbini impilati, cavolacci, mai avevo pensato alla fenomenologia del tappetino, all’intrinseco senso di instabilità dello zerbino, fuori della casa ma appartenente ad essa, limite, luogo di rarefazione dell’intimità domestica e ponte verso le molteplici strade del fuori.  
(ahemm.)


E quali riflessioni profonde fare  di fronte all’installazione  composta da una sorta di paravento nero chiuso su tre lati, un cunicolo, sul cui lato corto viene proiettato ininterrottamente un  filmato in cui  la ripresa fissa  un vicolo in prospettiva,  l’audio voci in lontananza, e poi da alcune finestre e balconi e terrazzi vengono buttati giù armadi, cristalliere, assi di legno, sedie,  uno sfracellamento di mobilia, unito a un rumore di sconquasso terribile,  fino a rendere la strada un campo di macerie?
[cosa mai avranno pensato gli abitanti del luogo eletto a scenografia quando hanno dovuto barricarsi in casa per dar modo d’essere all’happening artistico? E marò, che fatica ripulire la strada dopo]

Tra le tre mostre in programma, quella fotografica di Mauro Fermariello, Acqua Fuoco,  che ha pure un nobile obiettivo, mi è piaciuta senza se e senza ma. 
Acqua e fuoco sono gli elementi che forniscono l’ interpretazione della città,  acqua e fuoco sono  i due estremi che rivelano la doppia natura, la doppia anima di Partenope. 
L’esposizione offre una serie di coppie di immagini, una dai  toni  e colori freddi  e  l’altra dai toni e colori caldi,  che si richiamano per un particolare, per la simmetria, per accostamenti talora inconsueti e di grande efficacia. 

Come questa, che mi  ha colpito particolarmente (e non lo so perché, non lo so)



Qui è il link della pagina del blog di Fermariello in cui parla del  progetto e della mostra Acqua Fuoco, 

E comunque. Ne val sempre la pena. (soprattutto quando, come in questo caso,  le mostre sono gratuite)